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The Classics
Literature - The Classics.
Ovid
43 B.C.E.-17 A.C.E. - Wrote in Latin


Metamorfosi
(Italiano)

Written 1 A.C.E.

Versione Italiana (20th c.)
Commercial use prohibited.





LIBRO PRIMO

 

A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi

mi spinge l'estro. O dei, se vostre sono queste metamorfosi,

ispirate il mio disegno, così che il canto dalle origini

del mondo si snodi ininterrotto sino ai miei giorni.

Prima del mare, della terra e del cielo, che tutto copre,

unico era il volto della natura in tutto l'universo,

quello che è detto Caos, mole informe e confusa,

non più che materia inerte, una congerie di germi

differenti di cose mal combinate fra loro.

Non c'era Titano che donasse al mondo la luce,

né Febe che nuova crescendo unisse le sue corna;

in mezzo all'aria, retta dalla gravità,

non si librava la terra, né lungo i margini

dei continenti stendeva Anfitrite le sue braccia.

E per quanto lì ci fossero terra, mare ed aria,

malferma era la prima, non navigabile l'onda,

l'aria priva di luce: niente aveva forma stabile,

ogni cosa s'opponeva all'altra, perché in un corpo solo

il freddo lottava col caldo, l'umido col secco,

il molle col duro, il peso con l'assenza di peso.

Un dio, col favore di natura, sanò questi contrasti:

dal cielo separò la terra, dalla terra il mare

e dall'aria densa distinse il cielo limpido.

E districati gli elementi fuori dall'ammasso informe,

riunì quelli dispersi nello spazio in concorde armonia.

Il fuoco, imponderabile energia della volta celeste,

guizzò insediandosi negli strati più alti;

poco più sotto per la sua leggerezza si trova l'aria;

la terra, resa densa dai massicci elementi assorbiti,

rimase oppressa dal peso; e le correnti del mare,

occupati gli ultimi luoghi, avvolsero la terraferma.

Quando così ebbe spartito in ordine quella congerie

e organizzato in membra i frammenti, quel dio, chiunque fosse,

prima agglomerò la terra in un grande globo,

perché fosse uniforme in ogni parte;

poi ordinò ai flutti, gonfiati dall'impeto dei venti,

di espandersi a cingere le coste lungo la terra.

E aggiunse fonti, stagni immensi e laghi;

strinse tra le rive tortuose le correnti dei fiumi,

che secondo il percorso scompaiono sottoterra

o arrivano al mare e, raccolti in quella più ampia distesa,

invece che sugli argini, s'infrangono sulle scogliere.

E al suo comando si stesero campi, s'incisero valli,

fronde coprirono i boschi, sorsero montagne rocciose.

Così come il cielo è diviso in due zone a sinistra

e altrettante a destra, con una più torrida al centro,

la divinità ne distinse la materia interna

in modo uguale e sulla terra sono impresse fasce identiche.

Quella mediana è inabitabile per la calura;

due oppresse dalla neve; e altrettante ne collocò in mezzo

che rese temperate mescolando fuoco e gelo.

Su tutte incombe l'aria, che è più pesante del fuoco

quanto più leggera è l'acqua del suolo.

Lì comandò che si raccogliessero nebbie e nuvole,

e ancora i tuoni che avrebbero poi turbato i nostri cuori,

e i venti che con i fulmini scatenano lampi.

Ma neppure a questi lasciò in balia l'aria

l'architetto del mondo: ancora oggi, benché le sue raffiche

ciascuno diriga in senso diverso, poco manca

che dilanino il mondo, tanta è la discordia tra fratelli.

Verso aurora si ritirò Euro, nel regno di Persiani

e Nabatei, tra le montagne esposte ai raggi del mattino;

in occidente, sulle coste intiepidite

dal sole della sera sta Zefiro; l'agghiacciante Borea

invase Scizia e settentrione; all'opposto le terre

sono sempre umide di nubi per le piogge dell'Austro.

E su tutto l'architetto pose l'etere limpido

e leggero, che nulla ha della feccia terrena.

Le cose aveva così appena spartito in confini esatti,

che le stelle, sepolte a lungo in tenebre profonde,

cominciarono a scintillare in tutto il cielo;

e perché non ci fosse luogo privo d'esseri animati,

astri e forme divine invasero le distese celesti,

le onde ospitarono senza remore il guizzare dei pesci,

la terra accolse le belve, l'aria mutevole gli uccelli.

Ma ancora mancava l'essere più nobile che, dotato

d'intelletto più alto, sapesse dominare sugli altri.

Nacque l'uomo, fatto con seme divino da quell'artefice

del creato, principio di un mondo migliore,

o plasmato dal figlio di Giàpeto, a immagine di dei

che tutto reggono, impastando con acqua piovana

la terra recente che, appena separata dalle vette

dell'etere, ancora del cielo serbava il seme nativo;

e mentre gli altri animali curvi guardano il suolo,

all'uomo diede viso al vento e ordinò che vedesse

il cielo, che fissasse, eretto, il firmamento.

Così quella terra che sino allora era grezza e informe,

mutò e assunse l'ignorata figura dell'uomo.

Per prima fiorì l'età dell'oro, che senza giustizieri

o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine.

Non v'era timore di pene, né incise nel bronzo

si leggevano minacce, o in ginocchio la gente temeva

i verdetti di un giudice, sicura e libera com'era.

Reciso dai suoi monti, nell'onda limpida il pino

ancora non s'era immerso per scoprire terre straniere

e i mortali non conoscevano lidi se non i propri.

Ancora non cingevano le città fossati scoscesi,

non v'erano trombe dritte, corni curvi di bronzo,

né elmi o spade: senza bisogno di eserciti,

la gente viveva tranquilla in braccio all'ozio.

Libera, non toccata dal rastrello, non solcata

dall'aratro, la terra produceva ogni cosa da sé

e gli uomini, appagati dei cibi nati spontaneamente,

raccoglievano corbezzoli, fragole di monte,

corniole, more nascoste tra le spine dei rovi

e ghiande cadute dall'albero arioso di Giove.

Era primavera eterna: con soffi tiepidi gli Zefiri

accarezzavano tranquilli i fiori nati senza seme,

e subito la terra non arata produceva frutti,

i campi inesausti biondeggiavano di spighe mature;

e fiumi di latte, fiumi di nettare scorrevano,

mentre dai lecci verdi stillava il miele dorato.

Quando Saturno fu cacciato nelle tenebre del Tartaro

e cadde sotto Giove il mondo, subentrò l'età d'argento,

peggiore dell'aurea, ma più preziosa di quella fulva del bronzo.

Giove ridusse l'antica durata della primavera

e divise l'anno in quattro stagioni: l'inverno, l'estate,

un autunno variabile e una breve primavera.

Allora per la prima volta l'aria si fece di fuoco

per l'arsura o si rapprese in ghiaccio per i morsi del vento;

per la prima volta servirono case, e furono grotte,

arbusti fitti, verghe legate insieme da fibre;

allora in lunghi solchi si seminarono i cereali

e sotto il peso del giogo gemettero i giovenchi.

Terza a questa seguì l'età del bronzo: d'indole

più crudele e più proclive all'orrore delle armi,

ma non scellerata. L'ultima fu quella ingrata del ferro.

E subito, in quest'epoca di natura peggiore, irruppe

ogni empietà; si persero lealtà, sincerità e pudore,

e al posto loro prevalsero frodi e inganni,

insidie, violenza e smania infame di possedere.

Senza conoscerli bene, il marinaio diede le vele

ai venti, e le carene, che un tempo stavano in cima ai monti,

si misero a battere flutti sconosciuti.

Sulla terra, comune a tutti prima, come la luce del sole

o l'aria, il contadino tracciò con cura lunghi confini.

E non si pretese solo che questa, nella sua ricchezza,

desse messi e alimenti, ma si penetrò nelle sue viscere

a scavare i tesori che nasconde vicino alle ombre

dello Stige e che sono stimolo ai delitti.

Così fu estratto il ferro nocivo e più nocivo ancora

l'oro: e comparve la guerra, che si combatte con entrambi

e scaglia armi di schianto con mani insanguinate.

Si vive di rapina: l'ospite è alla mercé di chi l'ospita,

il suocero del genero, e concordia tra fratelli è rara.

Trama l'uomo la morte della moglie e lei quella del coniuge;

terribili matrigne mestano veleni lividi;

il figlio scruta anzitempo gli anni del padre.

Vinta giace la pietà, e la vergine Astrea,

ultima degli dei, lascia la terra madida di sangue.

Né più sicuro della terra sarebbe stato l'etere al vertice:

si narra che i Giganti, aspirando al regno celeste,

ammassassero i monti gli uni sugli altri fino alle stelle.

Scagliando i suoi fulmini allora squarciò il padre onnipotente

l'Olimpo e giù dall'Ossa rovesciò il Pelio.

Quando quei corpi orrendi giacquero travolti dal loro edificio,

dicono che la Terra s'inzuppasse del fiume di sangue

sparso dai figli e che ancora caldo lo rianimasse;

poi, perché non sparisse ogni traccia della sua stirpe,

a quello diede aspetto umano. Ma anche questa prole

fu spregiatrice dei numi, assetata con furia di stragi

e violenta: nata dal sangue, questo avresti detto.

Quando dall'alto vide questo, il figlio di Saturno

mandò un gemito e ripensando al mostruoso banchetto

di Licàone, ancora sconosciuto perché troppo recente,

arse in cuore d'ira senza fine e in tutto degna di Giove,

e convocò un concilio: all'invito non fu frapposto indugio.

C'è in alto nel cielo una via, che si vede quand'è sereno:

Lattea ha nome ed è nota proprio per il suo candore.

Questa è la strada dei numi per la dimora di Giove tonante,

per la sua reggia. A destra e a sinistra, con gli stipiti aperti,

sono gli atri affollati dalla nobiltà divina;

gli dei inferiori abitano sparsi altrove, quelli più illustri

e potenti hanno invece qui, sul davanti, dimora.

Se audacia è permessa alle mie parole, oserei dire

che questo luogo è il Palatino del cielo infinito.

Quando infine gli dei si furono assisi fra i marmi dell'interno,

Giove, eccelso su tutti, appoggiandosi allo scettro d'avorio,

più volte scosse con gesto terrificante

la sua chioma e fece tremare la terra, il mare e le stelle;

poi schiuse le labbra indignate con queste parole:

«Mai più in ansia fui per il dominio del mondo,

neppure quando il mostro dai piedi di serpe s'apprestava

a scagliare le sue cento braccia per conquistare il cielo.

Per quanto feroce fosse il nemico, allora

all'origine di quella guerra era un gruppo solo.

Ma ora sulla terra, dove tutt'intorno risuona il mare,

devo distruggere la razza umana. Sui fiumi infernali,

che scorrono sotterra nei boschi dello Stige, lo giuro:

tutto è stato tentato, ma questa piaga incurabile

dev'essere recisa a spada, perché non guasti la parte sana.

Abbiamo semidei, divinità campestri, Ninfe,

Fauni, Satiri e Silvani dei monti: visto

che ancora degni non ci sembrano degli onori del cielo,

concediamogli almeno di abitare la terra a loro assegnata.

Ma voi, numi, credete che possano vivere sicuri,

dopo le insidie che quel sanguinario Licàone ha tramato

contro di me, che voi e il fulmine tengo in potere?».

Un fremito li colse e ardendo di sdegno tutti pretesero

che si punisse il temerario. Così quando un'empia schiera

infierì per estinguere il nome di Roma nel sangue di Cesare,

il genere umano sbigottì di fronte al terrore incontrollabile

dell'improvvisa sciagura e inorridì il mondo intero:

e la devozione dei tuoi, Augusto, non ti fu meno gradita

di quella degli dei a Giove, che con la voce e col gesto

sedò il tumulto, imponendo a tutti il silenzio.

Poi, quando con autorità ebbe allontanato e represso

il clamore, ruppe il silenzio e riprese a parlare:

«Egli per verità ne ha pagato il fio, non temete;

comunque vi dirò che ha fatto e quale sia il castigo.

Mi era giunta all'orecchio l'infamia di questo tempo;

sperando che non fosse vero, scendo dalla cima dell'Olimpo

e sotto spoglie umane io Giove percorro la terra.

Lungo sarebbe elencare tutti i misfatti che trovai

disseminati: nulla il sospetto in confronto al vero.

Passato il Mènalo spaventoso per i covi delle sue belve,

il Cillene e le pinete del gelido Liceo,

arrivo, quando il crepuscolo annuncia ormai la notte,

dove ha sede l'inospitale dimora del tiranno di Arcadia.

Feci intendere che era giunto un dio, e il popolo

si mise a pregare: Licàone prima si fa beffe dei devoti,

poi dice: "Voglio accertare, con prova lampante, che questo dio

non sia un mortale; e il vero sarà indubitabile".

Di notte, immerso nel sonno, m'avrebbe ucciso a tradimento:

questa era la prova della verità che intendeva.

Non contento, sgozza col pugnale un ostaggio

inviatogli dalla gente di Molossia,

e quelle membra ancora palpitanti nell'acqua bollente

parte le lessa e parte le arrostisce al fuoco.

Non ha il tempo d'imbandirmele, che con la fiamma vendicatrice

su sé stessa io faccio crollare quella casa degna del padrone.

Atterrito fugge e raggiunta la campagna silenziosa

lancia ululati, tentando di parlare. La rabbia

gli sale al volto dal profondo e assetato come sempre di sangue

si rivolge contro le greggi e tuttora gode del sangue.

Le vesti si trasformano in pelo, le braccia in zampe:

ed è lupo, ma della forma antica serba tracce.

La canizie è la stessa, uguale la furia del volto,

uguale il lampo degli occhi e l'espressione feroce.

Una casa è crollata, ma non solo una meritava

la distruzione: dovunque è terra, selvaggia v'impera l'Erinni.

Una congiura del crimine, la diresti; e allora ognuno

paghi all'istante la pena che merita: così è deciso!».

A viva voce una parte approva le parole di Giove,

aizzando la sua ira; un'altra si limita ad assentire.

Ma la distruzione del genere umano addolora tutti,

e tutti si chiedono che aspetto avrà in futuro la terra

senza i mortali, chi offrirà incenso agli altari,

e se lui pensi di lasciare il mondo in balia delle fiere.

Questo chiedono, ma il loro sovrano li convince a non temere

(penserà lui a tutto), promettendo una stirpe diversa

dalla precedente e di origine miracolosa.

Già al punto di scagliare i suoi fulmini su tutta la terra,

il timore lo colse che l'etere sacro potesse incendiarsi

con tutto quel fuoco, e che bruciasse il lungo asse del mondo.

Memore che il destino prediceva un tempo

in cui sarebbe arso il mare, arsa la terra, travolgendo la reggia

del cielo, e l'edificio complesso del mondo avrebbe vacillato,

si deposero le armi fabbricate dalle mani dei Ciclopi

e si decise una pena diversa: annientare il genere umano

nei flutti, rovesciando un diluvio da tutto il cielo.

Senza indugio chiude negli antri di Eolo l'Aquilone

e ogni vento che possa disperdere gli ammassi di nubi;

libera invece Noto, e questo si libra sulle sue ali madide,

col volto terrificante avvolto di caligine nera:

la barba è gravida di gocce, grondano acqua i bianchi capelli,

sulla fronte calano nebbie, gocciolano penne e vesti;

e a un tratto con tutta la mano preme le nubi sospese:

scoppia un fragore, e fitta dal cielo scroscia la pioggia.

Ammantata di vari colori, Iride, messaggera

di Giunone, attinge acqua e le nuvole alimenta:

travolte le messi, il contadino piange le sue speranze

rase al suolo e la frustrante fatica di tutto un anno svanita.

Ma l'ira di Giove non si limita al suo cielo: Nettuno,

l'azzurro suo fratello, gli porta aiuto coi flutti.

Convoca i fiumi ai suoi ordini e quando questi si presentano

alla sua reggia: «Non è tempo di perdersi in lunghe esortazioni»,

dice. «Scatenate le vostre forze: questo è il compito

assegnato. Spalancate le chiuse e, rimossi gli ostacoli,

lanciate le vostre correnti a briglia sciolta».

Così ordina e quelli, al ritorno, sciolgono le sorgenti,

che a corsa sfrenata rovinano giù verso il mare.

Lui, Nettuno, col suo tridente percuote la terra: quella

trema, e le scosse aprono la via all'acqua.

Straripando i fiumi erompono in aperta campagna

e travolgono seminati, piante, greggi, uomini,

tetti e con le immagini sacre i santuari.

Anche se qualche casa rimane, reggendo a tanta furia

senza crollare, l'acqua superandola ne sommerge la cima

e le torri spariscono strette nella morsa dei gorghi.

Ormai non c'è più divario tra mare e terra:

tutto è mare, un mare privo d'approdi.

Uno conquista un colle, l'altro sul banco di un guscio a becco

rema sui luoghi dove prima arava;

quello naviga sui seminati o sul tetto di una villa

sommersa, questo afferra un pesce in cima a un olmo.

A caso l'àncora si pianta nel verde dei prati

oppure la carena sfiora la vigna subito sotto,

e dove prima le snelle caprette brucavano l'erba,

ora col loro corpo informe giacciono le foche.

Con stupore guardano le Nereidi sott'acqua boschi, città

e case, e in mezzo a selve, urtando rami altissimi,

squassando querce a furia di colpi, s'aggirano i delfini.

Nuota tra pecore il lupo, trascina la corrente

leoni e tigri, e a nulla serve la forza fulminea

ai cinghiali, l'agilità delle zampe ai cervi travolti,

e dopo aver cercato a lungo una terra su cui posarsi,

con le ali stremate, smarriti gli uccelli precipitano in mare.

La furia sfrenata del mare ormai ha coperto le alture,

e i flutti, cosa mai vista, si frangono contro i picchi dei monti.

Il più degli uomini è travolto dai marosi e quelli risparmiati

sono vinti, per mancanza di cibo, dal lungo digiuno.

Dalla regione dell'Eta la Focide separa gli Aoni:

terra fertile, finché vi fu terra, ma in quel tempo

tratto di mare, vasta distesa di acque inattese.

Lì un monte si leva in alto con due cime verso le stelle:

di nome Parnaso, le sue vette sovrastano le nuvole.

Fu in questo luogo (l'unico non sommerso) che Deucalione

approdò, portato da una piccola barca, con la sua compagna,

e subito invocarono le ninfe coricie, gli dèi dei monti

e Temi, che predice il destino e che allora lì teneva oracoli.

Mai ci fu uomo migliore di lui e più amante

di giustizia, mai ci fu donna più timorata di lei. E Giove,

quando vide il creato ridotto a un mare d'acque stagnanti

e di tante migliaia d'uomini un solo superstite,

di tante migliaia di donne una sola superstite,

due esseri innocenti, due esseri devoti agli dei,

squarciò le nubi e, dispersi col vento gli uragani,

mostrò di nuovo al cielo la terra e alla terra il cielo.

Cessò la furia del mare e, deposto il suo tridente,

il dio degli oceani rabbonì le acque, chiamò l'azzurro Tritone,

che sporge fuori dai gorghi con le spalle incrostate

di conchiglie, e gli ordinò di soffiare nel suo corno

sonoro, perché a quel segnale rientrassero

flutti e fiumi. E quello prese la sua bùccina cava

e ritorta, che dalla punta si allarga a spirale,

la bùccina che, se le si dà fiato in mezzo al mare,

riempie con la sua voce le coste da levante a ponente.

Anche allora, quando tra la barba madida la portò alla bocca

gocciolante e, soffiando a comando, sonò la ritirata,

l'udirono tutte le acque del mare e della terraferma,

e tutte, udendola, ripresero i loro confini.

Calano i fiumi e rispuntare si vedono i colli,

il mare riacquista un lido e gli alvei raccolgono i torrenti in piena;

emerge la terra, ricresce il suolo col decrescere delle acque,

e dopo giorni e giorni mostrano le loro cime spoglie

i boschi, coi rami ancora avvinti da residui di fango.

Restituita era la terra; ma come la vide deserta

e desolata dal cupo silenzio che incombeva, Deucalione

si volse a Pirra trafitto di pianto. Disse:

«O sorella, o sposa, unica donna rimasta,

che dividi con me la stirpe e l'origine di famiglia,

il giaciglio delle nozze e qui gli stessi timori,

noi due soli siamo tutti gli esseri della terra

che vede l'aurora e il tramonto: il resto è sommerso dal mare.

Né, certo, questa nostra vita puoi dire sicura,

se ancora e sempre quelle nuvole ci opprimono la mente.

Quale sarebbe ora l'animo tuo, se fossi sfuggita

alla morte senza di me? Come potresti sopportare

la paura qui da sola? come consolare il dolore?

E io pure t'avrei seguito, o sposa, se il mare t'avesse

inghiottito, credimi, anche me lo stesso mare avrebbe inghiottito.

Oh se con l'arte paterna potessi ricreare gli uomini

e plasmando la creta infondervi respiro!

Ora in noi soli vive la qualità dei mortali,

questo il volere degli dei, restiamo unici esempi».

Disse, e piangevano. Decisero di invocare la volontà

dei celesti e di chiedere aiuto agli oracoli.

Senza indugio si accostarono insieme alla corrente del Cefiso,

che, pur non ancora limpida, già fluiva nel suo letto.

Attinta un po' d'acqua, la spruzzarono sulle vesti

e sul capo; quindi volsero i passi verso il santuario

della dea, scolorito e deturpato sino in cima

dal muschio e privo di qualsiasi fuoco sugli altari.

Giunti ai gradini del tempio, si prostrarono fianco a fianco

sino a terra, baciarono intimoriti la pietra gelida

e: «Se a preghiere devote», dissero, «le divinità

si rabboniscono, se l'ira degli dei si placa,

rivelaci, o Temi, come si possa rimediare alla rovina

della nostra stirpe e soccorri, tu così mite, il mondo sommerso».

Commossa la dea sentenziò: «Andando via dal tempio

velatevi il capo, slacciatevi le vesti

e alle spalle gettate le ossa della grande madre».

Lungo fu il loro smarrimento, poi Pirra ruppe il silenzio

per prima, rifiutandosi di obbedire a quegli ordini e per sé

invocava, con voce tremante, il perdono divino al timore

di offendere l'ombra di sua madre, disperdendone le ossa.

E continuano a ripetersi dentro le parole oscure,

impenetrabili del responso e a girarvi intorno.

Ma a un tratto il figlio di Promèteo rasserena la sua sposa

con queste parole pacate: «O io m'inganno o giusto

è l'oracolo e non c'induce in sacrilegio.

La grande madre è la terra; per ossa credo intenda

le pietre del suo corpo: queste dobbiamo noi gettarci alle spalle».

La figlia del Titano è scossa dall'intuito del marito,

anche se dubbia è la speranza, tanto incredibile sembra a loro

il consiglio divino. Ma che male s'aveva a tentare?

S'incamminano, velandosi il capo, sciogliendo le vesti,

e ubbidendo, lanciano pietre alle spalle sui loro passi.

E i sassi (chi lo crederebbe se non l'attestasse il tempo antico?)

cominciarono a perdere la loro rigida durezza,

ad ammorbidirsi a poco a poco e, ammorbiditi, a prendere forma.

Poi, quando crebbero e più duttile si fece la natura loro,

fu possibile in questi intravedere forme umane,

ancora imprecise, come se fossero abbozzate

nel marmo, in tutto simili a statue appena iniziate.

E se in loro v'era una parte umida di qualche umore

o di terriccio, fu usata a formare il corpo;

ciò che era solido e rigido fu mutato in ossa;

quelle che erano vene, rimasero con lo stesso nome.

E in breve tempo, per volere degli dei, i sassi

scagliati dalla mano dell'uomo assunsero l'aspetto di uomini,

mentre dai lanci della donna la donna rinacque.

Per questo siamo una razza dura, allenata alle fatiche,

e diamo testimonianza di che origine siamo.

Gli altri animali li generò spontaneamente la terra

nelle forme più varie, quando la vampa del sole prosciugò

gli umori residui. Alla calura si gonfiarono il fango

e la melma dei pantani; crebbero, nutriti dall'energia

del suolo come nel grembo di una madre, i germi fecondi

delle cose e col tempo assunsero l'aspetto loro.

Così, quando il Nilo nelle sue sette foci si ritira

dai campi allagati e riporta le correnti nel letto d'origine,

e quando il limo ancora fresco si secca ai raggi del sole,

i contadini rivoltando le zolle trovano gli animali

più diversi e fra questi ne sorprendono alcuni proprio sul nascere

appena abbozzati, e altri imperfetti o privi

di proporzioni, e a volte in uno stesso corpo

una parte che vive, mentre un'altra è terra grezza.

Questo perché l'umidità e il calore, se fra loro si combinano,

destano vita e dalla loro unione nascono tutte le cose.

E se l'acqua e il fuoco stanno agli antipodi, il vapore umido

crea tutto: l'armonia dei contrasti è impulso a generare.

Quando dunque il suolo, fangoso per il recente diluvio,

si riasciugò al calore benefico dell'astro celeste,

partorì un'infinità di specie, in parte riproducendo

forme note, in parte creando mostri sconosciuti.

E pur non volendolo, generò anche te, Pitone smisurato,

serpente mai visto prima, terrore delle nuove genti,

tanto era lo spazio su cui ti distendevi giù dal monte.

Febo, il dio con l'arco, ma che fino ad allora di quell'arma

s'era servito solo contro camosci e caprioli in fuga,

lo seppellì di frecce e svuotò quasi la faretra per ucciderlo,

facendogli sprizzare veleno dalle nere ferite.

E perché il tempo non potesse annullare la fama dell'impresa,

istituì la celebrazione solenne delle gare

chiamate Pìtiche, dal nome del serpente vinto.

Qui i giovani, che vincevano ai pugni, nella corsa

o col cocchio, venivano incoronati con ghirlande di quercia:

l'alloro non c'era ancora e Febo si cingeva le tempie,

incorniciate da lunghi capelli, con fronde qualsiasi.

Il primo amore di Febo fu Dafne, figlia di Peneo,

e non fu dovuto al caso, ma all'ira implacabile di Cupido.

Ancora insuperbito per aver vinto il serpente, il dio di Delo,

vedendolo che piegava l'arco per tendere la corda:

«Che vuoi fare, fanciullo arrogante, con armi così impegnative?»

gli disse. «Questo è peso che s'addice alle mie spalle,

a me che so assestare colpi infallibili alle fiere e ai nemici,

a me che con un nugolo di frecce ho appena abbattuto Pitone,

infossato col suo ventre gonfio e pestifero per tante miglia.

Tu accontèntati di fomentare con la tua fiaccola,

non so, qualche amore e non arrogarti le mie lodi».

E il figlio di Venere: «Il tuo arco, Febo, tutto trafiggerà,

ma il mio trafigge te, e quanto tutti i viventi a un dio

sono inferiori, tanto minore è la tua gloria alla mia».

Disse, e come un lampo solcò l'aria ad ali battenti,

fermandosi nell'ombra sulla cima del Parnaso,

e dalla faretra estrasse due frecce

d'opposto potere: l'una scaccia, l'altra suscita amore.

La seconda è dorata e la sua punta aguzza sfolgora,

la prima è spuntata e il suo stelo ha l'anima di piombo.

Con questa il dio trafisse la ninfa penea, con l'altra

colpì Apollo trapassandogli le ossa sino al midollo.

Subito lui s'innamora, mentre lei nemmeno il nome d'amore

vuol sentire e, come la vergine Diana, gode nella penombra

dei boschi per le spoglie della selvaggina catturata:

solo una benda raccoglie i suoi capelli scomposti.

Molti la chiedono, ma lei respinge i pretendenti

e, decisa a non subire un marito, vaga nel folto dei boschi

indifferente a cosa siano nozze, amore e amplessi.

Il padre le ripete: «Figliola, mi devi un genero»;

le ripete: «Bambina mia, mi devi dei nipoti»;

ma lei, odiando come una colpa la fiaccola nuziale,

il bel volto soffuso da un rossore di vergogna,

con tenerezza si aggrappa al collo del padre:

«Concedimi, genitore carissimo, ch'io goda», dice,

«di verginità perpetua: a Diana suo padre l'ha concesso».

E in verità lui acconsentirebbe; ma la tua bellezza vieta

che tu rimanga come vorresti, al voto s'oppone il tuo aspetto.

E Febo l'ama; ha visto Dafne e vuole unirsi a lei,

e in ciò che vuole spera, ma i suoi presagi l'ingannano.

Come, mietute le spighe, bruciano in un soffio le stoppie,

come s'incendiano le siepi se per ventura un viandante

accosta troppo una torcia o la getta quando si fa luce,

così il dio prende fuoco, così in tutto il petto

divampa, e con la speranza nutre un impossibile amore.

Contempla i capelli che le scendono scomposti sul collo,

pensa: 'Se poi li pettinasse?'; guarda gli occhi che sfavillano

come stelle; guarda le labbra e mai si stanca

di guardarle; decanta le dita, le mani,

le braccia e la loro pelle in gran parte nuda;

e ciò che è nascosto, l'immagina migliore. Ma lei fugge

più rapida d'un alito di vento e non s'arresta al suo richiamo:

«Ninfa penea, férmati, ti prego: non t'insegue un nemico;

férmati! Così davanti al lupo l'agnella, al leone la cerva,

all'aquila le colombe fuggono in un turbinio d'ali,

così tutte davanti al nemico; ma io t'inseguo per amore!

Ahimè, che tu non cada distesa, che i rovi non ti graffino

le gambe indifese, ch'io non sia causa del tuo male!

Impervi sono i luoghi dove voli: corri più piano, ti prego,

rallenta la tua fuga e anch'io t'inseguirò più piano.

Ma sappi a chi piaci. Non sono un montanaro,

non sono un pastore, io; non faccio la guardia a mandrie e greggi

come uno zotico. Non sai, impudente, non sai

chi fuggi, e per questo fuggi. Io regno sulla terra di Delfi,

di Claro e Tènedo, sulla regale Pàtara.

Giove è mio padre. Io sono colui che rivela futuro, passato

e presente, colui che accorda il canto al suono della cetra.

Infallibile è la mia freccia, ma più infallibile della mia

è stata quella che m'ha ferito il cuore indifeso.

La medicina l'ho inventata io, e in tutto il mondo guaritore

mi chiamano, perché in mano mia è il potere delle erbe.

Ma, ahimè, non c'è erba che guarisca l'amore,

e l'arte che giova a tutti non giova al suo signore!».

Di più avrebbe detto, ma lei continuò a fuggire

impaurita, lasciandolo a metà del discorso.

E sempre bella era: il vento le scopriva il corpo,

spirandole contro gonfiava intorno la sua veste

e con la sua brezza sottile le scompigliava i capelli

rendendola in fuga più leggiadra. Ma il giovane divino

non ha più pazienza di perdersi in lusinghe e, come amore

lo sprona, l'incalza inseguendola di passo in passo.

Come quando un cane di Gallia scorge in campo aperto

una lepre, e scattano l'uno per ghermire, l'altra per salvarsi;

questo, sul punto d'afferrarla e ormai convinto

d'averla presa, che la stringe col muso proteso,

quella che, nell'incertezza d'essere presa, sfugge ai morsi

evitando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla,

un fulmine lui per la voglia, lei per il timore.

Ma lui che l'insegue, con le ali d'amore in aiuto,

corre di più, non dà tregua e incombe alle spalle

della fuggitiva, ansimandole sul collo fra i capelli al vento.

Senza più forze, vinta dalla fatica di quella corsa

allo spasimo, si rivolge alle correnti del Peneo e:

«Aiutami, padre», dice. «Se voi fiumi avete qualche potere,

dissolvi, mutandole, queste mie fattezze per cui troppo piacqui».

Ancora prega, che un torpore profondo pervade le sue membra,

il petto morbido si fascia di fibre sottili,

i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami;

i piedi, così veloci un tempo, s'inchiodano in pigre radici,

il volto svanisce in una chioma: solo il suo splendore conserva.

Anche così Febo l'ama e, poggiata la mano sul tronco,

sente ancora trepidare il petto sotto quella nuova corteccia

e, stringendo fra le braccia i suoi rami come un corpo,

ne bacia il legno, ma quello ai suoi baci ancora si sottrae.

E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia,

sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno,

o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra;

e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante

intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei.

Fedelissimo custode della porta d'Augusto,

starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo.

E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa,

anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».

Qui Febo tacque; e l'alloro annuì con i suoi rami

appena spuntati e agitò la cima, quasi assentisse col capo.

C'è un bosco nell'Emonia, chiuso tutto intorno da gole scoscese:

Tempe è detto; e in mezzo il Peneo, che sgorga alle falde del Pindo,

scorre tumultuoso tra la spuma delle sue onde

e, precipitando a valle, solleva nebbie in vortici

di pulviscolo leggero, che come pioggia irrora

la cima degli alberi, e con gli scrosci assorda all'infinito.

Questa è la dimora, la sede, il sacrario del grande fiume;

qui, assiso in un antro scavato nella roccia,

governa le sue acque e le ninfe che in quelle vivono.

Ed ecco che, incerti se congratularsi con lui o consolare

un padre, qui si riuniscono per primi i fiumi della regione:

lo Sperchìo lussureggiante di pioppi, l'Enìpeo irrequieto,

il vecchio Apìdano, il mite Anfriso e l'Eante;

e poi gli altri fiumi che, dove il loro impeto li spinge,

portano sino al mare le correnti stanche di tanto vagare.

Soltanto l'Ínaco mancava: nascosto in fondo al suo antro

ingrossava le sue acque col pianto, affliggendosi disperato

per la scomparsa della figlia Io: non sa se viva ancora

o sia fra le ombre, ma non trovandola in nessun luogo

pensa che non sia più e in cuor suo teme il peggio.

Mentre tornava dal fiume paterno, l'aveva intravista Giove,

che le disse: «O vergine degna di Giove e che beato farai

lo sconosciuto che ti sposerà, ritìrati nell'ombra

di quei boschi profondi» (e l'ombra di quei boschi le indicava),

«ora che fa così caldo e più alto è il sole in mezzo al cielo.

E non temere di addentrarti sola fra covi di belve,

cammina tranquilla nel cuore del bosco: un dio ti protegge,

e non un dio qualunque, ma io, io che con mano potente

reggo lo scettro del cielo e scaglio fulmini in ogni luogo.

No, non fuggirmi!». Ma lei fuggiva; e già i pascoli di Lerna,

le piantagioni del Lirceo s'era ormai lasciata alle spalle,

quando il dio, nascosto un lungo tratto di terra con una distesa

di nebbia, fermò la sua fuga e le rapì l'onore.

Gettò in quel punto Giunone lo sguardo al centro dell'Argòlide

e, stupita che sotto un cielo terso folate di nebbia

avessero fatto notte, capì che non erano nebbie

di fiume o nate dall'umidità del suolo;

e, ben conoscendo le infedeltà del marito, sorpreso

tante volte in flagrante, si volse intorno a guardare dove fosse.

Poiché non lo trovò in cielo: «O m'inganno

o io sono tradita», disse e, precipitandosi giù dall'etere,

si posò sulla terra ordinando alle nebbie di dissolversi.

Ma Giove, prevedendo l'arrivo della moglie, aveva mutato

la figlia di Ínaco nelle forme terse d'una giovenca.

E anche così è bella. La figlia di Saturno, sia pure a stento,

ne ammira l'aspetto e, fingendo d'esserne all'oscuro,

chiede di chi sia, da dove venga e a quale armento appartenga.

Giove favoleggia che è nata dalla terra, perché smetta

d'indagarne l'origine, e lei gliela chiede in dono.

Che fare? Cedere l'amata sarebbe stato crudele,

non farlo sospetto; da un lato il panico lo sprona,

dall'altro lo trattiene amore. E quasi avrebbe vinto questo,

se negare a lei, moglie e sorella, il dono banale di una vacca,

non avesse rischiato di farle capire che vacca non era.

Ma anche avuta in dono la rivale, la dea non smise di temere

e, diffidando di Giove, paventò che gliela rubasse,

finché non l'ebbe data in custodia ad Argo, il figlio di Arèstore.

Cento occhi aveva Argo tutt'intorno al suo capo:

due alla volta riposavano a turno,

mentre gli altri stavano svegli, montando la guardia.

In qualunque modo si sistemasse, sorvegliava Io;

anche di spalle l'aveva davanti agli occhi.

Di giorno lascia che pascoli; quando il sole scende sottoterra,

la rinchiude, cingendole a disdoro il collo con una catena.

Di fronde d'alberi e di erba amara si nutre l'infelice,

e invece che in un letto si corica sulla terra priva a volte

anche d'una coltre erbosa, e s'abbevera in fiumi fangosi.

E se voleva tendere le braccia ad Argo

per supplicarlo, braccia non possedeva da tendergli;

se tentava di lamentarsi dalla bocca uscivano muggiti

e a quel suono rabbrividiva atterrita dalla sua stessa voce.

Giunse anche alle rive dell'Ínaco, dove un tempo giocava,

e come vide nell'acqua il suo muso e quelle strane corna,

fu presa da un brivido e si ritrasse sbigottita.

Le Naiadi e Ínaco stesso ignorano chi sia;

e lei segue il padre, segue le sue sorelle,

permette che la tocchino, si offre al loro stupore.

Il vecchio Ínaco, colta dell'erba, gliela porge:

lei gli lecca le mani, ne bacia le palme,

e non trattiene le lacrime: se potesse articolare verbo

avrebbe invocato aiuto, rivelato il nome e le sue disgrazie.

Ma in luogo di parole, furono i segni, tracciati nella sabbia

col piede, a chiarire la triste causa della metamorfosi.

«Ahimè infelice» esclama Ínaco, stringendo corna e collo

di quella giovenca bianca come neve che si lamenta.

«Ahimè infelice» ripete. «Tu, la mia figliola, tu, che ho cercato

in ogni angolo della terra? Minor dolore m'avresti dato

se non t'avessi ritrovata! Muta, non rispondi nulla

a ciò che dico, solo sospiri profondi esali dal tuo petto

e alle mie parole muggisci, è l'unica cosa che puoi.

Ed io che ignaro ti preparavo talamo e fiaccole nuziali,

con la speranza di avere prima un genero e poi nipoti:

ora dal gregge avrai il compagno, dal gregge tuo figlio.

Né posso troncare con la morte questo immenso dolore:

essere un dio è la condanna, quella porta mi è preclusa

e così senza fine continuerà in eterno il mio strazio!»

Mentre così si lamenta, Argo costellato d'occhi lo scaccia

e, strappata la figlia al padre, verso pascoli isolati

la sospinge; poi, salito in vetta a un monte che domina lontano,

di lassù scruta seduto in ogni luogo possibile.

Ma il re degli dei non può più tollerare che la sorella

di Foroneo soffra tanto, e chiama il figlio che gli fu partorito

dalla Pleiade luminosa, ordinandogli di uccidere Argo.

Un attimo e quello ha già le ali ai piedi, stretta in mano

la verga magica che infonde il sonno e sui capelli il copricapo;

così bardato il figlio di Giove balza dalla rocca paterna

giù sulla terra. Lì si toglie il copricapo

e depone le ali, solo la verga conserva,

e con questa, come un pastore, spinge per campagne fuori mano

caprette rubate passando e sulle canne intona una canzone.

Argo, il custode di Giunone, affascinato da quei suoni insoliti:

«Chiunque tu sia,» dice, «potresti sedere con me su questa roccia:

in nessun altro luogo c'è per le tue bestie più abbondanza

d'erbe e, come vedi, anche l'ombra ideale per un pastore».

Il nipote di Atlante si siede e, chiacchierando continuamente,

lo intrattiene lungo il giorno e, suonando canzoni sulla zampogna,

cerca di assopire quegli occhi sempre all'erta.

Ma quello si sforza di resistere al languore del sonno

e, per quanto il sopore avvolga una parte degli occhi,

l'altra continua a vegliare; ed anzi, visto che la zampogna

era invenzione recente, chiede come ciò sia avvenuto.

E allora Mercurio: «Sui monti gelidi dell'Arcadia,» risponde,

«tra le amadriadi di Nonacre, c'era famosissima

una Naiade, che le compagne chiamavano Siringa.

Non una volta sola aveva eluso le insidie dei Satiri

e di tutti gli altri dei che vivono nell'ombra dei boschi

o nel rigoglio dei campi: venerava la dea di Ortigia

votandosi alla castità. E appunto come Diana si vestiva,

tanto da trarre in inganno e scambiarla per la figlia di Latona,

se questa non avesse avuto un arco d'oro e lei di corno.

Malgrado ciò traeva in inganno. Pan che, mentre tornava

dal colle Liceo, la vide, col capo cinto d'aculei di pino,

le disse queste parole...». E non restava che riferirle:

come la ninfa, sorda alle preghiere, fuggisse per luoghi impervi,

finché non giunse alle correnti tranquille del sabbioso Ladone;

come qui, impedendole il fiume di correre oltre,

invocasse le sorelle dell'acqua di mutarle forma;

come Pan, quando credeva d'aver ghermito ormai Siringa,

stringesse, in luogo del suo corpo, un ciuffo di canne palustri

e si sciogliesse in sospiri: allora il vento, vibrando nelle canne,

produsse un suono delicato, simile a un lamento

e il dio incantato dalla dolcezza tutta nuova di quella musica:

«Così, così continuerò a parlarti», disse

e, saldate fra loro con la cera alcune canne diseguali,

mantenne allo strumento il nome della sua fanciulla.

Questo stava dicendo il dio di Cillene, quando s'accorse

che tutti gli occhi, lo sguardo velato di sonno, s'erano chiusi.

Subito tronca il racconto e, accarezzando con la sua verga magica

le palpebre illanguidite, ne assicura il sopore;

poi di furia, mentre vacilla, lo colpisce con la spada a falce

dove il capo s'unisce al collo e in un lago di sangue,

che imbratta i dirupi del monte, lo sbalza giù dal macigno.

O Argo, tu giaci: quella luce che possedevi in tante pupille,

è spenta; una tenebra sola grava sui tuoi cento occhi.

Li raccoglie la dea Saturnia e li fissa alle penne dell'uccello

che le è sacro, costellandogli la coda di gemme.

Poi, prendendo fuoco, scatena la sua ira

facendo apparire allo sguardo e alla mente della rivale argolica

l'orribile Erinni, ficcandole in petto un pungolo occulto

e facendola fuggire per tutta la terra in preda al terrore.

E non restavi che tu, Nilo, a quella corsa senza fine:

non appena vi giunse, protendendo indietro il collo,

si buttò in ginocchio sul margine di quella riva

e levando, come solo poteva, lo sguardo alle stelle,

con gemiti, lacrime e muggiti angosciosi

parve dolersi con Giove e supplicare la fine dei suoi mali.

Giove allora getta le braccia al collo della moglie

e la prega di por termine al castigo. «In futuro,

non temere,» le dice, «mai più ti darà motivo di dolore»

e chiama a testimone la palude dello Stige.

Come la dea si placa, Io riprende l'aspetto di un tempo

e torna com'era prima: spariscono le setole dal corpo,

rientrano le corna, si restringono le orbite degli occhi,

s'accorcia il muso, riappaiono braccia e mani,

e nel disfarsi lo zoccolo si apre in cinque dita.

Nulla sopravvive in lei della giovenca, tranne il candore;

felice d'usarne due soli, la ninfa si leva in piedi

ed esita a parlare per timore di muggire

come prima e con cautela ritenta l'idioma perduto.

Ora è una dea famosa, venerata da folle avvolte di lino.

Da lei si crede che, fecondata dal grande Giove,

sia nato Èpafo, che in diverse città ha santuari

insieme alla madre. Pari a lui per fierezza ed anni era Fetonte,

il figlio del Sole; e un giorno che questi, orgoglioso d'avere Febo

come padre, si vantava d'essergli superiore,

il nipote d'Inaco non lo tollerò: «Sciocco,» gli disse, «in tutto

tu credi a tua madre e vai superbo di un padre immaginario».

Avvampò Fetonte, e pieno di vergogna represse l'ira,

riferendo alla madre, Clìmene, quella calunnia; disse:

«E a tuo maggior dolore, madre mia, io che sono così impulsivo,

così fiero, m'imposi di tacere: non sopporto che qualcuno

abbia potuto insultarmi così, senza che potessi ribattere!

Ma tu, se è vero che discendo da stirpe celeste,

dammi prova di questi natali illustri e rivendicami al cielo».

Disse e intorno al collo della madre cinse le braccia,

scongiurandola, per il suo e il capo di Mèrope, per le nozze

delle sorelle, di dargli testimonianza del suo vero padre.

Non si sa se spinta dalle preghiere di Fetonte o più dall'ira

per l'accusa rivoltale, Clìmene levò al cielo

entrambe le braccia e fissando la luce del Sole:

«Per questo fulgore splendido di raggi abbaglianti,» disse,

«che ci vede e ci ascolta, io ti giuro, figliolo,

che tu sei nato da questo Sole che contempli e che regola

la vita in terra. Se ciò che dico è menzogna, mai più mi consenta

di guardarlo e sia questa luce l'ultima per i miei occhi!

Del resto non ti sarà fatica trovare la casa paterna:

la terra in cui risiede confina con la nostra, là dove sorge.

Se questo hai in animo, va' e chiedi a lui stesso».

Balza lieto Fetonte alle parole della madre

e, tutto preso dall'idea del cielo, lascia

la terra dei suoi Etiopi, attraversa l'India che si stende

sotto la vampa del sole, e di slancio arriva dove sorge il padre.

LIBRO SECONDO

 

 

Alta si ergeva la reggia del Sole su immense colonne,

tutta bagliori d'oro e fiammate di rame;

lucido avorio rivestiva la cuspide del frontone

e i battenti della porta emanavano riflessi argentei.

E qui l'arte eclissava la materia, perché il dio del fuoco

vi aveva cesellato i mari che circondano la terra,

l'universo intero e il cielo che lo sovrasta.

Tra i flutti emergono gli dei del mare, Tritone che suona,

l'ambiguo Pròteo, Egèone che con le sue braccia

imbriglia dorsi enormi di balene,

e Dòride con le sue figlie, alcune mentre nuotano,

altre sedute su scogli ad asciugarsi i verdi capelli,

qualcuna in groppa a un pesce: non hanno tutte lo stesso viso,

ma nemmeno diverso, come s'addice a sorelle.

Sulla terra vi sono uomini, città, boschi e animali,

fiumi, ninfe e le altre divinità della campagna.

Sopra è raffigurato il cielo che brilla di luci:

sei costellazioni sul battente destro, sei sul sinistro.

Quando per un erto sentiero qui giunse il figlio di Clìmene,

appena entrato nella dimora del padre putativo,

subito si diresse al suo cospetto, ma fermandosi

a una certa distanza: più vicino non ne avrebbe sostenuto

il fulgore. Avvolto in un manto purpureo, Febo sedeva

su un trono tutto sfolgorante di smeraldi luminosi:

ai suoi lati stavano il Giorno, il Mese e l'Anno,

i Secoli e le Ore disposte a uguale distanza fra loro;

e stava la Primavera incoronata di fiori,

stava l'Estate, nuda, che portava ghirlande di spighe,

stava l'Autunno imbrattato di mosto

e l'Inverno gelido con i bianchi capelli increspati.

Al centro, con quegli occhi che scorgono tutto, il Sole

vide il giovane sbigottito dalla meraviglia e:

«Perché sei venuto?» gli disse. «Cosa cerchi in questa rocca,

Fetonte, figliolo mio che mai potrei rinnegare?».

E quello: «O luce, che a tutto l'universo appartieni,

Febo, padre mio, se mi concedi d'usare questo nome

e se Clìmene non cela una colpa sotto falsa effigie,

dammi testimonianza, genitore, che mi rassicuri

d'essere tuo figlio, e strappami questa incertezza dal cuore».

A queste parole il genitore depose i raggi

che gli sfolgoravano intorno al capo, l'invitò ad avvicinarsi

e abbracciandolo gli disse: «Non c'è ragione per negare

che tu sia mio e che il vero riferì Clìmene sulla tua nascita.

E perché tu non abbia dubbi, chiedimi quello che vuoi:

da me, da me l'avrai; e alla mia promessa sia testimone

quella palude misteriosa su cui giurano gli dei».

Non appena tacque, il figlio gli chiese il cocchio, col permesso

di guidare per tutto un giorno i cavalli dai piedi alati.

Si pentì il padre suo di aver giurato, e scuotendo più volte

il capo luminoso, esclamò: «Folle fu la mia proposta,

se questo hai in mente. Oh, fosse lecito eludere le promesse!

Credi, figliolo, questa è l'unica cosa che vorrei rifiutarti.

Ma dissuadere è permesso: colma di rischi è la tua richiesta.

Un'enormità chiedi, Fetonte, un dono che non s'addice

né alle tue forze né ai tuoi anni in fiore. Il tuo destino

è d'essere mortale, e non da mortale è ciò che desideri.

Senza saperlo pretendi più di quanto sia lecito

concedere ai celesti. Presuma ognuno ciò che gli piace,

ma nessuno, tranne me, saprebbe reggersi su quel carro

di fuoco. Neppure il signore dell'immenso Olimpo,

che con mano tremenda scaglia micidiali folgori,

saprebbe guidare quel cocchio. E chi c'è più grande di Giove?

Ripida all'inizio è la via, tanto che a fatica s'inerpicano

i cavalli freschi al mattino; a metà altissima è nel cielo

e molte volte io stesso mi spavento a guardare di lassù

il mare e la terra, col cuore che batte di paura e sgomento;

l'ultimo tratto è una china a strapiombo, che richiede mano ferma:

allora perfino Teti, che mi accoglie in fondo alle onde,

teme sempre ch'io possa a picco giù precipitare.

Aggiungi poi che senza sosta il cielo ruota vorticosamente,

trascinando con sé, strette in orbite veloci, le stelle.

Io lo fronteggio, senza che il suo impeto, come in genere accade,

mi travolga, e corro in senso contrario alla corrente del suo moto.

Immagina di avere il cocchio: che farai? saprai opporti

al rotare dei poli, senza che il flusso del cielo ti sommerga?

Pensi forse che lì ci siano boschi sacri,

città di dei o sacrari ricchi di offerte?

Attraverso insidie e visioni di mostri avviene il tuo viaggio,

e per quanto tu segua la via giusta senza mai sbagliare,

dovrai pure avventurarti tra le corna del Toro che hai di fronte,

contro l'arciere di Emonia, tra le fauci violente del Leone,

contro lo Scorpione che inarca in un gran cerchio le sue chele

velenose e il Cancro che in altra direzione le richiude.

Facile non ti sarà reggere cavalli

così focosi per le fiamme che hanno in petto

e spirano da bocca e froge: a stento obbediscono a me,

quando esplode il loro istinto e il collo si ribella alle briglie.

Attento dunque, che non sia io, figliolo, il colpevole di un dono

così funesto e, finché siamo in tempo, muta il tuo proposito.

Chiedi una prova certa che ti convinca d'essere nato

dal mio sangue? Io te la do col mio timore:

lo sgomento di un padre attesta che lo sono. Guarda, guarda

il mio volto: potessi figgermi gli occhi nel cuore

e cogliervi tutta l'ansia che solo un padre ha in petto!

Forza, guarda intorno di quante cose è ricco l'universo,

e di tanti e così grandi beni di cielo, terra e mare

chiedi ciò che vuoi: nulla, nulla ti rifiuterò!

Da questo solo ti svio, che in verità ha nome castigo,

non tributo d'affetto: un castigo, Fetonte mio, mi chiedi in dono.

Perché, insensato, mi getti le braccia al collo per blandirmi?

Non dubitare, avrai (l'ho giurato sulla palude stigia)

qualunque cosa desideri, ma esprimi un desiderio più saggio».

Il monito era concluso, ma quello non vuol sentire ragioni

e insiste nel suo proposito, smaniando per la voglia del carro.

E allora il genitore, dopo avere indugiato tutto il possibile,

conduce il giovane al cocchio, sublime dono di Vulcano.

D'oro era l'asse, d'oro il timone, d'oro il cerchione

delle ruote e d'argento la serie dei raggi;

lungo i gioghi, topazi e gemme poste in fila

per il riflesso del Sole emanavano sfavillanti bagliori.

E mentre l'audace Fetonte ammira in tutti i suoi particolari

quell'opera, ecco che all'erta dal lucore di levante

l'Aurora spalanca le sue porte purpuree e l'atrio colmo

di rose: fuggono le stelle, che Lucifero raduna

in schiere, lasciando per ultimo il campo celeste.

Come il Titano lo vide avviarsi verso terra e il mondo tingersi

di rosso, la falce nebulosa della luna quasi svanire,

ordinò alle Ore in attesa di aggiogare i cavalli.

Rapide le dee eseguono l'ordine e dal fondo delle stalle

traggono i destrieri sazi di succo d'ambrosia, che spirano

fuoco, e adattano loro i morsi tintinnanti.

Allora il padre unse il viso del figlio con un unguento magico

rendendolo immune dall'aggressione delle fiamme,

gli pose fra i capelli i raggi e, rinnovando i suoi sospiri

presaghi di sventura, col cuore inquieto gli disse:

«Se almeno riesci a seguire i consigli di tuo padre,

evita la frusta, figliolo, e serviti piuttosto delle briglie.

Già tendono a correre: il difficile è frenare la loro foga.

E non scegliere la via che incrocia tutte le cinque zone:

c'è una pista che con ampia curva si snoda obliquamente

nello spazio limitato di tre zone, senza toccare

né il polo australe, né l'Orsa legata agli Aquiloni;

seguila: vedrai con chiarezza i solchi delle ruote.

E perché il cielo e la terra ricevano il giusto calore, in basso

non spingere il cocchio e non lanciarlo oltre misura nell'etere:

spostandoti troppo in alto bruceresti le dimore celesti,

in basso la terra: a mezza via puoi andartene senza alcun rischio.

Bada poi che sterzando troppo a destra le ruote non ti conducano

nelle spire del Serpente o a sinistra nei recessi dell'Altare:

tienti fra loro. Per tutto il resto m'affido alla Fortuna,

che ti aiuti e pensi a te, spero, meglio di quanto tu sappia fare.

Mentre ti parlo, la notte umida ha raggiunto la meta posta

sulle coste di Esperia. Non ci sono concessi indugi:

siamo attesi; disperse le tenebre, l'Aurora risplende.

Afferra le briglie! Ma se puoi mutare intenzione,

serviti dei miei consigli, non del mio cocchio,

finché lo puoi e ancora qui sei su terreno solido, finché

alla cieca sul carro che purtroppo hai scelto non hai posto piede.

Lascia che sia io a illuminare la terra e tu osserva al sicuro!».

Balza il figlio col suo giovane corpo sul cocchio volante,

ritto in piedi, felice di stringere finalmente nelle mani

le briglie, e di lassù ringrazia il genitore contrariato.

Intanto gli alati cavalli del Sole, Eòo, Pirois, Èton

e Flègon, l'ultimo, riempiono l'aria di nitriti

e di fiamme, scalpitando di fronte alla barriera.

Non appena Teti, che non sa quale destino attenda il nipote,

l'apre, schiudendo a loro gli spazi del cielo immenso,

quelli si lanciano fuori, scalciando le zampe nell'aria

squarciano la cortina di nebbie e sollevandosi sulle ali

superano gli Euri che nascono nelle stesse regioni.

Ma leggero è il carico, non quello che i cavalli del Sole

conoscono, e il giogo manca del piglio solito;

così, come la chiglia delle navi senza la giusta zavorra

ondeggia e per eccessiva leggerezza sbanda sul mare,

il cocchio, privo del peso consueto, sobbalza nell'aria

con scossoni immani, quasi fosse vuoto del tutto.

Appena se ne accorgono, i quattro destrieri si scatenano,

lasciano la pista battuta e più non corrono ordinati.

Lui si spaventa e non sa da che parte tirare le briglie in mano,

non sa dov'è la strada e, se anche lo sapesse, come imporsi a loro.

Per la prima volta allora ai raggi solari arse l'Orsa gelida,

che invano, perché interdetto, tentò d'immergersi nel mare;

e il Serpente, sospeso in prossimità dei ghiacci polari,

che prima intorpidito dal freddo non spaventava alcuno,

s'infiammò e a quel fuoco fu preso da una furia mai vista.

E anche tu, Boote, raccontano che fuggisti sconvolto,

benché fossi lento e impacciato dal tuo carro.

Quando poi dalla vetta del cielo l'infelice Fetonte

si volse a guardare in basso la terra lontana, così lontana,

impallidì, di fulmineo sgomento gli tremarono i ginocchi

e pur fra tanta luce un velo di tenebra gli calò sugli occhi.

Ora mai vorrebbe aver toccato i cavalli di suo padre,

ora si pente d'avere appreso i natali e vinto con le suppliche;

ora figlio di Mèrope vorrebbe che lo dicessero e intanto

è trascinato via, come dalle raffiche di Borea una nave,

che il pilota rinunci a governare rimettendosi agli dei.

Che fare? Alle spalle s'è lasciato buona parte del cielo,

ma più ve n'è davanti. Nella mente misura i due tratti:

ora scruta l'occidente che il destino gli vieta

di raggiungere, ora si volta a guardare l'oriente.

Incapace a decidere, resta di pietra, non lascia le redini

e non ha la forza di tirarle, i nomi stessi ignora dei cavalli.

In più, dispersi nel cielo screziato, in ogni luogo vede

prodigi e, inorridito, fantasmi di animali mostruosi.

V'è un punto dove lo Scorpione incurva le sue chele

in due archi e dalla coda alle branche, strette a fòrcipe,

stende le sue membra nello spazio di due costellazioni.

Quando il ragazzo lo vede che, asperso tutto di nero veleno,

minaccia di colpirlo con la punta dell'aculeo,

sconvolto dal gelo del terrore lascia andare le briglie;

e appena queste, allentandosi, sfiorano la loro groppa,

i cavalli smarriscono la strada e senza freno alcuno vagano

per l'aria di regioni ignote e, dove li spinge la foga,

lì in disordine rovinano, cozzano contro le stelle infisse

nella volta del cielo, trascinando il carro in zone inesplorate.

Ora balzano in alto, ora si gettano giù a capofitto

per sentieri scoscesi in spazi troppo vicini alla terra.

Con stupore la Luna guarda i cavalli del fratello passare

sotto i suoi e le nuvole che fumano combuste.

Nei punti più alti la terra è ghermita dal fuoco,

si screpola in fenditure e, seccandosi gli umori, inaridisce;

si sbiancano i pascoli, con tutte le fronde bruciano le piante

e le messi riarse danno esca alla propria rovina.

Di inezie mi dolgo: con le loro mura crollano città immense

e gli incendi riducono in cenere coi loro abitanti

regioni intere. Bruciano coi monti i boschi,

bruciano l'Ato, il Tauro di Cilicia, il Tmolo, l'Eta

e l'Ida, un tempo zampillante di sorgenti e ora inaridito,

l'Elicona delle Muse e l'Emo, prima che vi regnasse Eagro;

bruciano l'Etna, fuoco su fuoco, in un rogo immenso,

i due gioghi del Parnaso, l'Èrice, il Cinto, l'Otri

e il Ròdope, finalmente sgombro di neve, il Dìndimo,

il Mimante, il Mìcale e il Citerone, destinato ai riti sacri.

Nemmeno i suoi ghiacci salvano la Scizia: il Caucaso brucia

con l'Ossa, il Pindo e l'Olimpo che entrambi li sovrasta,

le Alpi che si confondono col cielo e l'Appennino con le nubi.

E così, dovunque guardi, Fetonte vede

la terra in fiamme e più non resiste a quell'immenso calore:

respira folate infuocate, che sembrano uscire dalla gola

d'una fornace ed avverte il suo cocchio farsi incandescente.

Non riesce più a sopportare le ceneri e le faville

che si sprigionano, un fumo afoso tutto l'avvolge

e, immerso in quella caligine di pece, non sa più dove sia

o dove vada, trascinato com'è in balia dei cavalli alati.

Fu allora, così dicono, che il popolo degli Etiopi divenne,

per l'afflusso del sangue a fior di pelle, nero di colore;

fu allora che la Libia, privata d'ogni umore, divenne

un deserto; fu allora che le ninfe, i capelli al vento, rimpiansero

fonti e laghi: invano la Beozia cerca la fonte Dirce,

Argo Amìmone, Èfire la vena di Pirene.

Neppure i fiumi che hanno avuto in sorte sponde distanti fra loro

si salvano: il Tànai fuma persino al centro della sua corrente,

e così il vecchio Peneo, il Caìco di Teutrante,

il rapido Ismeno, l'Erimanto di re Fegeo

e lo Xanto, destinato a nuove fiamme, il biondo Licorma,

il Meandro che gioca a rendere tortuose le sue acque,

il Mela di Migdonia e l'Eurota di Tènaro.

Arde anche l'Eufrate di Babilonia, arde l'Oronte,

il vorticoso Termodonte, il Gange, il Fasi e l'Istro.

Ribolle l'Alfeo e dello Sperchìo bruciano le rive;

l'oro che il Tago trascina col suo flusso scorre fuso dal fuoco,

mentre gli uccelli acquatici, che riempiono di canti

le sponde di Meonia, avvampano in mezzo al Caìstro.

Fugge atterrito il Nilo ai margini del mondo

e nasconde il capo dove ancora è celato; in polvere si spengono

le sue sette foci: sette alvei senza una goccia d'acqua.

Uguale sorte in Tracia prosciuga l'Ebro e lo Strìmone,

e in Occidente i fiumi Po, Rodano, Reno

e il Tevere a cui fu promesso il dominio del mondo.

In ogni luogo il suolo si spacca e attraverso gli squarci la luce

penetra nel Tartaro, atterrendo con Proserpina il re degli Inferi.

Il mare si contrae e dove c'era l'acqua, ora vi sono

distese d'arida sabbia; e i monti, dissimulati nei fondali,

ora affiorano moltiplicando l'arcipelago delle Cicladi.

Negli abissi si rifugiano i pesci, e i delfini, che per natura

s'inarcano nell'aria, non s'azzardano più a balzare sull'acqua;

corpi esanimi di foche galleggiano riversi

a livello del mare; e si dice che persino Dòride e Nèreo

con le figlie cercassero rifugio nel tepore delle grotte;

tre volte Nettuno, torvo in volto, cercò di sollevare

dall'acqua le braccia e tre volte non resse al fuoco dell'aria.

Alla fine la madre Terra, circondata com'era dal mare,

fra quelle onde e le fonti consunte, che dov'era luogo

cercavano di rintanarsi nelle sue viscere oscure,

riarsa sollevò a fatica il volto sino al collo,

si portò una mano alla fronte e con un gran sussulto,

che fece tremare ogni cosa, si assestò un poco più in basso

di dove è solita stare, e con voce roca disse:

«Se questo è deciso e l'ho meritato, o sommo fra gli dei,

perché ritardano i tuoi fulmini? Se di fuoco devo perire,

del fuoco tuo possa perire: più lieve sarà la mia sventura.

Posso appena aprire la bocca per articolare verbo»

(la soffocava il fumo). «Guarda, guarda i miei capelli in fiamme

e quanta cenere negli occhi, quanta sul mio viso!

Questo il mio premio? così ricompensi la fertilità

e i miei servigi, dopo che sopporto le ferite infertemi

da aratri e rastrelli e per tutto l'anno m'affatico?

dopo che al bestiame procuro fronde, al genere umano alimenti

e frutti teneri, e a voi persino l'incenso?

Ma ammesso ch'io meriti questa fine, che colpa hanno le acque,

che colpa tuo fratello? perché il mare, che gli fu affidato in sorte,

sempre più si contrae e sempre più dal cielo si discosta?

E se non ti commuovi per tuo fratello o per me,

abbi almeno pietà del cielo che è tuo! Guàrdati intorno:

fumano entrambi i poli; e se il fuoco li intaccherà,

le vostre regge crolleranno. Atlante stesso s'affatica al limite

per sostenere sulle spalle l'asse celeste ormai incandescente.

Se scompare il mare, la terra e la reggia del cielo,

nel caos antico ci annulleremo. Salvalo dalle fiamme

quel poco che ancora resta: abbi a cuore l'universo!».

Questo disse la Terra; né più avrebbe potuto

resistere al calore o dire altro: su sé stessa

si ripiegò, negli antri più vicini al regno delle ombre.

Allora il padre onnipotente, chiamati a testimoni gli dei

(e per primo chi ha concesso il carro) che se non fosse intervenuto,

tutto si sarebbe fatalmente estinto, salì in cima alla rocca

da cui suole stendere le nubi sulla crosta terrestre,

da cui fa rimbombare i tuoni e scaglia in un guizzo le folgori.

Ma in quel momento non gli servirono nubi

per coprire la terra, né pioggia che cadesse dal cielo:

tuonò, e librato un fulmine alto sulla destra,

lo lanciò contro l'auriga, sbalzandolo dal cocchio

e dalla vita, e con la furia del fuoco il fuoco represse.

Atterriti s'impennano i cavalli e con un balzo sciolgono

il collo dal giogo, spezzano i finimenti e fuggono.

Qui cadono i morsi, più in là l'asse divelto del timone,

da questa parte i raggi delle ruote fracassate e ciò che resta

del cocchio in frantumi è disseminato in ogni luogo.

Fetonte, con le fiamme che gli divorano i capelli di fuoco,

precipita vorticosamente su sé stesso e lascia nell'aria

una lunga scia, come a volte una stella che sembra

cadere, anche se in verità non cade, dal cielo sereno.

Lontano dalla patria, in un'altra parte del mondo,

l'accoglie l'immenso Erìdano, che gli deterge il viso fumante.

Le Naiadi d'Occidente seppelliscono il corpo incenerito

dal fulmine a tre punte e sulla lapide incidono questi versi:

«Qui giace Fetonte, auriga del cocchio di suo padre;

e se non seppe guidarlo, pure egli cadde in una grande impresa».

Affranto, il padre aveva intanto nascosto il volto contratto

dal dolore e, se dobbiamo crederlo, dicono che tutto un giorno

trascorse senza sole: luce offrivano i bagliori

degli incendi e almeno a questo servì quella catastrofe.

Clìmene invece, dopo aver maledetto tutto ciò che è possibile

in così grande disgrazia, impazzita di dolore,

straziandosi il petto, vagò per tutto l'universo

cercando all'inizio il corpo senza vita, poi le ossa,

e solo queste ritrovò, sepolte in un lido straniero:

si accasciò sul tumulo e inondò di lacrime il nome

che lesse sul marmo, scaldandolo col seno ignudo.

Non minore è il lutto delle Eliadi: pur se vano come tributo,

offrono lacrime alla morte, battendosi il petto con le palme,

e prosternate sul sepolcro, notte e giorno invocano

Fetonte, che d'udire quei tristi lamenti non è certo in grado.

Quattro volte, riunendo le corna, piena era tornata la luna

e quelle, per rito ormai sancito dal tempo,

s'abbandonavano al pianto, quando fra loro Faetusa,

la sorella maggiore, volendo prostrarsi a terra, lamentò

che le si fossero irrigiditi i piedi; premurosa Lampezie

cercò di avvicinarla, ma una radice imprevista la trattenne;

un'altra sul punto di strapparsi i capelli con le mani

divelse delle foglie. Questa si duole che un ceppo

le serri le gambe, quella che le braccia si protendano in rami.

E mentre allibiscono, una corteccia avvolge gli inguini

e a poco a poco fascia il ventre, il petto, le spalle e le mani:

solo la bocca che invoca la madre resta viva in loro.

E che può fare la madre, se non correre qua e là,

dove la trascina l'angoscia, a dispensare baci finché può?

Non basta: tenta di svellere dai tronchi quei corpi,

ma con le mani spezza i rami appena spuntati e da questi

stillano gocce di sangue, come da una ferita.

«Férmati, madre, ti prego,» gridano quelle per la sofferenza,

«férmati, ti prego! Nell'albero si strazia il nostro corpo.

Addio, è la fine...», e la corteccia soffoca le ultime parole.

Ne colano lacrime, ambra che stilla dai nuovi rami

e che, rassodata al sole, dal fiume limpido è raccolta

per essere offerta come ornamento alle donne in fiore del Lazio.

A questo prodigio assistette il figlio di Stènelo, Cicno,

che legato a te, Fetonte, per sangue materno, ancor più

lo era per vincoli d'affetto. Abbandonato il potere

(governava il popolo dei Liguri e le loro grandi città),

stava riempiendo di lamenti le correnti dell'Erìdano,

le sue verdi sponde e le sue selve infittite da quelle sorelle,

quando la voce gli si affievolì, sotto candide piume

scomparvero i capelli, sporgendo dal petto si protese

il collo, una membrana congiunse le dita rossicce, due ali

vestirono i fianchi e un becco smussato sostituì la sua bocca.

E Cicno diventa un insolito uccello che, memore dei fulmini

scagliati con crudeltà da Giove, diffida di lui e del cielo:

cerca gli stagni, i laghi aperti e, detestando il fuoco,

sceglie come dimora i fiumi, che sono l'opposto delle fiamme.

Frattanto il padre di Fetonte, desolato e privo

del suo stesso splendore, come avviene quando lui si eclissa,

ha in odio la luce, sé stesso e il chiarore del giorno,

si abbandona al dolore e a questo aggiunge l'ira,

negando l'ufficio suo al mondo. «Fin dal tempo dei tempi», dice,

«il mio destino è stato senza requie. Basta. Sono stanco

di affannarmi senza fine, senza nessuna ricompensa.

Che sia qualcun altro a guidare il carro che porta la luce!

E se non v'è nessuno o fra gli dei chi ammetta di saperlo fare,

lo guidi lui: così almeno, mentre combatte con le mie redini,

lascerà stare i fulmini che i genitori privano dei figli!

Allora, provata la furia dei cavalli dai piedi di fuoco,

capirà che non meritava la morte chi non seppe guidarli.»

Così dice il Sole, e tutti gli dei gli si stringono intorno,

pregandolo con voce supplichevole di non immergere

il mondo nelle tenebre. Anche Giove si scusa d'aver scagliato

il fulmine e come un despota alle preghiere aggiunge le minacce.

Febo raduna i cavalli infuriati e ancora folli di terrore,

e pieno di dolore li sprona inferocito a colpi di sferza

e inferocito li accusa d'aver causato la morte del figlio.

Allora il padre onnipotente fece il giro delle grandi mura

del cielo, controllando che, minata dalla violenza del fuoco,

nessuna parte rischiasse di crollare. Visto che erano salde

e robuste come si doveva, scrutò la terra e le fatiche

degli uomini. Ma ciò che più gli sta a cuore è l'Arcadia,

la sua Arcadia: le rese le fonti e i fiumi ancora incerti

se scorrere, ridonò l'erba alla terra, le fronde

agli alberi e impose alle foreste devastate di rinverdire.

E mentre va e viene di continuo, è colpito da una vergine

di Nonacre e la passione che concepisce gli divampa in petto.

Ma lei non ambiva cardare e render soffice la lana

o acconciarsi in mille modi i capelli: quando una fibbia la veste

o una benda bianca aveva raccolto i suoi capelli al vento,

quando in mano stringeva una lancia leggera, oppure un arco,

un soldato di Febe, questo era, e più cara a Trivia nessuna

aveva sfiorato il Mènalo. Ma non c'è dote che duri a lungo.

Alto era il sole, ormai giunto oltre la metà del suo cammino,

quando lei entrò in un bosco inviolato dal tempo dei tempi:

qui dalla sua spalla depone la faretra, allenta la tensione

dell'arco, e si sdraia sul tappeto erboso del suolo,

appoggiando il capo reclinato sulla sua faretra dipinta.

Come Giove la vide così stanca e indifesa, si disse:

«Di questa tresca certo mia moglie non saprà nulla,

e anche se venisse a saperla, vale, vale bene una diatriba!».

Subito assume l'aspetto e il portamento di Diana,

dicendo: «O vergine, che compagna mi sei fra le compagne,

su quali monti hai cacciato?». Dal prato balza la fanciulla

e: «Benvenuta, dea,» risponde, «che, se anche mi sente,

per me sei più grande di Giove!». Sorride lui, divertito

nel sentirsi preferito a sé stesso, e la bacia con impeto

sulla bocca, con troppo impeto, come non s'addice a una vergine.

E mentre lei si accinge a raccontare in quale bosco

ha cacciato, la cinge in un amplesso e nel violarla si rivela.

Lei si ribella, sì, per quanto almeno può fare una donna

(o se tu l'avessi vista, Saturnia, saresti più comprensiva!);

si ribella, sì, ma quale fanciulla o chi altro mai

potrebbe vincere il sommo Giove? In cielo ritorna vincitore

Giove, mentre lei ora odia quei boschi e quegli alberi che sanno;

e fuggendo di lì quasi si scorda di raccogliere

la faretra con le sue frecce e l'arco appeso a un ramo.

Ed ecco che mentre, fiera della selvaggina uccisa, s'inoltra

col suo séguito fra i gioghi del Mènalo, la dea di Ditte

la scorge e, riconoscendola, la chiama. Quella al suo nome fugge,

temendo sul momento che in lei si nasconda Giove;

ma poi, quando vede che al suo fianco compaiono le ninfe,

si rende conto che non c'è inganno e si unisce a loro.

Ahimè, com'è difficile non tradire la colpa con lo sguardo!

Leva appena gli occhi da terra; non si pone come un tempo

al fianco della dea; non è più la prima davanti a tutte;

ma tace e arrossendo rivela l'infamia subita.

Se non fosse stata vergine, da mille segni avrebbe potuto

intuirne Diana la colpa; l'intuirono le ninfe, pare.

Per il nono mese rinasceva in cielo la falce della luna,

quando a caccia la dea, spossata dalla vampa del fratello,

trovò un bosco freschissimo, dal quale mormorando,

fra granelli di sabbia impazziti, zampillava a valle un ruscello.

Il posto le piacque, e con la punta del piede saggiò l'acqua;

anche questa le piacque e allora disse: «Qui non ci vede nessuno:

immergiamoci nude in queste limpidi correnti».

La fanciulla di Parrasia arrossì. Tutte si tolgono le vesti:

lei sola prende tempo, ma mentre indugia viene spogliata

e, quando è nuda, il suo corpo mette in luce la colpa.

Smarrita lei si affanna a nascondere il ventre con le mani:

«Via di qui!» le grida Cinzia; «non profanare

questa fonte sacra!» e le impone di abbandonare il suo séguito.

Da tempo la moglie del gran Tonante era al corrente della cosa,

ma aveva rimandato di trarne vendetta alla giusta occasione.

Ormai non c'era più motivo d'attendere: alla rivale

(altro colpo inferto a Giunone) è già nato un bambino: Arcade.

Appena a ciò volse, puntando gli occhi, il cuore esasperato:

«Mancava solo questo, svergognata,» si sfogò,

«che tu restassi incinta, che partorendo rendessi nota a tutti

l'offesa e testimoniassi l'indegna azione del mio Giove!

Non potrai sfuggirmi: ti toglierò questa figura

di cui ti compiaci, sfacciata, e per la quale piaci a mio marito!».

Disse e, affrontandola, l'afferrò davanti per i capelli

e la gettò bocconi a terra. Lei tendeva le braccia implorando:

ma ecco che pian piano le braccia si coprono di peli neri;

le mani si curvano e, crescendo in artigli adunchi,

fungono da piedi; il viso, che aveva un tempo

incantato Giove, si deforma in fauci mostruose.

E perché non piegasse nessuno con suppliche e preghiere,

le è tolto l'uso della parola: dalla sua gola rauca

esce solo un ringhio di rabbia minacciosa, che incute paura.

Anche se mutata in orso, conserva l'anima di un tempo

e, manifestando con gemiti incessanti il suo dolore,

leva al cielo, alle stelle le mani, o quello che sono,

e, costretta a tacere, avverte in sé l'ingratitudine di Giove.

Ah, quante volte, temendo di sostare nel recesso dei boschi,

torna a vagare davanti alla casa e nei campi ch'erano suoi!

Ah, quante volte, inseguita tra le rocce dal latrato dei cani,

fugge atterrita, lei, la cacciatrice, per fobia dei cacciatori!

Se vede una belva, spesso si nasconde scordandosi chi era,

e pur essendo un'orsa, si spaventa se scorge un orso sui monti,

ha terrore dei lupi, sebbene un lupo fosse suo padre.

Ed ecco apparire, sul punto di compiere quindici anni, Arcade,

nipote di Licàone, che nulla sapeva della madre.

Mentre insegue la selvaggina, sceglie gli anfratti più adatti

e circonda con maglie di rete i boschi dell'Erimanto,

s'imbatte in sua madre. Quando lo vede, lei s'arresta

come se lo riconoscesse; ma Arcade, all'oscuro di tutto,

di fronte a quegli occhi che immobili lo fissavano senza sosta,

s'impaurisce e arretra; quando poi lei accenna ad avvicinarsi,

è lì per trafiggerle il petto con un dardo micidiale.

Ma l'Onnipotente l'impedì: rimovendoli entrambi, rimosse

il delitto, e sollevatili in aria con un turbine di vento,

li pose nel cielo facendone due costellazioni contigue.

Scoppiò d'ira Giunone, quando la rivale sfavillò

nel firmamento, e discesa nel mare, s'accostò all'argentea Teti

e al vecchio Oceano, che incutevano rispetto

a tutti gli dei, e quando le chiesero ragione della visita:

«Vi domandate perché io, regina degli dei,» sbottò,

«dalle sedi celesti qui venga? Un'altra sta in cielo al posto mio!

Che io menta, se voi, quando la notte avrà oscurato il mondo,

non vedrete, a mia offesa, stelle appena assunte agli onori

del cielo, nel punto più alto, là, dove l'ultimo cerchio,

il più breve, circonda l'estremità dell'asse celeste.

E chi vi sarà mai che si trattenga dall'offendere Giunone

e tremi d'averla offesa, se premio, io sola, chi vorrei punire?

Oh che gran cosa ho fatto! Che straordinaria autorità è la mia!

Non la volevo più donna: è diventata una dea! Così io infliggo

ai colpevoli le pene, così immenso è il potere mio!

Che le ridoni l'aspetto di un tempo, cancellandole quel muso

di belva, come già fece con Io, la sorella di Foroneo!

E perché mai non ripudia Giunone e non la sposa,

mettendola in camera mia e prendendosi Licàone come suocero?

Ma voi, se avvertite l'affronto subito da chi avete allevato,

respingete dai vostri gorghi azzurri le sette stelle dell'Orsa,

bandite una costellazione accolta in cielo a prezzo di uno stupro,

così che un'adultera non s'immerga in acque pure!».

Gli dei del mare acconsentirono. E Giunone risalì nel cielo

limpido sull'agile carro trainato da pavoni screziati,

screziati solo di recente, da quando era morto Argo,

come di recente tu, che prima eri candido, corvo loquace,

ti sei visto tutt'a un tratto mutare le ali in nere.

E in verità questo uccello un tempo era d'argento con penne

di neve, tanto da competere con le colombe immacolate,

da non sfigurare di fronte alle oche, che avrebbero salvato

dando l'allarme il Campidoglio, o ai cigni che adorano i fiumi.

La lingua fu la sua rovina: per colpa della lingua loquace,

il suo colore, da bianco qual era, ora è il suo contrario.

Più bella di Corònide di Larissa in tutta l'Emonia

non v'era nessuna; e tu ne fosti innamorato, nume di Delfi,

finché fu casta o almeno non sospettata. Ma l'uccello di Febo

scoprì l'adulterio e, per denunciare quella colpa

segreta, già filava spedito, inesorabile delatore,

alla volta del suo padrone. Con un battito d'ali gli è dietro,

per sapere tutto, la cornacchia chiacchierona e, sentito

il perché di quella corsa: «Viaggio pericoloso è il tuo,»

gli dice; « dai retta alle predizioni che ti faccio.

Guarda me cos'ero e cosa sono e chiediti la ragione:

scoprirai che a rovinarmi è stata la fedeltà. Tempo fa infatti

Minerva rinchiuse Erictonio, fanciullo creato senza madre,

dentro una cesta intessuta di vimini dell'Attica,

che affidò alle tre vergini nate da Cècrope, quel mostro,

con l'ordine che non cercassero di scoprirne il segreto.

Da un olmo fitto, nascosta tra il fremito delle foglie, io spiavo

cosa stavano facendo: due, Pàndroso ed Erse, mantengono

fede all'impegno, ma la terza, Aglàuro, accusa le sorelle

d'essere troppo paurose e con le mani scioglie i nodi: dentro

vi scorgono il bambino e disteso accanto un serpente.

Riferisco l'accaduto alla dea, e cosa ne ottengo in compenso?

d'essere esclusa dalle grazie di Minerva

e posposta all'uccello della notte! Di monito il mio castigo

dovrebbe servire agli uccelli, perché non cerchino guai sparlando.

Ma, dico, m'aveva cercato lei o no, senza che io le chiedessi

niente, proprio niente? Puoi domandarlo a Pallade, a lei stessa:

anche se è in collera, non potrà certo per la collera negarlo.

Nella terra di Focide mi generò l'illustre Coroneo

(son cose fin troppo note): una principessa, questo ero,

e richiesta (non ridere di me) da ricchi pretendenti.

La bellezza fu la mia rovina. Mentre a passi lenti vagavo,

come al solito, sulla lingua di sabbia lungo la riva,

il dio del mare mi vide e s'infiammò, e dopo che a pregarmi

con parole di miele ebbe sprecato senza successo il suo tempo,

pronto a farmi violenza m'inseguì. Io fuggo, m'allontano

dalla riva compatta e arranco invano dove affondo nella sabbia.

Invoco allora dei e uomini, ma la mia voce

non giunge ad alcun mortale: solo una vergine per una vergine

si commosse dandomi aiuto. Al cielo tendevo le braccia:

e queste si facevano man mano nere di penne leggere;

tentavo di strapparmi la veste dalle spalle: ma quella un manto

di piume ormai era, che affondava radici nella pelle;

cercavo di battermi con le mani il petto ignudo:

ma ormai non avevo più mani, non avevo un petto nudo;

correvo, e la sabbia non tratteneva più i miei piedi, come prima,

ma mi libravo raso terra. Poi alta mi levo

nel cielo e illibata, come compagna, vengo assegnata a Minerva.

Ma cosa conta ormai questo, se mutata in uccello

per un crimine orrendo, Nictìmene mi succede in questo onore?

Non hai mai sentito dire (la cosa è risaputa

in ogni luogo di Lesbo) che Nictìmene ha profanato

il letto di suo padre? Anche lei ora è un uccello, ma consapevole

della sua colpa, fugge sguardi e luce, celandosi fra le tenebre

per la vergogna, e in tutto il cielo da tutti è scacciata». A tali

chiacchiere: «Che un accidente ti prenda, te e le tue prediche!»

sbottò il corvo. «Di presagi campati in aria me ne rido»;

e proseguì nel cammino per riferire al suo padrone

di aver visto Corònide stesa in braccio a un giovane dell'Emonia.

Appreso il tradimento, al dio che l'ama cadde l'alloro dal capo,

sbiancando in volto dalle mani gli sfuggì la cetra

e col cuore in fiamme che traboccava d'ira

afferrò al fianco le sue armi e, tendendo l'arco al limite estremo,

con una freccia infallibile le trafisse il petto,

quel petto che un'infinità di volte aveva stretto al suo.

Colpita lei emise un gemito, strappò dal corpo il ferro,

inondando di sangue purpureo le sue candide membra,

e disse: «Prima di scontare la mia pena, Febo,

potevo almeno partorire. Ora due in una moriremo!».

Fu tutto, e col sangue si dileguò la vita:

un gelo mortale invase quel corpo inanimato.

Troppo tardi, ahimè, di quel crudele castigo si pente l'amante

e si odia per avere ascoltato, per essersi così infuriato;

odia l'uccello che l'ha costretto a scoprire il tradimento,

causando il suo dolore, e odia l'arco, la sua mano

e con la mano le frecce, quelle armi scagliate all'impazzata.

Cerca di rianimarne il corpo esanime e di vincere la morte

con rimedi estremi, ma all'arte medica ricorre invano.

Dopo questi tentativi infruttuosi, quando vede che s'appronta

il rogo e che quel corpo sta per essere cremato dalle fiamme,

allora, sì, cavati dal fondo del cuore, prorompe in lamenti

(non è concesso che il volto degli dei si bagni di lacrime),

come la giovenca che davanti agli occhi vede il martello,

librato all'altezza dell'orecchio destro, ridurre in pezzi

con un colpo netto la tempia cava al vitello di latte.

Ma dopo averle cosparso il seno di profumi per lei superflui,

dopo averla abbracciata e averle reso gli onori per l'ingiustizia,

Febo non si rassegnò che anche il suo seme si riducesse in cenere,

e allora dal grembo della madre strappò il figlio alle fiamme

e lo portò nell'antro di Chirone, l'ibrido centauro.

Quanto al corvo, che si attendeva un premio per la sua franchezza,

lo escluse dal novero degli uccelli bianchi.

Raggiante era il centauro di quel suo pupillo

di stirpe divina e gioiva dell'onore legato al suo compito;

quand'ecco che, con le spalle ammantate di capelli rossi,

giunge la figlia di Chirone, che sulla riva di un fiume in piena

gli aveva partorito la ninfa Cariclo, e per questo chiamata

Ocìroe: non contenta d'avere appreso le arti

del padre, vaticinava i segreti del destino.

Così, quando vide il fanciullo, ispirata dal furore profetico

e infiammata dal dio che aveva chiuso in petto:

«Cresci, fanciullo, che all'universo intero darai salute!»

disse. «Non poche volte i corpi dei mortali ti dovranno

la vita; a te sarà permesso rendere l'anima a chi l'ha persa:

ma dopo averlo osato una volta, destando l'ira degli dei,

la folgore del tuo avo t'impedirà di farlo ancora,

e da dio quale sei diverrai corpo esangue, per tornare ad essere

da quel corpo dio, mutando due volte il tuo destino.

E anche tu, padre mio, che ora, creato in virtù della nascita

per sopravvivere nei secoli dei secoli, sei immortale,

ambirai di poter morire quando, penetrato nel tuo corpo

da una ferita, ti strazierà il veleno di un serpente maligno,

e allora gli dei, da eterno che sei, ti renderanno alla mercé

della morte, lasciando che le Parche ti recidano la vita».

Altro restava da predire: sospirò dal profondo del cuore,

lacrime le spuntarono a rigarle il volto e così disse:

«Il destino mi previene: precludendomi l'uso

della voce, mi vieta di parlare ancora.

Non valeva tanto un'arte che attira su di me

l'ira di un nume: meglio, sì, se avessi ignorato il futuro.

Già sento che l'aspetto umano mi viene sottratto,

già godo a cibarmi d'erba, già di correre lungo i campi

provo l'impulso: in cavalla mi trasformo, in un corpo familiare.

Ma perché tutta intera? Solo a metà lo è mio padre».

Mentre così parlava, l'ultima parte del suo lamento

divenne poco comprensibile e le parole confuse.

Poi non furono più parole, ma nemmeno il verso di un cavallo,

un'imitazione piuttosto; e in breve tempo emise

nitriti veri, agitando nell'erba le sue braccia.

Si fusero allora le dita e con una fascia di corno

uno zoccolo leggero saldò le cinque unghie; crebbero

in lunghezza faccia e collo, gran parte del fluente abito

divenne coda, e i capelli, che le cadevano sciolti sul collo,

si partirono da un lato in criniera; insieme voce e aspetto

mutarono; e quel prodigio acquistò persino un nuovo nome.

Piangeva l'eroe, figlio di Fìlira, e invano, o dio di Delfo,

invocava il tuo aiuto. Invano, perché non avresti potuto

infrangere il volere del grande Giove e anche se avessi potuto,

tu allora non c'eri: per l'Elide e i campi di Messenia vagavi.

Era il tempo in cui andavi coperto di una pelle da pastore

e reggevi nella sinistra un bastone strappato al bosco,

nell'altra mano una zampogna a sette canne digradanti.

E mentre, confortato dalla tua zampogna, t'assillava amore,

si racconta che le tue giovenche incustodite passassero

nella campagna di Pilo, dove il figlio di Maia

le vide e con l'abilità del ladro le nascose in una selva.

Del furto nessuno s'era accorto, se non un vecchio che sul posto

tutti conoscevano e che i vicini chiamavano Batto:

come guardiano sorvegliava i boschi, i verdi pascoli

e le mandrie delle cavalle di razza del ricco Nèleo.

Diffidando di lui, il dio lo trasse con gentilezza in disparte e:

«Chiunque tu sia, straniero, se capita che qualcuno cerchi

questo armento, non l'hai visto, e perché di ciò tu non rimanga

senza mercede, prenditi in premio una vacca bella lustra».

E gliela diede. Accettandola, quello gli rispose: «Stai tranquillo,

amico: del tuo furto parlerà prima una pietra, questa»;

e ne indicò una. Il figlio di Giove finse di andar via,

ma di lì a poco tornò e con diverso aspetto e voce:

«Ehi, contadino,» gli disse, «se qui intorno hai visto passare

delle giovenche, dammi aiuto e squarcia il silenzio su questo furto.

Avrai in un colpo solo una femmina col suo toro».

Il vecchio, visto che il premio raddoppiava: «Saranno

sotto a quei monti», rispose; e sotto a quei monti erano.

Rise il nipote di Atlante: «Perfido, tradisci me a me stesso?

me a me stesso tradisci?», e mutò quello spergiuro

in una dura pietra, che ancor oggi è chiamata 'la spia':

da allora, senza sua colpa, l'antica infamia bolla quella pietra.

Di lì ad ali tese s'era alzato il dio con la verga magica

e in volo dall'alto guardava la campagna di Munichia,

la terra cara a Minerva e le piantagioni del Liceo.

Per caso in quel giorno, com'è costume, un corteo di fanciulle

portava sul capo, in canestri inghirlandati, i sacri oggetti

del culto alla rocca di Pallade parata a festa.

Il dio alato le scorge sulla via del ritorno

e, invece di proseguire spedito, si mette a volare in cerchio.

Come il nibbio, fulmineo uccello, quando avvista vittime,

finché c'è folla di sacerdoti intorno all'altare, timoroso

volteggia in cielo, senza avere la forza d'allontanarsi,

e battendo le ali vola avido intorno al suo miraggio;

così il dio di Cillene piega rapido il suo volo

sulla rocca dell'Attica e solca in tondo sempre lo stesso spazio.

Quanto più luminoso di tutte le stelle brilla

Lucifero e più di Lucifero la luna d'oro,

di tanto più bella di tutte le altre vergini incedeva

Erse, gemma fra le compagne di tutto il corteo.

Abbagliato da tanta bellezza Mercurio, sospeso nell'aria,

prese fuoco come il piombo scagliato da una fionda

delle Baleari, che vola e nel suo volo si fa incandescente,

trovando sotto le nuvole quel fuoco che prima non aveva.

E cambia rotta, lascia il cielo per calare sulla terra

senza nemmeno travestirsi, tanta fiducia ripone in sé.

Giustificata certo, ma qualche aiuto non guasta:

si liscia i capelli, sistema il mantello in modo che cada

come si deve e mostri per intero il bordo col suo fregio d'oro,

bada che la verga, con cui infonde e scaccia il sonno,

gli luccichi in mano e che i sandali risplendano sui piedi tersi.

Nella parte più interna della casa c'erano tre camere

decorate d'avorio e tartaruga: a destra la tua, Pàndroso,

a sinistra quella di Aglàuro e in mezzo la stanza assegnata ad Erse.

La prima a notare l'arrivo di Mercurio fu dalla sua camera

a sinistra Aglàuro, che ebbe l'ardire di chiedergli il nome

e il motivo della visita. Le rispose: «Nipote di Atlante

e di Plèione io sono, che per l'etere porto

i messaggi del padre, e mio padre è Giove in persona.

Non adduco pretesti: m'auguro solo che devota tu sia

a tua sorella e che ti piaccia esser chiamata zia della mia prole.

Per Erse sono venuto: asseconda, ti prego, chi è innamorato».

Con gli stessi occhi, con cui non molto prima aveva di nascosto

frugato nei segreti della bionda Minerva, lo scrutò Aglàuro,

e per i suoi servigi gli chiese in compenso una gran quantità

d'oro; ma intanto lo costrinse ad uscire di casa.

Squadrandola con occhio torvo, la dea della guerra

trasse allora dal profondo del cuore un sospiro così violento

da scuoterle insieme il petto e l'egida che quel forte petto

difendeva. E le tornò a mente che con mano empia

aveva violato lei il suo segreto, quando, malgrado il divieto,

sorprese il fanciullo generato senza madre dal dio di Lemno;

e che insieme alla riconoscenza di Mercurio e della sorella,

con l'oro per avidità preteso ricchezze avrebbe ottenuto.

Subito si reca alla dimora di Invidia, funerea di peste

e squallore. È una casa nascosta in fondo a una valle,

una casa priva di sole, senza un alito di vento,

tetra, tutta intorpidita dal gelo, dove sempre

manca il fuoco e sempre dilagano le nebbie.

Quando vi giunge, la temibile vergine della guerra

si ferma sulla soglia, non essendole permesso

di varcarla, e bussa alla porta con la punta della lancia.

Ai colpi si spalancano i battenti: all'interno intravede Invidia,

che mangia carne di vipera per alimentare

i suoi vizi, e a quella vista distoglie gli occhi. L'altra invece

si alza pigramente da terra, lasciandosi alle spalle brandelli

di serpenti mezzo rosicchiati, e avanza con passo incerto:

quando scorge la dea lucente d'armi in tutto il suo fulgore,

manda un gemito, contraendo il volto nel conato dei sospiri.

Il pallore le segna il viso, la magrezza tutto il corpo;

mai dritto lo sguardo, ha denti lividi e guasti,

il cuore verde di bile, la lingua tinta di veleno.

Senza un'ombra di sorriso, se non mosso dalla sventura altrui,

non gode del sonno, agitata com'è dall'assillo dei suoi crucci;

con astio apprende i successi degli uomini e quando li apprende

si strugge; strazia ed è straziata al tempo stesso:

questo il suo tormento. Pur detestandola, Minerva,

la dea di Tritone, si rivolge a lei con queste brevi parole:

«Infetta col tuo veleno una figlia di Cècrope, quella.

È scritto. Aglàuro è il suo nome». E senza una parola di più,

facendo leva con la lancia, si stacca da terra e vola via.

Mentre con occhio bieco guarda Minerva che fugge, Invidia,

amareggiata di doverla accontentare, brontola

un attimo fra sé, poi prende il suo bastone, tutto avvolto

da una fascia di spine. Nascosta da una nuvola nera,

ovunque passa, calpesta i fiori dei campi,

brucia l'erba, strappa la cima delle piante,

e col suo fiato appesta popoli, case e città.

Giunge alla fine in vista della rocca consacrata a Pallade,

fiorente di ingegni, di benessere e di pace festosa: a stento

trattiene le lacrime, non scorgendo nulla che strappasse il pianto.

Entra comunque nella stanza della figlia di Cècrope

e l'ordine esegue: con la sua mano livida le tocca

il petto e le colma il cuore di rovi e spine,

le inietta un virus tossico e lungo le ossa, dentro i polmoni,

nero come la pece, le sparge e diffonde il suo veleno.

E perché i motivi del male non andassero dispersi,

davanti agli occhi le pone l'immagine della sorella

felicemente sposata a quel nume affascinante,

portando il tutto alle stelle. Irritata, la figlia di Cècrope

è morsa da un dolore occulto e in ansia geme

la notte, in ansia il giorno; tormentata da quel lento stillicidio

si strugge, come ghiaccio sfiorato appena dal sole;

la sorte felice di Erse la brucia a poco a poco,

come se metti un fuoco sotto a sterpi freschi,

che non divampano, ma si consumano al lento calore.

Per non vedere quella gioia a volte vorrebbe morire,

a volte denunciarla al padre intransigente come illecita;

si siede infine sulla soglia per impedire al dio, quando fosse

tornato, di varcarla; e a lui che la blandisce con le sue preghiere

e le parole più gentili: «Smettila,» gli grida,

«io non mi muoverò di qui se prima non t'avrò cacciato».

«Starò al tuo patto», le risponde in un lampo il dio di Cillene,

e con la verga spalanca la porta cesellata. Lei

fa per alzarsi, ma le membra, che pieghiamo all'atto di sederci,

appesantite da uno strano languore, rifiutano di muoversi.

Si sforza in ogni modo di drizzarsi in piedi,

ma le ginocchia sembrano di marmo, un gelo si propaga

sino alle dita, esangui impallidiscono le vene;

e come il cancro, quel male incurabile che si diffonde ovunque,

aggredisce dopo quelle intaccate le cellule sane,

così quel gelo mortale le penetra a poco a poco nel petto

e del respiro le occlude le vie che donano la vita.

Lei non tenta nemmeno di parlare, ma se anche tentasse,

non avrebbe sfogo la voce: di sasso ormai era il collo,

impietrito il volto, una statua immobile, esangue.

E bianca non è la pietra: la mente sua l'ha imputridita.

Dopo aver così punito le parole di quella mente

scellerata, il nipote di Atlante lascia le terre che hanno nome

da Pallade e con un battito d'ali s'addentra nel cielo.

Lo chiama qui suo padre, senza rivelargli che lo spinge amore, e:

«Fedele esecutore dei miei ordini,» gli dice, «figlio mio,

lascia ogni indugio, scendi giù con la velocità che ti distingue

e in quella terra, che i nativi chiamano Sidone,

dalla quale in alto a sinistra si vede tua madre,

in quella vai; vedrai un armento del re che pascola

lontano fra l'erba dei monti: spingilo verso la spiaggia».

Questo dice, e già i giovenchi cacciati giù dal monte si dirigono,

come ordinato, alla spiaggia, dove la figlia di quel re potente,

accompagnata dalle fanciulle di Tiro, è solita giocare.

Maestà e amore non vanno molto d'accordo,

non possono convivere: lasciato lo scettro solenne,

il padre e signore degli dei, quello che ha la destra armata

di fulmini a tre punte, lui che con un cenno fa tremare il mondo,

assume l'aspetto di un toro e mescolato alle giovenche

muggisce, aggirandosi aitante sull'erba tenera.

Il suo colore è come quello della neve non calcata

da passo pesante o sciolta dalle piogge dell'Austro;

gonfio di muscoli è il suo collo, dalle spalle pende la giogaia;

piccole le corna, ma tali che potresti ritenerle

fatte a mano, e più trasparenti d'una gemma pura.

Niente di minaccioso in volto, niente di spietato nello sguardo:

un'aria mansueta. La figlia di Agenore lo guarda

meravigliata, bello com'è e senza intenti bellicosi.

Prima però, malgrado le appaia così mite, esita a toccarlo;

ma poi gli si accosta e a quel candido muso porge dei fiori.

Gode l'innamorato e, in attesa del piacere sognato,

le bacia le mani: a stento ormai, a stento rimanda il resto;

intanto si sfrena gioioso saltando sull'erba verde

o stendendo il fianco color di neve sulla rena bionda;

e allontanata a poco a poco da lei la paura, le offre il petto

perché l'accarezzi con la sua mano ingenua, o le corna perché

le inghirlandi ancora di fiori. E la figlia del re

s'adagia persino sul suo dorso, senza sapere su chi si siede.

Allora il dio dalla terra asciutta della riva, senza parere,

comincia a imprimere le sue mentite orme nelle prime onde,

poi procede oltre e in mezzo alle acque del mare si porta via

la sua preda. Lei terrorizzata si volge a guardare la riva

ormai lontana: la destra stringe un corno, la sinistra s'afferra

alla groppa; palpitando al vento si gonfiano le vesti.

LIBRO TERZO

 

 

Abbandonate le false sembianze di toro, ormai Giove

si era svelato e aveva raggiunto le campagne di Creta,

quando il padre, all'oscuro del rapimento, ordinò a Cadmo

di cercargli la figlia, con la minaccia, per crudeltà e affetto

insieme, di esiliarlo se non l'avesse trovata.

Percorsa invano la terra (e chi potrebbe scoprire i sotterfugi

di Giove?), come un esule il figlio di Agenore evita la patria,

l'ira paterna, e consulta l'oracolo di Febo

supplicandolo di dirgli in che terra si debba fermare.

«In una landa deserta», afferma Febo, «incontrerai una giovenca

che, non obbligata al curvo aratro, mai ha subito il giogo:

seguila dove ti guida e nella pianura in cui s'adagerà

innalza delle mura e chiama Beozia quella regione.»

Appena disceso dall'antro di Castalia, Cadmo

vide passare lentamente una giovenca incustodita,

che sul collo non recava segno di schiavitù.

La segue e con cautela ne ripercorre le tracce,

ringraziando in cuore Febo d'indicargli il cammino.

Superati i guadi del Cefiso e i campi di Pànope,

l'animale si fermò e levando al cielo la fronte

ornata di alte corna, riempì l'aria di muggiti,

poi voltandosi a guardare chi lo seguiva,

si accosciò stendendo il fianco sull'erba tenera.

Riconoscente Cadmo imprime baci su quel suolo

straniero e saluta quei monti e campi sconosciuti.

Si accinge poi a onorare Giove e ordina ai servi di recarsi

ad attingere acqua per la cerimonia a una fresca sorgente.

C'era una foresta antica, inviolata dalla scure,

e in mezzo, tra un intrico di rami e virgulti, una spelonca,

dove, sotto una bassa volta sorretta da un ammasso di pietre,

sgorgava abbondante l'acqua. Qui stava rintanato

un serpente generato da Marte e screziato di squame d'oro:

saettano fuoco gli occhi, gonfio tutto di veleno è il suo corpo,

e in mezzo a tre file di denti guizzano tre lingue.

In questo bosco per sventura s'inoltrò la gente

venuta da Tiro. L'anfora calata nell'acqua

fece un tonfo, ed ecco che livido il serpente dal fondo dell'antro

trae fuori il capo vomitando sibili orrendi.

Sfuggono le anfore dalle mani, esangue si fa il corpo

e un tremito improvviso pervade le membra irrigidite.

Con rapide volute il mostro avvolge in spire

le sue squame e con un guizzo si tende in archi immensi;

ergendosi con oltre metà del suo corpo nel vuoto dell'aria,

domina tutto il bosco: tanto è grande, se tu lo vedessi intero,

quanto il Serpente che separa le due Orse.

Poi di colpo s'avventa sui Fenici, o che s'apprestino a combattere,

a fuggire o che il terrore impedisca loro entrambe

le azioni: e questi li uccide coi morsi, quelli tendendo le spire,

altri infine infettandoli col miasma mortale del suo veleno.

Già il sole altissimo aveva ridotto le ombre a un filo:

stupito del ritardo dei compagni, il figlio di Agenore allora

si mise a cercarli. Addosso portava la pelle strappata

a un leone, per armi un'asta smagliante di ferro,

un dardo e, più efficace di qualsiasi arma, il suo coraggio.

Come penetrò nel bosco e vide i cadaveri

e su questi lo smisurato avversario che vittorioso

leccava le macabre ferite con la lingua lorda di sangue:

«O vendicherò la vostra morte, fedelissimi miei,»

esclamò, «o vi sarò compagno». Disse, e con la destra sollevò

un macigno e grande quant'era con gran furia lo scagliò.

Quell'urto avrebbe raso al suolo anche le mura più massicce

con le sue torri svettanti: incolume rimase il serpente;

le squame compatte della sua pelle nera, che lo proteggevano

come una corazza, respinsero quel colpo spaventoso.

Ma la sua corazza non valse contro il dardo,

che si conficcò in mezzo alla spina dorsale, dove questa

flettendosi s'inarca, e penetrò con tutto il ferro nelle viscere.

Pazzo di dolore il serpente torse il capo verso il dorso

e scorta la ferita, addentò l'asta che vi era confitta

e, dopo averla scossa con violenza da ogni parte,

alla fine la divelse, ma il ferro gli rimase nelle ossa.

Allora che al suo furore abituale si aggiunse

nuovo sprone, un flusso di sangue gli gonfiò la gola,

una bava biancastra gli spumeggiò intorno alle fauci letali;

graffiata dalle sue squame la terra stridette e l'alito nero

che gli usciva dalla bocca infernale ammorbò di fetore l'aria.

Ora si raggomitola in spire che descrivono archi

immensi, mentre a volte s'inerpica più dritto di un alto fusto,

ora con impeto immane, come un fiume ingrossato dalle piogge,

si lancia e col petto abbatte ogni ostacolo che nella selva incontra.

Il figlio di Agenore arretra un po' e nelle spoglie del leone

sostiene l'assalto, con la lancia protesa tiene a bada

la bocca che lo incalza. Quello infuria, a vuoto avventa morsi

contro il duro ferro e ficca i suoi denti nella punta.

Dal suo palato gonfio di veleno ormai il sangue cominciava

a stillare, schizzando di macchie il verde dell'erba.

Ma era ferita leggera, perché il mostro sfuggiva ai colpi

piegando indietro il collo offeso e arretrando impediva

all'arma di piantarsi e di penetrare più a fondo;

finché il figlio di Agenore, puntandogli l'asta contro la gola,

non lo incalzò da presso e, quando alle sue spalle nel ritrarsi

si parò una quercia, insieme trafisse collo e tronco.

Sotto il peso del serpente l'albero s'incurvò e gemette

per le sue fibre sferzate dall'estremità della coda.

Mentre il vincitore osserva le spoglie smisurate del nemico,

si udì una voce all'improvviso (donde venisse non si capiva,

ma certo si udì): «Perché, figlio di Agenore, guardi

quel serpente ucciso? Tu stesso come serpente sarai guardato».

Sbigottito Cadmo smarrì a lungo la mente

e il colore, coi capelli ritti, gelato dal terrore.

Ed ecco che, scendendo dall'alto dei cieli, la sua protettrice,

Pallade gli è accanto e gli ordina, scavata la terra,

di seppellirvi i denti del drago, germi di un popolo futuro.

Lui ubbidisce e, com'ebbe tracciato un solco affondando l'aratro,

ligio sparge al suolo quei denti, semi di stirpe mortale.

Allora, si stenta a crederlo, prende a tremare la terra,

dal solco affiorano prima picche di lance,

poi spuntano elmi con al vento i loro pennacchi variopinti,

poi spalle, petti, braccia cariche di armi

e prolifica infine una messe di guerrieri armati di scudo:

così vedi sorgere le figure, quando nei giorni di festa

si solleva in teatro il sipario: prima mostrano il volto,

poi man mano il resto, finché continuando pian piano a crescere

appaiono intere, coi piedi che poggiano sul bordo del palco.

Cadmo, atterrito dal nuovo nemico, sta per prendere le armi:

«Non farlo!» gli grida uno del popolo spuntato

dalla terra. «Non intrometterti in guerre civili».

E in quell'istante ferì dritto di spada uno dei fratelli nati

dalla terra al suo fianco, ma lui stesso cadde colpito da un dardo.

E chi l'uccise, anche lui, non visse più a lungo

ed esalò quel respiro che aveva appena avuto in dono.

E come questi il gruppo intero infuria: combattendo

fra loro, per reciproche ferite cadono insieme i fratelli.

Ormai quella gioventù, destinata a così breve vita,

col petto insanguinato giaceva nel tepore di madre terra:

cinque solo i superstiti e fra questi Echìone

che, ammonito da Pallade, gettò al suolo le proprie armi,

chiese e strinse un patto di pace coi fratelli.

Così lo straniero di Sidone li ebbe compagni di lavoro,

quando fondò la città designata dall'oracolo di Febo.

Tebe ormai era sorta, ormai potevi, Cadmo, sembrare felice

in quell'esilio: per suoceri avevi Marte e Venere,

e a questo aggiungi la prole nata da una consorte così illustre,

tanti figli, tante figlie e, pegno d'affetto, i tuoi nipoti,

anche loro ormai giovinetti. Ma vero è che sempre l'uomo

debba attendere il giorno estremo: nessuno mai, prima

della morte e delle proprie esequie, dovrebbe asserirsi felice.

Fra tanta felicità il primo dolore ti fu causato,

Cadmo, da tuo nipote, da quelle strane corna cresciutegli

in fronte, e da voi, cani, che vi abbeveraste al sangue del padrone.

Ma, a ben guardare, in lui vedrai torto di malasorte,

non malvagità: e quale malvagità è in un errore?

C'era un monte intriso del sangue di diversa selvaggina,

e già il mezzogiorno aveva contratto le ombre delle cose,

perché il sole si trovava a ugual distanza dai suoi confini,

quando il giovane Ianteo si rivolse con voce pacata

ai compagni di caccia che si aggiravano per forre isolate:

«Amici, armi e reti sono madide del sangue di animali;

giornata fortunata questa: può bastare. Quando, trascinata

dal suo cocchio d'oro, domani l'Aurora riporterà la luce,

ci rimetteremo all'opera. Ora Febo è a metà

del suo cammino e spacca la terra con la sua vampa.

Sospendete l'opera in corso e togliete l'intrico delle reti».

Gli uomini eseguono e interrompono il loro lavoro.

C'era una valle coperta di pini e sottili cipressi,

chiamata Gargafia, sacra a Diana dalle vesti succinte,

nei cui recessi in fondo al bosco si trovava un antro

incontaminato dall'uomo: la natura col suo estro

l'aveva reso simile a un'opera d'arte: con pomice viva

e tufo leggero aveva innalzato un arco naturale.

Sulla destra in mille riflessi frusciava una fonte d'acque limpide,

col taglio della sua fessura incorniciato di margini erbosi.

Qui veniva, quand'era stanca di cacciare, la dea delle selve

per rinfrescare il suo corpo di vergine in acque sorgive.

E qui giunta, alla ninfa che le fa da scudiera consegna

il giavellotto, la faretra e il suo arco allentato;

si sfila la veste che un'altra prende sulle braccia;

due le tolgono i sandali dai piedi, e la figlia di Ismeno,

Cròcale, più esperta di queste, in un nodo le raccoglie i capelli

sparsi sul collo, che lei al solito portava sciolti.

Nèfele, Iale, Ranis, Psecas e Fiale attingono acqua

con anfore capaci e gliela versano sul corpo.

Mentre Diana si bagnava così alla sua solita fonte,

ecco che il nipote di Cadmo, prima di riprendere la caccia,

vagando a caso per quel bosco che non conosceva,

arrivò in quel sacro recesso: qui lo condusse il destino.

Appena entrò nella grotta irrorata dalla fonte,

le ninfe, nude com'erano, alla vista di un uomo

si percossero il petto e riempirono il bosco intero

di urla incontrollate, poi corsero a disporsi intorno a Diana

per coprirla con i loro corpi; ma, per la sua statura,

la dea tutte le sovrastava di una testa.

Quel colore purpureo che assumono le nubi se contro

si riflette il sole, o che possiede l'aurora,

quello apparve sul volto di Diana sorpresa senza veste.

Benché attorniata dalla ressa delle sue compagne,

pure si pose di traverso e volse il volto indietro.

Non avendo a presa di mano le frecce, come avrebbe voluto,

attinse l'acqua che aveva ai piedi e la gettò in faccia all'uomo,

inzuppandogli i capelli con quel diluvio di vendetta,

e a predire l'imminente sventura, aggiunse:

«Ed ora racconta d'avermi vista senza veli,

se sei in grado di farlo!». Senza altre minacce,

sul suo capo gocciolante impose corna di cervo adulto,

gli allungò il collo, gli appuntì in cima le orecchie,

gli mutò le mani in piedi, le braccia in lunghe zampe,

e gli ammantò il corpo di un vello a chiazze.

Gli infuse in più la timidezza. Via fuggì l'eroe, figlio di Autònoe,

e mentre fuggiva si stupì d'essere così veloce. Quando

poi vide in uno specchio d'acqua il proprio aspetto con le corna,

«Povero me!» stava per dire: nemmeno un fil di voce gli uscì.

Emise un gemito: quella fu la sua voce, e lacrime gli scorsero

su quel volto non suo; solo lo spirito di un tempo gli rimase.

Che fare? Tornare a casa, nella reggia, o nascondersi

nei boschi? Quello glielo impediva la vergogna, questo il timore.

Mentre si arrovellava, lo avvistarono i cani. Melampo e Icnòbate,

quel gran segugio, per primi con un latrato diedero il segnale

(Icnòbate di ceppo cretese, Melampo di razza spartana).

Poi di corsa, più veloci di un turbine, si avventarono gli altri:

Pànfago, Dorceo e Orìbaso, tutti dell'Arcadia,

e il forte Nebròfono, il truce Terone con Lèlape,

Ptèrela e Agre, eccellenti l'una in velocità, l'altra nel fiuto,

e il battagliero Ileo ferito di recente da un cinghiale,

Nape concepita da un lupo, Pemènide già guardiana

di mandrie e Arpia accompagnata dai due figli,

Ladone di Sicione coi suoi fianchi scarni,

e Dròmade, Cànace, Sticte, Tigri ed Alce,

Lèucon e Asbolo, col pelo niveo il primo, di pece il secondo,

il fortissimo Làcon e Aello insuperabile nella corsa,

e Too, la veloce Licisca col fratello Ciprio,

Arpalo con una stella bianca in mezzo alla fronte nera,

e Melàneo e Lacne col suo mantello irsuto,

Labro e Agrìodo nati da padre cretese,

ma da madre di Laconia, e Ilàctore con la sua voce acuta,

e altri, troppi da elencare. Tutta questa muta, avida di preda,

per rupi, anfratti e rocce inaccessibili, dove la via

è impervia o dove via non esiste, l'insegue.

Lui fugge, per quei luoghi dove un tempo li aveva seguiti,

ahimè lui fugge i suoi stessi fedeli. Vorrebbe gridare:

«Sono Attèone! Non riconoscete più il vostro padrone?».

Vorrebbe, ma gli manca la parola. E il cielo è pieno di latrati.

Le prime ferite gliele infligge sul dorso Melanchete,

poi Teròdamas; Oresìtrofo gli si avvinghia a una spalla:

erano partiti in ritardo, ma tagliando per i monti

avevano abbreviata la via. Mentre essi trattengono il padrone,

il resto della muta si raduna e in corpo gli conficca i denti.

Ormai non c'è più luogo per altre ferite. E geme,

ma con voce che, se non è umana, neanche un cervo

emetterebbe, e riempie quei gioghi di lugubri lamenti:

in ginocchio, supplicando come chi prega,

volge intorno muti sguardi quasi fossero braccia.

I suoi compagni intanto con gli sproni di sempre aizzano ignari

il branco infuriato e cercano Attèone con gli occhi,

poi, come se fosse lontano, 'Attèone' gridano a gara

(al suo nome lui gira il capo) e si lamentano che non ci sia,

che per pigrizia si perda lo spettacolo offerto dalla preda.

Certo lui vorrebbe non esserci, ma c'è; vorrebbe assistere

senza dover subire la ferocia dei suoi cani. Ma quei cani

da ogni parte l'attorniano e, affondando le zanne nel corpo,

sbranano il loro padrone sotto il simulacro di un cervo:

e si dice che l'ira della bellicosa Diana non fu sazia,

finché per le innumerevoli ferite non finì la sua vita.

I pareri sono incerti: per alcuni troppo crudele

fu la dea; altri la lodano, considerandola degna

della sua verginità austera; ognuno con buone ragioni.

Solo la consorte di Giove non si perde in pro e contro,

ma esulta per la sciagura che ha colpito il casato

di Agenore, perché su tutta la stirpe riversa l'odio

concepito per la rivale fenicia. E a quell'antico motivo

se ne aggiunge uno nuovo: lo sdegno che in seno porti Sèmele

il seme del grande Giove; e affila la lingua per la lite, ma:

«Che mai ne ho ricavato,» dice, «tutte le volte che ho litigato?

Colpirla, questo devo; sì, la distruggerò, quanto è vero

che mi chiamo Giunone la suprema, che ho il diritto d'impugnare

uno scettro sfavillante di gemme, che sono regina, moglie

e sorella di Giove, sua sorella, certo. Si accontenta

di un'avventura, penso, di poco conto è l'offesa al nostro amore.

No, è incinta! Questo ci mancava! che col suo ventre pregno

la colpa rivelasse, cercando grazie a Giove d'essere madre,

ciò che a stento mi è toccato, tanto confida nella sua bellezza!

Farò che l'inganni: non sono figlia di Saturno, se nelle acque

dello Stige non finirà travolta proprio dal suo Giove!».

Detto questo, si alza dal trono e, nascosta da una nuvola fulva,

si reca a casa di Sèmele. Qui scioglie la nube, ma non prima

d'avere assunto l'aspetto di una vecchia, incanutendo le tempie,

solcando la pelle di rughe e trascinando con passo tremante

le membra incurvate; rende senile anche la voce,

ed è Bèroe di Epidauro, la nutrice di Sèmele in persona.

Così attacca discorso, e quando dopo lunghe chiacchiere si arriva

a nominare Giove, sospira e: «Ti auguro», dice,

«che sia proprio Giove, ma io sospetto di tutto: spacciandosi

per dei, troppi uomini sono entrati in letti onesti.

E non basta che per te sia Giove: ti dia una prova del suo amore,

se è vero amore; chiedigli che, grande e splendido

come l'accoglie l'eccelsa Giunone, grande e splendido così

ti stringa a sé, assumendo prima le sue insegne!».

Con queste parole sobilla Giunone l'ignara figlia

di Cadmo; e questa chiede a Giove un dono senza nominarlo.

«Scegli,» le risponde il dio; «nulla ti rifiuterò;

e perché tu più mi creda, sia testimone la divinità

del fiume infernale, un dio che anche agli dei incute paura!»

Lieta a proprio danno, eccitata di potere, sul punto di perdersi

per compiacenza dell'amante, Sèmele: «Come ti abbraccia

la figlia di Saturno, quando vi disponete ai giochi d'amore,

così concediti a me!» chiede. Avrebbe voluto il dio, mentre parla,

tapparle la bocca, ma ormai via nell'aria era volata la voce.

Gemette: più non può far sì che non abbia lei chiesto

e lui giurato. E allora tristissimo sale in alto

nel cielo e con uno sguardo raduna docili

le nubi e vi aggiunge uragani e in mezzo ai venti

lampi, tuoni e il fulmine al quale non si sfugge.

Ma, per quanto può, cerca di velare le sue forze;

così non si arma del fuoco con cui aveva abbattuto Tifone,

il gigante dalle cento braccia: troppa ferocia v'era in quello.

C'è un altro fulmine più fioco, nel quale la mano dei Ciclopi

ha infuso meno furia e fuoco, meno rabbia:

gli dei lo chiamano fulmine secondo; lo prende ed entra

nella casa di Agenore. Donna mortale non sopporta

assalto celeste e quel dono nuziale la incenerì.

Ancora in embrione il piccolo viene estratto dal ventre

della madre e tenero com'è viene cucito, se devo crederlo,

in una coscia del padre per compiere la gestazione.

Di nascosto Ino, la zia materna, lo alleva nei primi mesi,

quelli di culla, poi lo affida alle ninfe di Nisa

che lo nascondono nelle loro grotte, nutrendolo di latte.

Mentre in terra avvenivano per volere del fato queste cose

e l'infanzia di Bacco, tornato a nascere, scorreva tranquilla,

si racconta che, reso espansivo dal nèttare, per caso Giove

bandisse i suoi assilli, mettendosi piacevolmente a scherzare

con la sorridente Giunone. «Il piacere che provate voi donne»,

le disse, «è certamente maggiore di quello che provano i maschi.»

Lei contesta. Decisero di sentire allora il parere

di Tiresia, che per pratica conosceva l'uno e l'altro amore.

Con un colpo di bastone aveva infatti interrotto

in una selva verdeggiante il connubio di due grossi serpenti,

e divenuto per miracolo da uomo femmina, rimase

tale per sette autunni. All'ottavo rivedendoli nuovamente:

«Se il colpirvi ha tanto potere di cambiare», disse,

«nel suo contrario la natura di chi vi colpisce,

vi batterò ancora!». E percossi un'altra volta quei serpenti,

gli tornò il primitivo aspetto, la figura con cui era nato.

E costui, scelto come arbitro in quella divertente contesa,

conferma la tesi di Giove. Più del giusto e del dovuto al caso,

a quanto si dice, s'impermalì la figlia di Saturno e gli occhi

di chi le aveva dato torto condannò a eterna tenebra.

Ma il padre onnipotente (giacché nessun dio può annullare

ciò che un altro dio ha fatto), in cambio della vista perduta,

gli diede scienza del futuro, alleviando la pena con l'onore.

Così, diventato famosissimo nelle città dell'Aonia,

Tiresia dava responsi inconfutabili a chi lo consultava.

La prima a saggiare l'autenticità delle sue parole

fu l'azzurra Lirìope, che Cefiso un giorno aveva spinto

in un'ansa della sua corrente, imprigionato fra le onde

e violentato. Rimasta incinta, la bellissima ninfa

partorì un bambino che sin dalla nascita suscitava amore,

e lo chiamò Narciso. Interrogato se il piccolo avrebbe visto

i giorni lontani di una tarda vecchiaia, l'indovino

aveva risposto: «Se non conoscerà sé stesso».

A lungo la predizione sembrò priva di senso, ma poi l'esito

delle cose, il tipo di morte e la strana follia la confermarono.

Di un anno aveva ormai superato i quindici il figlio di Cefiso

e poteva sembrare tanto un fanciullo che un giovane:

più di un giovane, più di una fanciulla lo desiderava,

ma in quella tenera bellezza v'era una superbia così ingrata,

che nessun giovane, nessuna fanciulla mai lo toccò.

Mentre spaventava i cervi per spingerli dentro le reti,

lo vide quella ninfa canora, che non sa tacere se parli,

ma nemmeno sa parlare per prima: Eco che ripete i suoni.

Allora aveva un corpo, non era voce soltanto; ma come ora,

benché loquace, non diversamente usava la sua bocca,

non riuscendo a rimandare di molte parole che le ultime.

Questo si doveva a Giunone, perché tutte le volte che avrebbe

potuto sorprendere sui monti le ninfe stese in braccio a Giove,

quella astutamente la tratteneva con lunghi discorsi

per dar modo alle ninfe di fuggire. Quando la dea se ne accorse:

«Di questa lingua che mi ha ingannato», disse, «potrai disporre

solo in parte: ridottissimo sarà l'uso che tu potrai farne».

E coi fatti confermò le minacce: solo a fine di un discorso

Eco duplica i suoni ripetendo le parole che ha udito.

Ora, quando vide Narciso vagare in campagne fuori mano,

Eco se ne infiammò e ne seguì le orme di nascosto;

e quanto più lo segue, tanto più vicino alla fiamma si brucia,

come lo zolfo che, spalmato in cima ad una fiaccola,

in un attimo divampa se si accosta alla fiamma.

Oh quante volte avrebbe voluto affrontarlo con dolci parole

e rivolgergli tenere preghiere! Natura lo vieta,

non le permette di tentare; ma, e questo le è permesso, sta pronta

ad afferrare i suoni, per rimandargli le sue stesse parole.

Per caso il fanciullo, separatosi dai suoi fedeli compagni,

aveva urlato: «C'è qualcuno?» ed Eco: «Qualcuno» risponde.

Stupito, lui cerca con gli occhi in tutti i luoghi,

grida a gran voce: «Vieni!»; e lei chiama chi l'ha chiamata.

Intorno si guarda, ma non mostrandosi nessuno: «Perché», chiede,

«mi sfuggi?», e quante parole dice altrettante ne ottiene in risposta.

Insiste e, ingannato dal rimbalzare della voce:

«Qui riuniamoci!» esclama, ed Eco che a nessun invito

mai risponderebbe più volentieri: «Uniamoci!» ripete.

E decisa a far quel che dice, uscendo dal bosco, gli viene incontro

per gettargli, come sogna, le braccia al collo.

Lui fugge e fuggendo: «Togli queste mani, non abbracciarmi!»

grida. «Possa piuttosto morire che darmi a te!».

E lei nient'altro risponde che: «Darmi a te!».

Respinta, si nasconde Eco nei boschi, coprendosi di foglie

per la vergogna il volto, e da allora vive in antri sperduti.

Ma l'amore è confitto in lei e cresce col dolore del rifiuto:

un tormento incessante le estenua sino alla pietà il corpo,

la magrezza le raggrinza la pelle e tutti gli umori del corpo

si dissolvono nell'aria. Non restano che voce e ossa:

la voce esiste ancora; le ossa, dicono, si mutarono in pietre.

E da allora sta celata nei boschi, mai più è apparsa sui monti;

ma dovunque puoi sentirla: è il suono, che vive in lei.

Così di lei, così d'altre ninfe nate in mezzo alle onde o sui monti

s'era beffato Narciso, come prima d'una folla di giovani.

Finché una vittima del suo disprezzo non levò al cielo le mani:

«Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!».

Così disse, e la dea di Ramnunte assentì a quella giusta preghiera.

C'era una fonte limpida, dalle acque argentee e trasparenti,

che mai pastori, caprette portate al pascolo sui monti

o altro bestiame avevano toccato, che nessun uccello, fiera

o ramo staccatosi da un albero aveva intorbidita.

Intorno c'era un prato, che la linfa vicina nutriva,

e un bosco che mai avrebbe permesso al sole di scaldare il luogo.

Qui il ragazzo, spossato dalle fatiche della caccia e dal caldo,

venne a sdraiarsi, attratto dalla bellezza del posto e dalla fonte,

ma, mentre cerca di calmare la sete, un'altra sete gli nasce:

rapito nel porsi a bere dall'immagine che vede riflessa,

s'innamora d'una chimera: corpo crede ciò che solo è ombra.

Attonito fissa sé stesso e senza riuscire a staccarne gli occhi

rimane impietrito come una statua scolpita in marmo di Paro.

Disteso a terra, contempla quelle due stelle che sono i suoi occhi,

i capelli degni di Bacco, degni persino di Apollo,

e le guance lisce, il collo d'avorio, la bellezza

della bocca, il rosa soffuso sul niveo candore,

e tutto quanto ammira è ciò che rende lui meraviglioso.

Desidera, ignorandolo, sé stesso, amante e oggetto amato,

mentre brama, si brama, e insieme accende ed arde.

Quante volte lancia inutili baci alla finzione della fonte!

Quante volte immerge in acqua le braccia per gettarle

intorno al collo che vede e che in acqua non si afferra!

Ignora ciò che vede, ma quel che vede l'infiamma

e proprio l'illusione che l'inganna eccita i suoi occhi.

Ingenuo, perché t'illudi d'afferrare un'immagine che fugge?

Ciò che brami non esiste; ciò che ami, se ti volti, lo perdi!

Quella che scorgi non è che il fantasma di una figura riflessa:

nulla ha di suo; con te venne e con te rimane;

con te se ne andrebbe, se ad andartene tu riuscissi.

Ma né il bisogno di cibo o il bisogno di riposo

riescono a staccarlo di lì: disteso sull'erba velata d'ombra,

fissa con sguardo insaziabile quella forma che l'inganna

e si strugge, vittima dei suoi occhi. Poi sollevandosi un poco,

tende le braccia a quel bosco che lo circonda e dice:

«Esiste mai amante, o selve, che abbia più crudelmente sofferto?

Voi certo lo sapete, voi che a tanti offriste in soccorso un rifugio.

Ricordate nella vostra lunga esistenza, quanti sono i secoli

che si trascina, qualcuno che si sia ridotto così?

Mi piace, lo vedo; ma ciò che vedo e che mi piace

non riesco a raggiungerlo: tanto mi confonde amore.

E a mio maggior dolore, non ci separa l'immensità del mare,

o strade, monti, bastioni con le porte sbarrate:

un velo d'acqua ci divide! E lui, sì, vorrebbe donarsi:

ogni volta che accosto i miei baci allo specchio d'acqua,

verso di me ogni volta si protende offrendomi la bocca.

Diresti che si può toccare; un nulla, sì, si oppone al nostro amore.

Chiunque tu sia, qui vieni! Perché m'illudi, fanciullo senza uguali?

Dove vai quand'io ti cerco? E sì che la mia bellezza e la mia età

non sono da fuggire: anche delle ninfe mi hanno amato.

Con sguardo amico mi lasci sperare non so cosa;

quando ti tendo le braccia, subito le tendi anche tu;

quando sorrido, ricambi il sorriso; e ti ho visto persino piangere,

quando io piango; con un cenno rispondi ai miei segnali

e a quel che posso arguire dai movimenti della bella bocca,

mi ricambi parole che non giungono alle mie orecchie.

Io, sono io! l'ho capito, l'immagine mia non m'inganna più!

Per me stesso brucio d'amore, accendo e subisco la fiamma!

Che fare? Essere implorato o implorare? E poi cosa implorare?

Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente.

Oh potessi staccarmi dal mio corpo!

Voto inaudito per gli amanti: voler distante chi amiamo!

Ormai il dolore mi toglie le forze, e non mi resta

da vivere più di tanto: mi spengo nel fiore degli anni.

No, grave non mi è la morte, se con lei avrà fine il mio dolore;

solo vorrei che vivesse più a lungo lui, che tanto ho caro.

Ma, il cuore unito in un'anima sola, noi due ora moriremo».

Dice, e delirando torna a contemplare quella figura,

e con le sue lacrime sconvolge lo specchio d'acqua,

che increspandosi ne offusca lo splendore. Vedendola svanire:

«Dove fuggi?» esclama. «Fèrmati, infame, non abbandonare

chi ti ama! Se non posso toccarti, mi sia permesso almeno

di guardarti e nutrire così l'infelice mia passione!».

In mezzo ai lamenti, dall'orlo in alto lacera la veste

e con le palme bianche come il marmo si percuote il petto nudo.

Ai colpi il petto si colora di un tenue rossore,

come accade alla mela che, candida su una faccia,

si accende di rosso sull'altra, o come all'uva

che in grappoli cangianti si vela di porpora quando matura.

Specchiandosi nell'acqua tornata di nuovo limpida,

non resiste più e, come cera bionda al brillio

di una fiammella o la brina del mattino al tepore

del sole si sciolgono, così, sfinito d'amore,

si strugge e un fuoco occulto a poco a poco lo consuma.

Del suo colorito rosa misto al candore ormai non v'è più traccia,

né del fuoco, delle forze, di ciò che prima incantava la vista,

e nemmeno il corpo è più quello che Eco aveva amato un tempo.

Ma quando lei lo vide così, malgrado la collera al ricordo,

si addolora e ogni volta che l'infelice mormora 'Ahimè',

rimandandogli la voce ripete 'Ahimè',

e quando il ragazzo con le mani si percuote le braccia,

replica lo stesso suono, quello delle percosse.

Le ultime sue parole, mentre fissava l'acqua una volta ancora,

furono: «Ahimè, fanciullo amato invano», e le stesse parole

gli rimandò il luogo; e quando disse 'Addio', Eco 'Addio' disse.

Poi reclinò il suo capo stanco sull'erba verde e la morte chiuse

quegli occhi incantati sulle fattezze del loro padrone.

E anche quando fu accolto negli Ínferi, mai smise di contemplarsi

nelle acque dello Stige. Un lungo lamento levarono le Naiadi

sue sorelle, offrendogli le chiome recise;

un lungo lamento le Driadi, ed Eco unì la sua voce alla loro.

Già approntavano il rogo, le fiaccole da agitare e il feretro:

il corpo era scomparso; al posto suo scorsero un fiore,

giallo nel mezzo e tutto circondato di petali bianchi.

La notizia di queste vicende accrebbe la fama di Tiresia

in tutte le città dell'Acaia e grande divenne il suo prestigio.

Unico e solo, Penteo, figlio di Echìone, miscredente incallito,

disprezza il vecchio e si beffa dei suoi presagi,

rinfacciandogli le tenebre in cui vive per la sventura

d'aver perso la vista. Scuotendo le tempie bianche di canizie:

«Che fortuna, se anche tu fossi privato di questa luce»,

gli ribatte il vate: «non vedresti i sacri riti di Bacco.

Verrà giorno infatti, e prevedo non lontano,

che qui giungerà inaspettato Libero, il figlio di Sèmele,

e se tu degno non lo riterrai dell'onore dei templi,

dilaniato sarai disperso in mille parti, macchiando di sangue

le foreste, tua madre e le sorelle di tua madre.

Avverrà, perché degno d'onore non stimerai quel nume,

e allora ti lagnerai che in queste tenebre io abbia visto troppo».

Ancora stava parlando che il figlio di Echìone lo caccia.

Ma alle parole seguono i fatti e s'avverano le profezie.

Libero arriva e un delirio di gioia prorompe nei campi:

la folla si accalca, insieme agli uomini madri e spose,

popolo e dignitari, tutti accorrono a quei riti sconosciuti.

«Che pazzia vi ha sconvolto la mente, figli di serpe,

progenie di Marte?» grida Penteo. «Tanto potere ha dunque

il bronzo percosso dal bronzo, il flauto a becco curvo,

il sortilegio della magia, che persone avvezze a non temere

spade, trombe di guerra o schiere con la lancia in pugno,

si lascino vincere da strepiti di femmine, dal delirio

del vino, da masnade oscene e sciocchi tamburelli?

Di chi stupirsi? Di voi, vecchi, che dopo avere a lungo vagato

sui mari, qui avete insediato Tiro, qui i vostri penati in fuga,

e ora vi piegate senza colpo ferire? O di voi, giovani,

in età più acerba e più vicina alla mia, che dovreste impugnare

armi e non tirsi, cingere elmi e non ghirlande di fiori?

Memori siate, vi prego, della stirpe che vi ha dato i natali,

ritrovate la fierezza di quel serpente che da solo

tanti sconfisse! e che morì per la sua sorgente, per il suo lago:

in nome della vostra fama vincere dovete!

Lui diede morte a prodi, cacciate voi questi rammolliti

e salvate l'onore della patria! Se era intenzione del fato

che Tebe non vivesse a lungo, oh fossero almeno ordigni di guerra

o eroi ad abbatterne le mura in un fragore di ferro e fuoco!

Sventurati saremmo, ma senza colpa; da piangere o celare

nostra sorte non sarebbe e mai nelle lacrime vergogna.

Ora invece Tebe sarà espugnata da un fanciullo inerme,

che non ama guerre, armi o pratica di cavalli,

ma capelli impregnati di mirra, carezza di ghirlande

e vesti color porpora a ricami d'oro.

Ma, se mi fate largo, lo costringerò in un lampo a confessare

che sono un'impostura l'attribuzione del padre e questi riti.

Se Acrisio ha avuto il coraggio di disprezzare

un nume sospetto e di sbarrargli in faccia le porte di Argo,

Penteo con tutta Tebe si lascerà spaventare da un intruso?

Avanti, andate,» ordina ai suoi servi, «andate e qui in catene

trascinatemi quel demagogo! Obbedite e senza indugi!».

Lo stesso nonno, lo stesso Atamante e tutti gli altri suoi congiunti

lo rimproverano e invano si sforzano di trattenerlo.

Gli ammonimenti lo incattiviscono e la rabbia repressa

si esaspera e cresce; la critica gli brucia:

così ho visto torrenti che scorrevano quieti, senza troppo

fragore, dove nulla si opponeva al loro corso,

farsi violenti di fronte agli ostacoli, tra spuma e mulinelli,

nei punti in cui li imbrigliavano tronchi o barriere di massi.

Tornano intanto i servi insanguinati e alla richiesta del signore

dove fosse Bacco, rispondono di non averlo visto; e aggiungono:

«Però abbiamo preso questo suo seguace che officiava»,

e spingono avanti un uomo con le mani legate sulla schiena,

un etrusco che si era votato alla religione di quel nume.

Penteo lo squadra con occhi che l'ira rende spaventosi

e benché a stento si rassegni a differire l'ora del supplizio:

«Tu, che stai per morire e che con la tua morte servirai d'esempio

agli altri,» grida, «dimmi il nome tuo, il nome dei genitori,

la tua patria e perché segui questi riti di nuova istituzione».

Senza alcun timore quello risponde: «Il nome mio è Acete,

mia patria è la Meonia, povera gente i miei genitori.

Mio padre non mi ha lasciato campi da lavorare a forza

di buoi, non mi ha lasciato greggi da lana e neppure armenti:

povero com'era, s'ingegnava ad adescare col filo e l'amo

qualche pesce che guizzava in acqua e a tirarlo su con la sua canna.

Quell'espediente era tutta la sua ricchezza; tramandandomelo

mi disse: "Prenditi, erede mio che mi succedi in questo lavoro,

i beni che ho", e morendo non mi lasciò nient'altro che distese

d'acqua: questa posso dire è la sola eredità paterna.

Ora io, per non rimanere sempre legato agli stessi scogli,

mi sono addestrato a governare il timone di un'imbarcazione

con mano ferma, a riconoscere le stelle che recano pioggia

della Capra Olenia, la stella Taigete, le Íadi e l'Orsa,

le case dei venti e i porti adatti alle navi.

Per caso, diretto a Delo, avvisto le sponde

dell'isola di Chio, accosto coi remi di destra

e con un agile balzo mi lancio sull'umida rena.

Passata lì la notte, quando appena l'aurora comincia

a rosseggiare, mi levo e dispongo che si attinga

acqua fresca, mostrando il sentiero che conduce alla fonte.

Io rimango a scrutare da un'altura cosa mi prometta

il vento, poi richiamo i compagni e torno alla nave.

"Eccoci qui!" grida Ofelte venendo avanti a tutti,

e trascina per la spiaggia un fanciullo che pare una vergine,

una preda, così dice, trovata in un campo deserto.

Quello sembra barcollare, come stordito dal vino o dal sonno,

e seguirlo a fatica. Io ne osservo la foggia, l'aspetto e l'incedere:

nulla gli vedo che possa attribuirsi a un mortale.

Lo sento e dico ai compagni: "Non so quale nume si celi

in questo corpo, ma in questo corpo si cela un nume.

Chiunque tu sia, aiutaci, ti prego, e proteggi il nostro travaglio!

e anche costoro perdona!". "Per noi puoi risparmiarti di pregare",

obietta Dictis, che non aveva rivali nell'arrampicarsi

in cima a un pennone e nel scivolare giù avvinghiato a una fune.

Gli dà ragione Libis, il biondo Melanto di vedetta a prua,

ragione Alcimedonte ed Epopeo, capo dell'equipaggio,

che con la voce scandiva le pause e il ritmo della voga;

tutti gli danno ragione, tanto la preda li acceca di voglia.

"Ma io non permetterò che per la presenza di un essere sacro

questo legno abbia danno", grido: "chi comanda qui son io!";

e mi pianto a sbarrare l'accesso. Chi s'infuria con più arroganza

è Licabas: cacciato da una città dell'Etruria,

scontava con l'esilio la pena per un orribile delitto.

Mentre lo fronteggio, lui vibrando un pugno mi sfonda

la gola, e con quel colpo m'avrebbe scaraventato in acqua,

se non mi fossi aggrappato per salvarmi, mezzo morto, a una fune.

Quella masnada applaude alla prodezza. Quand'ecco che Bacco

(perché proprio Bacco era), come se il chiasso l'avesse destato

dal torpore o, sfumata l'ebbrezza, tornasse in sé:

"Che fate? Cos'è questo chiasso?" chiede. "Dite, marinai,

come mai mi trovo qui? Dove volete portarmi?".

"Non aver paura," risponde Pròreo, "di' in quale porto desideri

arrivare: sarai sbarcato nella terra che vorrai."

"Fate rotta su Nasso", dice allora Bacco.

"Quella è la patria mia, terra che vi sarà ospitale."

Quegli impostori giurano sul mare e su tutti gli dei

che così sarà fatto e m'impongono di dar vela alla mia nave.

Nasso era a destra, e io piego le vele per andare a destra:

"Che fai, pazzo? hai perso la testa?" mi rimbrotta Ofelte.

Ognuno è in ansia per sé. "Va' a sinistra!" mi fanno capire i più

coi gesti, e gli altri sussurrandomi all'orecchio ciò che vogliono.

Allibisco: "Prenda il timone qualcun altro!" sbotto,

sottraendomi al rischio di compiere un misfatto con le mie arti.

M'inveiscono tutti contro, brontola l'intera ciurma;

fra loro poi Etalione sbraita: "Credi proprio che da te solo

dipenda la sicurezza di tutti noi?" e facendosi avanti

prende il mio posto, lascia perdere Nasso e punta su un'altra rotta.

Allora il dio, schernendoli come se solo in quell'attimo avesse

compreso l'inganno, dal ponte di poppa guarda il mare e facendo

finta di piangere: "Non è questa, marinai," protesta, "la costa

che m'avevate promesso, non è questa la terra che chiedevo.

Che ho fatto per meritarmi questo? Che prodezza è la vostra

a ingannare, maturi come siete, un bambino, in tanti uno solo?".

Da un pezzo io piangevo: quella banda di scellerati sbeffeggia

le nostre lacrime e accelera il battito dei remi in acqua.

Ora io ti giuro per quel dio (perché nessun dio più di lui

è presente fra noi) che quanto ti racconto è vero,

anche se supera l'onore del vero: s'arresta in mezzo al mare

la nave, proprio come se la tenesse in secco un cantiere.

Sorpresi, quelli insistono a battere i remi,

spiegano le vele e con entrambi i mezzi tentano di procedere.

Radici d'edera inceppano i remi e serpeggiando in un intrico

di volute vanno a ornare le vele con dovizia di corimbi.

E il nume, con la fronte incoronata di grappoli d'uva,

agita un'asta tutta fasciata di pampini;

intorno gli si accucciano apparizioni spettrali: tigri,

linci e figure selvagge di pantere screziate.

Balzano gli uomini in piedi per un accesso di follia

o di terrore; e per primo Medonte inizia a farsi nero

lungo il corpo e a incurvarsi: a vista d'occhio la spina dorsale

gli s'inarcava. E Licabas gli dice: "In quale mostro

ti stai mutando?", ma mentre parla la bocca gli si allarga, il naso

gli si incurva e la pelle indurita gli si copre di squame.

Libis, mentre cerca di sbloccare i remi impigliati,

vede contrarsi e ritrarsi le mani, mani

che ormai più tali non sono e già pinne possono chiamarsi;

un altro, volendo allungare le braccia sui grovigli di funi,

si ritrova senza braccia e inarcando quel corpo amputato

si getta in acqua: all'estremità vibra una coda falcata,

come la curva che formano le corna della luna nascente.

E da ogni parte si tuffano, sollevando grandi spruzzi,

riemergono per poi tornare ogni volta sott'acqua,

intrecciano una sorta di danza, dimenando con voluttà

i loro corpi, e dalle larghe nari sbuffano l'acqua aspirata.

Di venti che eravamo (tanti ne portava quella nave)

restavo io, io solo: gelato dallo spavento, con un tremito

in tutto il corpo, quasi incosciente, mi conforta il nume, mi dice:

"Scaccia dal cuore la paura: in rotta per Dia!". Lì sbarcato,

aderisco al culto di Bacco e da quel giorno ne celebro i riti».

«Abbiamo prestato orecchio alle tue fole», gli ribatte Penteo,

«tirate in lungo perché la mia ira potesse intanto sbollire.

Avanti, servi, portatelo via, straziatene le carni

con torture atroci e speditelo nelle tenebre dello Stige!».

Subito trascinato via, l'etrusco Acete viene chiuso in carcere,

ma mentre si preparano, come ordinato, gli strumenti

di tortura per ucciderlo, il ferro e il fuoco,

si narra che da sé si spalancassero le porte, che da sé

gli cadessero i ceppi dai polsi, senza che alcuno li sciogliesse.

Si ostina il figlio di Echìone, ma va di persona, non manda altri

nel luogo scelto per celebrare i riti, sul Citerone

dove risuonano i canti e le voci squillanti delle baccanti.

Come un cavallo focoso, quando la tromba scatena l'attacco

con gli squilli del bronzo, freme e smania di combattere,

così Penteo da quei lunghi ululati che scuotono l'aria

è sconvolto e a udire quel clamore riavvampa d'ira.

Quasi a metà del monte, circondata ai margini dal bosco,

c'è una radura sgombra d'alberi dove la vista spazia libera.

Qui, mentre con occhi sacrileghi osserva la cerimonia,

la prima a scorgerlo, la prima ad avventarglisi contro con furia,

la prima a sfregiare il suo Penteo scagliandogli il tirso,

è la madre. «O sorelle, gemelle mie, accorrete!», urlava,

«quel cinghiale enorme che si aggira nei nostri campi, quello,

quello io devo uccidere!». Tutto contro gli si lancia quel branco

inferocito: ammassandosi insieme, tutte lo inseguono e lui

trepida, trepida ormai, usa un linguaggio meno violento ormai,

ormai condanna sé stesso, ormai riconosce l'errore commesso.

Colpito malgrado questo: «Aiutami, Autònoe, aiutami zia!»,

grida. «Pietà, abbi pietà almeno per l'ombra di Attèone!».

Ma lei non sa più chi sia Attèone e, mentre la scongiura, gli tronca

il braccio destro; l'altro da un colpo di Ino gli è strappato.

Braccia non ha più lo sventurato da tendere alla madre

e allora mostrandole le piaghe aperte dalle membra mozzate:

«Guarda, madre mia, guarda!» grida. A quella vista Agave

lancia un urlo, squassa la testa agitando nell'aria i suoi capelli,

poi gli svelle il capo e, stringendolo tra le mani lorde di sangue,

esclama: «Compagne, compagne, opera nostra è questa vittoria!».

Non più in fretta il vento strappa dalla cima degli alberi le foglie

battute dal freddo d'autunno e ormai appese a un filo,

di come son disperse le sue membra da quelle mani nefande.

Ammonite da un tale esempio, seguono le donne dell'Ismeno

il nuovo culto e offrendo incenso ne consacrano gli altari.

LIBRO QUARTO

 

 

Ma Alcìtoe, figlia di Minia, ritiene che quel culto orgiastico

sia da rifiutare e si ostina con protervia a sostenere

che falsa è la discendenza di Bacco da Giove: in questa empietà

ha compagne le sorelle. Aveva ordinato il sacerdote

di celebrare una festa e che ancelle e padrone, lasciando

le faccende, si fasciassero di pelli, sciogliessero dai nastri

i capelli e, con ghirlande sul capo, impugnassero tirsi

coperti di fronde: tremenda sarebbe stata l'ira del nume

se l'avessero offeso, questo il vaticinio. Madri e spose assentono,

ripongono tele e canestri interrompendo le faccende,

e bruciano incenso, invocano Bacco chiamandolo Bromio, Lieo,

figlio del fuoco, nato due volte, unico ad avere due madri.

E a questi nomi aggiungono Niseo, Tioneo l'intonso,

Leneo, inventore dei piaceri che dà la vite,

Nictelio, padre Eleleo, Iacco ed Èuhan,

insomma tutti gli infiniti nomi che tu, Libero,

hai tra le genti di Grecia. Intramontabile è la tua giovinezza:

tu eterno fanciullo, tu che bellissimo in alto nel cielo

catturi gli occhi; quando ti presenti senza corna,

il tuo capo ha la grazia di una vergine; vinto hai l'Oriente

sino al punto estremo in cui l'India ambrata è bagnata dal Gange.

Tu i sacrileghi Penteo e Licurgo, armato d'ascia, colpisci a morte,

venerabile nume, e a mare getti i marinai etruschi;

tu a una pariglia di linci sproni il collo screziato

con freni colorati. Ti seguono satiri, baccanti

e il vecchio che ebbro sostiene col bastone le membra vacillanti

e che a malapena si regge sulla groppa del suo asinello.

Ovunque tu passi, col clamore dei giovani risuonano

grida di donna, tamburelli percossi col palmo della mano,

bronzi concavi e flauti di bosso forati lungo l'asse.

«Benevolo e amico vieni a noi», pregano le donne dell'Ismeno

seguendo devote la liturgia. Solo le figlie di Minia

chiuse in casa, violando la festività con lavori importuni,

cardano la lana, ne torcono i fili col pollice

o sostando al telaio spronano le ancelle a lavorare.

E una di loro, intenta a filare col tocco leggero del pollice:

«Mentre le altre indugiano affollandosi a quei fantomatici riti,

noi, fedeli a una dea migliore, Minerva,» dice, «per parte nostra

via, alleviamo il giusto lavoro delle mani con qualche chiacchiera

e qui fra noi a turno raccontiamo a chi drizza le orecchie

qualcosa che meno lungo faccia apparire il tempo».

Le sorelle approvano e la invitano a parlare per prima.

Lei riflette quale racconto scegliere fra tanti (ne conosce

moltissimi) ed è incerta se narrare di te, Dèrceto

di Babilonia, che come credono i Palestinesi, mutato

aspetto, con gli arti coperti di squame finisti in uno stagno;

o piuttosto di come sua figlia, messe le penne,

passò gli ultimi anni in una torre bianca;

o di come col canto e col potere inaudito di erbe una Naiade

mutava corpi di giovani in pesci silenziosi,

finché subì la stessa sorte; oppure di quell'albero che un tempo

portava bacche bianche e ora a contatto col sangue le porta nere.

Sceglie questa storia, questa, perché non è comune,

e così dunque comincia, continuando intanto a filare:

«Pìramo e Tisbe, lui di tutti i giovani il più bello,

lei unica fra tutte le fanciulle che ha avuto l'Oriente,

abitavano in case contigue, là dove dicono che cinse

Semiramide con mura di cotto la sua superba città.

Grazie alla vicinanza si conobbero e nacquero i primi vincoli:

col tempo crebbe l'amore. E si sarebbero uniti in matrimonio,

se i genitori non l'avessero impedito; ma impedire

non poterono che perdutamente ardessero l'uno dell'altra.

Nessuno ne è al corrente, si parlano a cenni, a gesti,

e quel fuoco nascosto più lo si nasconde, più divampa.

Da una sottile fessura, formatasi già al tempo

della costruzione, era solcato il muro comune alle due case.

Quel difetto, ignoto a tutti per centinaia d'anni (cosa mai

non scopre l'amore?), voi, innamorati, per primi lo scorgeste

e l'usaste come via per parlarvi: di lì ben protette

passavano giorno per giorno in un sussurro le vostre effusioni.

Spesso, immobili, Tisbe da una parte, Pìramo dall'altra,

dopo aver spiato a vicenda i propri aneliti:

"Muro invidioso", dicevano, "perché ti frapponi al nostro amore?

Quanto ti costerebbe lasciarci unire con tutto il corpo

o, se questo è troppo, aprirti perché potessimo baciarci?

Non siamo degli ingrati: sappiamo di doverti già molto,

se a orecchie amiche permetti che giungano le nostre voci".

Pronunciate invano, l'uno dall'altra divisi, queste parole,

a notte si salutarono e ognuno alla sua parte

di muro impresse baci senza speranza che s'incontrassero.

L'aurora seguente aveva rimosso i fuochi della notte,

il sole sciolto coi suoi raggi la brina nei prati e loro

si ritrovarono in quel luogo. Con lieve bisbiglio allora,

dopo essersi a lungo lamentati, decisero di eludere

i custodi, di tentare la fuga nel silenzio della notte

e, una volta fuori casa, lasciare la stessa città;

ma per non smarrirsi, vagando in aperta campagna, stabilirono

d'incontrarsi al sepolcro di Nino e di nascondersi al buio

sotto un albero: quello che imbiancato di bacche lì si trovava,

un alto gelso appunto, vicino a una gelida sorgente.

Questo l'accordo; e la luce, che sembrava non volersene andare,

calò a un tratto nel mare e da quel mare si levò la notte.

Di soppiatto aprendo la porta, Tisbe uscì, senza farsi sentire

dai suoi, nelle tenebre e, col volto velato,

giunta al sepolcro, sedette sotto l'albero convenuto:

audace la rendeva amore. Quand'ecco che, con le fauci

schiumanti sangue per la strage di un armento, venne a spegnere

la sete sua nella fonte accanto una leonessa.

Di lontano ai raggi della luna la vide Tisbe

e con le gambe tremanti corse a rifugiarsi in un antro oscuro,

ma nel fuggire lasciò cadere per l'ansia il velo dalle spalle.

La belva feroce, placata a furia d'acqua la sua sete,

mentre tornava nel bosco, trovò per caso abbandonato a terra

quel velo delicato e lo stracciò con le fauci sporche di sangue.

Uscito più tardi, Pìramo scorse in mezzo all'alta polvere

le orme inconfondibili di una belva e terreo

si fece in volto. Quando poi trovò la veste macchiata di sangue:

"Una, una sola notte", gridò, "manderà a morte due innamorati.

Di noi era lei la più degna di vivere a lungo;

colpevole è l'anima mia. Io, sventurata, io ti ho ucciso,

io che ti ho spinto a venire di notte in luoghi così malsicuri,

e neppure vi venni per primo. Dilaniate il mio corpo,

divorate con morsi feroci quest'uomo scellerato

voi, voi leoni, che vi rintanate sotto queste rupi!

Ma è da vili chiedere la morte". Raccolse il velo

di Tisbe e lo portò con sé al riparo dell'albero convenuto;

poi, dopo avere intriso di lacrime e baci quella cara veste:

"Imbeviti ora", esclamò, "anche di un fiotto del sangue mio!".

E si piantò nel ventre il pugnale che aveva al fianco,

poi, ormai morente, fulmineo lo trasse dalla ferita aperta

e cadde a terra supino. Schizza alle stelle il sangue,

come accade se, logoratosi il piombo, un tubo si fende

e da un foro sottile sibilando esce un lungo getto

d'acqua, che sferza l'aria con la sua violenza.

I frutti dell'albero, spruzzati di sangue,

divengono cupi e, di sangue intrisa, la radice

tinge di vermiglio i grappoli delle bacche.

Ed ecco che, ancora impaurita, per non deludere l'amato,

lei ritorna e con gli occhi e il cuore cerca il giovane,

impaziente di narrargli a quanti pericoli è sfuggita.

Ma se riconosce il luogo e la forma della pianta,

la rende incerta il colore dei frutti: in forse se sia quella.

Ancora in dubbio, vede un corpo agonizzante che palpita a terra

in mezzo al sangue; arretra e, col volto più pallido del legno

di bosso, rabbrividisce come s'increspa il mare,

se una brezza leggera ne sfiora la superficie.

Ma dopo un attimo, quando in lui riconosce il suo amore,

in pianto disperato si percuote le membra innocenti,

si strappa i capelli abbracciata al corpo dell'amato,

colma la ferita di lacrime, confonde il pianto

col sangue suo e, imprimendo baci su quel volto gelido,

grida: "Quale sventura, quale, Pìramo, a me ti ha strappato?

Pìramo, rispondi! Tisbe, è la tua amatissima Tisbe

che ti chiama. Ascoltami, solleva questo tuo volto inerte!".

Al nome di Tisbe Pìramo levò gli occhi ormai appesantiti

dalla morte e, come l'ebbe vista, per sempre li richiuse.

Solo allora lei riconobbe la sua veste e scorse il fodero

d'avorio privo del pugnale: "La tua, la tua mano e il tuo amore

ti hanno perso, infelice! Ma per questo anch'io ho mano ferma,"

disse, "e ho il mio amore: mi darà lui la forza d'uccidermi.

Nell'oblio ti seguirò; si dirà che per sciagura fui io causa

e compagna della tua fine. Solo dalla morte, ahimè, potevi

essermi strappato, ma neanche da quella potrai esserlo ora.

Pur travolti dal dolore esaudite almeno, voi che genitori

siete d'entrambi, la preghiera che insieme vi rivolgiamo:

non proibite che nello stesso sepolcro vengano composte

le salme di chi un amore autentico e l'ora estrema unì.

E tu, albero che ora copri coi tuoi rami il corpo sventurato

d'uno solo di noi e presto coprirai quelli di entrambi,

serba un segno di questo sacrificio e mantieni i tuoi frutti

sempre parati a lutto in memoria del nostro sangue!"

Questo disse, e rivolto il pugnale sotto il suo petto,

si lasciò cadere sulla lama ancora calda di sangue.

E almeno la preghiera commosse gli dei, commosse i genitori:

per questo il colore delle bacche, quando sono mature, è nero

e ciò che resta del rogo in un'urna unica riposa».

Aveva terminato. Ci fu una breve pausa, poi cominciò

Leucònoe a raccontare: le sorelle fecero silenzio.

«Anche il Sole, che regola ogni cosa con la luce astrale,

anche lui fu preso da amore: racconterò gli amori del Sole.

Si pensa che questo dio fosse il primo a sapere dell'adulterio

di Venere con Marte: è un dio che sa tutto per primo.

S'indignò, e al marito, figlio di Giunone, rivelò

il tradimento coniugale e il luogo del tradimento. A Vulcano

cadde il cuore e dalle mani operose che lo stringevano cadde

il suo lavoro. Senza perder tempo fabbrica ad arte catene

di bronzo, reti e lacci così sottili da sfuggire alla vista:

non c'era ordito, non c'era ragnatela appesa a una trave

del soffitto che superasse quell'opera in trasparenza.

E, disponendoli con maestria intorno al letto, fece in modo

che scattassero al tocco più lieve e al minimo movimento.

Quando la moglie e l'amante si unirono sul letto per amarsi,

sorpresi dal marchingegno preparato con proprietà nuovissime

dal marito, rimasero intrappolati nell'atto dell'amplesso.

Il dio di Lemno allora spalancò di colpo la porta d'avorio

e fece entrare gli dei: i due giacevano avvinti in posa

vergognosa, e qualcuno dei numi meno severo s'augurò

d'essere svergognato così. Scoppiarono a ridere gli dei

e in tutto il cielo questa storia passò di bocca in bocca per anni.

Venere esige una pena memorabile per la delazione,

e umiliò con un amore identico chi aveva umiliato

i suoi amori segreti. Ora, o figlio di Iperione, che vale

la tua bellezza, il tuo colore e la luce che irradi?

Sì, tu che bruci dovunque la terra col tuo fuoco,

bruci di un fuoco inaudito; tu che dovresti seguire ogni cosa,

non fai che ammirare Leucòtoe e solo su quella vergine figgi

lo sguardo che devi al mondo. Ora sorgi più presto in cielo

a oriente, ora cali più tardi nel mare,

e indugiando ad ammirarla prolunghi le ore dell'inverno;

a volte ti fai pallido e il languore della mente si comunica

alla luce, sgomentando con l'oscurità il cuore dei mortali.

E non è che impallidisci perché, avvicinandosi alla terra,

la sagoma della luna t'intralci: è questo amore a farti tale.

Non ami che lei: più non ti avvince Clìmene o Rodo,

la bellissima madre di Circe nell'isola di Eea

o Clizia che, sebbene disprezzata, sognava d'unirsi a te

e che proprio in quel tempo ne soffriva in modo atroce.

Su molte donne ha steso il velo dell'oblio Leucòtoe,

lei nata da Eurìnome, la più bella che esistesse

nel paese degli aromi; ma una volta cresciuta, quella figlia,

di quanto la madre superava tutte, la superò in bellezza.

Orcamo, il padre, regnava sulle città degli Achemènidi

e per nascita è ritenuto settimo dopo l'antico Belo.

Sotto il cielo d'Esperia sono i pascoli dei cavalli del Sole:

ambrosia, non erba vi trovano, e nutrono con questa le membra

stanche del lavoro diurno, temprandole alle fatiche.

Ora, venuto il turno della notte, mentre i destrieri brucavano

laggiù la divina pastura, il dio, preso l'aspetto della madre

Eurìnome, entra nella dimora dell'amata

e in piena luce, tra dodici ancelle, gli appare Leucòtoe,

che girando il fuso ne trae fili sottili.

Così, dopo averla baciata come madre una figlia diletta:

"È un segreto," dice, "uscite ancelle: una madre

ha pure il diritto di parlare in segreto".

Ubbidiscono, e quando il luogo fu privo di testimoni, il dio:

"Io sono colui", comincia, "che misura la lunghezza dell'anno,

colui che tutto vede e grazie al quale la terra vede le cose,

l'occhio del mondo: credimi, mi piaci!". Lei tremante di paura

allenta le dita lasciando cadere conocchia e fuso.

Ma persino il timore le donava. Senza più indugiare il dio

riprese il suo aspetto e lo splendore consueto;

e la vergine, benché atterrita da quella visione inattesa,

vinta dal fulgore del dio, subì la violenza senza un lamento.

S'ingelosisce Clizia (il suo amore per il Sole

era sfrenato) e in un accesso d'ira contro la rivale

divulga la tresca, rivelandola con infamia

al padre. Furibondo e pieno di collera, malgrado Leucòtoe

lo scongiurasse e, tendendo le mani verso la luce del Sole,

dicesse: "Mi ha violentato, io non volevo!", lui allora

la seppellì in una fossa, coprendone il tumulo di macigni.

Con i suoi raggi lo perforò il figlio di Iperione, offrendoti

una via che ti permettesse di estrarre il volto sepolto;

ma tu ormai, ninfa, più in grado non eri di sollevare il capo

schiacciato dal peso della terra e giacevi, corpo senza vita.

Dopo il rogo di Fetonte, si dice che niente di più straziante

dovette vedere l'auriga dei cavalli alati.

Lui, è vero, cerca col potere dei suoi raggi, se gli è possibile,

di richiamare al calore della vita quelle gelide membra,

ma poiché il fato si oppone a tutti i suoi sforzi,

cosparge di nettare profumato corpo e sepoltura,

mormorando fra un mare di lamenti: "Almeno salirai al cielo".

E improvvisamente il corpo impregnato di quel nettare divino

si sciolse e del proprio aroma intrise la terra;

a poco a poco allora un virgulto d'incenso, allungando nel suolo

le radici, si erse e ruppe il tumulo con la cima.

E a Clizia, benché l'amore potesse giustificarne l'angoscia

e l'angoscia la delazione, mai più volle avvicinarsi

il signore della luce e godersi con lei piaceri d'amore.

Da allora, travolta dalla follia della sua passione, la ninfa,

incapace di arrendersi, si strugge e notte e giorno sotto il cielo

giace sulla nuda terra a capo nudo coi capelli scomposti.

Per nove giorni, senza toccar acqua o cibo,

interrompe il digiuno solo con rugiada e lacrime;

non si muove da terra: non faceva che fissare nel suo corso

il volto del nume, seguendolo con gli occhi.

Si dice che il suo corpo aderisse al suolo e che un livido pallore

trasformasse parte del suo incarnato in quello esangue dell'erba;

un'altra parte è rossa e un fiore simile alla viola le ricopre

il volto. Malgrado una radice la trattenga, sempre si volge

lei verso il suo Sole e pur così mutata gli serba amore.»

Bene, la magia del racconto aveva incantato le ascoltatrici:

chi ne negava l'eventualità, chi ricordava che agli dei,

quelli veri, tutto è possibile: ma Bacco non era fra quelli.

Quando le sorelle tacquero, fu invitata Alcìtoe,

e questa, facendo scorrere la spola tra i fili dell'ordito:

«Non vi racconterò», disse, «gli amori fin troppo noti di Dafni,

il pastore dell'Ida che una ninfa tramutò in pietra, tanta

è la furia che brucia gli amanti, per colpire la sua rivale.

Né dirò come accadde che un tempo, sovvertite le leggi

di natura, l'ambiguo Sitone fu a volte maschio, a volte femmina.

Tralascio anche te, Celmi, d'acciaio ora, ma un giorno fedelissimo

a Giove bambino, come i Cureti nati da un diluvio,

e Croco e Smìlace che furono trasformati in fiori minuscoli.

Avvincerò invece il vostro cuore con l'esca della novità.

Donde venga cattiva fama alla fonte Salmàcide ascoltate,

e come mai debiliti e snervi le membra a contatto con l'acqua

che fluisce lenta. La causa è ignota, notissimo il suo potere.

In una grotta dell'Ida le Naiadi allevarono un fanciullo

che Mercurio aveva avuto dalla dea di Citera:

il suo volto era tale da potervi ravvisare i lineamenti

di entrambi i genitori; persino il suo nome era tratto dai loro.

Non appena compì quindici anni abbandonò i monti

della terra natia e, lasciata l'Ida che l'aveva allevato,

si divertiva a vagare per luoghi ignoti, a scoprire torrenti

sconosciuti, alleviando con la curiosità la fatica.

Si recò anche nelle città della Licia e, vicino alla Licia,

fra i Cari: lì vide uno specchio d'acqua cristallina

sino al fondale. Non vi crescono canne palustri,

alghe sparute o giunchi dalla punta aguzza:

l'acqua è trasparente, anche se erano i suoi bordi

circondati di zolle fresche e di erbe sempreverdi.

Vi abitava una ninfa, ma non portata alla caccia,

non avvezza a flettere l'arco o a gareggiare nella corsa:

è l'unica Naiade sconosciuta alla scattante Diana.

È voce che le sue sorelle spesso le dicessero:

"Salmàcide, prendi un giavellotto o una faretra dipinta

e alterna i tuoi ozi con la fatica della caccia!".

Ma lei non prende giavellotti o faretre dipinte

e i suoi ozi non alterna con la fatica della caccia.

Ora invece alla propria fonte bagna le membra leggiadre,

spesso lisciandosi i capelli col pettine del Citoro

o chiedendo allo specchio d'acqua come sia meglio acconciarsi;

ora col corpo avvolto in una veste trasparente

si adagia sul morbido tappeto di foglie o d'erba,

spesso cogliendo fiori. E anche allora per avventura ne coglieva,

quando vide il ragazzo e, alla sua vista, decise d'averlo.

Ma per quanto smaniasse d'andargli incontro, non gli si avvicinò

prima d'essersi rassettata, d'aver controllato il velo

e avere atteggiato il volto per essere certa di apparire bella.

Soltanto allora cominciò a parlare: "O ragazzo, che tanto appari

degno d'essere un dio, se sei un dio, puoi essere Cupido,

se sei un mortale, beati quelli che ti generarono,

felice tuo fratello, fortunata in verità

tua sorella, se ne hai una, e quella nutrice che ti porse il seno;

ma di gran lunga più beata e più di tutti la tua sposa,

se ne hai una, o la donna che riterrai degna d'esserlo.

Se già la possiedi, resti il mio un desiderio segreto,

diversamente scegli me e uniamoci nel medesimo letto".

Qui la Naiade tacque; un rossore si diffuse in volto al ragazzo

(non sa che cosa sia l'amore), ma quell'arrossire gli donava:

lo stesso colore dei frutti che pendono da un albero al sole,

dell'avorio colorato o della luna che sotto il suo candore

rosseggia, quando in suo aiuto invano risuonano i bronzi.

E alla ninfa, che almeno da sorella pretendeva baci e baci

senza fine e che stava accostando le mani al suo collo d'avorio:

"Smettila!" urlò, "altrimenti me ne vado e ti abbandono qui!".

Spaventata Salmàcide: "È tuo, te lo lascio questo luogo,

straniero", rispose e voltate le spalle finse di andarsene,

girandosi però a guardarlo, e inoltratasi in una macchia

si nascose in ginocchio fra gli arbusti. E lui, credendo allora

d'essere rimasto solo in quel prato e inosservato,

se ne va a zonzo e nelle onde che gli scherzano intorno immerge

prima la punta e poi la pianta dei piedi sino al tallone;

finché, attirato dalla carezza tiepida di quell'acqua,

si sfila dal corpo adolescente la sua morbida veste.

È allora che Salmàcide ammirata s'infiamma di desiderio

per quella nuda beltà! Di fiamma si accendono i suoi occhi,

come se fossero l'immagine nitida del disco solare

che luminosissima si riflette in uno specchio.

A stento sopporta l'attesa, a stento rimanda il piacere;

ormai smania d'abbracciarlo, ormai fuori di sé non sa più frenarsi.

Lui, battendosi il corpo col palmo delle mani, si tuffa

agilmente nel lago; e alternando il movimento delle sue braccia,

traluce in mezzo alla corrente, come se tu a schermo di una statua

d'avorio o di candidi gigli ponessi una lastra di cristallo.

"Ho vinto, è mio!" esulta la Naiade e, gettate lontano

tutte le vesti, si lancia in mezzo alle onde, afferra

l'adolescente che si dibatte e a viva forza gli strappa baci,

lo accarezza sotto il ventre, gli palpa il petto malgrado non voglia

e ora da un lato ora dall'altro gli si avvinghia in un abbraccio.

Alla fine, sebbene lui cerchi di opporsi e tenti di sfuggirle,

lo avviluppa come un serpente che l'aquila reale ghermisca

e trascini in cielo: appeso ai suoi artigli le si aggroviglia al capo,

alle zampe e con la coda le avviluppa le ali spiegate;

o come l'edera che si abbarbica lungo i tronchi,

come il polpo che nei fondali sorprende il nemico

e lo trattiene allungando da ogni parte i tentacoli.

Con ostinazione il pronipote di Atlante rifiuta alla Naiade

il piacere che sogna; lei lo incalza e, avvinta a lui

con tutto il corpo, lo stringe a sé dicendo: "Dibattiti, dibattiti,

tanto, infame, non mi sfuggirai! Fate che mai venga il giorno,

o dei, che da me lui si stacchi ed io da lui!".

Accolsero gli dei i suoi voti: i due corpi uniti

si fondono annullandosi in un'unica figura.

Come vedi saldarsi, mentre crescono, due rami e svilupparsi

insieme, se li unisci sotto la medesima corteccia,

così, quando le loro membra si fusero in quel tenace abbraccio,

non furono più due, ma un essere ambiguo che femmina non è

o giovinetto, che ha l'aspetto di entrambi e di nessuno dei due.

Quando Ermafrodito s'accorge che il corso d'acqua, in cui uomo

s'era immerso, l'aveva reso maschio a metà e aveva infiacchito

le sue membra, tendendo le mani, ma con voce che ormai

più non è virile, esclama: "Padre mio, madre mia, a vostro figlio,

che porta il nome di entrambi, concedete una grazia:

ogni uomo che scende in questa fonte ne esca dimezzato,

s'infemminisca non appena s'immerge in queste sue acque!".

Commossi dalle parole del figlio ermafrodito, i genitori

esaudirono il voto versando nella fonte un filtro malefico».

Il racconto era finito. Ma le figlie di Minia lavoravano

ancora con furia, spregiando Bacco e profanando la sua festa,

quando a un tratto timpani invisibili strepitarono

con suono sordo, echeggiarono flauti a becco curvo

e tintinnarono bronzi in un profumo di mirra e croco;

e accadde un fatto incredibile: i telai cominciano a germogliare,

le stoffe appese a mettere fronde in sembianza d'edera;

parte si trasformò in viti e quelli che erano poco fa fili

si mutarono in tralci; dagli orditi spuntarono pampini

e la porpora usò il suo pigmento per dipingere l'uva.

La giornata volgeva al termine, e già subentrava l'ora

in cui non puoi dire se vi sia buio o luce,

ma quella luce incerta che sconfina nella notte.

All'improvviso sembrò che i muri tremassero, che si accendesse

la resina delle torce e che la casa s'illuminasse

di fiamme abbaglianti in mezzo ai ruggiti di belve spettrali.

Le sorelle cercano un riparo nella casa invasa dal fumo,

chi in un luogo chi in un altro, per evitare le vampe del fuoco;

e mentre corrono al rifugio, fra gli arti atrofizzati si stende

una membrana e imprigiona loro le braccia in un velo sottile.

Le tenebre non permettono di capire come abbiano perso

l'aspetto primitivo. Non si librano con l'aiuto di penne,

eppure si sostengono con ali trasparenti,

e quando tentano di parlare emettono un verso fievole

a misura del corpo e si lamentano con sommessi squittii.

Abitano sotto i tetti, non nei boschi; odiando la luce,

volano di notte e prendono il nome dal vespro inoltrato.

Da allora il nome di Bacco divenne famosissimo

dappertutto a Tebe, e una zia materna descriveva a tutti

i grandi poteri del nuovo dio. Di tante sorelle era l'unica

priva di dolore, tranne quello da loro provocato.

Giunone si rese conto dell'orgoglio che aveva in cuore

per i figli, per il marito Atamante e il suo divino pupillo:

non lo sopportò e fra sé disse: «Possibile che un bastardo

abbia trasformato e gettato in mare i marinai della Meonia,

che abbia dato da straziare a una madre la carne del figlio,

che abbia coperto di ali inaudite le tre figlie di Minia,

e altro non resti a Giunone che piangere senza averne vendetta?

E questo è sufficiente? A questo si riduce il mio potere?

Lui stesso m'insegna il da farsi: da un nemico è lecito imparare.

Di cosa sia capace la pazzia, l'ha dimostrato a usura

con l'eccidio di Penteo: perché non spingere Ino alla pazzia

e non farle seguire l'esempio della sorella?».

C'è un sentiero in declivio che fra le tenebre di tassi funerei

conduce agli Inferi in un silenzio di tomba.

Fra le nebbie che esala la palude dello Stige da lì scendono

man mano le ombre, i fantasmi di chi ottiene l'onore del sepolcro.

Pallore e gelo ristagnano ovunque in quei luoghi in abbandono

e gli estinti arrivando ignorano la strada che conduce

alla città infernale e dove sia l'orrenda reggia di Plutone.

L'immensa città ha mille entrate e porte dovunque,

spalancate; e come il mare accoglie in sé i fiumi di tutta la terra,

così quel luogo accoglie le anime di tutti, mai angusto

per qualsivoglia popolo, non avverte il crescere della folla.

Esangui, senza più corpo e ossa, errano le ombre:

in parte s'accalcano fuori, in parte nella reggia di Plutone,

in parte esercitano un'attività, a imitazione della vita

passata, un'altra parte ancora sconta la pena che ha meritato.

Lasciata la sede celeste, la figlia di Saturno, Giunone,

ha il cuore di recarsi laggiù, tanto è l'odio e l'ira che in sé cova.

Appena entrata, sotto il peso del suo corpo divino la soglia

mandò un gemito; Cerbero levò le sue tre fauci

lanciando tre latrati insieme. E Giunone chiama le Furie,

figlie della Notte, divinità terribili, implacabili.

Sedute davanti alle porte d'acciaio che sbarravano il carcere,

tra i loro capelli si pettinavano i neri serpenti.

Come la riconobbero nel fumo della nebbia,

balzarono in piedi. Sede degli scellerati è chiamato il luogo:

qui Tizio, disteso su nove iugeri, espone allo scempio

le proprie viscere; tu, Tantalo, nemmeno un sorso d'acqua

riesci ad attingere e l'albero che ti sovrasta non è a portata;

tu, Sisifo, rincorri o spingi il masso che sempre rotola giù;

Issìone gira sulla ruota, inseguendo in fuga sé stesso,

e le nipoti di Belo, che ardirono macchinare la strage

dei cugini, senza posa riattingono l'acqua che va perduta.

La figlia di Saturno lanciò a tutti un'occhiata di fuoco

e per primo a Issìone; poi, volgendo da questo

lo sguardo a Sisifo, disse: «Perché costui patisce pene

senza fine, mentre, tra i suoi fratelli, Atamante, che con la moglie

mi ha sempre disprezzata, se ne vive con superbia in una reggia

da creso?». E spiegò la causa del suo odio per cui era venuta,

e ciò che voleva: che sparisse, questo era, la dinastia

di Cadmo e che le Furie spingessero al delitto Atamante.

Con un discorso intessuto di ordini, promesse e preghiere

istigò le tre sorelle; tanto che quando ebbe finito,

Tisìfone, scarmigliata com'era, scosse i grigi

capelli e, tirando indietro i serpenti che le celavano il viso,

così rispose: «Non c'è bisogno di tante chiacchiere:

considera fatto ciò che vuoi! Lascia questo regno

odioso e torna negli spazi del tuo cielo, che sono migliori!».

Lieta se ne andò Giunone, e mentre stava per rientrare in cielo,

Iride, figlia di Taumante, la purificò con spruzzi d'acqua.

Senza perder tempo la spietata Tisìfone prese una torcia

dai bagliori sanguigni e indossò un manto rutilante

come se grondasse sangue, attorcigliò alla vita un serpente

e partì dall'Averno. La seguivano nel suo cammino

Pianto, Paura, Terrore e Follia dal volto allucinato.

Quando davanti alla soglia del figlio di Eolo s'arrestò,

si racconta che la porta tremasse, gli stipiti illividissero

e il sole si oscurasse. Costernati e atterriti da quel prodigio,

Atamante e la moglie tentarono di fuggire,

ma la funesta Erinni davanti all'entrata sbarrò loro il passo

e allargando le braccia avviluppate da groppi di vipere,

agitò la chioma: a quel movimento stridono i serpenti

e snodandosi parte sulle spalle, parte strisciando sul petto,

emettono sibili, sputano veleno e vibrano le lingue.

Poi in mezzo ai capelli strappa due serpenti

e di colpo li scaglia con quella sua mano micidiale:

gli aspidi strisciano sul seno di Atamante e Ino

soffiandovi sopra i loro miasmi; non infliggono ferite

al corpo: solo la mente avverte quel terribile assalto.

Con sé la Furia aveva portato un altro veleno abominevole:

bava di Cerbero, virus di Echidna,

farneticanti deliri, oblio di mente accecata,

perfidia, lacrime, rabbia e sete di stragi,

il tutto amalgamato insieme e, mescolato a sangue fresco, fatto

bollire in un vaso di bronzo e rimestato con verde cicuta.

E a quei due impietriti versa in petto quel veleno

che suscita il delirio, e li sconvolge nel più profondo del cuore.

Poi roteando più volte la torcia, lungo il cerchio

insegue vorticosamente il fuoco col fuoco che muove.

Così, eseguiti gli ordini, tornò trionfante al regno spettrale

del grande Dite e liberò il serpente di cui si era cinta. Ed ecco

che fuori di sé in mezzo alla reggia il figlio di Eolo esclama:

«Animo, compagni, tendete le reti in questa boscaglia!

vi ho visto passare una leonessa con due cuccioli»,

e come un pazzo insegue la moglie credendola una belva,

le strappa dal seno Learco che ride tendendo

le sue braccine, rotea due o tre volte nell'aria il bambino,

come fosse una fionda, e con violenza gli fracassa il capo

contro un blocco di roccia. E la madre sconvolta

dal dolore o dal diffondersi del veleno,

manda un urlo e fuori di senno fugge coi capelli al vento

stringendo fra le braccia nude il suo piccolo Melicerta:

«Bacco, Bacco!» grida. A quel nome scoppia a ridere Giunone:

«Con questo ti ripaghi il tuo pupillo!» dice.

Strapiomba una rupe sul mare: la base è scavata

dai marosi e ripara dalla pioggia l'acqua che s'insinua sotto,

la sommità si erge dritta sporgendosi sul mare aperto.

Ino vi si arrampica (la follia le dà la forza)

e, senza che timore la trattenga, dall'alto si getta

tra i flutti col suo fardello: al tonfo l'acqua si ricoprì di spuma.

Ma Venere, turbata dall'ingiusta disgrazia della nipote,

così blandisce lo zio: «O nume delle acque,

che in dote hai un potere quasi pari a quello celeste, Nettuno,

grande è il favore che ti chiedo, ma abbi tu pietà dei miei,

che vedi travolti nell'immensità dello Ionio,

e assumili fra i tuoi numi. Una grazia almeno mi spetta dal mare,

se è vero che un tempo nei suoi abissi dalla spuma

fui concepita e che il mio nome in greco da quella deriva».

Nettuno acconsente alla preghiera: rimuove in loro

la natura mortale, vi infonde la dignità

degli altari, e con l'aspetto ne muta il nome

chiamando Leucòtea la madre, dio Palèmone il figlio.

Le tebane, compagne di Ino, dopo averla al limite seguita,

videro le sue ultime tracce sull'orlo della rupe

e, convinte che fosse morta, piansero il casato

di Cadmo strappandosi con le mani le vesti e i capelli,

maledicendo la dea per essere stata ingiusta

e troppo crudele con la rivale. Giunone non sopportò

l'affronto: «Farò che proprio voi» disse, «diventiate

memento della mia crudeltà!». Alle parole seguirono i fatti.

Così quella che le era più devota: «Seguirò la mia regina

tra i flutti» disse, e stava per spiccare il salto,

ma non riuscì a muoversi: inchiodata alla roccia ne fu tutt'uno.

Un'altra, che nel rito dei lamenti tentava di battersi

il petto, sentì nel farlo che le braccia si erano irrigidite.

Quella che verso le onde del mare a caso aveva teso le mani,

verso le onde, mutata in pietra, rimase con le mani protese;

di questa che, afferrati i suoi capelli, se li strappava dal capo,

avresti visto all'improvviso impietrirsi le dita fra le chiome.

Nel gesto in cui ciascuna fu sorpresa, in quello rimase bloccata.

Alcune divennero uccelli, e ancora oggi in quello spazio di mare

le Ismènidi sfiorano l'acqua con la punta delle ali.

Il figlio di Agenore ignora che la propria figlia e il nipotino

ora sono divinità marine. Vinto dal dolore,

da tutte quelle sciagure e dai tanti prodigi che ha visto,

lascia la città che ha fondato, come se sul luogo e non su lui

gravasse una maledizione. Dopo aver errato a lungo, in fuga

con la moglie giunge nella regione degli Illiri.

E mentre, oppressi ormai dalle sventure e dagli anni, conversano

rievocando gli eventi del casato e rivangano i loro guai,

Cadmo osserva: «Forse era un serpente sacro quello che, al tempo

in cui lasciammo Sidone, io trafissi con la lancia,

spargendone al suolo, come assurda semente, i denti velenosi.

Se è volontà degli dei vendicarlo con ira così spietata,

possa io strisciare lungo il ventre come un serpente».

Disse, e come un serpente si distese lungo il ventre,

sentendo che sulla pelle indurita gli spuntano squame,

che il corpo si fa nero e si chiazza di macchie azzurre.

Caduto prono sul petto, le gambe si fondono insieme

e a poco a poco si assottigliano in una punta affilata.

Non gli restano che le braccia, e le braccia, finché gli restano,

tende, con le lacrime che gli scorrono sul viso ancora umano:

«Accòstati, moglie mia,» dice, «accòstati, moglie mia infelice,

e finché qualcosa di me sopravvive, toccami, prendimi

la mano, finché è tale, finché il serpente tutto non mi pervade!».

Vorrebbe, sì, dire di più, ma la lingua si scinde

a un tratto in due, le parole che ha in animo di dire

si spengono e ogni volta che cerca di emettere un lamento,

sibila: questa è l'unica voce che natura gli lascia.

Colpendosi con le mani il petto ignudo, la moglie grida: «Cadmo,

no, no! spògliati, sventurato, di questa forma mostruosa!

Cadmo, che accade? dove sono i piedi? e le spalle, le mani,

il tuo colore e, mentre parlo, il viso e ciò che resta? Perché mai,

dei del cielo, non mutate anche me in un serpente uguale?».

Così protesta, e lui lambisce il volto della moglie,

s'insinua in quel suo seno adorato, come se lo riconoscesse,

e avvolgendola in un abbraccio, cerca il collo che gli è familiare.

Tutti i presenti, i loro compagni, guardano atterriti; ma lei

accarezza il collo viscido di quel serpente crestato

e di colpo sono in due a strisciare intrecciando le spire,

finché non si nascondono nel folto di un bosco vicino.

Ancor oggi non fuggono l'uomo o l'aggrediscono per ferirlo:

serpenti innocui, che non possono scordare chi furono un tempo.

Ma per la metamorfosi consolazione grande venne a entrambi

da Bacco, il loro nipote, venerato nell'India

convertita, onorato nell'Acaia con l'erezione di templi.

Nato dalla stessa stirpe, solo Acrisio, il figlio di Abante,

era rimasto a bandire il dio dalle mura di Argo,

la sua città, e a fargli guerra, non ritenendolo figlio

di Giove, come schiatta di Giove non riteneva

Perseo, che Dànae aveva concepito da una pioggia d'oro.

Ma presto lo stesso Acrisio, tanta è la forza della verità,

si pentì sia di avere offeso Bacco, sia d'aver misconosciuto

il nipote: assunto in cielo il primo, l'altro stava portando in patria,

solcando l'aria rarefatta con un fruscio d'ali,

a memoria indelebile, le spoglie di un mostro cinto di serpi:

e mentre trionfante si librava sulle sabbie di Libia,

dalla testa della Gòrgone caddero alcune gocce di sangue,

che, assorbite dal suolo, diedero vita alle specie dei serpenti:

per questo quella regione è infestata da un'infinità di rettili.

Da lì, spinto dal variare dei venti per l'immensità del cielo,

come una nube gonfia di pioggia, Perseo vagò ora qua,

ora là, osservando dall'alto dello spazio giù

in lontananza la terra nel suo volo sull'universo intero.

Tre volte vide le Orse gelide, tre volte le chele del Cancro,

trascinato un tempo a ponente, l'altro dove sorge il sole.

E già tramontava il giorno: temendo d'abbandonarsi alla notte,

si fermò nel territorio di Esperia, nel regno di Atlante,

per concedersi un po' di riposo finché Lucifero

non svegliasse i bagliori di Aurora e Aurora il carro del giorno.

Questo Atlante, figlio di Giàpeto, era di statura enorme,

più di qualsiasi uomo: regnava sul lembo estremo

della terra e del mare, dove le onde accolgono

i cavalli ansanti e il cocchio affaticato del Sole.

Migliaia di greggi aveva e altrettanti armenti che vagavano

nei prati, e nessun vicino premeva ai suoi confini.

Sugli alberi fronde smaglianti per lo sfavillio

dell'oro coprivano rami d'oro, frutti d'oro.

«Straniero,» gli disse Perseo, «se hai in lode la gloria

di una grande stirpe, io sono della stirpe di Giove;

se ammiri le grandi gesta, le mie ammirerai.

Chiedo ospitalità per riposarmi.» Ma presente aveva Atlante

la profezia che sul Parnaso gli aveva un giorno predetto Temi:

«Tempo, Atlante, verrà, che i tuoi alberi saranno spogliati

dell'oro, e sarà un figlio di Giove a gloriarsi della preda».

Per timore di ciò aveva cintato i suoi frutteti di barriere

massicce, ne aveva affidato la custodia a un drago enorme

e vietava a qualsiasi forestiero di entrare nei suoi confini.

Anche a lui disse: «Vattene via, prima che svaniscano nel nulla

le gesta che vai millantando e nel nulla il tuo Giove!».

E aggiunse violenza alle minacce, cercando a forza di scacciarlo,

mentre resisteva alternando parole energiche alle pacate.

Il più debole (e chi mai potrebbe competere in fatto di forza

con Atlante?) gli rispose: «Visto che non conto nulla per te,

prenditi questo regalo!», e girandosi dalla parte contraria,

con la sinistra protese l'orrido volto di Medusa.

Grande quant'era, Atlante divenne un monte: barba e capelli

si mutarono in selve, spalle e mani in gioghi,

quello che un tempo era il capo nel vertice della montagna,

e le ossa in roccia. Poi, ingigantendo in ogni dove,

crebbe a dismisura (questo il volere degli dei) e tutto il cielo

con le sue innumerevoli stelle poggiò su di lui.

Aveva il figlio di Ippota rinchiuso i venti nel loro perpetuo

carcere e ormai alto nel cielo brillava Lucifero di luce,

spronando tutti al lavoro. Perseo riprese le sue ali

legandole ai lati dei piedi, cinse la spada ricurva

e muovendo i calzari alati solcò l'aria trasparente.

Dopo aver sorvolato e lambito innumerevoli popoli,

giunse in vista degli Etiopi e delle terre di Cefeo.

Lì Ammone aveva selvaggiamente ordinato che l'innocente

Andromeda pagasse con la vita l'arroganza della madre.

Come la vide, le braccia incatenate a un masso della scogliera

(se la brezza non le avesse scompigliato i capelli e calde lacrime

non le fossero sgorgate dagli occhi, una statua di marmo, questo

l'avrebbe creduta), Perseo senza avvedersene se ne infiammò,

rapito dal fascino che quella stupenda visione emanava,

tanto che per poco le ali non si scordò di battere nell'aria.

Sceso a terra, disse: «No, tu non meriti queste catene,

ma solo quelle che stringono nel desiderio gli amanti:

svelami, voglio saperlo, il nome di questa terra e il tuo,

e perché porti i ceppi!». Sulle prime lei tace, non osa,

lei vergine, rivolgersi a un uomo, e per timidezza si sarebbe

nascosto il volto con le mani, se non fosse stata incatenata.

Gli occhi le si riempirono di lacrime: solo questo poté.

Ma lui insisteva, e allora, perché non pensasse che gli celava

colpe sue, gli rivelò il nome della terra, il suo,

e quanta presunzione nella propria bellezza avesse riposto

sua madre. Non aveva ancora raccontato tutto, che scrosciarono

le onde e apparve un mostro, che avanzando si ergeva

sull'immensità del mare e col petto ne copriva un largo tratto.

Urlò la vergine. A lei si erano accostati il padre in lutto

e la madre, entrambi angosciati, ma a maggior ragione questa:

non le portavano aiuto, ma solo il pianto e la disperazione

per quella sventura e si stringevano al suo corpo in catene.

Intervenne allora lo straniero: «Per piangere potrete avere

tutto il tempo; per portare aiuto non c'è che un attimo.

Se io la chiedessi in sposa, io, Perseo, figlio di Giove e di colei

che fra le sbarre Giove rese madre fecondandola con l'oro,

io, Perseo, che ho vinto la Gòrgone dalla chioma di serpi e spazio

senza timore nel cielo con un battito d'ali,

sarei certo preferito a tutti come genero. Ma ancora un merito,

se mi assistono gli dei, cercherò di aggiungere a tanto prestigio.

Facciamo un patto: che sia mia, se la salvo col mio valore!».

I genitori acconsentono (chi avrebbe esitato?)

e lo scongiurano, promettendogli in più un regno in dote.

Ed ecco che come una nave, spinta dal sudore

di giovani braccia, col rostro proteso solca rapida il mare,

il mostro, fendendo i marosi con l'impeto del suo petto,

ormai non distava dallo scoglio più dello spazio che un proiettile,

scagliato dal vortice di una fionda, può percorrere nel cielo.

D'un tratto allora il giovane, puntando i piedi al suolo,

si lancia in alto fra le nubi: non appena sullo specchio d'acqua

si disegna la sua ombra, contro quella si avventa il mostro.

Come l'uccello di Giove, quando scorge in un campo aperto

una biscia che espone al sole il suo livido dorso,

l'assale alle spalle e, perché non si rivolti a ferire coi morsi,

le conficca i suoi artigli aguzzi fra le squame del collo,

così lanciandosi a capofitto nel vuoto, con volo fulmineo

l'erede di Ínaco piomba sul dorso della belva e nella scapola

le pianta il ferro, mentre si dibatte, sino al gomito dell'elsa.

Trafitta dalla profonda ferita, quella si erge qui nell'aria,

là si tuffa in acqua, lì si rivolta come un cinghiale selvatico

atterrito da una muta di cani che gli latra intorno.

Con un battito d'ali Perseo si sottrae a quei morsi rabbiosi

e dove trova un varco, vibra fendenti col filo della spada,

ora sul dorso incrostato di conchiglie, ora in mezzo alle costole,

ora dove l'esilissima coda termina in quella di un pesce.

Il mostro vomita sangue purpureo dalla bocca insieme all'acqua.

Gli spruzzi inzuppano, appesantendole, le ali di Perseo;

e lui, non osando più affidarsi a quei sandali imbevuti d'acqua,

avvistato uno scoglio la cui cima affiora quando il mare

è tranquillo, ma è sommersa quando questo è in burrasca,

vi si posa e, reggendosi con la sinistra alle sporgenze,

tre quattro volte senza tregua gli affonda la spada nelle viscere.

Grida di applauso riempiono la spiaggia e le dimore degli dei

nel cielo. Cassìope e Cefeo, il padre, esultanti salutano

Perseo come genero e lo dichiarano soccorritore

e salvatore della famiglia. Liberata dalle catene,

si avvicina la vergine, ragione e premio di quella fatica.

L'eroe intanto attinge acqua e si lava le mani vittoriose;

poi, perché la rena ruvida non danneggi il capo irto di serpi

della figlia di Forco, l'ammorbidisce con le foglie, la copre

di ramoscelli acquatici e vi depone la faccia di Medusa.

I ramoscelli freschi a ancora vivi ne assorbono nel midollo

la forza e a contatto col mostro s'induriscono,

assumendo nei bracci e nelle foglie una rigidità mai vista.

Le ninfe del mare riprovano con molti altri ramoscelli

e si divertono a vedere che il prodigio si ripete;

così li fanno moltiplicare gettandone i semi nel mare.

Ancor oggi i coralli conservano immutata la proprietà

d'indurirsi a contatto dell'aria, per cui ciò che nell'acqua

era vimine, spuntandone fuori si pietrifica.

A tre numi Perseo innalza altrettanti altari di zolle:

quello a sinistra a Mercurio, quello a destra a te, vergine guerriera,

l'ara al centro è di Giove; e sacrifica una vacca a Minerva,

un vitello al dio alato, un toro a te, sommo fra gli dei.

E subito si prende Andromeda, premio di così grande impresa,

rinunciando alla dote. Imeneo e Amore agitano davanti

le fiaccole; si alimentano i fuochi con aromi a profusione,

ghirlande pendono dagli infissi e in ogni luogo risuonano

cetre, flauti e canti a interpretare la gioia

di quegli animi in festa. Le porte aperte mostrano gli atri

istoriati d'oro della reggia e i dignitari cefeni

affluiscono al banchetto sontuoso offerto dal sovrano.

Quando, terminato il pranzo, hanno col dono del generoso Bacco

rasserenato il cuore, il discendente di Linceo chiede notizie

sulla vita e le vicende del luogo: alla richiesta con prontezza

uno di loro gli descrive usi e costumi degli abitanti,

e al termine gli dice: «Ed ora tu, fortissimo Perseo,

racconta, ti prego, con qual valore e quali stratagemmi

mozzasti quella testa irta di serpenti».

L'erede di Agenore narra come ai piedi del gelido Atlante

si distenda un luogo protetto da un bastione invalicabile,

e come al suo ingresso abitassero due gemelle,

figlie di Forco, che si dividevano l'uso di un occhio solo;

come lui con destrezza glielo carpì, inserendo la propria mano

mentre se lo scambiavano; come attraverso sentieri sperduti

e impervi, attraverso orridi nell'intrico di foreste,

giunse alla casa di Gòrgone, e qua e là in mezzo ai campi,

nei sentieri gli avvenne di vedere figure di uomini e belve

mutati da esseri vivi in granito per aver visto Medusa.

Ma lui aveva scorto, riflessa nel bronzo dello scudo

che reggeva col braccio sinistro, l'orrenda immagine,

e mentre un sonno pesante gravava sui serpenti e su lei stessa,

le spiccò il capo dal collo: quasi fosse linfa materna

dal sangue nacquero Pegaso, l'alato destriero, e suo fratello.

Ed enumera i veri pericoli corsi nel suo lungo viaggio;

quali mari e quali terre abbia intravisto dall'alto,

quali stelle abbia raggiunto col suo battito d'ali.

Ma prima del previsto s'interrompe. Uno dei presenti interviene

allora chiedendo perché solo Medusa

fra le sorelle avesse serpenti in mezzo ai capelli.

E l'ospite risponde: «Visto che vuoi sapere cosa che merita

raccontare, eccoti il perché. Di eccezionale bellezza,

Medusa fu desiderata e contesa da molti pretendenti,

e in tutta la sua persona nulla era più splendido dei capelli:

ho conosciuto chi sosteneva d'averla vista.

Si dice che il signore del mare la violasse in un tempio

di Minerva: inorridita la casta figlia di Giove con l'egida

si coprì il volto, ma perché il fatto non restasse impunito

mutò i capelli della Gòrgone in ripugnanti serpenti.

Ancor oggi la dea, per sbigottire e atterrire i nemici,

porta davanti, sul petto, quei rettili che lei stessa ha creato».

LIBRO QUINTO

 

 

Mentre attorniato dai Cefeni l'eroico figlio di Dànae

racconta queste storie, l'atrio della reggia si riempì

d'una folla in tumulto: e non è clamore che celebri

riti nuziali, ma che prelude alla brutalità di uno scontro.

Trasformato all'improvviso in una rissa, si sarebbe potuto

paragonare quel convito al mare, quando la furia rabbiosa

dei venti ne sconvolge l'acque tranquille in un vortice di flutti.

Davanti a tutti Fineo, temerario fautore di guerra,

brandiva un'asta di frassino dalla punta di bronzo, gridando:

«Guardami in faccia, sono qui a vendicarmi della sposa rapita,

e neppure le tue ali o Giove in parvenza d'oro

a me ti strapperanno!». Stava già per colpire, quando Cefeo:

«Che fai?» urlò. «Che pazzia ti spinge, fratello,

a commettere un delitto? È così che a tanti meriti

rendi grazie? Con questo dono lo ricambi d'averla salvata?

Se cerchi la verità, non fu Perseo a strappartela,

ma l'ostilità delle Nereidi, e Ammone armato di corna,

e il mostro che della carne della mia carne dal mare veniva

a saziarsi. Tu l'hai perduta nel momento in cui

fu condannata a morire; a meno che tu non voglia proprio questo,

che lei muoia e possa tu consolarti col mio lutto.

Allora non basta che sia stata incatenata sotto i tuoi occhi,

senza che tu, zio e fidanzato, le portassi il minimo aiuto;

ti duoli perfino che qualcuno l'abbia salvata

e vuoi strappargli la ricompensa? Se questa ti sembra eccessiva,

avresti dovuto sottrarla tu a quello scoglio dov'era affissa.

Lascia che chi l'ha salvata, impedendo che invecchiassi solo,

si prenda il premio pattuito a voce per i suoi meriti, e cerca

di capire che non a te è stato anteposto, ma a morte sicura».

Quello non rispose; ma volgendo lo sguardo ora al fratello

ora a Perseo, non ha ben chiaro chi dei due colpire;

poi, dopo un attimo di esitazione, con tutte le forze

che gli dà l'ira, a vuoto scaglia contro Perseo l'asta,

che si conficca nel letto. Solo allora in piedi balzò

Perseo, che inferocito avrebbe, riscagliando l'arma,

squarciato il petto al nemico, se questi non si fosse rifugiato

dietro l'altare, che con infamia salvò lo scellerato.

Ma non fu colpo a vuoto e la punta s'infisse in fronte a Reto,

che stramazzò e, come il ferro si divelse dal cranio,

con l'ultime convulsioni imbrattò di sangue la mensa imbandita.

È la scintilla: una rabbia indomabile infiamma la folla:

chi scaglia dardi e chi grida che con il genero

si debba uccidere Cefeo. Ma quest'ultimo era fuggito

ormai dal palazzo, dopo aver giurato su lealtà e giustizia,

sugli dei degli ospiti, che tutto accadeva contro il suo volere.

Presente era Pallade animosa a proteggere con l'egida

il fratello e a infondergli coraggio. E c'era Ati, un indiano

che si diceva nato in acque cristalline da Limnèe, figlia

del fiume Gange. Di bellezza stupenda, esaltata dallo sfarzo

delle vesti, nel fiore dei suoi sedici anni, indossava

un mantello di Tiro tutto orlato di una banda d'oro;

monili dorati gli ornavano il collo e un diadema

gli incoronava i capelli intrisi di mirra.

Abile come pochi a centrare col giavellotto

i bersagli più lontani, lo era ancor di più a tendere l'arco.

E anche allora ne stava con la mano flettendo le corna,

quando Perseo lo colpì con un ceppo raccolto fumante

sull'ara, fracassandogli il cranio e sfigurandolo in volto.

Come lo vide sbarrare quegli occhi incantevoli in mezzo al sangue,

l'assiro Licabas, suo inseparabile e fedele compagno,

che mai aveva nascosto di nutrirgli sincero affetto,

pianse Ati che, soccombendo alla tremenda ferita, esalava

l'ultimo respiro; poi afferrato l'arco teso dall'amico:

«Con me dovrai ora misurarti» gridò, «e non potrai rallegrarti

a lungo della morte di questo ragazzo, che ti porta

più vergogna che gloria». Non si era ancora zittito,

che già la freccia acuminata era scoccata dalla corda,

ma, schivata da Perseo, s'impigliò nelle pieghe della sua veste.

Il nipote di Acrisio gli rivolse allora contro quella spada

che mise a morte Medusa e gliela ficcò nel petto:

ormai morente, con gli occhi smarriti nelle nebbie della notte,

Licabas si volse a cercare Ati e si abbandonò sul suo corpo,

portando tra le ombre il conforto d'essergli morto accanto.

Qui, smaniosi di combattere, caddero scivolando nel sangue,

che a fiumi impregnava la terra e la intiepidiva, Forbas di Siene,

figlio di Metìone, e Anfimedonte di Libia; quando poi

cercarono di rialzarsi, a loro l'impedì

la spada, ficcata a Forbas nella gola e tra le costole all'altro.

Ma non con la falce della spada Perseo assalì Èrito,

figlio di Actore, che brandiva una grande scure a doppia lama:

con entrambe le mani sollevò un cratere enorme

a figure sbalzate, pesantissimo e massiccio,

e glielo scagliò contro: vomitò quello un fiotto rosso di sangue

e cadendo supino batté a morte col capo la terra.

Abbatté quindi Polidègmone, della stirpe di Semiramide,

Abari del Caucaso e Liceto, figlio dello Sperchìo,

Èlice dai lunghi capelli intonsi, e Flegia e Clito,

calpestando cumuli sempre più alti di moribondi.

Fineo, non osando misurarsi corpo a corpo con l'avversario,

gli vibrò contro un giavellotto, che per errore piombò su Ida,

rimasto neutrale e invano estraneo allo scontro.

Fissando con occhi torvi il bieco Fineo, Ida gli urlò:

«Visto che sono costretto a prendere partito, tienti, Fineo,

il nemico che ti sei fatto e compensa colpo con colpo!».

E già stava per riscagliare l'arma estratta dal suo corpo,

quando crollò, afflosciandosi sulle membra ormai prive di sangue.

Lì cadde anche Odite, il più illustre dei Cefeni dopo il re,

sotto la spada di Clìmeno. Ipseo colpì Protoènore,

ma Perseo lo colpì a sua volta. Presente era pure Emazione,

un vegliardo amante della giustizia e timorato degli dei:

poiché l'età gli impediva di battersi, aggrediva e combatteva

con la parola, inveendo contro quella battaglia sciagurata.

Ma mentre cingeva con le braccia tremanti l'ara, Cromi

con la spada gli mozzò il capo, che rotolò sull'altare:

lì con la lingua ormai esanime lanciò parole

di esecrazione esalando l'anima in mezzo al fuoco.

E per mano di Fineo caddero i gemelli Bròtea e Ammone

(quest'ultimo invincibile nel pugilato: ma che possono

i pugni contro le spade?), e cadde Ampico, sacerdote

di Cerere, con le tempie cinte di una candida benda;

e anche tu, figlio di Làmpeto, certo non adatto a queste cose,

ma ad accompagnare, in spirito di pace, la cetra con la voce:

ti avevano invitato ad allietare col canto convito e festa.

Mentre se ne stava in disparte, reggendo l'innocuo plettro,

Pèdaso con scherno gli disse: «Canta il resto ai Mani

dello Stige!», e gli piantò un pugnale nella tempia sinistra.

Cadde, e con le dita ormai spente sfiorò ancora una volta le corde

della lira: fu sventura che ne uscisse un lamento funebre.

Furente, Licorma non tollerò che fosse ucciso impunemente:

divelta dallo stipite di destra una spranga di quercia,

in pieno l'abbatté sulla nuca di Pèdaso,

che crollò bocconi a terra come un giovenco colpito dal maglio.

Pèlate, nato in riva al Cìnife, tentava a sua volta di svellere

lo stipite sinistro, e in quel tentativo Còrito di Marmàrica

gli trafisse la destra con la lancia, inchiodandola al legno.

Così immobilizzato, Abas lo colse al fianco: non cadde,

ma penzolò morente dal battente che tratteneva la mano.

E abbattuto è Melaneo, schieratosi al fianco di Perseo,

abbattuto è Dòrila, latifondista di Nasamonia:

Dòrila, così ricco di poderi, che di più vasti nessuno

ne possedeva o raccoglieva pari quantità d'incenso.

L'asta scagliatagli contro gli si piantò di traverso nell'inguine:

un punto mortale, quello. Quando il suo feritore,

Alcioneo di Battra, lo vide rantolare e rovesciare

gli occhi: «Di tanta terra che possiedi» gli urlò, «tienti

questo brandello su cui giaci!», e lo lasciò cadavere.

Per vendicarlo il pronipote di Abante strappò dalla ferita

ancora calda l'asta e gliela ritorse contro: trafitto il naso,

gli uscì dalla nuca, sporgendo avanti e dietro.

E finché la fortuna gli guidò la mano, fulminò

con ferite diverse Clizio e Clani, figli di una stessa madre:

vibrata da un braccio possente, un'asta trapassò

entrambe le cosce a Clizio; Clani morse coi denti un giavellotto.

E perì Celadone di Mendes; perì Astreo,

di madre palestinese e di padre incerto;

Etìone, maestro nel prevedere il futuro,

ma questa volta ingannato da falsi presagi; Toacte,

scudiero del re, e Agirte, esecrato per aver ucciso il padre.

Il più però resta da fare: volontà di tutti è quella

d'annientare lui solo: unite in una causa che è un insulto

a merito e lealtà, da ogni parte l'incalzano intere schiere.

Dalla parte di Perseo sono il suocero, inutilmente leale,

e la sposa con sua madre, che riempiono l'atrio di pianti:

ma li sovrasta il fragore delle armi e il gemito dei caduti,

mentre nella casa profanata Bellona

riversa fiumi di sangue, alimentando di continuo la mischia.

Contro un uomo solo si stringono Fineo e i mille che lo seguono;

volano i dardi più fitti che d'inverno la grandine,

sfiorandogli entrambi i fianchi, sfiorandogli occhi e orecchie.

Perseo allora appoggia la schiena al marmo di una grande colonna,

e con le spalle al riparo, col viso rivolto contro gli armati,

sostiene l'attacco. Da sinistra l'assale

Molpeo di Caonia, da destra Echèmmone di Nabatea.

Come una tigre che, rosa dai morsi della fame,

ode in valli diverse muggire due armenti e non sa

quale assalire per primo, smaniando d'assalirli entrambi,

così Perseo, incerto se gettarsi a dritta o a manca,

si sbarazza di Molpeo trafiggendogli una gamba

e si accontenta che fugga, perché non gli dà tregua Echèmmone

e infuria, cerca di colpirlo in alto al collo,

ma, calcolato male lo slancio, spezza la spada

urtando con violenza la superficie della colonna:

la lama schizza via e si conficca nella gola del padrone.

Quella ferita tuttavia non basta a causarne la morte:

mentre barcolla e invano tende le braccia indifese,

Perseo gli affonda in corpo l'arma adunca donatagli da Mercurio.

Quando però si accorse che al numero stava per soccombere

il valore: «Poiché voi stessi», disse, «a ciò mi costringete,

chiederò aiuto al nemico. Se un amico vi è tra voi,

volga altrove lo sguardo»; e in alto levò la testa di Gòrgone.

«Cerca qualcun altro che si spaventi ai tuoi prodigi», gli rispose

Tèscelo, e stava per scagliare un giavellotto micidiale,

ma restò immobilizzato in quell'atto, come una statua di marmo.

Accanto a lui, Ampice si avventava con la spada contro il petto

traboccante coraggio dell'erede di Linceo: nell'avventarsi

gli si irrigidì la destra e più non si mosse, né avanti né indietro.

Ed ecco Nileo, che si spacciava figlio del Nilo

diviso in sette foci, tanto da farsi cesellare lo scudo

con sette rami di fiume, parte in argento e parte in oro:

«Guarda, Perseo,» disse, «chi è il capostipite della mia gente:

tra le ombre silenziose d'oltretomba gran conforto ti sarà

esser caduto per mano di tanto eroe!». Nel pronunciare

l'ultima frase, la voce si smorzò e avresti detto che, aperta,

la bocca volesse parlare, ma sfogo non dava alle parole.

Tuonando contro costoro: «Non per il potere di Gòrgone»,

gridò Èrice, «v'intorpidite, ma per mancanza di coraggio!

Via, via, con me! abbattete quel giovane che brandisce magie!».

Pronto all'attacco era: il suolo trattenne i suoi passi

e come una pietra immobile rimase, una statua in armi.

Questi in verità meritata avevano la pena; ma ci fu

un soldato di Perseo, Aconteo, che mentre per lui si batteva,

faccia a faccia si trovò con Gòrgone e si contrasse in pietra.

Astiage, credendolo ancora vivo, lo colpì di taglio

con la spada e questa risuonò con stridulo tintinnio.

Ancora sgomento, Astiage subì la medesima metamorfosi

e sul viso ormai di marmo si fissò un'espressione di stupore.

Troppo tempo ci vorrebbe per elencare i nomi dei guerrieri

meno in vista. Duecento ne restavano da battere:

duecento corpi alla vista di Gòrgone impietrirono.

Solo allora Fineo si pentì di quell'iniqua battaglia.

Ma che poteva fare? Vedeva statue in pose diverse,

riconosceva i suoi e, chiamandoli ciascuno per nome,

chiedeva aiuto, non credendo ai propri occhi,

toccava i più vicini: marmo. Si volse e tendendo

di traverso mani e braccia, come chi supplica e ammette la colpa:

«Hai vinto, Perseo! Deponi il tuo mostro, occulta il volto

che pietrifica di questa tua Medusa, qualunque cosa sia;

occultalo, ti prego! Non mi ha spinto a guerra l'odio

o l'ambizione di regnare: per la mia sposa ho preso le armi.

A tuo favore stanno i meriti, al mio la precedenza.

Mi pento di non aver ceduto: nient'altro accordami

oltre la vita, insuperabile guerriero: il resto prendilo!».

E parlava senza avere il coraggio di guardare in volto

chi implorava. «Pavidissimo Fineo», gli rispose quello,

«ti concederò quanto posso concederti ed è un gran dono

per un vile, non temere: nessun'arma ti scalfirà.

Al contrario, ti donerò un monumento che rimanga nei secoli:

sempre ti si potrà ammirare nella casa di mio suocero,

perché mia moglie si consoli col ritratto del suo pretendente.»

Così disse, e nella direzione in cui aveva Fineo sgomento

spinto il suo viso, spostò la testa della figlia di Forco.

Anche allora egli cercò di rivolgere altrove lo sguardo:

il collo s'irrigidì, le sue lacrime si fecero di pietra;

e nel marmo rimasero fissati un'espressione di terrore,

lo sguardo implorante, le mani tese in preghiera e un'aria umiliata.

Trionfante, Perseo rientrò con la sposa nelle mura paterne

e per rimettere sul trono e vendicare il nonno,

sia pure indegno, aggredì Preto, che aveva cacciato con le armi

il fratello Acrisio, impossessandosi della sua città.

E a vincere il torvo sguardo del mostro col capo cinto di serpi

non gli valse né l'aiuto delle armi né la rocca usurpata.

Malgrado ciò tu, Polidecte, re della minuscola Serifo,

non t'eri arreso al valore del giovane, mostrato in tante gesta,

né alle sue traversie: spietato, continuavi a nutrire per lui

un odio implacabile, perché la malvagità non ha confini.

Infamavi persino la sua gloria, sostenendo che la morte

di Medusa era un'invenzione. «Ti darò la prova!

Guardino altrove gli altri!», disse Perseo e col volto di Medusa

in pietra senza sangue tramutò il volto del re.

Sin qui al fianco del fratello, nato da una pioggia d'oro,

si era stretta Pallade; ma da Serifo, nascosta in una nube,

l'abbandonò, lasciando a destra Citno e Gìaro,

e per la via che le parve più breve sul mare, raggiunse Tebe

e l'Elicona delle Muse. Arrivata sul monte,

si fermò, rivolgendo la parola a quelle sapienti sorelle:

«Alle mie orecchie è giunta notizia di una nuova fonte,

fatta scaturire dal duro zoccolo di Pegaso.

Per questo sono qui: volevo visitare questa meraviglia,

perché ho visto nascere il cavallo alato dal sangue di Medusa».

Le rispose Urania: «Qualunque sia il motivo per cui tu visiti

questa nostra dimora, o dea, lietissime ne siamo.

E la notizia è vera: sì, fu Pegaso a far scaturire

questa fonte». E condusse Pallade alla sacra polla.

A lungo lei ammirò le linfe sgorgate dai colpi di zoccolo,

contemplò tutt'intorno i recessi delle foreste secolari,

le grotte e i prati punteggiati d'innumerevoli fiori,

rallegrandosi con le figlie di Mnemòsine per l'arte loro

e il luogo. E una delle sorelle così le si rivolse:

«O dea del Tritone, che avresti fatto parte della nostra schiera,

se il tuo valore non t'avesse assegnato a compiti più importanti,

dici il vero e a ragione lodi le arti nostre e i nostri luoghi.

Siamo fortunate, sì, purché noi si possa vivere tranquille.

Ma tutto turba la nostra mente di vergini (niente davvero

s'oppone all'empietà): nei miei occhi ancora aleggia l'immagine

del perfido Pireneo ed io del tutto non mi sono ripresa.

Con soldati di Tracia quel malvagio aveva conquistato Dàulide

e le campagne della Focide e vi regnava senza diritto.

Noi eravamo dirette ai templi del Parnaso; ci vide

e simulando venerazione per la nostra divinità:

"Figlie di Mnemòsine" disse (ci aveva infatti riconosciuto),

"fermatevi qui, non temete, vi prego, a evitare in casa mia

il maltempo e la pioggia" (diluviava): "gli dei non disdegnano

di rifugiarsi in umili capanne". Convinte dalle parole

e dal tempo, accettammo l'invito entrando nell'atrio.

La pioggia cessò e, vinto dall'Aquilone l'Austro,

le nuvole nere fuggivano per il cielo schiarito.

Smania ci prese di partire. Pireneo sbarrò le porte

e tentò di farci violenza: mettendo le ali gli sfuggimmo.

E lui con l'intenzione d'inseguirci, salito in cima alla rocca:

"Dov'è la vostra strada," gridò, "là sarà la mia!"

e come un pazzo si buttò dalla sommità della torre:

cadde a capofitto, frantumandosi il cranio contro il suolo;

morendo, lo imbrattò del proprio sangue scellerato».

La Musa stava parlando: nell'aria si udì un fruscio d'ali

e dalla cima dei rami vennero voci di saluto.

La figlia di Giove sollevò gli occhi, chiedendosi chi emettesse

suoni tanto articolati e ritenne che fosse un uomo a parlare.

Erano uccelli: gazze, che rifanno a tutti il verso e che, posate,

nove in tutto, sui rami, si lamentavano del loro destino.

A Pallade stupita così disse l'altra dea: «Vedi, costoro,

vinte in gara, hanno or ora ingrossato lo stuolo degli uccelli.

Le generò il ricco Pìero nella terra di Pella; madre loro

fu Evippe di Peonia: nove volte invocò Lucina,

perché coi suoi poteri nove volte l'aiutasse a partorire.

Scioccamente orgogliose del loro numero, le sorelle,

passando per diverse città dell'Emonia e dell'Acaia,

vennero qui e ci sfidarono a tenzone con queste parole:

"Smettetela d'ingannare la gente ignorante con gli incantesimi

del vostro fascino: gareggiate con noi, se ne avete il coraggio,

o dee di Tespie. Né per virtù di voce o d'arte ci vincerete

e siamo nove come voi. Se vi batteremo, abbandonerete

nella terra degli Ianti la fonte Aganippe e quella di Pegaso;

nel caso contrario, abbandoneremo noi le terre dell'Emazia

sino a quelle innevate di Peonia. Arbitre siano le ninfe".

Un'onta era gareggiare, ma un'onta maggiore ci parve

non accettare. Le ninfe elette giurarono sui fiumi

e presero posto su sedili fatti di pietra viva.

Allora, senza sorteggio, la prima di loro disposta a battersi

cantò le guerre dei celesti, glorificando senza alcun merito

i Giganti e sminuendo le grandi imprese degli dei.

Diceva che Tifeo, emerso dalle profondità della terra,

aveva terrorizzato i celesti al punto da volgerli in fuga,

finché, sfiniti, non li accolse la terra d'Egitto,

dove il Nilo si ramifica in sette foci.

E che Tifeo, figlio della Terra, giunse fin là,

costringendo gli dei a celarsi sotto mentite spoglie:

"Guida del branco", disse, "divenne Giove, per cui in Libia

ancor oggi Ammone è raffigurato con corna ricurve;

il dio di Delo si mutò in corvo, il figlio di Sèmele in capro,

la sorella di Febo in gatta; in nivea vacca si celò la figlia

di Saturno, Venere in pesce e nelle piume di un ibis Mercurio".

Qui, accompagnandosi con la cetra, terminò il suo canto;

toccava a noi dell'Aonia. Ma tu forse hai da fare

e non hai tempo di ascoltare quello che cantammo».

«Non preoccuparti e riferiscimi per intero il vostro canto»,

le rispose Pallade, sedendosi nella penombra del bosco.

Riprese la Musa: «Affidammo a una sola il compito della gara:

si alza Calliope e, raccolti con un tralcio d'edera i capelli,

dopo aver saggiato col pollice la sonorità delle corde,

con i loro accordi accompagna questo canto:

Per prima Cerere smosse col vomere dell'aratro le zolle,

per prima diede in coltura alla terra messi e frutti,

per prima diede leggi: a Cerere dobbiamo tutto.

Lei devo cantare; volesse almeno il cielo che potessi

dedicare versi degni a una dea così degna di un carme.

Immensa sulle membra di un gigante si distende l'isola

di Trinacria: sotto il suo enorme peso tiene schiacciato

Tifeo, che aveva osato aspirare alle sedi dei celesti.

Lui, è vero, si agita dibattendosi per rialzarsi,

ma sopra la sua mano destra sta Peloro, vicino all'Ausonia,

sopra la sinistra tu, Pachino; Lilibeo gli preme le gambe,

sopra il capo gli grava l'Etna; e Tifeo riverso sul fondo

dalla bocca inferocito erutta lava e vomita fiamme.

Spesso si sforza di rimuovere la crosta che l'opprime

e di scrollarsi di dosso città e montagne:

allora trema la terra e persino il re dei morti teme

che il suolo si squarci, che una voragine ne riveli i segreti

e che la luce irrompendo semini tra le ombre terrore e caos.

Proprio temendo queste calamità il sovrano era uscito

dal regno delle tenebre e su un cocchio aggiogato a neri cavalli

percorreva la Sicilia per saggiarne le fondamenta.

Convinto ormai che nessun luogo vacillava, si tranquillizzò,

quando in questo suo vagare dal monte Èrice, dove viveva,

lo vide Venere che, stretto a sé il suo figliolo alato, disse:

"Armi e braccio mio, tu, figliolo, tu che incarni il mio potere,

prendi quell'arco con cui vinci tutti, mio Cupido,

e scaglia le tue frecce folgoranti in petto al dio,

che l'ultimo dei tre regni ha avuto in sorte.

Alla tua mercé tu sai ridurre i celesti, Giove stesso,

le divinità del mare e persino chi su loro regna:

perché l'Averno fa eccezione? Perché non estendi il tuo dominio

e quello di tua madre? In gioco è la terza parte del mondo.

E invece in cielo, ecco il frutto della mia pazienza,

sono derisa e a nulla col mio si riduce il potere di Amore.

Non vedi che Pallade e Diana cacciatrice

mi scansano? Anche la figlia di Cerere, se non si interviene,

rimarrà vergine: non è questa la sua aspirazione?

E tu in nome del nostro regno, se un poco ti sta a cuore,

fai che la dea si congiunga allo zio". Così Venere; e quello,

sciolta la faretra, per ubbidire alla madre, fra mille

scelse una freccia, che più acuminata, più stabile

e più sensibile all'arco nessun'altra avrebbe potuto essere.

Puntando un ginocchio, tese le braccia elastiche dell'arco

e con la punta dell'asta colpì Plutone dritto al cuore.

Non lontano dalle mura di Enna c'è un lago dalle acque profonde,

che ha nome Pergo: neppure il Caìstro nel fluire

della sua corrente sente cantare tanti cigni.

Un bosco fa corona alle sue acque, cingendole da ogni lato,

e con le fronde, come un velo, filtra le vampe del sole.

Frescura dona il fogliame, fiori accesi l'umidità del suolo:

una primavera eterna. In questo bosco Proserpina

si divertiva a cogliere viole o candidi gigli,

ne riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e i lembi

della veste, gareggiando con le compagne a chi più ne coglieva,

quando in un lampo Plutone la vide, se ne invaghì e la rapì:

tanto precipitosa fu quella passione. Atterrita la dea

invocava con voce accorata la madre e le compagne,

ma più la madre; e poiché aveva strappato il lembo inferiore

della veste, questa s'allentò e i fiori raccolti caddero a terra:

tanto era il candore di quella giovane, che nel suo cuore

di vergine anche la perdita dei fiori le causò dolore.

Il rapitore lanciò il cocchio, incitando i cavalli,

chiamandoli per nome, agitando sul loro collo

e sulle criniere le briglie dal fosco colore della ruggine;

passò veloce sul lago profondo, sugli stagni dei Palìci

che esalano zolfo e ribollono dalle fessure del fondale,

e là, dove i Bacchìadi, originari di Corinto che si specchia

in due mari, eressero le loro mura tra due insenature.

Tra le fonti Cìane e Aretusa Pisea c'è un tratto di mare,

che si restringe, racchiuso com'è tra due strette lingue di terra:

qui, notissima fra le ninfe di Sicilia,

viveva Cìane e da lei prese nome anche quella laguna.

Dai flutti emerse la ninfa sino alla vita,

riconobbe la dea: "Non andrete lontano," disse;

"genero di Cerere non puoi essere, se lei non acconsente:

chiederla tu dovevi, non rapirla. Se mi è lecito

paragonare grande e piccolo, anch'io fui da Anapi amata,

ma fui sua sposa dopo che ne fui pregata, non terrorizzata".

Così disse, e allargando le braccia cercò

di fermarli. Il figlio di Saturno non trattenne più la sua rabbia:

aizzando i terribili cavalli, brandisce con tutto il vigore

del braccio lo scettro regale e l'immerge nelle profondità

dei gorghi: a quel colpo un varco sino al Tartaro si aprì nella terra

e il cocchio sprofondò nella voragine scomparendo alla vista.

Addolorata per il rapimento della dea e per l'oltraggio

inferto alla fonte, Cìane ammutolì serrando nel proprio cuore

l'inconsolabile ferita: tutta in lacrime si strusse

e si dissolse in quelle acque delle quali una divinità

insigne era stata innanzi. Avresti visto snervarsi le sue membra,

le ossa flettersi, le unghie perdere durezza;

e per prime si sciolsero le parti più sottili:

i capelli color del mare, le dita, i piedi e le gambe

(basta un attimo per mutare in acque gelide

l'esilità delle membra). Poi furono le spalle, il dorso, i fianchi,

il petto ad andarsene, svanendo in rivoli evanescenti;

infine in luogo del sangue vivo penetra l'acqua nelle vene

in dissoluzione e nulla più rimane che si possa afferrare.

Intanto Cerere, angosciata, in ogni terra,

in ogni mare cercava invano la figlia.

Mai Aurora, affacciandosi coi suoi capelli roridi,

la vide in pace, mai Vespero. Accese due torce di pino

alle fiamme dell'Etna, vagò senza requie,

tenendone una in ogni mano, nel gelo della notte;

e ancora, quando la luce del sole rese pallide le stelle,

cercava la figlia da ponente a levante.

Sfinita dalla fatica, era tormentata dalla sete

(a nessuna fonte aveva bagnato le labbra), quando per caso

vide una capanna di paglia: bussò alla piccola porta. Ed ecco:

ne esce una vecchia, che vedendola implorare un sorso d'acqua,

le porse una bevanda dolce insaporita con orzo tostato.

Mentre beveva quel dono, un ragazzo sfacciato e insolente

le si fermò davanti, scoppiò a ridere e la chiamò ingorda.

Si offese la dea e, senza terminare di bere,

gli getta in faccia, mentre parla, il liquido con l'orzo.

Al ragazzo il volto si coprì di macchie, e se prima aveva braccia,

ora gli sono zampe, e alle membra mutate si aggiunge una coda;

perché poi non potesse più nuocere, il corpo si contrasse

sino a ridursi in misura più piccolo di una lucertola.

Di fronte alla vecchia che, inebetita dal prodigio, piange e cerca

di toccarlo, egli fuggì in cerca di un rifugio, e si ebbe un nome

appropriato all'aspetto del corpo, che era costellato di chiazze.

Troppo lungo sarebbe indicare tutte le terre e i mari

che alla ricerca percorse la dea: le venne meno il mondo.

Ritornò in Sicilia e, mentre camminando scrutava in ogni luogo,

arrivò nei pressi di Cìane, che tutto le avrebbe raccontato,

se non si fosse trasformata e che, per quanto volesse parlare,

non aveva bocca e lingua, né altro per potersi esprimere.

Ciò malgrado le fornì un indizio inequivocabile, mostrandole

a pelo d'acqua una cintura a lei ben nota, che in quel punto

era per caso caduta a Proserpina tra i flutti sacri.

Non appena la riconobbe, come se solo allora intuisse

ch'era stata rapita, la dea si strappò i capelli scarmigliati

e ripetutamente si percosse il petto con le mani.

Ancora non sa dove sia, e maledice tutte le contrade

della terra, chiamandole ingrate e indegne del dono delle messi,

e più di tutte la Trinacria, dove aveva scoperto le tracce

della disgrazia. E lì con mano spietata spezzò gli aratri

che rivoltano le zolle, furibonda condannò a morte

uomini e buoi insieme, e impose ai seminati di tradire

le speranze in essi riposte avvelenando le sementi.

La fertilità di quella regione, decantata in tutto il mondo,

è smentita e distrutta: le messi muoiono già in germoglio,

guastandosi per troppo sole o troppa pioggia;

stelle e venti le rovinano, con avidità gli uccelli

ne beccano nei solchi i semi; loglio, rovi

e inestirpabile gramigna soffocano il suo frumento.

Dalle acque dell'Elide la ninfa amata da Alfeo sollevò allora

il capo e, scostatesi le chiome stillanti indietro dalla fronte,

disse: "O madre della vergine che hai cercato in tutto l'universo,

o madre delle messi, interrompi la tua fatica senza fine

e per la collera non adirarti con la terra a te fedele.

Non ha colpe la terra: suo malgrado si è dischiusa al rapitore.

Non ti supplico per la mia patria: qui sono un'ospite;

la mia patria è Pisa, dall'Elide io vengo.

Straniera sono in Sicilia; ma questa regione mi è cara

più d'ogni altra: ora col nome di Aretusa ho qui la mia dimora,

questa è la mia terra, e tu, che sai essere così mite, risparmiala!

Perché mi sia trasferita lungo la vastità del mare

per giungere in Ortigia, verrà il momento opportuno

di narrarlo quando avrai superato questa angoscia

e più sereno sarà il tuo volto. Per farmi passare, la terra

mi schiude un cammino ed io scorrendo nei suoi profondi abissi,

qui riemergo a rivedere le stelle quasi dimenticate.

E passando sottoterra tra i gorghi dello Stige,

ho visto laggiù con i miei occhi la tua Proserpina:

triste, sì, e con l'aria ancora un po' spaventata,

ma regina, suprema entità di quel mondo tenebroso,

consorte incontrastata del re dell'Averno".

A quella rivelazione la madre rimase di sasso

e a lungo come paralizzata, ma poi quando lo stordimento

fu sostituito da un dolore non meno profondo, col cocchio

si lanciò verso gli spazi del cielo. Lì, rannuvolata in volto,

piena d'odio, si parò coi capelli arruffati davanti a Giove

e: "Per il sangue mio e tuo" disse, "vengo, Giove,

a supplicarti. Se non v'è riguardo per la madre,

che il padre abbia almeno a cuore sua figlia; e spero che l'averla

partorita io non t'induca ad occupartene di meno.

Ecco che dopo tanto cercare l'ho alfine ritrovata,

se chiami ritrovare il perdere con più certezza o chiami

ritrovare il sapere dove sia finita. Rapita? pazienza,

purché lui me la renda: tua figlia non può avere un predone

per marito, anche se come mia figlia lo potesse!".

Rispose Giove: "Da comune affetto e obblighi siamo legati

entrambi a questa figlia; ma se vuoi dare alle cose

il giusto nome, non è un affronto ciò che è accaduto,

è frutto dell'amore; ed io non mi vergognerò di un tale genero,

se anche tu, dea, lo vuoi. Pur se il resto gli mancasse, che titolo

essere fratello di Giove! Ma il resto poi non gli manca,

e inferiore mi è solo per sorte. Però se desideri tanto

che si separino, Proserpina rivedrà il cielo,

ma a una condizione precisa: che lei non abbia laggiù toccato

cibo alcuno con la sua bocca: questo hanno decretato le Parche".

Così disse; ma se Cerere era certa di riottenere la figlia,

non lo permetteva il destino, perché la vergine aveva rotto

il digiuno: mentre innocentemente si aggirava in un giardino,

da un ramo spiovente aveva colto una melagrana

e staccati sette granelli dal pallido involucro,

li aveva succhiati con le labbra. L'unico a vederla fu Ascàlafo,

che, a quanto si dice, Orfne, non certo la più sconosciuta

tra le ninfe dell'Averno, aveva dal suo amato Acheronte

partorito nel folto di una selva oscura.

La vide e con la sua spietata delazione ne impedì il ritorno.

Mandò un gemito la regina dell'Èrebo e mutò il testimone

in uccello di sventura: irrorato dall'acqua del Flegetonte,

il capo assunse becco, piume ed occhi enormi.

Sottratto a sé stesso, s'ammantò d'ali fulve,

gli crebbe il capo e le unghie allungandosi s'incurvarono in artigli:

a stento agitava le penne spuntategli sulle braccia inerti.

Diventò un uccello sinistro, messaggero di lutti imminenti,

un gufo indolente, presagio di calamità per i mortali.

Costui però s'era meritato, a quanto pare, la pena

parlando troppo e facendo la spia: ma perché voi, Sirene,

avete penne e zampe d'uccello, con volto di fanciulla?

Forse perché, quando Proserpina coglieva fiori in primavera,

voi, sapienti figlie di Achelòo, foste fra le sue compagne?

Dopo averla cercata invano per tutta la terraferma,

perché anche il mare sapesse quanto eravate angosciate, ecco che

desideraste di potervi reggere sui flutti remigando

con le ali e, trovati gli dei ben disposti, d'un tratto

vi vedeste gli arti farsi biondi di penne.

Ma perché al vostro famoso canto, fatto per ammaliar l'udito,

perché al talento delle vostre labbra non mancasse l'espressione,

vi rimasero volto di fanciulla e voce umana.

Quanto a Giove, arbitro tra il fratello e la sorella in lacrime,

divise il corso dell'anno in due parti uguali:

ora la dea, divinità comune ai regni di cielo ed Averno,

vive sei mesi con la madre e sei con il marito.

E subito lei cambia d'umore e d'aspetto:

se sino allora poteva apparire cupa persino a Plutone,

ora ha la fronte lieta, come il sole che, prima coperto

da nubi di pioggia, fra squarci di nubi s'affaccia.

L'alma Cerere, rasserenata per aver riavuto la figlia,

ti chiede, Aretusa, perché fuggisti e consacrata sei sorgente.

Tacquero le acque; dal fondo dei gorghi la dea sollevò

il capo, si asciugò con la mano i verdi capelli

e incominciò a narrare gli antichi amori del fiume Alfeo.

"Una delle ninfe che vivono in Acaia io ero," disse,

"e nessun'altra con più passione andava di balza in balza,

nessun'altra con più passione tendeva le reti.

E sebbene non avessi mai preteso d'essere bella,

malgrado la mia prestanza, bella ero considerata.

Ma le lodi eccessive al mio aspetto non m'inorgoglivano,

e mentre ad altre capita di goderne, io, semplice e scontrosa,

delle mie doti arrossivo e se piacevo lo stimavo una colpa.

Tornavo affaticata, ricordo, dalla foresta di Stinfalo.

C'era un caldo afoso e la mia stanchezza ne aumentava il peso.

M'imbatto in un fiume che scorreva senza vortici e mormorii,

così limpido che dall'alto avresti potuto in fondo al suo letto

contare i sassolini, facendoti dubitare che fluisse.

Pallidi salici e pioppi nutriti dall'umidità stendevano

sulle rive in declivio il naturale espandersi dell'ombra.

Mi accostai e all'inizio bagnai la pianta dei piedi,

poi le gambe sino al ginocchio e non contenta mi spogliai,

appesi al ramo spiovente di un salice le vesti trasparenti

e nuda m'immersi nell'acqua. Mentre la fendevo e in mille modi

la schizzavo guizzando, levando e rituffando le braccia,

percepii uno strano bisbiglio salire da mezzo i gorghi

e atterrita mi rifugio sul bordo della riva più vicina.

'Dove corri, Aretusa?' diceva dalle sue onde Alfeo,

'Dove corri?' ripeteva con voce roca.

Ed io fuggii, così com'ero, senza vesti: sulla riva opposta

erano rimaste le mie. Ma lui sempre più m'incalzava

e s'infiammava, perché essendo nuda, mi credeva più accessibile.

Così io correvo e così lui implacabile m'inseguiva,

come fuggono in un battere d'ali le colombe

davanti allo sparviero e come questo le incalza tutte tremanti.

Fino alle porte di Orcòmeno, fino a Psofìde e al Cillene,

agli anfratti del Mènalo, al gelido Erimanto e giù fino all'Elide

resse la mia corsa, senza che lui mi raggiungesse;

ma correre più a lungo con forze inferiori

io non potevo, mentre lui reggeva bene alla fatica.

Eppure corsi per pianure, per montagne fitte d'alberi

e per rocce, per rupi e dove non s'intravedeva alcun sentiero.

Avevo il sole alle spalle: davanti a me vedevo

allungarsi un'ombra, se non era il mio terrore a vederla,

ma certo è che il rumore dei suoi passi m'atterriva e sulla benda

dei miei capelli incombeva l'ansito affannoso del suo respiro.

Stremata dalla fatica: 'Aiuto', grido, 'mi prende!

Aiuta, Diana, la tua scudiera, a cui hai concesso di portare

così spesso il tuo arco e le frecce chiuse nella faretra'.

Commossa, la dea m'avvolse in una nube strappata

a un cumulo. La foschia mi nasconde e Alfeo

scruta e mi cerca, senza riuscirvi, intorno al viluppo della nube:

due volte gira ignaro intorno al luogo dove la dea m'ha nascosto

e due volte: 'Aretusa! Aretusa!' m'invoca.

In che travaglio si trovò il mio cuore? Diverso forse da quello

di un'agnella che sente i lupi ringhiare intorno alle stalle,

o di una lepre che appiattata in un cespuglio scorge i musi ostili

dei cani e non osa fare il benché minimo movimento?

Ma lui non s'allontana: non scorge più in là

orme di piedi e sorveglia nuvola e luogo.

Un sudore freddo, stretta in quell'assedio, mi pervade le membra;

da tutto il mio corpo cadono gocce azzurre;

se sposto il piede, si forma una pozza; dai capelli

cola rugiada e, in men che non ti dica i fatti,

mi muto in sorgente. Ma il fiume nell'acqua riconosce l'amata

e, lasciato l'aspetto virile che aveva assunto, torna ad essere

quello che è, una corrente, per mescolarsi con me.

Diana squarciò allora il suolo ed io, sommersa in ciechi baratri,

giungo qui ad Ortigia, che mi è cara perché deve il suo nome

alla mia dea e mi riporta alla luce del giorno."

Fin qui Aretusa. Cerere, dea della fertilità, aggiogò al carro

due serpenti, ne imbrigliò la bocca col morso,

e viaggiando per l'aria, tra cielo e terra, calò sulla città

della dea del Tritone. Qui consegnò il suo cocchio volante

a Triptòlemo e in più gli affidò dei semi ordinandogli di spargerli

parte in terra incolta e parte in quella dopo anni ricoltivata.

Ed ecco che il giovane, passato a volo sopra l'Europa

e le terre dell'Asia, atterra nel paese degli Sciti.

Qui regnava Linco e il giovane entrò nel suo palazzo.

Invitato a dire da dove veniva, la ragione del viaggio,

il nome e la patria: "La mia patria", rispose, "è la famosa Atene,

il mio nome Triptòlemo. Non sono venuto in nave per mare,

né a piedi per terra: aperta mi fu la via dell'etere.

Porto i doni di Cerere, che sparsi per la vastità dei campi,

produrranno i frutti delle messi e gli alimenti per l'uomo".

Quel barbaro fu preso dall'invidia e per attribuirsi il titolo

di benefattore, gli offrì ospitalità per poterlo aggredire

con un'arma nel sonno; e stava già per trapassargli il petto,

quando in lince lo mutò Cerere, raccomandando al giovane

ateniese di riprendere il volo con la pariglia divina.

La più illustre di noi aveva terminato il suo canto squisito.

E le ninfe dichiararono in coro che avevamo vinto noi,

le dee dell'Elicona. Ma poiché le perdenti lanciavano

insulti, disse Callìope: "Già meritavate una punizione

per averci sfidato, ma visto che non vi basta e alla mancanza

aggiungete le invettive, la nostra pazienza ha davvero un limite:

provvederemo a punirvi, giungendo fin dove ci spinge l'ira".

Ridono le giovani dell'Emazia, ignorando quelle minacce;

ma mentre tentano di parlare e di alzare le mani arroganti

urlando contro di noi, vedono dalle proprie unghie spuntare

penne, le braccia coprirsi di piume, e l'una all'altra

vede sporgere dal volto un becco rigido e adunco

e quelle andarsene nei boschi, diventate uccelli.

E mentre vogliono battersi il petto, agitando le braccia

si librano nell'aria: gazze, che schiamazzano nei boschi.

Ancor oggi in questi uccelli è rimasta la primitiva facondia:

una loquacità roca, una voluttà smodata di ciarlare».

LIBRO SESTO

 

 

La dea del Tritone aveva seguito con attenzione il racconto

delle Muse, elogiando il canto e giustificandone l'ira.

Ma poi, tra sé: «Lodare va bene, ma anch'io voglio essere lodata,

non lascerò che si disprezzi la mia divinità impunemente!».

E s'impegnò a perdere Aracne di Meonia, che (l'aveva udito)

non voleva riconoscerle il primato nell'arte

di tessere la lana. Non per ceto o stirpe lei era famosa,

ma per maestria d'arte. Suo padre, Idmone Colofonio,

tingeva imbevendola con porpora di Focea la lana;

morta era invece la madre, una popolana

come il marito. Ma Aracne, malgrado fosse nata da famiglia

umile e nell'umile Ipepe abitasse, con la sua maestria

s'era fatta un gran nome nelle città della Lidia.

Per ammirare la meraviglia dei suoi lavori, avvenne

che le ninfe del Timolo lasciassero i loro vigneti

e che quelle del Pactolo lasciassero le loro acque.

E non solo era un piacere ammirare i tessuti finiti,

ma la loro creazione, tanta era la grazia del suo lavoro.

Sia che iniziasse a raccogliere la lana grezza in matasse

o, filandola con le dita, un dopo l'altro ne ammorbidisse

con largo gesto i bioccoli simili a nuvolette,

sia che ruotasse il fuso levigato con lievi tocchi del pollice

o con l'ago ricamasse, era chiaro che l'ammaestrava Pallade.

Ma lei lo negava e indispettita dal carisma della maestra:

«Che gareggi con me!» diceva. «Se vince, starò alla sua mercé».

Vecchia si finge Pallade, di falsa canizie spruzza le tempie

e in più si sostiene a un bastone come se avesse le membra inferme.

Poi prende a parlare: «Non tutto è male da evitare

in tarda età: più s'invecchia e più cresce l'esperienza.

Ascolta il mio consiglio: aspira pure ad essere

la migliore fra i mortali nel tessere la lana,

ma inchinati a una dea, e di ciò che con arroganza hai detto

chiedi in ginocchio venia: se l'invochi, non ti negherà il perdono».

Con sguardo torvo Aracne sospende la tessitura

e trattenendo a stento le sue mani, il volto acceso d'ira,

senza riconoscerla replica a Pallade in questi termini:

«Una demente, ecco quello che sei, rimbambita dalla vecchiaia:

vivere troppo a lungo nuoce, eccome! Queste chiacchiere

propinale a tua nuora o a tua figlia, se per caso ne hai una!

Io so cavarmela benissimo da sola e perché tu non creda

d'aver frutto coi tuoi moniti, sappi che la penso come prima.

Perché non viene qui? Perché non accetta la sfida?».

E allora la dea: «È venuta!», dice; lascia l'aspetto di vecchia

e si mostra come Pallade. Di fronte alla dea si prostrano

le ninfe e le giovani di Lidia: soltanto lei non si sgomenta,

ma sussulta, questo sì, e suo malgrado un rossore improvviso

le accende il volto per subito dopo dileguarsi,

così come ai primi cenni dell'aurora il cielo s'imporpora

e in breve tempo, quando sorge il sole, poi si sbianca.

Si ostina nel suo proposito e per insensata brama di gloria

corre alla sua rovina: la figlia di Giove infatti non rifiuta,

non l'ammonisce più, più non rinvia la gara.

Senza indugio si sistemano ognuna dalla propria parte

e col filo sottile tendono entrambe un ordito.

L'ordito è avvinto al subbio, il pettine separa i fili,

con l'aiuto delle dita la spola affusolata

inserisce la trama che, passata attraverso i fili,

è compressa con un colpo dai denti intagliati nel pettine.

Lavorano entrambe di lena e, fermata la veste intorno al petto,

muovono esperte le braccia con tant'arte da non sentir fatica.

Impiegano, per tessere, la porpora tinta nei bronzi di Tiro

e colori a sfumature così tenui da distinguerle appena,

come l'arcobaleno che dipinge, quando la pioggia rinfrange

il sole, con una grande parabola un lungo tratto di cielo,

ma non permette a chi guarda, benché risplenda di mille colori

diversi, d'individuare il passaggio dall'uno all'altro,

tanto i contigui s'assomigliano pur differendo ai margini.

Filamenti d'oro sono intessuti nell'ordito

e sulla tela prendono forma storie remote.

Pallade effigia il colle di Marte nella cittadella di Cècrope

e l'antica contesa sul nome da dare alla contrada.

Dodici numi, e Giove in mezzo, siedono con aria grave

e maestosa su scanni eccelsi: ciascuno ha come impressa in volto

la propria identità; l'aspetto di Giove è quello di un re.

Poi disegna il dio del mare, mentre colpisce col lungo tridente

il macigno di roccia e da questo squarciato fa balzare

un cavallo indomito, perché la città gli venga aggiudicata.

A sé stessa assegna uno scudo, un'asta dalla punta acuminata,

un elmo e l'egida per proteggere il capo e il petto;

e rappresenta la terra che percossa dalla sua lancia

genera l'argentea pianta dell'ulivo con le sue bacche;

e gli dei che guardano stupefatti; infine la propria vittoria.

Ma perché la rivale comprenda da qualche esempio

cosa dovrà aspettarsi per quella sua folle audacia,

aggiunge ai quattro angoli altrettante sfide,

vivaci nei colori, ma nitide nei tratti minuti.

In un angolo si vedono Ròdope di Tracia ed Emo,

ora gelidi monti, un tempo esseri mortali,

che avevano usurpato il nome degli dei maggiori.

Dall'altra parte la sorte pietosa della madre dei Pigmei:

avendola vinta in una gara, Giunone impose

che diventasse una gru e s'azzuffasse col suo popolo.

Poi effigia Antigone, che una volta osò competere

con la consorte del grande Giove e che dalla regale Giunone

fu mutata in uccello: né Ilio né il padre Laomedonte

poterono impedire che, spuntatele le penne,

come candida cicogna applaudisse sé stessa battendo il becco.

Nell'angolo che rimane Cìnira, perdute le figlie,

abbraccia i gradini di un tempio, già carne della sua carne,

e, accasciato sulla pietra, si staglia in lacrime.

Contorna tutti i margini con rami d'ulivo, emblema di pace,

e con la pianta che le è sacra conclude l'opera sua.

Aracne invece disegna Europa ingannata dal fantasma

di un toro, e diresti che è vero il toro, vero il mare;

la si vede che alle spalle guarda la terra

e invoca le compagne, e come, per paura d'essere lambita

dai flutti che l'assalgono, ritragga timorosa le sue gambe.

E raffigura Asterie che ghermita da un'aquila si dibatte,

raffigura Leda che sotto le ali di un cigno giace supina;

e vi aggiunge Giove che sotto le spoglie di un satiro

ingravida di due gemelli l'avvenente figlia di Nicteo;

che per averti, Alcmena di Tirinto, si muta in Anfitrione;

che trasformato in oro inganna Dànae, in fuoco la figlia di Asopo,

in pastore Mnemòsine, in serpe screziato la figlia di Cerere.

Effigia anche te, Nettuno, mentre in aspetto di torvo giovenco

penetri la vergine figlia di Eolo, mentre come Enìpeo generi

gli Aloìdi, e inganni come ariete la figlia di Bisalte;

te, che la mitissima madre delle messi dalla bionda chioma

conobbe destriero, che la madre con serpi per capelli

del cavallo alato conobbe uccello e Melanto delfino.

Ognuno di questi personaggi è reso a perfezione e così

l'ambiente. E c'è pure Febo in veste di contadino,

e le volte che assunse penne di sparviero o pelle di leone,

e che in panni di pastore ingannò Isse, figlia di Macareo.

C'è come Libero sedusse Erìgone trasformandosi in uva,

come Saturno in cavallo generò il biforme Chirone.

Lungo l'estremità della tela corre un bordo sottile

con fiori intrecciati a viticci d'edera.

Neppure Pallade o Invidia avrebbero potuto denigrare

quell'opera. Ma la bionda dea guerriera si dolse del successo,

fece a brandelli la tela che illustrava i misfatti degli dei

e, con in mano la spola fatta col legno del monte Citoro,

più volte in fronte colpì Aracne, figlia di Idmone.

La sventurata non lo resse e fuor di senno corse a cingersi

il collo in un cappio: vedendola pendere n'ebbe pietà Pallade

e la sorresse dicendo: «Vivi, vivi, ma appesa come sei,

sfrontata, e perché tu non abbia miglior futuro, la stessa pena

sarà comminata alla tua stirpe e a tutti i tuoi discendenti».

Poi, prima d'andarsene, l'asperge col succo d'erbe

infernali, e al contatto di quel malefico filtro

in un lampo le cadono i capelli e con questi il naso e le orecchie;

la testa si fa minuta e così tutto il corpo s'impicciolisce;

zampe sottili in luogo delle gambe spuntano dai fianchi;

il resto è ventre: ma da questo Aracne emette un filo

e ora, come ragno, torna a tessere la sua tela.

Tutta la Lidia è in fermento, nelle città di Frigia si diffonde

l'eco della vicenda e in ogni luogo non si parla d'altro.

Prima di sposarsi, quando giovinetta abitava

sul Sìpilo in Meonia, Nìobe aveva conosciuto Aracne;

tuttavia la punizione della sua conterranea non l'indusse

a sottomettersi agli dei e a usare un linguaggio più misurato.

Molte cose l'insuperbivano, ma non si compiaceva tanto

dell'ingegno del marito, del lignaggio d'entrambi o dei domini

del loro grande regno (sebbene di tutto ciò si compiacesse),

quanto della sua prole; e si sarebbe potuta dire la madre

più felice del mondo, se tale non si fosse considerata.

Allora l'indovina Manto, figlia di Tiresia,

infervorata da un impulso divino, andava ammonendo

lungo le strade: «Donne tebane, accorrete tutte

a offrire con preghiere devote incenso a Latona

e ai suoi due figli, e cingetevi d'alloro i capelli.

Per bocca mia l'ordina Latona!». Ossequenti tutte le tebane

ornano le proprie tempie con le fronde prescritte

e offrono incenso alle fiamme sacre recitando preghiere.

Ma ecco avanzarsi Nìobe con il folto séguito delle compagne,

splendidamente vestita con stoffe di Frigia trapunte d'oro,

e, per quanto lo consente l'ira, bella. Al movimento elegante

della sua testa ondeggiano i capelli sparsi sulle spalle.

Si ferma e, volgendo intorno lo sguardo sdegnoso, impettita:

«Che follia è mai anteporre dèi solo supposti», dice, «a quelli

che vedete? Perché mai si onora Latona sugli altari

e non si degna d'incenso il mio nume? Figlia di Tantalo sono,

l'unico a cui fu concesso di sedere alla mensa degli dei.

Sorella delle Pleiadi è mia madre; il grandissimo Atlante,

che regge sul collo la volta celeste, è mio nonno; Giove

l'altro mio nonno, che in più mi glorio d'avere come suocero.

Temuta sono dalle genti di Frigia e signora della reggia

di Cadmo; le mura sorte al suono della cetra di mio marito

sono rette, con chi vi vive dentro, da me e dal mio uomo.

In qualunque parte della casa io volga gli occhi,

si ammirano immense ricchezze; a ciò si aggiunga la bellezza mia,

degna veramente di una dea, e in più sette figlie,

altrettanti maschi e presto generi e nuore.

Chiedetevi ora se il mio orgoglio non abbia ragione d'essere,

e non permettetevi di preferirmi Latona,

nata da Ceo, un Titano qualunque, Latona, a cui per sgravarsi

la terra pur vastissima negò a quel tempo il più piccolo luogo.

Né in cielo né in terra né in mare fu accolta la vostra dea;

bandita dal mondo, se ne andava errabonda, finché impietositasi

Delo le disse: "Straniera tu vaghi sulla terra, io sul mare",

e le offrì un malfermo approdo. Così divenne madre

di due figli: un settimo di quelli che ho partorito io!

Sono felice: chi mai potrebbe negarlo? e sempre lo sarò:

anche di ciò chi può dubitarne? L'abbondanza mi rassicura.

Troppo grande sono perché la Fortuna mi possa nuocere:

anche se molto mi togliesse, molto di più dovrebbe lasciarmi.

La mia prosperità allontana i timori. Mettiamo pure

che da questa folla di figli me ne venga sottratto qualcuno:

per quanto spogliata, mai sarò ridotta ad averne solo due,

come Latona. Che differenza c'è fra lei e chi non ha figli?

Via, andatevene da questa cerimonia, e toglietevi il lauro

dai capelli!». Se lo tolgono e lasciano incompiuto il rito:

altro non possono fare che venerare Latona in segreto.

Indignata, la dea, sulla vetta del Cinto,

con questi accenti si rivolse ai suoi due figli:

«Ecco che io, vostra madre, fiera di avervi generato,

io che a nessuna dea, tranne Giunone, cederei la palma,

vedo messa in dubbio la mia divinità: nei secoli

sarò esclusa dal culto, se voi, figli miei, non m'aiutate!

E non è questo solo il mio dolore: la figlia di Tantalo

al sacrilegio ha aggiunto le ingiurie, ha osato posporre voi

ai figli suoi e, usando la stessa lingua perfida di suo padre,

ha affermato (e su di lei si ritorca) che è come se non ne avessi!».

A questo sfogo era Latona sul punto di aggiungere preghiere:

«Basta!», disse Febo, «ritardano solo la pena i tuoi lamenti!».

Lo stesso disse Diana, e solcando in un lampo il cielo,

raggiunsero, nascosti dalle nubi, la rocca di Cadmo.

C'era, sotto le mura, una pianura vasta e aperta,

battuta senza fine dai cavalli: il turbinare delle ruote

e l'inclemenza degli zoccoli ne avevano sconvolto il suolo.

È qui che alcuni dei sette figli di Anfione montano

i loro intrepidi cavalli, premendo groppe ammantate

di porpora e reggendo redini tempestate di borchie d'oro.

Uno di loro, Ismeno, ch'era stato a suo tempo il primo fardello

della madre, mentre costringe in un cerchio perfetto

la corsa del cavallo, domandone la bocca schiumante,

«Ahimè!» grida, e porta ficcata in mezzo al petto

una freccia; dalla mano morente lascia cadere le briglie

e adagio scivola sul fianco dalla spalla destra del cavallo.

Vicino a lui, sentendo nell'aria il tintinnare d'una faretra,

Sìpilo si lancia a briglia sciolta, come un nocchiero che alla vista

di un nembo, presagendo la pioggia, fugge a vele spiegate,

perché in teli afflosciati non si perda il minimo soffio di vento.

A briglia sciolta si lancia, ma inesorabile una freccia

l'insegue e si pianta vibrando nella nuca

uscendogli col ferro nudo dalla gola.

Tutto curvo in avanti com'è, rotola sulla criniera e giù

lungo le zampe in corsa, bagnando del suo sangue ardente la terra.

Lo sventurato Fèdimo e Tantalo, che dal nonno

aveva ereditato il nome, finita la loro cavalcata,

erano passati, lucidi d'olio, agli esercizi giovanili

di palestra, e avvinghiati uno all'altro, petto contro petto,

lottavano fra loro: una freccia scocca dall'arco teso

e, uniti così come sono, li trapassa entrambi.

Insieme lanciano un gemito, insieme si accasciano al suolo

contratti dal dolore, insieme volgono supini

l'ultimo sguardo al cielo, insieme esalano l'anima loro.

Li vede Alfènore che, battendosi per lo strazio il petto,

accorre a sollevare fra le braccia i loro corpi gelidi

e in quell'atto pietoso stramazza: il dio di Delo gli aveva

squarciato il petto sino al cuore con un ferro micidiale,

e quando lui se lo strappa, con l'amo estrae brandelli

di polmone, e il sangue con la vita si disperde nel vento.

A Damasìctone, che ha lunghi capelli, non viene invece inferta

un'unica ferita: colpito in cima alla gamba, dove i tendini

del garretto formano una giuntura elastica,

lui tenta di sfilare con la mano la freccia letale,

ma un'altra gli trafigge la gola penetrando sino alla cocca.

Il sangue poi l'espelle e zampillando verso l'alto

sgorga a fiotti, schizza lontano crivellando l'aria.

Leva inutilmente le braccia in atto di preghiera

Ilioneo, l'ultimo fra loro: «O dei,» dice, «tutti quanti voi siete»,

ignorando che non tutti sono da supplicare,

«pietà!». L'arciere divino ne fu commosso, ma la freccia ormai

non può tornare indietro. A ucciderlo però

è una ferita irrisoria: la freccia gli scalfisce appena il cuore.

La voce della disgrazia, il dolore di tutti e il pianto dei suoi

non lasciano dubbi alla madre sull'abbattersi della sciagura:

come avessero i celesti potuto e osato tanto, si chiedeva

sbigottita nel suo sdegno, come ne avessero l'autorità.

Dal canto suo Anfione, il padre, s'immerse nel petto

una lama, ponendo fine ai suoi giorni e al suo strazio.

Ahimè, com'era diversa questa Nìobe, che ora muove a pietà

persino i nemici, da quella che un attimo fa scacciava

la gente dagli altari di Latona e incedeva impettita

per le strade della città invidiata dai suoi!

Sui corpi gelidi si accascia e a caso, come capita,

dispensa a tutti i suoi figli gli ultimi baci.

Poi, levando al cielo le braccia illividite:

«Rallégrati», dice, «e sazia il tuo petto col mio lutto!

Rallégrati, avanti, crudele Latona, del mio dolore,

sazia il tuo cuore di belva! Da sette funerali

sono sepolta. Esulta, nemica mia, trionfa per la vittoria!

Ma quale vittoria? Resta sempre più a me nella sciagura mia,

che a te nella tua esultanza: anche dopo tante morti ti supero!».

Questo aveva detto, che si sentì vibrare la corda di un arco:

tutti ne furono atterriti, tutti, ma non Nìobe.

La sventura la rendeva spavalda. Vegliavano le sorelle,

vestite di nero, a chiome sciolte, le spoglie dei loro fratelli.

Nell'atto di estrarre una freccia conficcatasi nelle sue viscere,

una si afflosciò moribonda col viso sul corpo di un fratello;

un'altra, che cercava di consolare la madre disperata,

d'un tratto ammutolì, piegandosi in due per un'occulta ferita:

serrò le labbra, ma l'anima ormai se n'era già fuggita.

Questa stramazza mentre tenta di fuggire, quella spira

sulla sorella; questa si nasconde, quella corre sbigottita.

Sei erano morte di ferite diverse;

restava l'ultima: facendole scudo col corpo e con la veste,

gridò la madre: «Questa, la più piccola, lasciami questa sola!

Di tante non ti chiedo che la più piccola, questa sola!».

E mentre implora, lei per cui implora è uccisa. Senza più nessuno,

si accascia tra i cadaveri dei figli, delle figlie, del marito,

impietrendosi per il dolore: il vento non le muove un capello,

sul volto ha un pallore mortale, nelle sue orbite spente

gli occhi sono sbarrati; nulla di vivo c'è nei suoi tratti.

Persino la lingua, persino quella, nel palato irrigidito

si congela, e le vene perdono la forza di pulsare;

il collo non può più piegarsi, le braccia compiere movimenti,

i piedi camminare; anche dentro le viscere non v'è che pietra.

Eppure piange; e travolta dal turbinare impetuoso del vento

è trascinata in patria. Lì, confitta in cima a un monte,

si strugge e ancor oggi dal marmo trasudano lacrime.

E d'allora tutti, uomini e donne, temono il manifestarsi

dell'ira divina e con maggior zelo tutti tributano onori

al tremendo potere della dea madre di due gemelli;

e come accade, dal fatto recente risalgono ai precedenti.

«Anche nelle terre della fertile Licia», dice uno, «avvenne

un tempo che i contadini a loro rischio spregiassero la dea.

La cosa è poco nota, è vero, per la modestia dei personaggi,

eppure sorprendente. Coi miei occhi ho visto la palude e il luogo

famosi per il prodigio. Mio padre, troppo vecchio ormai

per affrontare il viaggio, mi aveva ordinato di portargli

dalla Licia dei buoi di razza e m'aveva dato per guida

un uomo di quella regione. Mentre con lui perlustravo i pascoli,

ecco balzarmi agli occhi in mezzo a un lago un vecchio altare

annerito dal fuoco dei riti e cinto da un fluttuare di giunchi.

La mia guida si fermò bisbigliando con timore:

"Proteggimi, ti prego", e come lui bisbigliai anch'io "Proteggimi".

Ma poi gli chiesi a chi fosse consacrata l'ara, se a qualche Naiade,

a un Fauno o a una divinità locale. Mi rispose:

"Non è a un dio dei monti, ragazzo mio, che è sacro questo altare:

lo considera suo la dea che un giorno dal mondo fu messa al bando

dalla consorte di Giove, la dea che fu accolta nel suo vagare

da Delo, quando come un'isola galleggiante errava leggera.

Lì, appoggiandosi a una palma e all'albero di Pallade,

Latona mise al mondo due gemelli, a dispetto della matrigna.

E si racconta che di lì, dopo il parto, per sottrarsi a Giunone

fuggisse portandosi in seno i figli, quei due esseri divini.

Raggiunta la patria della Chimera, nel territorio di Licia,

sotto il sole infuocato che ardeva i campi, sfinita dal gran correre,

per il caldo opprimente si sentì riarsa dalla sete:

di tutto il latte le avevano i figli affamati svuotato il seno.

Per ventura vide in lontananza, in fondo a una valle,

un laghetto: laggiù dei contadini raccoglievano

vimini pieni di germogli, giunchi ed alghe di palude.

Avvicinatasi, la figlia del Titano si chinò,

piegando un ginocchio a terra, per attingere l'acqua e bere.

Ma quella masnada glielo vietò, costringendola a replicare:

'Perché mi negate l'acqua? ne hanno diritto tutti.

La natura a nessuno ha dato in proprietà il sole, l'aria

o l'acqua limpida: a un bene comune mi sono accostata

e malgrado ciò vi supplico di farmene dono. Non avevo

intenzione di lavarmi qui corpo e membra affaticate,

ma solo di dissetarmi. Parlo, sì, ma ho la bocca secca

e la gola tutta un fuoco, tanto che a stento vi passa la voce.

Un sorso d'acqua nèttare sarà per me, e ammettere dovrò

d'aver riavuto la vita: con l'acqua me la donerete voi.

E abbiate almeno pietà di questi, che dal mio seno tendono

le loro braccine'. E in quel momento i piccoli le tendevano.

Chi non si sarebbe commosso alle dolci parole della dea?

Quelli invece, di fronte alle preghiere, si ostinano nel divieto

e aggiungono minacce, se non se ne va, e ingiurie per di più.

E come se non bastasse con mani e piedi

intorbidano il lago e con cattiveria dal fondo del suo letto

sollevano la fanghiglia saltando qua e là.

La collera fa dimenticare la sete alla figlia di Ceo:

non supplica più quella gente indegna, oltre non si abbassa

a discorsi che umiliano una dea; alle stelle leva le palme e:

'Che viviate in eterno in questo stagno!' grida.

E il voto si avvera: da allora quelli godono di stare in acqua,

a volte d'immergersi con tutto il corpo nel fondo dello stagno,

altre di sporgere il capo o di nuotare a fior d'acqua,

spesso di sostare sulla riva, spesso di rituffarsi

nel lago gelido. Ma non smettono mai di esercitare

le loro malelingue nelle liti e senza alcun pudore,

anche stando sott'acqua, sott'acqua cercano d'imprecare.

Roca si è fatta la loro voce, le guance tumide si gonfiano

e le stesse ingiurie dilatano ancor più le loro bocche enormi.

Il capo è infossato nelle spalle, il collo sembra che manchi;

il dorso è verde e il ventre, che è quasi tutto il corpo, bianchiccio:

assunto l'aspetto di rane, sguazzano nel fango del pantano".»

Quando quello sconosciuto terminò di narrare

la fine dei Lici, un altro si sovvenne del Satiro che, vinto

dal figlio di Latona in una gara col flauto di Pallade,

fu da questi punito. «Perché mi scortichi vivo?» urlava;

«Mi pento, mi pento! Ahimè, non valeva tanto un flauto!».

Urlava, mentre dalla carne la pelle gli veniva strappata:

altro non era che un'unica piaga. D'ogni parte sgorga il sangue,

scoperti affiorano i muscoli, senza un filo d'epidermide

pulsano convulse le vene; si potrebbe contargli le viscere

che palpitano e le fibre che gli traspaiono sul petto.

Lo piansero le divinità dei boschi, i Fauni delle campagne

e i Satiri suoi fratelli, lo piansero Olimpo a lui sempre caro

e le ninfe, e con loro tutti quanti su quei monti

pascolano greggi da lana e armenti con le corna.

Di quella pioggia di lacrime s'intrise la terra fertile,

che in sé madida le accolse, assorbendole nel fondo delle vene;

poi mutatele in acqua, le liberò disperdendole nell'aria.

Da lui prende il nome quel fiume che tra il declinare delle rive

corre rapido verso il mare, Marsia, il più limpido della Frigia.

Da questi racconti la gente tornò bruscamente

al presente, piangendo Anfione spentosi con tutta la sua stirpe.

L'esecrazione era solo per Nìobe: l'unico a versare lacrime

anche per lei fu Pèlope, a quanto si dice, che dal petto

si stracciò le vesti, mostrando l'avorio della spalla sinistra.

Quando nacque, questa spalla aveva lo stesso colore dell'altra,

la stessa natura corporea; ma si racconta che il padre

lo squartasse con le sue mani e che poi gli dei lo ricomponessero:

ritrovati tutti i pezzi, mancava solo quello che congiunge

collo e capo del braccio. A rimpiazzarlo gliene fu applicato

uno d'avorio e così Pèlope riebbe la sua integrità.

Dai dintorni affluiscono a Tebe uomini illustri, e ai propri re

le città vicine affidano il compito di recare conforto:

Argo, Sparta e Micene nel Peloponneso,

Calidone non ancora invisa alla minacciosa Diana,

la fertile Orcòmeno e Corinto famosa per i suoi bronzi,

la fiera Messene, Patre e la piccola Cleone,

Pilo Nelea e Trezene non ancora in mano a Pitteo,

e tutte le città circondate dai due mari dell'Istmo

e quelle che, poste di fronte ai due mari, si vedono dall'Istmo.

Chi lo crederebbe? l'unica ad astenersi fosti tu, Atene.

Questo dovere ti fu impedito dalla guerra: giunte dal mare,

truppe straniere spargevano il terrore sulle tue mura.

Col suo esercito le sgominò Tereo di Tracia,

accorso in aiuto, e con questa vittoria acquistò gran nome.

Sedotto dal potere che gli davano ricchezze e uomini,

considerato poi che discendeva dal grande Gradivo,

Pandìone a sé lo legò dandogli in sposa Progne. Ma né Giunone,

dea delle unioni, né Imeneo o le Grazie assistettero alle nozze.

Furono le Furie a reggere le fiaccole, trafugandole

a un rito funebre, le Furie a preparare il letto, e un gufo immondo

calò sul tetto, appollaiandosi sopra la camera nuziale.

Con questi auspici si unirono Progne e Tereo, sì, con questi

divennero genitori. Con loro, certo, si felicitò

la Tracia, e loro ringraziarono gli dei, proclamando festivi

sia il giorno in cui Pandìone diede in sposa la figlia

a quel re illustre, sia il giorno in cui nacque Iti.

A tal punto s'ignora ciò che giova! Già per cinque autunni

aveva condotto il Sole l'incessante corso degli anni,

quando con voce carezzevole Progne disse al marito:

«Se un po' ti sono cara, mandami a trovare mia sorella

o lascia che qui lei venga. A tuo suocero puoi d'altra parte

promettere che tornerà presto. Per me rivederla sarebbe

il maggior regalo che puoi farmi». E lui fa calare in mare

le navi e a forza di vele e di remi penetra

nel porto di Cècrope e attracca alla banchina del Pireo.

Ammesso com'è alla presenza del suocero, una stretta

di mano e il colloquio si avvia con gli auspici migliori.

Ma aveva appena iniziato a riferire il messaggio della moglie,

motivo del viaggio, promettendo un pronto ritorno della giovane,

quando apparve Filomela, sfoggiando abbigliamenti splendidi

e forme ancora più splendide, simili a quelle che avrebbero

Naiadi e Driadi, si sente, quando incedono in mezzo ai boschi,

se a loro fosse concessa uguale raffinatezza d'ornamenti.

Alla vista di quella vergine, Tereo s'infiamma,

come se qualcuno appiccasse il fuoco a spighe secche

o incendiasse frasche ed erbe riposte in un fienile.

Seducente è la sua bellezza, certo, ma una libidine innata

concorre ad eccitarlo, tanto incline alla lussuria è in quei paesi

la gente: divampa per vizio congenito e vizio proprio.

L'impulso è quello di corrompere l'affezione delle compagne

e l'onestà della nutrice, o di sedurla a viso aperto

con regali sontuosi, sacrificando magari tutto il regno,

oppure di rapirla e serbarsi la preda a costo di una guerra.

Non c'è niente che non oserebbe, travolto com'è da un amore

senza freni, e il suo petto non sa più contenere le fiamme.

Ogni indugio gli pesa: con parole cariche di desiderio

riprende il messaggio di Progne e in segreto insegue i suoi voti.

L'amore lo rende eloquente, e ogni volta che eccede

nelle preghiere, pretende che tale sia la volontà di Progne.

E aggiunge lacrime, come se anche di queste fosse incaricato.

O dei, di che tenebra fitta è avvolto il cuore dei mortali!

Proprio nell'atto di tramare un crimine, Tereo

passa per uomo giusto e il suo misfatto gli procura elogi.

E Filomela? non l'asseconda forse cingendo con le braccia

le spalle al padre per addolcirlo, e pregandolo, se le vuol bene

(ma è proprio contro il suo bene), di mandarla a trovare la sorella?

Tereo la contempla, accarezzandola e spogliandola con lo sguardo,

e quei baci, quelle braccia intorno al collo, che spia,

sono altrettanti stimoli, fiaccole ed esche per la sua passione:

ogni volta che in un abbraccio lei si stringe al padre,

essere suo padre vorrebbe ed essere più empio non potrebbe.

Cede il padre alle preghiere delle figliole e Filomela in festa

lo ringrazia con calore, pensando, sventurata,

che sia un successo per entrambe ciò che per entrambe sarà lutto.

Ormai non restava a Febo che un piccolo percorso; i suoi cavalli

scalpitavano lungo le pendici dell'Olimpo:

s'imbandisce un banchetto regale e in coppe d'oro si versa il vino;

poi, come è giusto, i corpi s'abbandonano a un placido sonno.

Ma anche allora che Filomela non gli è più accanto, il re dei Traci

brucia per lei e, ripensando al suo volto, ai gesti, alle mani,

così come lo vorrebbe immagina ciò che ancora non ha visto,

e alimenta in sé il suo fuoco con tale smania da perdere il sonno.

Si fa giorno, e Pandìone, stringendo la mano al genero

che riparte, con le lacrime agli occhi gli raccomanda la figlia:

«Genero caro, poiché ragioni d'affetto mi costringono

e questa è la volontà d'entrambe, come la tua, Tereo,

io te l'affido, ma in nome della lealtà, della parentela

e degli dei io t'imploro di vegliarla con l'amore di un padre

e, perché lenisca dolcemente l'angoscia della mia vecchiaia,

di rimandarmela al più presto: eterno mi parrebbe ogni ritardo.

E anche tu, Filomela (già tanto mi manca tua sorella),

se mi vuoi un po' di bene, cerca di tornare al più presto».

Così raccomanda e intanto, mentre bacia la figlia,

tra una parola e l'altra gli scendono lacrime di commozione.

Come pegno di lealtà chiede a entrambi di porgergli le mani,

che stringe fra le sue, poi li prega di salutare l'altra figlia

e il nipotino, che anche lontani sempre ricorda,

e a fatica, con voce rotta dai singhiozzi, dice addio

per l'ultima volta, angosciato dai presentimenti del suo cuore.

Salita Filomela sulla nave variopinta,

non appena i remi guadagnano il mare allontanando la terra:

«Vittoria!» esclama Tereo, «via con me porto i miei sogni!».

Esulta quel barbaro e con rammarico rimanda

il proprio piacere, ma da lei mai un attimo distoglie gli occhi,

come l'uccello di Giove quando nel nido inaccessibile

ha deposto una lepre ghermita dai suoi artigli adunchi:

per la preda non c'è scampo, il rapace cova la sua vittima.

E ormai il viaggio è finito, ormai dalle navi malridotte tutti

sono sbarcati in patria, quando il re trascina in un grande casale

fra le tenebre d'una foresta antica la figlia di Pandìone,

e lì, pallida, tremante, piena di terrore, la chiude,

mentre lei con le lacrime agli occhi chiede dove sia la sorella.

Svelate le sue voglie infami, benché disperata, disperata

lei invochi il padre, la sorella e, più di tutti, gli dei del cielo,

Tereo violenta quella vergine, quella fanciulla sola.

E lei trema atterrita come un'agnella che, scampata alle fauci

di un lupo grigio, nel trauma ancora non si sente sicura,

o come una colomba che con le piume intrise di sangue ancora

si spaura al ricordo degli artigli che l'avevano afferrata.

Poi, quando torna in sé, si strappa i capelli scomposti,

come se fosse in lutto, si percuote in lacrime le braccia

e tendendo le mani, grida: «Barbaro, quale infamia hai compiuto!

Scellerato! neppure le preghiere e le lacrime appassionate

di mio padre t'hanno commosso, o il pensiero di mia sorella,

della mia verginità, dei vincoli coniugali.

Tutto hai sconvolto: rivale di mia sorella io,

bigamo tu: punirmi come nemica, questo si deve.

Perché, infame, non mi uccidi, così che intentato non ti rimanga

alcun delitto? Oh, se l'avessi fatto prima di questo nefando

accoppiamento! immacolata sarebbe rimasta l'ombra mia!

Ma se i celesti scorgono tutto ciò, se il loro potere

conta qualcosa, se non tutto col mio onore è perduto,

un giorno ne sconterai tu la pena. Gettato al vento il pudore,

io stessa racconterò le tue gesta; se concesso mi sarà,

andrò tra la gente; se prigioniera sarò tenuta nei boschi,

lo griderò ai boschi e i sassi chiamerò a testimoni.

Il cielo udrà la mia voce e l'udranno gli dei, se lì ve ne sono!».

A queste parole il feroce tiranno è scosso dall'ira

e al tempo stesso da una paura che nulla ha da invidiare all'ira.

Spinto dall'una e l'altra, sguaina la spada che porta al fianco,

l'afferra per i capelli, le torce le braccia dietro la schiena

e la costringe in ceppi. Filomela protende la gola,

con la speranza, vista la spada, d'essere uccisa;

ma lui le stringe in una morsa la lingua che impreca,

che invoca senza posa il nome del padre, che lotta per parlare,

e senza pietà gliela mozza. Guizza in gola la radice

della lingua, che a terra in mezzo al sangue pulsa rantolando:

come si dibatte la coda recisa a un serpente,

palpita moribonda cercando le tracce della sua padrona.

Persino dopo questo misfatto pare, e quasi non riesco a crederlo,

che lui risfogasse la sua lussuria su quel corpo martoriato.

Compiute le sue prodezze, ha il coraggio di ripresentarsi a Progne,

che vedendolo gli chiede della sorella. E quell'ipocrita

scoppia in lamenti, inventandosi la storia della sua morte

e il pianto gli dà credito. Dalle spalle si strappa Progne

i veli tutti scintillanti di lembi dorati,

si veste di nero, erige una pietra sepolcrale,

offre sacrifici funebri a un'ombra inesistente

e piange, non per ciò che si dovrebbe, la sorte della sorella.

Dodici costellazioni aveva percorso il sole, un anno intero.

E Filomela? Guardie armate le impediscono la fuga;

intorno alla prigione si erge un muro di macigni invalicabile;

muta com'è non può svelare il crimine. Ma del dolore immense

sono le risorse e nella sventura, lì, s'acuisce l'ingegno.

Con un accorgimento allaccia un ordito a un telaio primitivo

e sulla tela bianca ricama a caratteri di fuoco

l'accusa di stupro. Terminato il lavoro l'affida a una donna,

pregandola a gesti di portarlo alla regina, e la donna

lo consegna a Progne, senza sapere cosa cela ciò che porta.

La consorte del feroce tiranno srotola la tela,

legge le tragiche vicissitudini della sorella

e, come possa è un mistero, non fiata: il dolore l'ammutolisce,

la lingua cerca parole che esprimano tutto il suo sdegno,

ma non le trova; non piange neppure; pronta a violare ogni legge,

corre alla propria rovina col solo pensiero della vendetta.

Era il tempo in cui ogni tre anni le donne di Sitonia

celebrano le feste di Bacco. La notte è complice dei riti.

Di notte il Ròdope risuona del tintinnare acuto dei bronzi;

e quella notte la regina esce di casa, acconciata

come per partecipare all'orgia, con tutto il corredo del culto:

capo coperto di tralci, una pelle di cervo che pende

sul fianco sinistro, un'asta leggera appoggiata alla spalla.

Irrompendo nei boschi con lo stuolo delle sue compagne,

Progne, terribile, sconvolta dalla furia del dolore,

si finge, Bacco, una tua devota. E arriva a quel casale sperduto;

qui con grida inumane, invasata, abbatte la porta,

rapisce la sorella rivestendola coi simboli

delle Baccanti, le nasconde il viso con viticci d'edera

e, trascinandola via sbigottita, la porta nel suo palazzo.

Quando s'accorge d'essere entrata nella casa di quell'infame,

la povera Filomela rabbrividisce e tutta sbianca in volto.

Trovato il luogo adatto, Progne toglie all'infelice i simboli

del culto, le scopre il viso rosso di vergogna e la stringe a sé

in un abbraccio. Ma lei, sentendosi in colpa verso la sorella,

non osa alzare gli occhi a sostenere quello sguardo,

e col volto fisso a terra vorrebbe giurare, chiamando

a testimoni gli dei, che quel disonore a viva forza

le è stato inflitto e usa i gesti come voce. Non potendo

contenere l'ira che l'arde, Progne rimprovera la sorella

perché piange: «No, non servono lacrime,» le dice,

«ma un ferro o, se trovi qualcosa che possa vincere il ferro,

quello! Io sono pronta, sorella mia, a qualsiasi delitto.

Ecco, o incendierò con le torce questa reggia

e getterò tra le fiamme quello spergiuro di Tereo

o gli strapperò con un ferro la lingua, gli occhi e quel membro

che t'ha sottratto l'onore, o con mille e mille ferite sputare

gli farò quell'anima criminale. Ad ogni atrocità son pronta;

quale, ancora non so». E mentre termina di parlare,

le viene incontro Iti: la presenza del figliolo le ricorda

il potere che possiede e, guardandolo con occhio duro, esclama:

«Ah, quanto assomigli a tuo padre!». Non aggiunge altro

e, ribollendo d'ira in cuore, medita il suo atroce delitto.

Vero è che quando il figliolo s'avvicina,

la saluta gettandole al collo le sue piccole braccia,

e blandendola con le sue moine la riempie di baci,

la madre si commuove, e per un attimo la collera si smorza,

intridendole gli occhi di lacrime a stento trattenute.

Ma come sente che per troppo affetto il suo cuore di madre

comincia a vacillare, da lui stacca gli occhi, torna a volgerli

sulla sorella e, osservandoli entrambi a vicenda, così ragiona:

«Perché Iti mi blandisce e lei con la lingua mozza non può farlo?

Se lui mi chiama madre, perché lei non mi chiama sorella?

Non vedi, figlia di Pandìone, a chi ti sei unita?

Tu sragioni: un delitto è la pietà con uomini come Tereo!».

Senza indugio Progne trascina Iti con sé, come nelle tenebre

del bosco trascina la tigre del Gange un cerbiatto appena nato,

e quando arrivano in una parte remota dell'immensa reggia,

mentre lui, intuendo la propria sorte, tende le mani

e nel tentativo di aggrapparsi al suo collo "Mamma!" grida,

"Mamma!", lo colpisce con la spada tra il fianco e il petto,

senza distogliere gli occhi. Per ucciderlo sarebbe bastata

quell'unica ferita: no, Filomela gli recide la gola.

Palpitanti, quelle membra, che serbano ancora un soffio di vita,

son fatte a pezzi; una parte è messa a bollire in pentole di bronzo,

il resto stride sugli spiedi. Tutta la stanza è invasa dal sangue.

Dopo avere allontanato convitati e servitù col pretesto

di un rito al quale nella sua patria solo il marito può assistere,

queste vivande Progne imbandisce a Tereo che nulla

sospetta. Assiso con alterigia sul trono degli avi, Tereo

banchetta, trangugiando la carne della sua carne, e la sua mente

tanto è ottenebrata che ordina: «Fate venire Iti».

Progne non riesce più a dissimulare la sua crudele esultanza

e smaniosa di annunciargli lei stessa lo scempio compiuto:

«Quello che chiedi l'hai dentro!» prorompe. Lui si guarda intorno

e chiede dove: mentre chiede e senza posa lo chiama, lo chiama,

ecco che Filomela, così com'è, coi capelli scarmigliati

dal furore del massacro, irrompe e gli scaglia in faccia

la testa insanguinata del figlio. Mai come allora lei vorrebbe

poter parlare per gridargli la sua gioia nel modo che merita.

Con un urlo inumano il re di Tracia rovescia la tavola

ed evoca dal fondo dello Stige le Furie cinte di vipere;

ora vorrebbe squarciarsi il ventre per vomitare, se potesse,

quel cibo orrendo e le viscere che ha ingoiato;

ora piange definendo sé stesso sepolcro abbietto del figlio;

ora con la spada sguainata insegue le figlie di Pandìone.

Ma i corpi delle due donne sembrano alzarsi in volo:

si alzano in volo. Una si dirige verso il bosco;

l'altra s'infila sotto il tetto, e dal suo petto scomparse non sono

oggi ancora le tracce della strage: macchia il sangue le sue piume.

Tereo, travolto dal dolore e dalla sete di vendetta,

si trasforma in un uccello che ha una cresta dritta sul capo

e un becco smisurato che si protende lungo come una lancia.

Upupa è il nome di questo uccello; a vederlo sembra armato.

Questa tragedia spedì anzitempo Pandìone tra le ombre

del Tartaro, prima del limite estremo d'una lunga vecchiaia.

Lo scettro e il governo della regione passarono ad Eretteo,

non si sa se più valente per giustizia o destrezza d'armi.

Al mondo aveva messo Eretteo quattro maschi

e quattro femmine, ma di queste, due gareggiavano in bellezza.

Cèfalo, nipote di Eolo, fu tuo felice marito,

Procri; il dio Borea, invece, essendo di Tracia, per colpa di Tereo

dovette attendere a lungo prima di avere l'amata Oritìa,

almeno finché la chiese usando preghiere in luogo della forza.

Ma visto che nulla otteneva con le blandizie, stravolto d'ira,

come fin troppo spesso è naturale a Borea, a questo vento:

«Ben mi sta!» disse. «Perché mai ho rinnegato le mie armi,

la violenza, l'impeto, l'ira, il pungolo delle minacce,

e sono ricorso alle preghiere, una prassi che non mi si addice?

Virtù mia è la forza: con la forza scaccio le nubi che incombono,

con la forza sconvolgo il mare e abbatto le querce nodose,

rendo ghiaccio la neve e tempesto di grandine la terra.

E ancora, quando nel cielo aperto (l'arena mia è quella)

sorprendo i miei fratelli, li affronto con tale furia,

che tutto l'etere intorno rintrona ai nostri scontri

e dal cuore delle nubi saettando guizzano i fulmini.

Ancora, quando m'infilo nelle fessure della terra

e infuriato inarco il dorso contro la volta delle sue caverne,

terrorizzo coi miei sussulti i morti e il mondo intero.

Con questi mezzi dovevo cercare di sposarla! Con i fatti,

non con le preghiere dovevo farmi suocero Eretteo!».

Detto questo ed altro ancora dello stesso tenore,

Borea agitò le ali, e a quel battito tutta la terra

fu percorsa dal vento e la distesa del mare ne fu sconvolta.

Trascinando il suo mantello di polvere sulla cima dei monti,

l'innamorato spazzò il suolo e, nascosto dalla caligine,

abbracciò Oritìa, tremante di paura, con le sue ali fulve.

E mentre vola, l'eccitazione rinfocolò la sua passione;

ma non pose fine alla sua corsa sfrenata nello spazio,

se non quando ebbe raggiunto la gente e le città dei Cìconi.

Lì, l'ateniese Oritìa divenne moglie del gelido signore,

e madre: partorì due gemelli, che in tutto

assomigliavano a lei, se si escludono le ali, dote del padre.

Queste però, si racconta, non nacquero con loro:

finché sotto la rossa chioma non spuntò loro la barba,

Càlai e Zete, i due fanciulli, furono implumi.

Poi, come negli uccelli, penne e ali cominciarono a fasciare

i loro fianchi e le guance ad assumere riflessi biondi.

E così, quando l'infanzia lasciò il passo alla giovinezza,

solcarono coi Minii, a bordo della prima nave, il mare ignoto

alla conquista del vello che abbaglia con la luce dei suoi fiocchi.

LIBRO SETTIMO

 

 

Solcando con la nave di Pàgase il mare, i Minii

avevano incontrato Fineo, che a stento in un buio senza fine

trascinava la sua vecchiaia; e i figlioli di Borea

dal viso di quel vecchio infelice avevano scacciato le Arpie.

Poi, dopo lunghe traversie, guidati dal grande Giasone,

raggiunsero le rapide del limaccioso Fasi.

Ma quando si rivolgono al re per ottenere il vello di Frisso,

vien loro imposto d'affrontare l'onere di prove spaventose.

Fu allora che un gran fuoco divampò nella figlia di Eèta, il re:

a lungo lei cercò di contrastarlo, ma quando con la ragione

vide di non poterne vincere la furia: «Invano ti ribelli,

Medea, certo, un dio deve opporsi; se ciò che chiamano amore

questo non fosse, o qualcosa di simile, stupita ne sarei.

Perché mai troverei così duri gli ordini di mio padre allora?

E duri lo sono davvero! Perché mai temo che muoia un uomo

incontrato in questo istante? Quale la causa di tanto timore?

Scaccia dal tuo petto di vergine la fiamma che vi infuria,

se ci riesci, infelice! Se ci riuscissi, sarei più saggia.

Ma un impulso inaudito mio malgrado mi trascina; la passione

mi consiglia una cosa, la mente un'altra. Vedo il bene, l'approvo,

e seguo il male. Perché, principessa, bruci per uno straniero

e fantastichi nozze con chi non appartiene al tuo mondo?

Anche questa tua terra può darti un uomo da amare. Che lui viva

o muoia è in mano agli dei. Ma che viva: questo si può augurarlo

anche senza esserne innamorata. Che male ha fatto Giasone?

Solo un barbaro rimarrebbe insensibile alla sua giovinezza,

nobiltà e valore. Se altro non avesse, chi non incanterebbe

quel suo viso? E certo il cuore mio l'ha incantato.

Ma se non lo soccorro, travolto sarà dalle vampe dei tori,

si scontrerà con i nemici generati dalla terra

che ha seminato, o immolato alle sue voglie, preda del drago

cadrà. Se permetterò questo, da una tigre dovrò dire

d'essere nata e d'avere cuore di ferro, cuore di macigno.

Perché allora non lo guardo morire e non infango gli occhi miei

con questo spettacolo? perché non gli aizzo contro i tori,

i feroci figli della terra e quel drago insonne?

Ci assistano gli dei! Ma qui, no, non serve pregare:

io devo agire! Tradirò allora gli ordini di mio padre

e questo straniero che mi è ignoto si salverà col mio aiuto,

per poi, senza di me, da me salvato, spiegare le vele al vento

e sposare un'altra, mentre io, io, Medea, rimango qui in pena?

Se ha il coraggio di far questo o di preferirmi un'altra,

muoia, l'ingrato! No, no, l'espressione del suo sguardo,

la nobiltà del suo cuore e la grazia dell'aspetto

temere non mi fanno che m'inganni o che dimentichi i miei meriti.

E prima mi darà la sua parola, pretenderò che gli dei

ne siano testimoni. Non hai motivo di temere. All'opera,

rompi gli indugi. Giasone ti dovrà gratitudine perenne,

celebrerà con te le nozze e in ogni città dei Pelasgi

folle di madri inneggeranno a te come la loro salvatrice.

Ma avrò l'animo io d'abbandonare, travolta dai venti,

sorella e fratello, padre e dei, la stessa mia terra?

Certo, mio padre è spietato, barbara la mia terra,

mio fratello un bambino; la sorella invece m'asseconda,

e un dio grandissimo è in me. Lascerò delle miserie

per cose ben più grandi: il vanto d'aver salvato i giovani Achei,

la scoperta di un paese migliore, e città la cui fama

è giunta sino a noi, usi e costumi di quei luoghi,

e colui che non cederei per tutto l'oro che possiede il mondo,

il figlio di Esone, lo sposo col quale sarò per tutti

la donna più felice, più cara agli dei, e toccherò le stelle.

Ma non si racconta di non so quali montagne che in mezzo al mare

si scontrano, di Cariddi, terrore delle navi,

che ora ingoia e poi rigetta i flutti, di Scilla, quel mostro rapace

che fra cani feroci riempie di latrati il mare di Sicilia?

No, stretta al mio amore, in grembo a Giasone, a lui aggrappata,

solcherò il mare sconfinato e nulla temerò fra le sue braccia,

o se di qualcosa avrò paura, sarà per il mio sposo.

Un matrimonio, questo lo ritieni? o non mascheri la tua colpa,

Medea, con un bel nome? Guarda piuttosto quale empietà

stai per commettere e, finché lo puoi, evita questo crimine!».

Disse, e davanti agli occhi le apparvero virtù, dovere e pudore,

mentre la passione, sconfitta, già le voltava le spalle.

Stava recandosi agli antichi altari di Ecate, figlia di Perse,

celati in un bosco ombroso, in una macchia appartata,

e ormai si sentiva forte, represso e quasi svanito l'ardore,

quando scorse il figlio di Esone e la fiamma sopita si riaccese.

Di fuoco si fecero le guance imporporandole tutto il viso,

e come una piccola favilla, nascosta sotto un velo

di cenere, si alimenta a un soffio di vento e cresce,

ritrovando in quello stimolo il perduto vigore,

così quell'amore, che avresti detto ormai spento tanto languiva,

si riaccese, di fronte alla sua bellezza, quando lo vide,

e volle il caso che quel giorno il figlio di Esone fosse più bello

del solito: come non perdonarla se ne rimase incantata?

Lo contempla, tenendo gli occhi fissi su quel volto,

come se solo allora lo vedesse, e nella sua follia non crede

d'ammirare un viso umano, tanto da non sapersene staccare.

Ma quando lo straniero comincia a parlare, le prende la mano

e con voce sommessa le chiede di venirgli in aiuto,

promettendo di sposarla, allora prorompe in lacrime e gli dice:

«So bene cosa sto facendo, ma non è l'ignoranza del vero

che mi fa velo, è l'amore! Tu, grazie a me, ti salverai,

ma dovrai mantenere le promesse allora». Sull'altare di Ècate,

la dea triforme che, si racconta, vive in quel bosco,

lui giura; sull'onniveggente padre del futuro suocero,

sul successo della propria rischiosissima impresa giura.

È creduto e subito riceve erbe incantate,

ne apprende l'uso e tutto lieto si ritira nella tenda.

Il mattino dopo, quando l'aurora scaccia le stelle lucenti,

tutta la gente affluisce verso il sacro campo di Marte,

disponendosi sulle alture. Il re in persona, vestito di porpora,

s'asside in mezzo alla sua scorta, unico con lo scettro d'avorio.

Ed ecco i tori dai piedi di bronzo! Dalle narici d'acciaio

sprigionano fuoco e l'erba sfiorata dai vapori brucia:

come rombano i camini colmi di legna

o le fornaci della terra, quando sotto un getto

d'acqua fresca la lava fonde e comincia a bollire,

così rombano quei petti dentro i quali turbinano le fiamme,

rombano quelle gole arroventate. Ma il figlio di Esone

non teme d'affrontarli: quelli minacciosi, mentre avanza, contro

gli rivolgono i loro musi orrendi, le corna armate di ferro,

battono col piede forcuto il suolo polveroso

e frammisti a fumo riempiono il luogo di muggiti.

Gelano di paura i Minii. Lui, senza avvertire le vampate

che lo investono (tanto possono quei farmaci), si accosta,

con mano audace accarezza le giogaie afflosciate,

li spinge sotto il giogo e li costringe a trascinare il peso enorme

dell'aratro per fendere quel campo che ignorava il vomere.

I Colchi sono sbalorditi, i Minii con grandi grida lo incitano,

gli infondono coraggio. E lui allora da un elmo di bronzo

prende denti di serpente e li sparge nei solchi del campo.

La terra stempera quei semi impregnati di potente veleno

e i denti fecondati crescono formando nuovi corpi.

Come il bambino assume forma umana nel ventre materno,

sviluppando in quell'alvo tutte le sue parti,

e non viene alla luce che ci accomuna se non quando è maturo,

così, generate dalle viscere della terra ingravidata,

figure d'uomini vengono partorite spuntando dal campo

e, per prodigio maggiore, nascono armate e scuotono le armi.

Quando i Pelasgi vedono che questi esseri si accingono

a scagliare contro il giovane d'Emonia le lance acuminate,

per la paura si perdono d'animo e sbiancano in volto.

Persino lei che l'aveva reso invulnerabile si spaventa

e nel vederlo tutto solo, minacciato da tanti nemici,

impallidisce e, presa da un gelo improvviso, è costretta a sedersi;

poi nel timore che le erbe fornite fossero poco efficaci,

recita ancora una formula e ricorre alle sue arti segrete.

Ma lui, scagliando in mezzo ai nemici un macigno enorme,

storna da sé la battaglia e la fa divampare fra loro:

per ferite reciproche muoiono i figli della Terra,

cadendo in una lotta fratricida. Esultanti gli Achei

si stringono al vincitore e fanno a gara per abbracciarlo.

E anche tu, straniera, avresti voluto abbracciare quel vincitore:

ti frena il pudore. Eppure vorresti, sì, abbracciarlo,

ma ti trattieni dal farlo per rispetto al tuo nome.

Ciò che puoi è rallegrarti osservandolo in silenzio

e ringrazi i sortilegi e gli dei da cui provengono.

Non restava che addormentare con un filtro il drago insonne,

il drago che irto di creste, con tre lingue e denti adunchi,

era l'orrendo custode dell'albero su cui splendeva il vello.

Dopo averlo spruzzato col succo di un'erba soporifera

e aver ripetuto tre volte la formula che immerge nel sonno,

quella che placa il mare in burrasca e la violenza dei fiumi,

il sonno scese finalmente su quegli occhi che n'erano indenni,

e l'eroico figlio di Esone s'impadronì dell'oro, orgoglioso

di quella preda e dell'altra che portava con sé, la sua tutrice;

così con la sua sposa toccò trionfante il porto a Iolco.

Qui, nell'Emonia, per il ritorno dei figli recavano offerte

i vecchi genitori, stemprando sul fuoco

manciate d'incenso; e per sciogliere i voti cadevano le vittime

con le corna fasciate d'oro. Ma fra i devoti mancava Esone,

stremato dalla vecchiaia e ormai alle soglie della morte.

Disse allora Giasone: «Sposa mia, a cui devo, lo riconosco,

la mia salvezza, è vero che tutto m'hai dato e che i tuoi meriti

sono tali e tanti da non potersi immaginare,

ma se è possibile (e cosa non possono i tuoi incantesimi?),

anni togli alla mia vita e aggiungili a quella di mio padre!».

E non seppe frenare il pianto. Commossa da quella pia preghiera,

Medea, pur d'animo così diverso, pensa al padre abbandonato;

ma senza rivelare i propri sentimenti gli ribatte:

«Quale empietà ti è mai uscita dalla bocca, sposo mio?

Credi ch'io possa trasferire a un altro una parte della tua vita?

Ecate me ne guardi: ingiusto è ciò che chiedi. Cercherò

però di farti un dono più grande di quello che chiedi, Giasone.

Con le mie arti, non con i tuoi anni, tenterò di prolungare

la vita di mio suocero, purché la dea triforme

acconsenta e m'assista in questa smisurata e folle impresa».

Mancavano tre notti perché la falce lunare si chiudesse

in un cerchio perfetto. Quando la luna rifulse piena

e con tutto il fulgore del suo disco si volse verso la terra,

Medea uscì di casa indossando una veste sciolta,

a piedi nudi e capo scoperto, i capelli sparsi sulle spalle,

e nel cuore della notte, in quel silenzio di tomba, senza meta,

sola si mise a vagare. Una quiete profonda assopiva

uomini, uccelli e fiere. Non un brusio fra le siepi;

tacciono immobili le fronde, tace l'aria umida;

palpitano solo le stelle. E a loro lei tende le braccia,

gira tre volte su sé stessa, tre volte spruzza i capelli

con acqua di fiume, tre volte spalanca la bocca

in grida lamentose e, caduta in ginocchio sulla dura terra:

«O Notte,» invoca, «fedele custode di misteri; astri d'oro,

che a fianco della luna vi alternate ai bagliori del giorno;

e tu, Ecate tricipite, che della mia impresa sei conscia

e porgi aiuto agli incantesimi e all'arte dei maghi;

o Terra, che ai maghi procuri erbe prodigiose;

e voi brezze, venti e monti, voi fiumi e laghi,

dèi tutti dei boschi, dèi tutti della notte, voi tutti assistetemi!

Grazie a voi, quando voglio, i fiumi tornano, fra lo stupore

delle rive, alla loro sorgente; per incanto sconvolgo il mare

in bonaccia, placo quello in burrasca, dirado le nubi

e le addenso, allontano i venti o li sollecito;

recitando le mie formule squarcio la gola alle vipere,

dalla loro terra sradico e smuovo pietre vive,

querce e selve, ordino ai monti di tremare,

al suolo di muggire, alle ombre di uscire dai sepolcri.

A me attiro anche te, Luna, sebbene i bronzi di Tèmesa

t'allevino l'agonia; e anche il cocchio di mio nonno impallidisce

ai miei sortilegi, e impallidisce l'Aurora con i miei veleni.

Voi m'avete soffocato le fiamme dei tori, aggiogato

all'aratro ricurvo i loro colli insofferenti;

voi avete spinto gli esseri nati dal serpente a battersi

fra loro, avete addormentato il guardiano insonne; eludendo

la sua vendetta, avete rimesso l'oro alle città della Grecia.

Ora occorrono filtri, perché la vita di un vecchio si rinnovi

e recuperi la gioventù, tornando a fiorire.

E voi me li darete. Non hanno brillato invano gli astri,

non m'attende invano un cocchio aggiogato a draghi alati!».

E un cocchio sceso dal cielo era lì ad aspettarla.

Appena lei vi salì ed ebbe accarezzato il collo imbrigliato

di quei draghi e con le mani n'ebbe scosso le redini leggere,

fu trasportata in cielo e, scorta sotto di sé la tessala Tempe,

fece calare i serpenti sui luoghi che aveva fissato.

Esaminò le erbe che crescono sull'Ossa, quelle in cima al Pelio,

all'Otri, al Pindo e sull'Olimpo che sovrasta il Pindo:

quelle che servivano in parte le strappò dalle radici,

in parte le recise con la lama curva d'una falce.

Molte ne scelse anche sulle sponde dell'Apìdano,

molte su quelle dell'Anfriso, né l'Enìpeo gliene fu avaro;

e per alcune, con gli argini del lago Bebe, ricchi di giunchi,

contribuirono pure il corso del Peneo e dello Sperchìo.

Colse infine ad Antèdone in Eubea erba vivificante,

non ancora nota per aver mutato il corpo di Glauco.

E ormai nove giorni e nove notti l'avevano vista esplorare

tutte quelle campagne sul cocchio trainato dai draghi alati.

Fece ritorno. Solo un profumo d'erbe aveva sfiorato i draghi:

eppure persero la loro pelle invecchiata dagli anni.

Tornata, si fermò fuori della porta di casa

e altro tetto non volle che il cielo, evitò di giacere con gli uomini

ed eresse due altari di zolle, quello a destra

dedicato ad Ecate, l'altro a Giovinezza.

Dopo averli inghirlandati di verbene e fronde campestri,

scavò non lontano due buche nella terra

e fece un sacrificio: affondò un coltello in gola a un'agnella

di pelo nero e inondò di sangue l'incavo delle fosse.

Poi, spargendovi sopra coppe di limpido vino

e altrettante di latte tiepido, con le sue formule

magiche evocò le divinità del sottosuolo,

e implorò il re delle ombre, con la sposa da lui rapita,

di non privare anzitempo della vita le membra di quel vecchio.

Dopo averli placati col lungo mormorio delle sue preghiere,

ordinò che il corpo stremato di Esone fosse portato

all'aperto, lo immerse col suo canto in un sonno profondo

e lo distese, come un morto, sopra un letto d'erba.

Ordinò a Giasone e alla servitù di allontanarsi e a tutti

intimò di non guardare per non profanare quel rito occulto.

All'ordine si dispersero; e lei, Medea, con i capelli al vento,

come una Baccante, gira intorno agli altari che fiammeggiano,

immerge torce di sterpi nel sangue nero delle fosse

e, così intrise, le accende al fuoco degli altari; tre volte

purifica il vecchio con la fiamma, tre con l'acqua, tre con lo zolfo.

Intanto dentro una pentola, posta sul fuoco, bolle e ribolle

un filtro potente, che fermenta in una schiuma biancastra.

Lì Medea cuoce radici tagliate nella valle dell'Emonia

insieme a fiori, semi ed essenze eccitanti.

Vi aggiunge sassi che vengono dall'estremo Oriente,

e sabbia lavata dalla risacca dell'Oceano;

e ancora brina raccolta in una notte di luna piena,

ali immonde, con l'intera carcassa, di vampiro,

viscere di lupo mannaro, che è in grado di mutare il suo muso

selvaggio in volto d'uomo; e non manca nemmeno

la pelle fine e squamosa di un chelidro del Cìnife

e il fegato di un cervo nel fiore degli anni; al tutto aggiunge

testa e becco di cornacchia vissuta nove secoli.

Quando con queste cose e mille altre senza nome

ebbe la straniera approntato il dono promesso al vegliardo,

con un ramo di pacifico ulivo da tempo essiccato

rimestò il tutto mescolandolo dalla superficie al fondo.

Ed ecco che il vecchio legno, girato nella pentola bollente,

dapprima rinverdisce e poi di lì a poco si copre di foglie

e all'improvviso si carica d'olive mature.

Così ovunque il fuoco abbia fatto schizzare schiuma dalla bocca

della pentola e gocce calde sian cadute a terra, il suolo

si fa primaverile e spuntano fiori e morbidi letti d'erba.

Come lo vede, Medea impugna la spada, recide la gola

al vegliardo e, dopo aver lasciato uscire il sangue viziato,

lo sostituisce col suo filtro. Quando Esone se n'è imbevuto,

attraverso la bocca o la ferita, si dilegua la canizie

e barba e capelli riacquistano in breve il loro colore scuro.

Fugge sconfitta la macie, scompaiono pallore e sfinimento,

con il rassodarsi del corpo si colmano i solchi delle rughe

e l'aspetto rifiorisce. Esone si guarda sbalordito

e ricorda d'essere stato così solo quarant'anni prima.

Dall'alto vede questo inverosimile prodigio Bacco

e comprendendo di poter restituire alle proprie nutrici

così la giovinezza, ne sottrae il segreto a Medea.

Ma per non rinunciare alle sue arti, la donna del Fasi finse

di odiare il marito e fuggì alla reggia di Pèlia chiedendo asilo.

Anche costui era fiaccato dal peso degli anni e così lei

fu accolta dalle figlie. In poco tempo astutamente

se le ingraziò con la malia di una falsa amicizia;

ed enumerando i propri meriti, citò, fra i maggiori, quello

d'aver sottratto Esone allo sfacelo; insistendo sull'argomento

riuscì a insinuare nelle fanciulle la speranza

di poter ringiovanire con quelle arti il loro genitore.

E questo chiedono, invitandola a fissare lei stessa il compenso.

Medea per un po' tace, quasi incerta se accettare o no,

e, affettando un'aria grave, le tiene col cuore in sospeso.

Infine, dopo averglielo promesso: «Perché abbiate più fiducia

nel dono che vi faccio,» dice, «prima trasformerò coi miei filtri

il più vecchio montone, che guida il vostro gregge, in agnello».

Subito, tratto per le corna attorte intorno al solco delle tempie,

le viene condotto un montone stremato da un'infinità d'anni.

Con un coltello d'Emonia la maga trafigge la gola flaccida

dell'animale (solo qualche goccia di sangue macchia la lama),

poi, insieme ai suoi succhi di rara virtù, ne immerge il corpo

in una caldaia di bronzo. I succhi rimpiccioliscono gli arti,

corrodono le corna e con le corna gli anni,

così che dal cuore della caldaia si ode un tenero belato.

È un lampo: fra lo stupore generale un agnello balza fuori

e saltellando corre via in cerca di poppe piene di latte.

Attonite le figlie di Pèlia, appurato che c'è da fidarsi

della promessa, insistono con foga ancor maggiore.

Tre volte Febo aveva tolto il giogo ai suoi cavalli immersi

nel fiume d'Iberia e alla quarta notte scintillavano radiose

le stelle, quando la perfida figlia di Eèta mise a bollire

sul fuoco ardente acqua fresca ed erbe senza alcun potere.

E già il re, con il corpo abbandonato, e tutte le sue guardie

erano in preda a un sonno simile alla morte, un sonno

infuso per incanto in virtù della magia che hanno le parole.

Come ordinato, le figlie varcano la soglia con lei

e attorniano il letto. «Perché ora esitate e non agite?»

dice Medea. «Impugnate le spade e cavate il sangue invecchiato,

così ch'io possa riempire le vene esangui di giovani umori.

Nelle vostre mani sono la vita e la gioventù sua:

se avete un po' d'affetto e non rimuginate la speranza invano,

rendete a vostro padre questa grazia, cacciatene la vecchiaia

con la forza e fate uscire la sanie affondando il pugnale.»

A questi sproni sono le più devote a farsi empie per prime,

e per evitare un delitto, lo commettono. Però nessuna

ha il coraggio di guardare mentre colpisce: distolgono gli occhi

e di spalle infliggono con mano crudele ferite alla cieca.

Malgrado grondi sangue, Pèlia riesce a levarsi sui gomiti,

mezzo squartato tenta di alzarsi dal letto

e tendendo fra tanti pugnali le braccia esangui:

«Che fate, figlie mie?» grida. «Chi mai vi arma contro la vita

di vostro padre?». Quelle si sentono mancare il cuore e le braccia.

E avrebbe detto di più, se Medea non gli avesse troncato in gola

la voce, affogandolo, così straziato, nell'acqua in fiamme.

Ma se non si fosse levata in volo con i suoi serpenti alati,

non avrebbe evitato la vendetta. Così fuggì nello spazio,

sorvolando gli anfratti del Pelio, dove vive il figlio di Fìlira,

l'Otri e i luoghi famosi per la vicenda del mitico Cerambo,

che al tempo di Deucalione, quando la terraferma fu sommersa

dalla piena del mare, riuscì, sollevato a volo in cielo

grazie alle ninfe, ad evitarne i flutti senza esserne travolto.

A sinistra Medea si lasciò Pìtane, in Eolia,

e l'effigie dell'enorme serpente trasformato in pietra;

il bosco dell'Ida, dove, sotto false spoglie di cervo,

Bacco nascose il giovenco rubato da suo figlio,

e dove sotto un velario di sabbia è sepolto il padre di Còrito;

le campagne che Mera atterrì con i suoi improvvisi latrati;

la città di Eurìpilo, dove alle donne di Coo, quando l'esercito

di Ercole lasciò l'isola, spuntarono le corna;

e Rodi sacra a Febo, e Iàliso abitata dai Telchini,

i cui occhi corrompevano ogni cosa col solo sguardo,

tanto che Giove indignato li travolse coi flutti del fratello.

E oltrepassò le mura di Cartea, nella remota Ceo,

dove Alcidamante si sarebbe un giorno stupito che dal corpo

della figlia potesse nascere una placida colomba.

Vide poi il lago d'Irie e la vallata di Cicno a Tempe,

che l'apparizione di un cigno rese famosa. Qui Fìllio,

per accontentare il ragazzo, aveva ammaestrato come dono

alcuni uccelli e un leone feroce; costretto a domare un toro,

domò anche quello, ma poi, sdegnato che respingesse il suo amore,

alla smania del toro come dono supremo, si rifiutò.

E Cicno impermalito: «Rimpiangerai di non avermelo dato!»

urlò, gettandosi giù da un picco. Si pensò che fosse caduto:

mutato invece in cigno, si librava in aria con ali di neve.

Ma Irie, la madre, non sapendo che si fosse salvato,

sciogliendosi in lacrime formò un lago che porta il suo nome.

Lì vicino c'è Pleurone, dove con ali trepidanti

Combe, l'Ofìade, sfuggì ai colpi dei figli.

Medea poi vide l'isola di Calauria, consacrata a Latona,

che ricorda la metamorfosi in uccello di un re e di sua moglie.

A destra c'è Cillene, dove come una bestia Menèfrone

si sarebbe un giorno accoppiato con la madre.

In lontananza scorse il Cefiso in lacrime per la sorte

del nipote trasformato da Apollo in una foca tumida,

e la dimora di Eumelo in lutto per il figlio che solca l'aria.

Infine, sull'ala dei serpenti, giunse a Èfire di Pirene:

qui, secondo un'antica leggenda, corpi d'esseri umani nacquero,

ai primordi del mondo, dai funghi spuntati con la pioggia.

E qui avvenne che la nuova moglie di Giasone fu bruciata

dai veleni di Medea, e i due mari videro la reggia in fiamme.

Dopo che il sangue dei propri figli lordò la sua spada sacrilega

per assurda vendetta, Medea si sottrasse all'arma di Giasone.

Portata via dai draghi del Sole, si rifugiò

nella rocca di Atene, che aveva visto volare insieme

la giustissima Fene e il vecchio Perifante,

e librarsi con ali novelle la nipote di Polipèmone.

L'accolse Egeo, solo per questo degno di condanna;

e ospitarla non basta: a lei si unì col vincolo del matrimonio.

Ed ecco che, dopo aver pacificato col suo valore l'Istmo

fra i due mari, giunge Teseo, ancora sconosciuto al padre.

Per farlo morire, Medea prepara con l'aconito,

che aveva portato con sé dalle terre di Scizia, una pozione.

È un'erba, questa, che si dice nata dai denti del cane

di Echidna. C'è una spelonca il cui ingresso è occultato

dalla foschia: da qui, lungo una via scoscesa, Ercole, l'eroe

di Tirinto, trascinò fuori, stretto in catene d'acciaio, Cerbero,

che s'impuntava e storceva gli occhi non sopportando

gli accecanti raggi del sole: dibattendosi come una furia

per la rabbia, il mostro riempì il cielo di un triplice latrato,

cospargendo l'erba dei campi di bava bianchiccia.

E si pensa che questa, coagulandosi, trovasse alimento

nella fertilità del suolo e divenisse un'erba velenosa,

che nasce rigogliosa in mezzo alle rocce, ed è chiamata per questo

acònito dai contadini. E ingannato dalla moglie, fu proprio

Egeo, il padre, a porgere al figlio la pozione, come a un nemico.

Ignaro Teseo aveva già afferrato la coppa che gli offriva,

quando sull'elsa d'avorio della sua spada Egeo scorse l'emblema

della propria stirpe, e a forza gli strappò dalla bocca il maleficio.

Medea sfuggì alla morte dentro una nube sorta per incantesimo.

Malgrado la gioia che il figlio fosse sano e salvo, Egeo

era ancora inorridito che solo per un caso

non si fosse commesso un delitto così mostruoso. Accende fuochi

sugli altari, colma d'offerte gli dei; e sui colli muscolosi

dei buoi, con le corna fasciate di bende, si abbattono le scuri.

Mai rifulse giorno di maggior festa per i discendenti

di Eretteo, così si dice. Dignitari e gente comune

festeggiano a banchetto e col talento ispirato dal vino

intonano canti: «Grandissimo Teseo, per l'uccisione

del toro cretese ti ammira Maratona, e se a Cromione

il contadino ara la terra senza paura di cinghiali,

questo è merito ed opera tua. Grazie a te la terra d'Epidauro

vide soccombere, armato di clava, il figlio di Vulcano,

la piana del Cefiso il crudele Procruste,

ed Elèusi, votata a Cerere, vide la morte di Cercione.

Morto è quel Sini che abusava della sua forza fuor di misura,

che era in grado di piegare tronchi, e curvava la cima dei pini

sino a terra per fare a brandelli le membra delle vittime.

Sicura e aperta è la strada per Alcàtoe, roccaforte dei Lèlegi,

da quando hai steso Scirone: alle ossa disperse del brigante

nega un ricetto la terra, lo nega il mare, e si racconta

che, a lungo sballottate, si siano col tempo pietrificate

in scogli, e sono gli scogli a cui è rimasto il nome di Scirone.

Se volessimo enumerare i tuoi anni e i tuoi meriti,

le gesta supererebbero gli anni. Per te, fortissimo eroe,

facciamo pubblici voti, e in tuo onore beviamo questo vino».

Di applausi unanimi e preghiere in suo favore risuona la reggia

e non vi è angolo in tutta la città dove alberghi la tristezza.

Tuttavia (è vero che la felicità perfetta non esiste

e che qualche inquietudine si frappone sempre alla gioia) Egeo

non può godersi in pace il piacere di riavere il figlio con sé.

Minosse prepara la guerra; e se è forte d'uomini e navi,

ben più determinato è nella sua ira paterna e con le armi

intende vendicare per giustizia la morte di Andrògeo.

Ma prima cerca alleanze e in volo con la sua flotta,

ritenuta imbattibile, percorre a destra e a manca il mare.

Così lega a sé Anafe e il regno di Astipalea,

la prima con le promesse, il secondo con la forza;

e così l'umile Mìcono, l'isola argillosa di Cimolo,

la fiorente Siro, Citno e l'uniforme Serifo,

la marmorea Paro e Sifno, che fu tradita dalla scellerata

Arne: ottenuto l'oro che aveva con avidità chiesto,

costei fu mutata in un uccello che sempre l'oro predilige,

in una gazza con le zampe nere, ammantata di penne nere.

Olìaro, Dìdime, Teno ed Andro, con Gìaro e Pepareto,

fiorente di rigogliosi ulivi, rifiutarono invece appoggio

alle navi di Cnosso. Piegando allora a sinistra,

Minosse si dirige a Enòpia, il regno di Èaco.

Enòpia era il nome antico, ma proprio Èaco

lo cambiò in Egina, dal nome di sua madre.

La gente accorre in folla, smaniosa di conoscere un uomo

così famoso. Gli vanno incontro i figli del re:

Telamone, il più giovane Peleo, e Foco, il terzogenito.

Attardato dal peso degli anni, anche Èaco

si affaccia e gli chiede ragione della sua venuta.

Richiamato al suo strazio di padre, Minosse,

re di cento popoli, sospira e così risponde: «Appoggia,

ti prego, questa guerra che intraprendo per mio figlio.

Partecipa a questa santa impresa: una tomba voglio vendicare».

Ma il nipote di Asopo: «Chiedi l'impossibile: la mia città

non può farlo», dice. «Non c'è terra più di questa legata

ai discendenti di Cècrope: questi fra noi sono i patti».

Triste se ne va Minosse: «Questi patti ti costeranno caro!»

gli ribatte; ma ritiene più conveniente minacciare guerra

che farla e logorare anzitempo lì le sue forze.

La flotta cretese è ancora in vista delle mura di Enòpia,

quando una nave ateniese arriva a vele spiegate

ed entra nel porto amico. Ne sbarca Cèfalo,

che reca un messaggio della sua patria. I figli di Èaco,

pur non avendolo visto da molto tempo,

lo riconoscono, gli stringono la mano e l'accompagnano

nella dimora paterna. L'eroe, degno di ammirazione

per l'aspetto che ancora recava i segni dell'antica bellezza,

fa il suo ingresso tenendo in mano un ramo d'ulivo

e avendo ai fianchi, lui più anziano, i due figli

di Pallante, i giovani Clito e Bute. Dopo essersi scambiati

i convenevoli consueti all'inizio di ogni incontro, Cèfalo

fa l'ambasciata a nome dei discendenti di Cècrope:

chiede aiuto, ricorda il patto d'alleanza stretto fra gli anziani,

e aggiunge che minacciata è la sovranità della Grecia intera.

Come termina di perorare con arte la causa affidatagli,

Èaco, con la sinistra posta sull'impugnatura dello scettro:

«Non chiedete aiuto,» gli risponde, «ma prendetevelo, Ateniesi!

Non esitate a considerare vostre tutte le forze

che quest'isola possiede, e (speriamo che questo mio stato duri!)

le risorse non mancano: ho soldati abbastanza per me e il nemico.

Grazie agli dei, questo è un periodo felice e non ammette rifiuti».

E Cèfalo: «Speriamo che così sia! Auguro alla tua città

di diventare ancor più popolosa. Arrivando mi ha rallegrato

che incontro mi venisse una gioventù così bella,

così simile d'età. Eppure direi che manchino tanti

che vidi quando fui accolto nella vostra città l'altra volta».

Èaco geme e con voce triste gli risponde:

«A dolorosi inizi è seguito un miglior destino.

Oh, potessi dirvi di questo senza ricordare quelli!

Riandrò per ordine, ma per non tenervi a lungo in sospeso:

morti, ossa e cenere sono quelli che tu ricordi e non vedi.

E quanta parte delle mie fortune si è persa con loro!

Una peste tremenda, inflitta dall'ira di Giunone per l'astio

che un luogo portasse il nome della rivale, si abbatté sul popolo.

Finché parve un male naturale e oscura ci fu la causa

che provocava quell'immane strage, si lottò con l'arte medica;

ma il flagello prevalse su ogni cura, svilita dall'impotenza.

All'inizio una caligine densa calò sulla terra

dal cielo, che in quella cappa di nubi concentrò un'afa spossante,

e per tutto il tempo che la luna impiegò a colmare quattro volte

il suo disco congiungendo le corna, e decrescendo ad intaccarlo,

con le sue folate mortali soffiò un Austro soffocante.

Sappiamo che il contagio si propagò anche a fonti e laghi,

e che migliaia di serpenti, errando per i campi desolati,

contaminarono l'acqua dei fiumi coi loro veleni.

Fu con una strage di cani, uccelli, pecore, buoi e animali

selvatici che all'improvviso il morbo mostrò la propria violenza.

Con sgomento, durante l'aratura, il contadino per disgrazia

vede stramazzare e accasciarsi tra i solchi i tori più forti.

Alle greggi di pecore, che emettono lamentosi belati,

la lana cade da sola e i corpi si riempiono di piaghe.

Il cavallo, un tempo famoso per il suo ardore nell'arena,

si fa indegno di vittoria e, dimentico degli onori trascorsi,

geme nella sua stalla in attesa di una morte ingloriosa.

Il cinghiale non pensa più ad infuriarsi, la cerva a cercare

scampo nella fuga, gli orsi ad aggredire lo stuolo degli armenti.

Tutto languisce: nei boschi, sui campi, per le strade

giacciono corpi in sfacelo; da miasmi fetidi è appestata l'aria.

Ed è incredibile, neppure i cani, neppure gli uccelli ingordi

o i lupi grigi toccano quei corpi in decomposizione,

che con le loro esalazioni infette estendono l'epidemia.

Poi, con effetti ancor più gravi e infami, la peste giunge a colpire

i contadini e a imperversare fin tra le mura della città.

Prima s'infiammano i visceri, e sintomo della fiamma che cova

è un rossore della pelle e l'affanno febbrile dell'alito;

la lingua si fa gonfia e rugosa, la bocca inaridita

si spalanca all'afa del vento e in gola entra quell'aria malsana.

Non si tollera giaciglio, né veste quale sia;

ci si stende col ventre indolenzito sulla terra, e non è il suolo

a rinfrescare il corpo, ma il corpo ad arroventare quello.

Non c'è chi possa mitigare il male: il flagello scoppia spietato

anche fra i medici, che rimangono vittime dell'arte loro.

Chi è più a contatto col malato e con più tenacia l'assiste,

più in fretta cade in braccio alla morte. Svanita ogni speranza

di guarire, accertato che l'esito del morbo sarà la morte,

la gente si abbandona ai propri istinti, trascurando ciò che giova:

tanto, nulla può giovare. Lasciato ogni ritegno, gli uni e gli altri

si attaccano alle fonti, ai fiumi, ai pozzi più capaci, e a furia

di bere, la sete non si estingue che con la loro vita.

Così molti, non riuscendo ad alzarsi per il peso,

muoiono annegati: eppure c'è chi continua a bere!

Tanto insopportabile, fastidioso è il letto per quegli infelici,

che ne balzano fuori o, se non hanno la forza d'alzarsi,

si rotolano giù per terra, e tutti fuggono, fuggono via

di casa. A ognuno la propria dimora sembra foriera di lutti,

ed essendo ignota la causa, s'incrimina l'angustia del luogo.

Avresti potuto vedere delle larve errare per le strade,

finché si reggevano in piedi, ed altri piangere distesi a terra

e stralunare gli occhi stanchi, con un estremo sussulto:

tendevano le braccia verso gli astri del cielo opprimente,

esalando l'anima là dov'erano sorpresi dalla morte.

Quale emozione provai allora? E quale avrebbe dovuta essere,

se non l'odio per la vita e l'ansia di spartire la sorte loro?

Ovunque si volgessero gli occhi, c'erano a terra

corpi inanimati, come mele marce cadute

quando si agitano i rami, o ghiande quando si scuote il leccio.

Vedi, là di fronte, in cima a quella lunga scalinata, quel tempio?

È dedicato a Giove. Chi, senza averne riscontro, non ha offerto

incenso a quegli altari? Quante volte avvenne

che raccolto in preghiera, un uomo per la moglie, un padre

per il figlio, spirasse davanti a quegli altari impassibili

e gli si trovasse in mano un po' d'incenso ancora da ardere!

Quante volte avvenne che, mentre il sacerdote pronunciava

la formula di rito, spruzzando vino in mezzo alle corna, i tori

condotti al tempio stramazzassero senza attendere il colpo!

Io stesso stavo sacrificando a Giove per me, per la mia patria

e i miei tre figli, quando la vittima emise un tremendo muggito

e si accasciò all'improvviso senza essere colpita, macchiando

appena il coltello alla gola con qualche goccia di sangue.

Anche i tessuti infetti avevano perso le tracce che rivelano

la volontà degli dei: nelle viscere s'era infiltrato il morbo.

Ho visto cadaveri abbandonati davanti alle porte sacre;

proprio davanti agli altari, a rendere più odiosa ancora la morte,

v'è chi con un cappio tronca la sua vita e, scacciando con la morte

il terrore di morire, affretta una fine che incombe spietata.

I corpi dei defunti non sono inumati con le esequie

di rito: troppo anguste sono le porte di città per quel numero;

o insepolti giacciono al suolo o senza onori vengono gettati

in cima ai roghi. Ormai non c'è rispetto che valga: la gente

si azzuffa per un rogo e brucia i propri morti tra le fiamme altrui.

Non c'è chi pianga; senza un conforto vagano le ombre

di padri e figli, di giovani e vecchi: non c'è spazio

per i sepolcri e sufficiente non è la legna per fare fuoco.

Sconvolto da un cumulo così immenso di calamità:

"O Giove," gridai, "se non si tramanda il falso

quando si dice che a Egina, la figlia di Asopo, ti sei unito,

se tu, padre degli dei, non ti vergogni d'essermi genitore,

restituiscimi i miei o spedisci anche me nella tomba!".

E lui con un lampo ed un tuono mi diede un segno di assenso.

"Ti sono debitore," dissi allora, "e m'auguro che ciò significhi

la tua benevolenza. Questi presagi li considero un pegno".

Per caso lì vicino, rarissima per la vastità dei rami,

c'era una quercia della specie di Dodona, consacrata a Giove.

Qui noi scorgemmo una fila di formiche in cerca di semi,

che portavano grandi fardelli con la bocca minuta

e seguivano un loro sentiero fra le rughe della corteccia.

Sbalordito dal loro numero: "Tu che sei il migliore dei padri,"

dissi, "colma il vuoto delle mura e dammi altrettanti cittadini".

L'alta quercia fremette e i suoi rami stormirono senza che un alito

di vento li muovesse. Un brivido di spavento percorse

le mie membra e mi si rizzarono i capelli; baciai tuttavia

la terra e la pianta, senza confessare la mia speranza,

ma speravo, accarezzando in cuore i miei voti.

Scende la notte e il sonno invade il corpo sfinito da tanti assilli.

Davanti agli occhi mi appare la stessa quercia,

con altrettanti rami e altrettanti insetti sui rami,

che sembra fremere e agitarsi come prima, facendo cadere

sul campo ai suoi piedi uno stuolo di formiche, e che d'un tratto

queste crescano, diventando man mano sempre più grandi,

e si alzino da terra, rizzandosi in piedi a busto eretto,

e che perdano l'esilità, gran parte delle zampe e il colore

che hanno nero, per assumere nelle membra aspetto umano.

Svanisce il sonno: desto, faccio un fascio delle mie visioni,

lamentando che gli dei non m'aiutino. Ma nella reggia

c'era un grande brusio e mi sembra d'udire voci umane

ormai a me desuete. Mentre mi chiedo se anche queste

non siano un sogno, ecco che Telamone in corsa spalanca le porte

e grida: "Padre, vedrai cose che superano speranza e fede!

Vieni fuori!". Esco, e come mi è parso di vederli in sogno,

tali e quali ora vedo esseri umani in fila, e li riconosco

mentre si fanno avanti a salutare il loro re.

Sciolgo i miei voti a Giove, divido la città e i campi,

lasciati dai contadini scomparsi, fra questi uomini nuovi,

e li chiamo Mirmìdoni, perché il nome ne ricordi l'origine.

L'aspetto fisico l'hai visto; il carattere è sempre quello

che avevano prima: una stirpe parca, resistente alle fatiche,

che con tenacia accumula e mette da parte ciò che accumula.

Saranno questi, tutti uguali per età e per coraggio a seguirti

in guerra, quando l'Euro, che senza affanni qui t'ha condotto,»

(con l'Euro era infatti arrivato) «si sarà mutato in Austro».

Con questi ed altri discorsi riempirono l'intera

giornata. L'ultimo sprazzo di luce fu dedicato a un banchetto,

la notte al sonno. E già era spuntato il sole coi suoi raggi d'oro;

l'Euro soffiava ancora, sbarrando alle vele la via del ritorno.

I figli di Pallante raggiungono Cèfalo, più anziano

di loro, e insieme, Cèfalo e i figli di Pallante, si recano

dal re. Ma costui era ancora immerso in un sonno profondo.

A riceverli sulla soglia viene Foco, uno dei suoi figli;

Telamone e il fratello adunavano intanto truppe per la guerra.

Foco conduce gli eredi di Cècrope all'interno del palazzo,

in un bel luogo appartato, e si siede in loro compagnia.

E vede che il nipote di Eolo stringe in mano un giavellotto,

fatto col legno di una strana pianta e con la punta d'oro.

Prima parla del più e del meno, poi, mentre si conversa, dice:

«Io m'interesso di foreste e di caccia agli animali selvatici,

ed è già un po' che mi chiedo da quale pianta sia tagliata

l'asta che impugni: è chiaro che se fosse frassino,

sarebbe bionda di colore; se corniolo, avrebbe qualche nodo.

Donde venga, non so; ma un'arma da lancio più bella

di questa, i miei occhi non l'hanno ancora vista».

Uno dei due fratelli ateniesi interviene e dice: «L'uso

di quest'arma è ancora più incredibile della sua bellezza:

raggiunge qualunque bersaglio, in una corsa che non è guidata

dal caso, e sporca di sangue, ritorna in volo all'avvio senza aiuti».

Allora davvero il giovane Nereide vuole sapere tutto:

perché l'abbia, donde venga, a chi debba un dono così grande.

Questo chiede, e Cèfalo racconta, ma per vergogna di narrare

a qual prezzo l'abbia avuta, arrossisce, e tormentato dal ricordo

della moglie perduta, con le lacrime agli occhi così comincia:

«Questo giavellotto, o figlio di una dea, chi lo crederebbe?,

mi fa e mi farà piangere a lungo, se a lungo di vivere

mi concede il destino: morte ha inflitto alla mia amata sposa

e a me con lei. Oh, non mi fosse mai stato donato!

La mia Procri, se per caso alle orecchie tue è giunta fama

piuttosto di Oritìa, che fu rapita, era sua sorella;

ma a voler paragonare la bellezza e l'indole delle due,

più degna era lei d'essere rapita. A me l'unì il padre Eretteo;

l'unì a me l'amore. Mi dicevano felice e io lo ero;

forse lo sarei ancora, se l'avessero voluto gli dei.

Era il secondo mese che trascorreva dopo il rito nuziale,

quando un rosso mattino Aurora, scacciate le tenebre, mi vide

sulla cima più alta dell'Imetto sempre in fiore,

mentre ai cervi dalle corna ramose tendevo le reti,

e contro la mia volontà mi rapì. Lasciatemi dire il vero,

con buona pace della dea: sarà incantevole fin che si vuole

col suo roseo viso, sorveglierà il confine fra il giorno e la notte,

si nutrirà con lacrime di nèttare; ma io amavo Procri:

in cuore avevo Procri, sulle labbra solo e sempre Procri.

M'appellavo alla santità delle nozze contratte di recente,

ai primi amplessi, ai vincoli accesi in quel letto abbandonato.

La dea cedette: "Smettila, ingrato, con i tuoi piagnistei:

tienti la tua Procri! Ma se prevede il vero la mia mente,

ti pentirai d'averla voluta!". E irata mi rimandò da lei.

Mentre tornavo, rimuginando l'ammonimento della dea,

cominciai a temere che mia moglie non avesse rispettato

la fedeltà coniugale. La sua bellezza e l'età sua

rendevano attendibile un tradimento, il suo carattere no.

Io però ero stato assente, quella che stavo lasciando

non era esempio di fedeltà, e gli amanti temono ogni cosa.

Decido, a mio tormento, d'indagare, insidiandone fedeltà

e virtù con qualche dono. Asseconda Aurora questi miei sospetti

e muta (credo d'essermene accorto) il mio aspetto.

Irriconoscibile penetro in Atene, la città di Pallade,

ed entro in casa, che proprio non presenta traccia di colpa:

ovunque si vive innocenza ed ansia per il padrone scomparso.

Solo a stento e con mille astuzie riesco ad incontrare la mia sposa.

Come la vidi, rimasi estasiato al punto da scordarmi quasi

il piano d'insidiarla. A fatica mi trattenni dal rivelarle

la verità e dal baciarla, come avrei dovuto.

Era triste (ma nessuna avrebbe potuto di lei triste

essere più bella) e si struggeva di nostalgia per il marito

che le era stato strappato. Pensa che meraviglia

di donna era, o Foco, se il dolore, anche il dolore, l'abbelliva!

Perché raccontare quante volte il suo pudore respinse

i miei approcci? Quante volte mi disse: "Per uno solo

io mi serbo; a lui solo, ovunque sia, riservo il mio amore!".

Per chi, col senno, non sarebbe stata sufficiente questa prova

di fedeltà? Io non m'accontento e mi danno a infliggermi

ferite, promettendole una fortuna per una notte sola,

e infine, a furia di aumentare l'offerta, l'induco ad esitare.

Esplodo: "Per disgrazia hai di fronte un impostore, un adultero,

che in realtà è tuo marito! testimone della tua perfidia!".

Lei niente; vinta dalla vergogna, senza una parola, fuggì

da quella casa insidiosa, da quel marito infame,

e detestando per l'affronto inflittole qualsiasi uomo,

se ne andò a vagare sui monti, per votarsi alla scuola di Diana.

Quando mi vidi abbandonato, un fuoco più violento penetrò

nelle mie ossa: imploravo perdono, ammettendo d'aver sbagliato

e che di fronte a tutti quei doni, se mi fossero stati offerti,

anch'io avrei potuto cedere e commettere la stessa colpa.

Ammesso questo, ed essendosi ormai vendicata lei dell'offesa,

ritornò e con me trascorse in dolce armonia anni d'amore.

E come se donandomi sé stessa non m'avesse dato nulla,

mi regalò un cane, consegnatole dalla sua Diana

con queste parole: "Nella corsa vincerà tutti".

Mi regalò anche un giavellotto che, come vedi, impugno ancora.

Vuoi conoscere la sorte del primo dono?

Ascolta: è un fatto così straordinario da lasciar sbalorditi.

Il figlio di Laio aveva risolto l'enigma che prima

nessuno aveva compreso, e l'ambigua profetessa,

gettatasi nel vuoto, giaceva immemore delle sue ambagi.

Ma è chiaro che la grande Temi non lascia queste cose impunite.

Subito sull'aonia Tebe si abbatté un altro flagello:

una bestia che molta gente di campagna dovette temere

per la vita propria e delle greggi. Noi, giovani dei luoghi accanto,

ci gettammo a cingere di reti tutta quella pianura.

Ma quella con agili balzi scavalcava in un lampo le reti,

passando sopra le funi che le avevamo teso.

Si sguinzagliano i cani, che si lanciano all'inseguimento,

ma lei sfugge e li semina, così veloce che pare un uccello.

Allora tutti mi chiedono in coro Lèlape (questo era il nome

del cane avuto in dono), che già da tempo si dibatteva,

tendendo il collo, per sfilarsi dal guinzaglio che lo tratteneva.

Appena liberato, già ignoravamo dove fosse:

la polvere recava ancora le impronte fresche delle sue zampe,

ma lui era ormai sparito: non spicca più veloce il volo

una lancia, un proiettile scagliato dal vortice di una fionda,

o una freccia sottile che scocca dall'arco di Gortina.

Dalla cima di un colle si domina tutt'intorno la campagna:

vi salgo e di lassù assisto al prodigio di una corsa incredibile,

in cui la belva sembra a volte presa ed altre sgusciar via nell'atto

d'essere ghermita; furba com'è, non fugge in linea retta

per la pianura, ma si sottrae alle fauci dell'inseguitore,

sfrecciando a dritta e a manca per eludere lo slancio del nemico.

E lui le incombe alle spalle, corre come lei, sembra che l'afferri,

ma non l'afferra, e addenta a vuoto l'aria coi suoi morsi.

Stavo già per ricorrere al giavellotto, ma mentre con la destra

lo libravo, mentre tentavo d'inserire le dita nel cappio,

distolsi gli occhi, e quando tornai ad appuntarli laggiù,

prodigio!, in mezzo ai campi vedo due statue di marmo:

una diresti che fugga, l'altra che latri.

Evidentemente un dio decise che nessuno dei due

vincesse l'altro in quella corsa, se mai vi assistette un dio».

A questo punto tacque. «Ma il giavellotto che male ha fatto?»

chiese Foco; e Cèfalo così raccontò che colpe aveva:

«Le gioie, o Foco, sono la fonte del mio dolore: parlerò

prima di quelle. Quanto è dolce ricordare, Foco mio,

il tempo beato in cui, com'è giusto, i primi anni

ero io felice con mia moglie e lei col suo uomo:

le stesse premure per entrambi, gli stessi vincoli d'amore.

Neppure l'unirsi a Giove avrebbe lei preferito al mio amore,

e mai nessuna, fosse pure Venere, avrebbe potuto

sedurre il mio cuore: uguale fiamma ci ardeva in petto.

Nell'ora in cui i primi raggi del sole lambiscono le cime,

io me ne andavo, come fanno i giovani, a caccia nei boschi,

e non permettevo che mi seguissero servitori, cavalli,

cani da fiuto o che fossero stesi grovigli di reti.

Col mio giavellotto ero tranquillo, e quando il mio braccio

era stanco d'uccidere selvaggina, chiedevo il fresco all'ombra

e la brezza che sale dalla brina delle valli.

Cercavo una folata d'aria in mezzo alla calura,

e l'attendevo con ansia per dar ristoro alla fatica.

"Aura, aura, vieni", mi ricordo ero solito cantare;

"portami aiuto, mia diletta, entra nel mio petto

e allevia, ti prego, come sai fare tu, l'ardore che mi brucia".

Forse avrò aggiunto, spinto dal mio destino,

altre dolci parole e forse mi sarà sfuggito:

"Tu sei la mia sola gioia, tu mi risani con le tue carezze,

tu m'induci ad amare i boschi, i luoghi solitari,

e mai di bere il tuo respiro si stanca la bocca mia".

Tendendo l'orecchio a queste ambigue confessioni, qualcuno

le fraintese: pensò che il nome 'aura', tante volte invocato,

fosse quello di una ninfa e credette ch'io ne fossi innamorato.

Incauto delatore di una colpa immaginaria, subito

corre da Procri e bisbigliando le riferisce ciò che ha udito.

Crede a tutto l'amore: fulminata dal dolore,

cadde, come mi dissero, svenuta e solo dopo lungo tempo

tornata in sé, si proclama infelice, maledetta dal destino,

lamenta il mio tradimento e, sconvolta da una colpa inesistente,

teme ciò che non è, teme un nome che non ha corpo;

e soffre, la sventurata, come se avesse una rivale vera.

Ma a volte dubita e spera, nell'infelicità sua, di sbagliarsi,

ricusa la delazione e si rifiuta di condannare

la colpa del marito, se non l'accerta prima coi propri occhi.

Il giorno dopo, quando il brillio dell'alba ebbe scacciato la notte,

io uscii e mi recai nel bosco. Errando, appagato dalla caccia:

"Aura, aura mia, vieni," implorai, "porta sollievo alla mia fatica",

e a quel punto, tra una parola e l'altra mi parve d'udire un gemito,

non so quale, e tuttavia ripetei: "Vieni, vieni, dolcezza mia!".

E questa volta un ramo, spezzandosi, mandò un lieve scricchiolio:

pensai che fosse una belva e come un lampo scagliai il giavellotto.

Era Procri, che colpita in pieno petto gridava:

"Ahimè!". Quando riconobbi la voce della mia fedele

compagna, corsi come un pazzo a precipizio verso quella voce.

La trovo in fin di vita, con la veste a brandelli intrisa di sangue,

mentre dalla ferita cerca di estrarre, ahimè, ciò che m'ha donato.

Dolcemente sollevo fra le braccia quel corpo, che più del mio

mi è caro e, strappato dal petto un lembo della veste, lego

l'orrenda ferita, cercando di fermare il sangue,

e l'imploro di non morire, lasciandomi in cuore quell'infamia.

Ormai priva di forze, in punto di morte, con un ultimo sforzo

riesce ancora a mormorarmi: "Per il vincolo che ci unisce,

per gli dei del cielo e per quelli a cui ora appartengo, per i meriti

che posso verso te vantare e per l'amore che ti porto

anche ora che muoio, ed è causa della mia morte, ti scongiuro,

t'imploro: non permettere ad Aura di prendere il mio posto!".

Così mi disse, e solo allora compresi che si trattava

di un malinteso. Glielo spiegai, ma a che serviva spiegare?

Vien meno, e col sangue fuggono via le sue ultime forze.

Finché poté guardare, guarda me, e nelle mie braccia,

sulle mie labbra esala la sua anima infelice.

Ma sembra morir tranquilla, col volto più sereno».

Fra la gente in lacrime, questo ricordava Cèfalo piangendo;

ed ecco entrare Èaco con i due figli e le truppe appena

arruolate: di tutto punto armate, in forza le prende l'eroe.

LIBRO OTTAVO

 

 

Già, rischiarando di bagliori il giorno, Lucifero aveva

disperso le tenebre: cadde l'Euro e umide si alzarono

le nubi. Un placido Austro permise a Cèfalo di prendere

con gli uomini di Èaco la via del ritorno e di raggiungere,

prima del tempo, il porto a cui tendevano, col favore del vento.

E ciò mentre Minosse devastava le coste dei Lèlegi

e saggiava la forza del proprio esercito contro Alcàtoe.

Era, Alcàtoe, la città di Niso, che alto sul capo,

fra la sua canizie venerata, aveva un capello

acceso di rosso, simbolo del proprio immenso potere.

Per la sesta volta era sorta ad oriente la falce della luna

e ancora incerte erano le sorti della guerra: da tempo ormai

tra l'una e l'altra schiera volava indecisa la vittoria.

A ridosso delle mura (ricche di suoni, perché, si diceva,

il figlio di Latona vi aveva posato la sua cetra d'oro,

trasmettendone la voce alle pietre) c'era la torre del re.

In cima a questa era solita salire sua figlia,

per battere con un sassolino, quando ancora c'era la pace,

quelle pietre armoniose; ma di lassù, ora in piena guerra,

guardava incantata lo svolgersi cruento degli scontri.

E ormai, per il protrarsi della guerra, conosceva il nome

dei capi, le armi, i cavalli, le divise e le faretre cretesi;

ma prima degli altri e più del necessario, conosceva l'aspetto

del condottiero, del figlio di Europa. A suo giudizio, se Minosse

nascondeva il capo sotto un elmo irto di penne,

era bello col cimiero; se imbracciava uno scudo

tutto riflessi d'oro, stava bene con lo scudo.

Se aveva, tendendo il braccio, scagliato un giavellotto smisurato,

la fanciulla esaltava l'eleganza legata alla forza;

se piegava un arco enorme con la freccia incoccata,

lei giurava che, i dardi in mano, così s'atteggiava Febo;

se poi, togliendosi l'elmo di bronzo, scopriva il suo volto

e avvolto di porpora cavalcava su gualdrappe colorate

un bianco cavallo, governandone la bocca schiumante,

allora a stento, sì, a stento la vergine figlia

di Niso non impazziva: chiamava fortunato il giavellotto

che lui toccava, fortunate le redini che impugnava.

L'impulso suo, se avesse potuto, sarebbe stato d'introdursi,

lei, una fanciulla, tra le schiere nemiche; o quello di gettarsi

dalla cima della torre nell'accampamento cretese,

di aprire al nemico le porte di bronzo, o di fare

qualsiasi cosa Minosse volesse. E mentre se ne stava lì

a contemplare seduta le candide tende del re di Dicte:

«Devo rallegrarmi o dolermi», disse, «che si faccia questa guerra

luttuosa? Non so: mi dolgo perché Minosse è un nemico che amo,

ma se non ci fosse questa guerra, l'avrei mai conosciuto?

Però, se mi prendesse in ostaggio, potrebbe deporre le armi:

avrebbe me come compagna, me come pegno di pace.

Se la donna che t'ha partorito era bella come te, che sei

del mondo il più bello, è giusto che di lei s'invaghisse un nume.

Tre volte felice sarei, se librandomi in volo

potessi posarmi nell'accampamento del re di Cnosso

e, rivelandogli chi sono e il mio amore, chiedergli qual prezzo

vorrebbe per essere mio, purché non esigesse la mia patria.

Sfumino pure le nozze sospirate, piuttosto che ottenerle

col tradimento! Anche se a volte la clemenza di chi vince,

per la mitezza sua, finì per favorire i vinti.

Giusta è certo la guerra che conduce per vendicare suo figlio,

forte è la sua causa, forti le armi con cui la difende,

e temo proprio che ci vincerà. Ma se per la città la sorte

è segnata, perché dovrebbe essere Marte ad aprirgli le mura

e non il mio amore? Meglio che vinca subito, senza stragi

e senza versare una goccia del suo sangue.

Almeno non tremerò al pensiero che qualche folle

ferisca il tuo petto, Minosse: chi mai così crudele sarebbe

di scagliarti allora contro, sapendo chi sei, un'asta mortale?

L'idea mi piace, è un fatto: sono decisa a consegnargli me stessa

e la mia patria in dote per porre fine alla guerra.

Ma volerlo non basta: sentinelle vegliano gli accessi

e le chiavi delle porte sono in mano a mio padre: solo lui,

ahimè, io temo, solo lui ostacola il mio piano.

Volessero gli dei che fossi senza padre! Ma ognuno, lo sai,

è dio di sé stesso e la fortuna sprezza le preghiere dei vili.

Un'altra donna, arsa da una passione come la mia,

avrebbe da tempo rimosso con gioia ogni ostacolo all'amore.

E perché un'altra dovrebbe avere più coraggio? Tra fiamme e

spade saprei senza viltà gettarmi; ma qui fiamme e spade

son fuori luogo; a me serve solo un capello di mio padre,

prezioso per me più dell'oro: quel capello color porpora

mi renderà felice, facendomi ottenere ciò che sospiro».

Mentre parlava, sopraggiunse la notte, nutrice incontrastata

delle passioni, e con le tenebre crebbe l'audacia.

Era l'ora del riposo, l'ora in cui il sonno invade la mente

stanca dei diuturni affanni. In silenzio lei s'insinua nella camera

paterna e al padre proprio lei, la figlia, strappa (che delitto, ahimè)

il capello fatale e, impadronitasi di quella preda infame,

fugge come un fulmine, stringendola a sé. Uscita dalle mura,

avanzando tra i nemici (tanto è sicura d'essere elogiata!),

giunge al cospetto del re e a lui, che la guarda sbalordito, dice:

«Al delitto mi ha spinto l'amore. Io, Scilla, figlia di re Niso,

ti consegno la patria mia e le divinità del focolare.

Non chiedo premio all'infuori di te! Prendi come pegno d'amore

questo capello di porpora, e sappi che non un capello ti offro,

ma la testa di mio padre!». E con la destra gli porge

quel dono scellerato. Di fronte a questo Minosse si ritrasse

e, sconvolto alla vista di quel fatto inaudito, rispose:

«Che gli dei, o infamia del nostro tempo, ti bandiscano

dal loro mondo e a te si neghino la terra e il mare!

Non tollererò che un mostro come te metta piede a Creta,

no, a Creta che è la culla di Giove e il mondo mio!».

Così disse; e dopo avere imposto ai nemici, che si erano arresi,

le condizioni che ritenne più giuste, ordinò che si sciogliessero

gli ormeggi alle navi da guerra e ai rematori di prendervi posto.

Quando Scilla vide le navi far vela solcando il mare,

senza che il condottiero la premiasse per il suo misfatto,

esaurite le preghiere, fu presa da una collera violenta

e tendendo furibonda le braccia, coi capelli scarmigliati:

«Dove fuggi,» gli gridò, «abbandonando chi t'ha soccorso?

Alla mia patria, a mio padre io t'ho preferito!

Dove fuggi, rinnegato, tu che hai vinto solo per colpa

e merito mio? Non il dono che ti ho dato o il mio amore

t'hanno commosso, neppure il pensiero che tutte le mie speranze

in te erano riposte! Dove vuoi che vada così reietta?

In patria? Giace sconfitta; ma se anche non lo fosse,

mi è preclusa, perché ho tradito! Tornare al cospetto di mio padre,

che io ti ho consegnato? I cittadini mi odiano, e con ragione;

i vicini temono il mio esempio: tutto il mondo

mi sono preclusa, perché solo Creta mi si potesse aprire.

Ma se anche questa tu mi vieti e, ingrato, m'abbandoni,

tua madre non è stata certo Europa, ma la Sirte inospitale,

le tigri dell'Armenia o Cariddi flagellata dall'Austro.

E non sei figlio di Giove; da una chimera di toro tua madre

non fu rapita: la storia della tua nascita è una favola.

A generarti fu un toro, sì, ma un toro vero, feroce,

e non certo innamorato d'una giovenca! O Niso, padre mio,

puniscimi! E voi mura che ho tradito, godete, godete

della mia sventura! L'ammetto, non merito che la morte.

Ma almeno mi sopprima chi ha subito veramente

la mia empietà. Perché tu, che grazie alla mia colpa hai vinto,

pretendi di punirla? Per mio padre e la patria questa è un delitto,

per te una grazia. Davvero ti è degna compagna chi ti ha tradito

con un toro in calore, abbindolato da un simulacro di legno,

e nel ventre si è portata un feto mostruoso! Ma alle tue orecchie

giunge la mia voce? O i venti, come spingono le tue navi,

se la portano via, priva di senso per quell'ingrato che sei?

Ormai, no, non è incredibile che Pasìfae

t'abbia preferito un toro: ben maggiore è la tua ferocia.

Sventurata me! Comanda ai suoi di affrettarsi, l'onda sollevata

dai remi scroscia, e con me la mia terra svanisce ai suoi occhi.

Ma non ti servirà; invano cerchi di scordare i meriti miei!

Se anche non vuoi, io ti seguirò: avvinghiata all'ansa della poppa,

lungo il mare mi farò trascinare!» E subito si getta in acqua,

inseguendo le navi con la forza che le accende la passione,

finché, sgradita compagna, si aggrappa alla chiglia del re cretese.

Quando suo padre, che, ormai trasformato in aquila marina,

si librava con ali fulve nell'aria, la vide,

si lanciò per straziarla col becco adunco, appesa com'era.

Lei impaurita mollò la poppa, e parve che l'aria leggera

nella caduta la reggesse, impedendole di sfiorare l'acqua;

una piuma: mutata in un uccello coperto di piume,

è detta Ciris per ricordare col nome il capello reciso.

Non appena sbarcò dalla nave, toccando il suolo dei Cureti,

Minosse sciolse i voti fatti a Giove con l'offerta

di cento tori e decorò la reggia appendendo i trofei di guerra.

Ma l'obbrobrio della sua stirpe cresceva: un mostro inaudito,

biforme, a denunciare l'immondo adulterio di sua madre.

Minosse decide di allontanare quel disonore da casa e

di rinchiuderlo nei ciechi recessi di un edificio insondabile.

Dedalo, famosissimo per il suo talento di costruttore,

esegue l'opera, rendendo incerti i punti di riferimento

e ingannando l'occhio con la tortuosità dei diversi passaggi.

Come nelle campagne di Frigia il Meandro si diverte a scorrere,

fluendo e rifluendo col suo imprevedibile corso,

e aggirando sé stesso scorge l'acqua che ancora deve raggiungerlo,

o, rivolto qui verso la sorgente, più in là verso il mare aperto,

tormenta indeciso il suo flusso; così Dedalo dissemina

d'inganni quel labirinto di strade, al punto che persino lui,

tanto è l'intrico di quella dimora, stenta a trovarne l'uscita.

Qui fu rinchiuso il mostro mezzo uomo e mezzo toro,

che dopo essersi nutrito due volte di giovani ateniesi,

scelti ogni nove anni a sorte, la terza fu ucciso da Teseo

con l'aiuto della figlia di Minosse: riavvolgendo il suo filo,

lui guadagnò l'uscita che nessuno prima aveva ritrovato;

poi rapì la fanciulla e fece vela alla volta di Dia,

dove senza pietà abbandonò la sua compagna

lungo la spiaggia. In quella desolazione a lei che piangeva

venne in aiuto Libero col suo abbraccio e, per immortalarla

in una costellazione, le tolse dalla fronte il suo diadema

e lo scagliò nel cielo. Vola quello leggero nell'aria

e mentre vola, le gemme si mutano in fulgidi fuochi,

che mantenendo l'aspetto di un diadema, vanno a fermarsi

a mezza strada tra l'Uomo in ginocchio e il Portatore di serpente.

Ma intanto Dedalo, insofferente d'essere confinato a Creta

da troppo tempo e punto dalla nostalgia della terra natale,

era bloccato dal mare. «Che Minosse mi sbarri terra ed acqua,»

rimuginò, «ma il cielo è pur sempre aperto: passeremo di lì.

Sarà padrone di tutto, ma non dell'aria!». E subito

dedica il suo ingegno a un campo ancora inesplorato,

sovvertendo la natura. Dispone delle penne in fila,

partendo dalle più piccole via via seguite dalle più grandi,

in modo che sembrano sorte su un pendio: così per gradi

si allarga una rustica zampogna fatta di canne diseguali.

Poi al centro le fissa con fili di lino, alla base con cera,

e dopo averle saldate insieme, le curva leggermente

per imitare ali vere. Icaro, il suo figliolo, gli stava

accanto e, non sapendo di scherzare col proprio destino,

raggiante in volto, acchiappava le piume che un soffio di vento

sollevava, o ammorbidiva col pollice la cera

color dell'oro, e così trastullandosi disturbava il lavoro

prodigioso del padre. Quando all'opera fu data

l'ultima mano, l'artefice provò lui stesso a librarsi

con due di queste ali e battendole rimase sospeso in aria.

Le diede allora anche al figlio, dicendogli: «Vola a mezza altezza,

mi raccomando, in modo che abbassandoti troppo l'umidità

non appesantisca le penne o troppo in alto non le bruci il sole.

Vola tra l'una e l'altro e, ti avverto, non distrarti a guardare

Boòte o Èlice e neppure la spada sguainata di Orìone:

vienimi dietro, ti farò da guida». E mentre l'istruiva al volo,

alle braccia gli applicava quelle ali mai viste.

Ma tra lavoro e ammonimenti, al vecchio genitore si bagnarono

le guance, tremarono le mani. Baciò il figlio

(e furono gli ultimi baci), poi con un battito d'ali

si levò in volo e, tremando per chi lo seguiva, come un uccello

che per la prima volta porta in alto fuori del nido i suoi piccoli,

l'esorta a imitarlo, l'addestra a quell'arte rischiosa,

spiegando le sue ali e volgendosi a guardare quelle del figlio.

E chi li scorge, un pescatore che dondola la sua canna,

un pastore o un contadino, appoggiato l'uno al suo bastone

e l'altro all'aratro, resta sbalordito ritenendoli dèi

in grado di solcare il cielo. E già s'erano lasciati a sinistra

le isole di Samo, sacra a Giunone, Delo e Paro,

e a destra avevano Lebinto e Calimne, ricca di miele,

quando il ragazzo cominciò a gustare l'azzardo del volo,

si staccò dalla sua guida e, affascinato dal cielo,

si diresse verso l'alto. La vicinanza cocente del sole

ammorbidì la cera odorosa, che saldava le penne,

e infine la sciolse: lui agitò le braccia spoglie,

ma privo d'ali com'era, non fece più presa sull'aria

e, mentre a gran voce invocava il padre, la sua bocca

fu inghiottita dalle acque azzurre, che da lui presero il nome.

Ormai non più tale, il padre sconvolto: «Icaro!» gridava,

«Icaro, dove sei?» gridava, «dove sei finito?

Icaro, Icaro!» gridava, quando scorse le penne sui flutti,

e allora maledisse l'arte sua; poi ricompose il corpo

in un sepolcro e quella terra prese il nome dal sepolto.

Mentre Dedalo tumulava il corpo di quel figlio sventurato,

da un fosso fangoso lo scorse una pernice cinguettante,

che sbattendo le ali manifestò la sua gioia con un trillo.

Mai vista in passato, era ancora un esemplare unico, un uccello

appena creato, ma per te, Dedalo, un'accusa senza fine.

Tua sorella infatti, ignorandone il destino, t'aveva affidato

il suo figliolo perché l'istruissi, un ragazzo di dodici anni

appena, ma d'ingegno aperto ai tuoi insegnamenti.

Questi, tra l'altro, notate le lische nel corpo dei pesci,

le prese a modello e intagliò in una lama affilata

una serie di denti, inventando la sega.

E fu lui il primo che avvinse due aste metalliche

a un perno, in modo che rimanendo fissa tra loro la distanza,

l'una stesse ferma in un punto e l'altra descrivesse un cerchio.

Preso dall'invidia, Dedalo lo gettò giù dalla sacra rocca

di Pallade, inventandosi che era caduto; ma la dea,

che protegge gli uomini d'ingegno, sostenne il giovinetto

e lo mutò in uccello, vestendolo di penne ancora a mezz'aria.

Così l'agilità che possedeva il suo straordinario ingegno

passò in ali e zampe, mentre il nome rimase qual era.

Tuttavia questo uccello non si leva molto in alto

e non fa il nido sui rami o in cima alle alture;

svolazza raso terra, depone le uova nelle siepi

e, memore dell'antica caduta, evita le altezze.

Dedalo intanto, affaticato, aveva raggiunto le terre

dell'Etna, dove Còcalo, che avrebbe preso le armi in suo favore,

gli era benigno. Gli ateniesi, d'altro canto, avevano finito

di pagare, grazie a Teseo, il tragico tributo:

inghirlandarono i templi, invocarono la battagliera

Minerva, Giove e tutti gli altri dei, e li adorarono

sacrificando vittime, offrendo doni e bruciando incenso.

Vagando per le città dell'Argolide, la fama aveva sparso

notizia dell'impresa, e i popoli stanziati nella ricca Grecia,

in caso di pericolo, invocavano l'aiuto di Teseo.

E il suo aiuto chiese, con preghiere angosciate, anche Calidone,

che pure aveva tra i suoi Meleagro: causa della supplica

era un cinghiale, strumento di vendetta del rancore di Diana.

Si racconta infatti che Eneo, per l'esito felice del raccolto,

avesse offerto le primizie delle messi a Cerere,

a Bacco il suo vino, e il succo d'oliva alla bionda Minerva.

Onorate le divinità campestri, un ambìto omaggio

fu reso a tutti gli altri dei; solo gli altari della figlia

di Latona, dimenticati, rimasero vuoti e senza incenso.

Lo sdegno coinvolse gli dei. «Non lo subirò impunemente!

Potranno dirmi senza onori, mai senza vendetta!»

esclamò Diana; e per vendicarsi dell'offesa mandò

nei campi di Eneo un cinghiale, grande quanto nei prati d'Epiro

o nelle campagne di Sicilia non sono i tori.

Di fuoco gli brillano gli occhi iniettati di sangue; ispide

sul collo possente si ergono setole come rigidi aculei,

[come una palizzata di lunghe aste piantate al suolo;]

con rauco sfrigolio gli scorre lungo tutto il petto ribollente

la bava; le zanne sembrano quelle d'elefante indiano;

fiamme eruttano le fauci, che di vampate bruciano le foglie.

La belva qui calpesta le colture fresche di germogli,

là falcia le speranze mature del contadino in lacrime,

sottraendogli il pane sulle spighe: invano l'aia,

invano il granaio attenderanno un raccolto, ch'era ormai sicuro.

Fa strage di frutti maturi con i loro lunghi tralci,

di bacche d'ulivo coi loro rami sempreverdi.

E infuria contro le greggi: non c'è pastore o cane contro quello,

non c'è toro infuriato che possa difendere le mandrie.

La gente in fuga si rifugia dentro le mura della città,

dove solo si sente sicura, finché per amore di gloria

Meleagro non raduna al suo fianco una scelta schiera di giovani:

i figli gemelli di Tìndaro, ammirevole uno coi pugni,

l'altro a cavallo; Giasone, inventore della prima nave;

Teseo e Pirìtoo, esempio di rara amicizia;

i due figli di Testio e quelli di Afareo, Linceo

e il veloce Ida; Cèneo ormai non più femmina,

il fiero Leucippo e Acasto, un campione nel lancio dell'asta;

Ippòtoo, Driante e il figlio di Amintore, Fenice;

i figli gemelli di Actore e Fileo venuto dall'Elide.

E c'erano Telamone, il padre del grande Achille,

il figlio di Ferete, Iolao della Beozia; c'erano

l'infaticabile Eurizione, Echìone imbattibile nella corsa,

Lèlege di Nàrice, Panopeo e Ileo,

il fiero Íppaso e Nèstore ancora in verde età;

e gli uomini che Ippocoonte mandò dall'antica Amicle,

il suocero di Penelope, Anceo della Parrasia,

il figlio indovino di Ampice, quello di Ecleo, non tradito ancora

dalla moglie; e Atalanta di Tegea, vanto dei boschi del Liceo,

che portava una veste fermata in cima da una fibbia brunita,

capelli raccolti senza ornamenti in un unico nodo,

appesa alla spalla sinistra una tintinnante faretra eburnea

per le frecce e, stretto sempre nella sinistra, l'arco:

abbigliata così, l'avresti detta una fanciulla con l'aspetto

di un ragazzo o un ragazzo con quello di una fanciulla.

Meleagro, l'eroe di Calidone, non fece in tempo a vederla

che la desiderò, malgrado il divieto divino, e ardendo in cuore

d'amore: «Beato l'uomo, se mai ve ne sarà uno,» pensò,

«che lei riterrà degno!». Ma non ebbe il tempo né l'ardire

d'aggiungere altro. Più grande impresa premeva: la grande caccia.

Un bosco fitto di fusti, incontaminato dal tempo dei tempi,

saliva dal piano dominando ai suoi piedi la campagna.

Quando gli uomini vi giunsero, alcuni tesero le reti,

altri sciolsero i cani e altri ancora si misero a seguire le orme

impresse nel suolo, smaniosi di scovare a proprio rischio il mostro.

C'era una valle profonda, dove confluivano i rivoli

dell'acqua piovana: il fondo paludoso era invaso

di salici flessuosi, tenere alghe, giunchi palustri,

vimini e piccole canne sovrastate da altre più alte.

Snidato da qui, il cinghiale s'avventa con furia contro il nemico,

come una folgore che si sprigiona dallo scontro delle nubi.

E nella sua corsa, aprendosi con fragore la strada nel bosco,

fa strage di piante: i giovani lanciano grida e con mano ferma

tengono protese le lance brandendone il ferro minaccioso.

L'animale carica i cani e disperdendo quelli che si oppongono

alla sua furia, sbaraglia a zannate oblique la muta che latra.

A vuoto andò la prima lancia, scagliata dal braccio

di Echìone, che scalfì leggermente il tronco di un acero.

La seconda, se il lanciatore non vi avesse impresso troppa forza,

parve che dovesse conficcarsi nel dorso a cui era diretta,

ma finì ben oltre; autore del tiro: Giasone di Pàgase.

«Febo,» sbottò il figlio di Ampice, «se ti ho onorato e ti onoro,

concedimi di colpire al cuore il bersaglio col mio tiro!»

Per quel che poté, il nume l'esaudì: il cinghiale fu colpito,

ma non rimase ferito; Diana aveva sfilato il ferro

dalla lancia durante il volo: il legno arrivò, ma privo di punta.

Provocata, la belva s'infuria, esplode più violenta di un fulmine:

sprizza scintille dagli occhi, sprigiona fiamme dalla bocca,

e come il macigno scagliato da una corda tesa vola dritto

contro le mura o le torri stipate di soldati,

così sui giovani si getta con furia tremenda quel cinghiale

micidiale e abbatte Eupàlamo e Pelagone, che erano schierati

sull'ala destra: d'un balzo i compagni gli sottraggono i caduti.

Ma ai colpi mortali non sfugge Enèsimo, il figlio di Ippocoonte,

che mentre trepidando si accingeva a volgergli le spalle,

ebbe recisi i tendini del ginocchio, che più non lo sostenne.

E forse prima della guerra di Troia anche Nèstore di Pilo

sarebbe morto, se puntando al suolo la sua lancia, con un salto

non si fosse lanciato sui rami di una quercia posta nei pressi,

per guardare di lassù al sicuro il nemico al quale era sfuggito.

Inferocito il mostro, arrotando le zanne contro il tronco,

minaccia nuove stragi e, forte di quelle armi rese aguzze,

colpisce al femore, col suo grugno adunco, il grande Euritide.

Intanto i figli gemelli di Tìndaro, prima d'essere stelle,

l'uno più bello dell'altro, affiancati, cavalcavano cavalli

più candidi della neve, brandendo entrambi nell'aria una lancia,

la cui punta vibrava ad ogni minimo sobbalzo;

e avrebbero colpito il villoso animale, se nel bosco fitto,

inaccessibile ad armi e cavalli, lui non si fosse cacciato.

Telamone l'inseguì, ma nella fretta di correre

non vide la radice di una pianta, inciampò e cadde bocconi.

Mentre Peleo l'aiutava ad alzarsi, la fanciulla di Tegea

incocca veloce una freccia alla corda, incurva l'arco e la scaglia.

Conficcato sotto l'orecchio della bestia, il dardo lacera

la cute e qualche goccia di sangue arrossa le setole.

Ma se Atalanta fu felice di quel colpo fortunato,

di più lo fu Meleagro, che pare l'avesse visto per primo

e, indicando per primo il fiotto di sangue ai compagni, le dicesse:

«Di questa impresa a buon diritto tu sola ne porterai l'onore!».

Gli uomini arrossirono, e per farsi coraggio, con grida di guerra

si esortano a vicenda e scagliano dardi alla cieca:

quella babele ostacola i tiri, impedendo che colgano il segno.

Ed ecco che, accecato dal destino, Anceo con in pugno una scure:

«Guardate come i colpi di un uomo valgano il doppio, o giovani,

di quelli di una donna!» gridò. «Fatemi largo! guardatemi!

Armi alla mano, protegga quel mostro Diana stessa:

malgrado la figlia di Latona, la mia destra l'annienterà!».

Con enfasi aveva tutto tronfio pronunciato queste parole,

e sollevando la scure con entrambe le mani,

si levò sulla punta dei piedi, le braccia tese sopra il capo:

la belva previene il temerario e gli pianta tutte e due le zanne

in alto all'inguine, dove più rapida giunge la morte.

Anceo stramazza e grovigli di viscere gli colano dal ventre

in un fiume di sangue e di umori che intridono la terra.

Contro il nemico, brandendo con forza nella destra

una picca, si lancia allora Pirìtoo, il figlio d'Issìone.

«Scòstati,» gli grida il figlio di Egeo, «più di me stesso mi sei caro!

Fèrmati, anima mia! Combattere a distanza non scema il valore:

guarda Anceo, vittima dissennata del suo coraggio!»

E detto questo, scaglia un'asta armata con una punta di bronzo:

dritta l'aveva vibrata e avrebbe potuto colpire il bersaglio,

se contro non avesse trovato il ramo frondoso di una quercia.

Anche il figlio di Esone lanciò un giavellotto, ma sfortuna volle

che sviato centrasse un cane senza colpa: penetrato

nelle viscere, gliele trapassò, conficcandosi al suolo.

Esito alterno hanno i tiri del figlio di Eneo: di due lance

che scaglia, la prima si pianta a terra, l'altra in mezzo al dorso.

Senza tregua, mentre la belva si dibatte, gira su sé stessa,

vomita con un grugnito bava e fiotti di sangue,

il feritore gli è addosso, irrita e provoca il nemico

e affrontandolo gli immerge tra le scapole una picca fiammante.

Danno sfogo alla gioia i suoi compagni con applausi e grida,

fanno a gara per stringere la destra al vincitore,

e stupefatti contemplano l'immane bestia lungo distesa

sulla terra, e malgrado non ritengano ancora sicuro

toccarla, immergono le proprie armi nel suo sangue.

Meleagro, ponendovi sopra un piede, calpesta quella testa

micidiale e proclama: «Prenditi il trofeo che mi compete,

Atalanta, così che con te sia spartita la mia gloria!».

E le dona le spoglie: la pelle irta di rigide

setole e il muso su cui spiccano due zanne enormi.

Felice è lei del dono e perché è lui che glielo dona.

Ma gli altri provano invidia e per tutto il gruppo corre

un mormorio. Fra questi, agitando le braccia e con voce rabbiosa

i figli di Testio gridano: «Lascia, donna, non toccare

ciò che ci spetta! Non credere che la tua bellezza ti dia credito

o che l'amore del donatore possa servirti!».

E strappano a lei il dono, a lui il diritto di donarlo.

Meleagro non lo sopporta e digrignando i denti, gonfio d'ira,

grida: «Vi mostrerò io, ladri della gloria altrui, che differenza

c'è tra i fatti e le minacce!», e con la sua arma scellerata

trafigge il petto a Plessippo, senza che lui se l'aspettasse;

nemmeno a Tosseo permise di esitare a lungo, incerto com'era

tra la sete di vendicare il fratello e il timore

di condividerne la sorte: ancora fumante di strage,

tornò a scaldare l'asta sua nel sangue del congiunto.

Mentre ai templi degli dei stava recando doni per la vittoria

del figlio, riportare vide Altea le salme dei propri fratelli.

Affranta riempie la città dei suoi lamenti,

si batte il petto, muta le vesti dorate in nere;

ma quando apprende chi è l'autore della strage, il suo cordoglio

si dilegua e da pianto si converte in sete di vendetta.

Il giorno in cui Altea giaceva prostrata dal parto,

le Parche, che premendo il pollice filavano al figlio il destino,

avevano posto sul fuoco un ceppo con queste parole:

«Durata uguale di vita assegniamo al ceppo e a te,

che ora vedi la luce». Pronunciata questa profezia

le dee si allontanarono, e la madre subito strappò

il tizzone alle fiamme, spegnendolo con un getto d'acqua.

Da allora era rimasto nascosto in un angolo segreto

e, così custodito, o giovane, t'aveva mantenuto in vita.

Di lì lo trasse Altea, ordinando di affastellare rami e trucioli,

e a mucchio pronto, vi appiccò per vendicarsi il fuoco.

Quattro volte fu sul punto di porre il ceppo sulle fiamme,

quattro volte si trattenne: sorella e madre combattono in lei

e le due nature in direzioni opposte trascinano il suo cuore.

Ora il volto si sbianca per timore del delitto che ha nell'animo,

ora l'ira che le ferve negli occhi glielo infiamma;

ora ha l'aspetto di chi minaccia le cose più orrende,

ora, lo giureresti, quello di chi ha compassione;

e quando la furia selvaggia del suo animo secca le sue lacrime,

qualche lacrima trova ancora. E come una nave in balia

del vento e di una corrente che lo contrasta,

subisce entrambe le forze e fra quelle si dimostra incerta,

così la figlia di Testio si dibatte tra impulsi avversi

e di volta in volta placa o riaccende la sua ira.

Ma a poco a poco comincia ad essere miglior sorella che madre

e per placare col sangue le ombre dei suoi fratelli,

si fa nell'empietà pietosa. Così quando quel fuoco sinistro

prende vigore: «Che questo rogo bruci la carne mia!» esclama

e stringendo orribilmente in mano il legno incantato,

immobile davanti a quel funebre altare, disperata invoca:

«O dee della vendetta, Eumenidi, a questo rito infernale

volgete il vostro sguardo! Vendico una colpa

commettendone un'altra. Morte con la morte si deve scontare.

Si aggiunga delitto a delitto, funerale a funerale,

e si estingua questa stirpe malvagia sotto un cumulo di lutti.

Perché mai Eneo dovrebbe godersi il figlio che torna in trionfo

e Testio esserne privo? Che piangano entrambi, sì,

questo è giusto! Anime dei fratelli miei, sorpresi dalla morte,

considerate il mio compito e accettate questa funebre offerta

che tanto mi costa, il frutto maligno del mio ventre.

Ahimè, cosa mi prende? Abbiate pietà, fratelli miei, d'una madre!

La mano si ribella. Certo, lui merita di morire,

lo riconosco, ma l'esser causa della sua morte mi ripugna.

Resterà impunito allora, vivo, vittorioso, e in più diverrà,

tronfio dei suoi successi, re di Calidone, mentre solo un pugno

di cenere riposerà di voi, gelide ombre, sottoterra?

Non lo permetterò! no, muoia lo scellerato e nella rovina

con sé trascini le speranze di suo padre, il regno e la sua patria!

E l'affetto materno? gli obblighi pietosi che hanno i genitori?

i travagli che sopportai per nove mesi? dove sono?

Oh, se appena nato tu fossi arso al primo fuoco

ed io l'avessi permesso! Per dono mio tu sei vissuto,

per colpa tua morirai. Prenditi il premio per ciò che hai fatto:

restituisci la vita che due volte ti ho dato, partorendoti e

salvando il ceppo, o con i miei fratelli anche me metti a morte!

Vorrei, ma non posso. Che fare? Nei miei occhi ora ho le piaghe

dei miei fratelli e la visione di quella tremenda strage,

ora l'affetto e l'istinto materno mi spezzano il cuore.

Ahimè! per disgrazia mia vincerete voi; ma sì, vincete, sì,

purché voi e chi sacrifico per placarvi io segua

nella morte!». Così dice, e con mano tremante, girandosi

per non vedere, getta in mezzo al fuoco quel ceppo funereo.

Il legno manda un gemito, o almeno così sembra, e le fiamme,

benché riluttanti, ghermendolo lo bruciano.

Lontano e ignaro, da quel fuoco è arso Meleagro:

sente le viscere seccarsi in preda a fiamme misteriose

e solo col suo coraggio può sopportarne gli atroci dolori.

Ma di morte ingloriosa e incruenta si strugge di morire,

considera un privilegio le ferite di Anceo,

e in quegli ultimi istanti con un gemito invoca il suo vecchio,

i fratelli, le tenere sorelle, la sua compagna d'amore,

e forse anche la madre. Crescono il fuoco e lo strazio,

poi si attenuano: infine l'un l'altro insieme si estinguono

e a poco a poco l'anima sua nel vuoto dell'aria si dissolve,

a poco a poco un velo di cenere bianca ricopre la brace.

Prostrata è la nobile Calidone: piangono giovani e anziani,

gemono popolo e patrizi, e le donne nate in riva all'Eveno

si strappano i capelli, si percuotono le membra.

Il padre, steso al suolo, si cosparge di polvere la canizie,

il volto emaciato, maledicendosi d'essere ancora in vita:

per espiare il rimorso di quel suo gesto orrendo,

di sua mano la madre con un pugnale si era trafitta il petto.

Neppure se un nume mi desse cento bocche straripanti

di parole, ingegno fervido e tutta l'arte delle Muse,

potrei descrivere i lamenti e l'angoscia delle sorelle.

Incuranti del proprio aspetto s'infliggono lividi sul petto,

col loro abbraccio tentano di rianimare i resti del fratello,

li colmano di baci e di baci colmano il feretro sul rogo;

reso cenere, quella cenere raccolgono e stringono al petto,

si accasciano davanti al tumulo e avvinghiate alla lapide

che reca il suo nome, su quel nome spargono le lacrime loro.

Finalmente la figlia di Latona, paga d'aver sterminato

la stirpe di Partàone, le solleva (tranne Gorge e della nobile

Alcmena la nuora) facendo spuntare penne sui loro corpi;

in lunghe ali modella le loro braccia, a becco

foggia la bocca e, così mutate, le affida all'aria.

Teseo intanto, dopo avere assolto coi compagni la sua parte

nell'impresa, stava tornando alla rocca di Eretteo, sacra a Pallade.

Gonfio di pioggia, l'Achelòo gli sbarrò la strada, impedendogli

di proseguire. «Entra nella mia dimora, illustre erede

di Cècrope,» gli disse, «e non esporti alla violenza dei miei flutti:

sradicano i tronchi più robusti e con fragore immenso travolgono

i macigni in bilico. Ho visto, vicino alla riva, grandi stalle

trascinate via con tutto il bestiame, e non servì

agli armenti la forza, ai cavalli l'agilità.

E quando sui monti si sciolgono le nevi, l'impeto del fiume

ha inghiottito persino dei giovani nel turbine dei suoi gorghi.

È meglio che tu riposi, in attesa che il suo flusso torni a scorrere

negli argini e l'acqua, calando, rientri nell'alveo.»

Il figlio di Egeo accettò e rispose: «Mi varrò del tuo consiglio

e della tua casa, Achelòo». E si valse dell'uno e dell'altra.

Entrò in un atrio dai muri di pomice spugnosa

e di ruvido tufo; molle e umido di muschio era il piancito,

il soffitto a cassettoni ornati di conchiglie e di mùrici.

E ormai il sole aveva superato i due terzi del giorno;

Teseo e i suoi compagni d'avventura si stesero sui triclini:

da questa parte il figlio d'Issìone, dall'altra Lèlege,

l'eroe di Trezene, dalle tempie ormai brizzolate;

poi tutti gli altri che il fiume dell'Acarnania, felice d'avere

un ospite così importante, aveva degnato di pari onore.

Subito ninfe a piedi scalzi apparecchiarono le tavole,

riempiendole di vivande, poi, al termine del banchetto,

servirono vino in coppe di gemma. Allora quell'eccelso eroe,

guardando in lontananza la distesa del mare: «Che luogo

è quello?» chiese indicando col dito. «Dimmi, qual è il nome

di quell'isola, anche se non mi sembra che sia una sola?».

«Ciò che vedete, non è un'isola sola,» rispose il fiume,

«sono cinque lingue di terra: la distanza ne confonde i limiti.

Ma perché ciò che fece Diana offesa non ti sembri enorme,

quelle un tempo erano Naiadi: immolati dieci giovenchi

e invitati alla funzione gli dei della campagna, in festa

avevano intrecciato le loro danze, ignorandomi del tutto.

Gonfio di rabbia, come mai quando straripo nelle piene

più furiose, questo ero: con impeto immane e immane alluvione

sradico foresta da foresta, campo da campo,

e insieme a loro le ninfe, che finalmente m'ebbero presente,

precipitandole in mare. I suoi flutti e i miei asportarono

un lembo di terraferma, frantumandolo in tante parti

quante son quelle che si scorgono al largo: le Echìnadi.

Come però tu stesso vedi, laggiù c'è un'isola più discosta,

un'isola che mi è cara: i marinai la chiamano Perimele.

A costei, che amavo, avevo rapito la verginità;

suo padre, Ippodamante, non lo tollerò e giù da uno scoglio

spinse la figlia perché perisse negli abissi del mare.

Io l'afferrai e reggendola a galla: "O tu che armato di tridente

hai avuto in sorte il secondo regno del mondo, il mare agitato,"

dissi, ["dove noi fiumi divini scorrendo al termine finiamo,

vieni e ascolta benigno, o Nettuno, la mia preghiera.

Disonorata ho costei che sorreggo; se suo padre Ippodamante

fosse stato mite e giusto o meno spietato con sua figlia,

avrebbe dovuto averne pietà e perdonare chi l'offese.]

Vienmi in aiuto, Nettuno, ti prego, e a lei, che annega per ferocia

paterna, concedi un luogo o che un luogo lei stessa diventi.

[Anche così io continuerò ad abbracciarla". Il re del mare

chinò il capo e in segno d'assenso agitò tutte le sue onde.

Si spaventò la ninfa, ma seguitò a nuotare; e mentre nuotava

io le accarezzavo il seno che palpitava d'emozione;

ma stringendola a me sentii il suo corpo, tutto il suo corpo,

irrigidirsi e il petto fasciarsi di terra.] Parlavo, parlavo:

la terra, sorta dal nulla, le avviluppò in mezzo ai flutti le membra,

si rapprese e crebbe sul suo corpo, trasformandola in isola.»

Qui il fiume tacque. Quel prodigio aveva emozionato tutti.

Ma il figlio d'Issìone si prese beffa di chi ci credeva

e, miscredente e insolente com'era, disse:

«Racconti frottole, Achelòo, e giudichi troppo potenti

gli dei, se pensi che possano dare e togliere il volto alla gente».

Gli altri allibirono, disapprovando simili parole,

e Lèlege, più maturo di tutti per giudizio ed anni,

così disse: «Immensa e senza limiti è la potenza

del cielo: ciò che vogliono gli dei, sia quel che sia, si compie.

E per toglierti i dubbi, c'è sui colli di Frigia una quercia,

con accanto un tiglio e intorno un basso muro di cinta;

ho visto il luogo io stesso: fu quando Pitteo mi mandò

nelle terre su cui un giorno aveva regnato suo padre Pèlope.

Non lontano da lì c'è uno stagno, un tempo terra abitabile,

ora distesa d'acqua affollata di smerghi e folaghe palustri.

Qui, sotto aspetto umano, venne Giove e insieme a lui

il nipote di Atlante, privo d'ali e con la sua bacchetta magica.

A mille case bussarono, in cerca di un luogo per riposare;

mille case sprangarono la porta. Una sola infine li accolse:

piccola, piccola, con un tetto di paglia e di canne palustri,

ma lì, uniti sin dalla loro giovinezza, vivevano

Bauci, una pia vecchietta, e Filemone, della stessa età,

che in quella capanna erano invecchiati, alleviando la povertà

con l'animo sereno di chi non si vergogna di sopportarla.

Non ha senso chiedersi chi è il padrone o il servitore: la famiglia

è tutta lì, loro due; comandano ed eseguono tutti e due.

Quando i celesti, arrivati a questa povera casa,

entrarono chinando il capo per l'angustia della porta,

il vecchio li invitò ad accomodarsi, accostando una panca,

sulla quale Bauci stese con premura un ruvido panno; lei,

poi, smosse sul focolare la cenere tiepida, ravvivò

il fuoco del giorno avanti, alimentandolo con foglie e corteccia,

e ne fece scaturire fiamme con quel poco fiato che aveva.

Da un ripostiglio trasse scaglie di legno e rametti secchi,

li spezzettò e li pose sotto un piccolo paiolo;

spiccò le foglie ai legumi raccolti dal marito

nell'orto bene irrigato, mentre lui con un forcone staccava

la spalla affumicata di un suino appesa a una trave annerita:

di quella spalla a lungo conservata taglia una porzione

sottile, che pone a lessare nell'acqua bollente.

Intanto ingannano il tempo che si frappone conversando,

[perché non si avverta la noia dell'attesa. Appesa a un gancio

per il suo manico ricurvo, vi è una tinozza di faggio:

la riempiono d'acqua tiepida e vi immergono i piedi

per ristorarli. Al centro, sopra un letto dalla sponda

e dalle gambe di salice, c'è un giaciglio d'erbe morbide.]

Sprimacciano il giaciglio d'erba morbida di fiume,

posto sopra il letto dalla sponda e dalle gambe di salice.

Lo coprono con una coltre, che hanno l'abitudine di stendere

solo nei giorni di festa; ma anche questa coltre era vecchia

e logora, giusto adatta a un letto di salice.

Gli dei si adagiano. La vecchia, con la veste raccolta, apparecchia

vacillando la tavola; ma delle sue tre gambe una è corta:

un coccio la pareggia; infilato sotto elimina la pendenza,

e il piano viene poi ripulito con un ciuffo di menta verde.

Sopra vi pone olive verdi e nere, sacre alla schietta Minerva,

corniole autunnali aromatizzate con salsa di vino,

indivia, radicchio, una forma di latte cagliato, e

uova girate leggermente nel tepore della cenere;

il tutto in terrine. Poi porta in tavola un cratere cesellato

nello stesso 'argento', bicchieri di faggio intagliato

che hanno la superficie interna spalmata di bionda cera.

Dopo non molto, giungono dal focolare le vivande calde,

si mesce un'altra volta il vino (certo non d'annata),

poi, messo il tutto un poco in disparte, si fa posto alla frutta.

Ed ecco noci, fichi secchi misti a datteri grinzosi,

prugne, mele profumate in larghi canestri,

grappoli d'uva colti da tralci purpurei.

Al centro un candido favo. Ma a tutto questo si accompagnano

facce buone, sollecitudine sincera e generosa.

E qui i due vecchi si accorgono che il boccale, a cui si è attinto

tante volte, si riempie da solo, che il vino da solo ricresce;

turbati dal prodigio, Bauci e il timido Filemone son presi

dal terrore e con le mani alzate al cielo si mettono a pregare,

chiedendo venia per la povertà del cibo e della mensa.

C'era un'unica oca a guardia di quella minuscola cascina,

e loro erano pronti ad immolarla per quegli ospiti divini.

Ma l'oca starnazzando scappa in barba a quei lenti vecchietti,

beffandoli di continuo, finché fu vista rifugiarsi

proprio accanto agli dei, che proibiscono di ucciderla, dicendo:

"Numi del cielo noi siamo, e i vostri empi vicini avranno

la punizione che meritano; a voi invece d'esserne immuni

sarà concesso. Lasciate solo la vostra casa,

seguite i nostri passi e venite con noi in cima

a quel monte!". I due obbediscono e, appoggiandosi al bastone,

salgono lungo il pendio a fatica, passo passo.

Distavano ormai dalla vetta il tragitto che può percorrere

una freccia: volgono gli occhi e vedono che giù tutto è sommerso

da una palude, tutto tranne la loro dimora.

E mentre guardano stupiti, piangendo la sorte dei vicini,

quella vecchia capanna, piccola anche per i suoi padroni,

si trasforma in un tempio: colonne vanno a sostituire i pali,

vedono la paglia del tetto assumere riflessi d'oro,

le porte ornarsi di fregi e il suolo rivestirsi di marmo.

E allora con voce serena il figlio di Saturno così parla:

"O buon vecchio e tu, donna degna del tuo buon marito,

esprimete un desiderio". Consultatosi un po' con Bauci,

Filemone partecipa agli dei la loro scelta:

"Chiediamo d'essere sacerdoti e di custodire il vostro tempio;

e poiché in dolce armonia abbiamo trascorso i nostri anni,

vorremmo andarcene nello stesso istante, ch'io mai non veda

la tomba di mia moglie e mai lei debba seppellirmi".

Il desiderio fu esaudito: finché ebbero vita,

custodirono il tempio. Ma un giorno mentre, sfiniti dallo scorrere

degli anni, stavano davanti alla sacra gradinata, narrando

la storia del luogo, Bauci vide Filemone coprirsi

di fronde e il vecchio Filemone coprirsene Bauci.

E ancora, quando la cima raggiunse il loro volto,

fra loro, finché poterono, continuarono a parlare: "Addio,

amore mio", dissero insieme e insieme la corteccia come un velo

suggellò la loro bocca. Ancor oggi gli abitanti della Frigia

mostrano l'uno accanto all'altro quei tronchi nati dai loro corpi.

Queste cose mi furono narrate da vecchi degni di fede

e che non avevano ragione di mentire. Del resto ho visto

io stesso ghirlande appese ai rami e io ne ho appese, dicendo:

"Divino sia chi fu caro agli dei e abbia onore chi li onorò"».

La storia, per l'autorità di Lèlege, aveva commosso tutti,

specialmente Teseo. E a lui, che non si saziava d'udire

i prodigi degli dei, il fiume dell'Etolia, appoggiato al gomito,

così si rivolse: «Vi sono creature, valoroso eroe,

che dopo un mutamento hanno mantenuto la forma assunta;

ve ne sono altre che hanno la facoltà d'assumerne diverse,

come te, Pròteo, creatura del mare che circonda la terra.

A volte infatti ragazzo ti sei mostrato, altre volte leone;

ora violento cinghiale, ora serpente che non si ha il coraggio

di toccare; a volte le corna t'hanno reso toro;

altre avresti potuto sembrare una pietra, altre ancora una pianta;

talora, imitando l'aspetto liquido dell'acqua,

sei stato fiume, talaltra, al contrario, fuoco.

Anche la moglie di Autòlico ha questa facoltà. Suo padre,

Erisìctone, era un essere che spregiava le divinità

e mai nulla bruciava sugli altari in loro onore.

Si dice che avesse violato addirittura un bosco consacrato

a Cerere, profanandone con la scure la macchia inviolata.

Lì si ergeva una quercia immensa, secolare, ch'era lei da sola

un bosco, e aveva tutto intorno al fusto addobbi di nastrini,

di ex voto e di ghirlande, a ricordo di grazie ricevute.

Ai suoi piedi un'infinità di volte avevano danzato in festa

le Driadi, in cerchio, mano nella mano, intorno al tronco,

che per le sue mostruose dimensioni chiedeva quindici braccia

e passa a circondarlo. Sotto questa quercia il resto della selva

scompariva, così come scompare l'erba ai piedi d'ogni pianta.

Eppure il figlio di Trìopa lontano non ne tenne il ferro:

ordinò ai servitori di tagliare la sacra quercia alla base,

ma vedendo che esitavano ad obbedire, quello scellerato

ad uno di loro strappò la scure, sbraitando:

"Quand'anche non fosse solo cara alla dea, ma la dea in persona,

tra poco a terra si schianterà con tutta la sua cima frondosa".

Disse e, bilanciando l'arma, stava per vibrare colpi di sbieco:

tutta tremò la quercia di Cerere ed emise un lamento;

nel medesimo istante fronde e ghiande insieme cominciarono

a sbiancare ed un pallore si diffuse sui lunghi rami.

Appena l'empia mano ebbe inflitta una ferita al tronco,

dalla corteccia scheggiata fiottò il sangue, così come

sgorga dalla nuca squarciata di un toro possente,

quando vittima immolata stramazza davanti all'altare.

Tutti allibiscono; fra loro solo un temerario cerca

di sventare il sacrilegio, di fermare quella scure impazzita.

Erisìctone lo fissa: "Eccoti il premio del tuo sacro zelo",

gli dice e, rivolgendo il ferro dalla pianta contro l'uomo,

gli mozza il capo; poi torna ad accanirsi contro la quercia,

quando dal cuore del fusto si leva una voce che mormora:

"Sotto questa scorza vive una ninfa, io, prediletta di Cerere,

e in punto di morte io ti predìco che per questo misfatto

il tuo castigo incombe, e ciò mi conforta della mia fine".

Ma lui insiste nella sua infamia, e alla fine, stroncato

da un'infinità di colpi e tirato dalle funi,

l'albero crolla e con la sua mole travolge gran parte del bosco.

Annichilite di fronte alla rovina del bosco e loro,

le Driadi, tutte le sorelle insieme, vestite di nero,

vanno in pianto da Cerere, invocando il castigo di quell'infame.

Lei acconsente e annuendo col suo bellissimo capo,

scuote i campi carichi di messi lussureggianti,

escogitando un genere di pena che muoverebbe a pietà,

se mai si potesse avere pietà di un simile malvagio:

farlo divorare dai morsi della Fame. Ma poiché non può

recarsi da lei in persona (i fati non consentono che Cerere

e Fame s'incontrino), la dea si rivolge a una divinità

minore dei monti, a un'ombrosa Orèade, dicendole:

"C'è nelle estreme contrade della Scizia un luogo gelato,

una terra desolata, sterile, priva d'alberi e di messi;

abitano lì l'inerte Gelo, il Pallore, il Brivido

e la Fame digiuna: ordinale di annidarsi nelle viscere

scellerate di quel sacrilego; profusione di cibo

non la vinca e nella contesa con le mie risorse abbia la meglio!

La lontananza non deve spaventarti; prendi il mio cocchio,

prendi i miei draghi: con le briglie li guiderai lungo il cielo".

E glieli diede. Quella, trasportata attraverso l'aria dal cocchio,

giunse in Scizia, e sulla sommità d'una montagna ghiacciata,

chiamata Caucaso, liberò dai finimenti i colli dei draghi.

E mentre la cercava, scorse in una pietraia la Fame,

intenta a svellere con unghie e denti i rari fili d'erba.

Ispidi aveva i capelli, occhi infossati, viso pallido,

labbra sbiancate dall'inedia, gola rósa dall'arsura,

rinsecchita la pelle, diafana al punto da mostrare le viscere;

ossa scarne spuntavano dalle sue anche spigolose,

del ventre aveva la cavità, non il ventre; il torace sembrava

sospeso, sorretto soltanto dalla colonna dorsale.

La magrezza esaltava le articolazioni, rotule e malleoli

tumefatti sporgevano come gibbosità mostruose.

Quando la vide, l'Orèade, non osando avvicinarsi,

le riferì da lontano il messaggio della dea; e subito,

malgrado si tenesse a distanza e fosse appena arrivata,

sentì i morsi della fame, o così le parve, e allora con le redini,

in volo verso l'Emonia, spinse i draghi sulla via del ritorno.

La Fame, pur contraria per principio all'opera di Cerere,

eseguì l'ordine: si fece portare dal vento nello spazio

sino alla casa indicata, entrò senza indugio nella camera

del sacrilego e, immerso in un sonno profondo

nel cuore della notte, l'avvinse tra le sue braccia e in corpo

gli infuse sé stessa, respirandogli in bocca, in gola, nei polmoni,

e diffondendogli sin nelle vene i morsi della fame.

Assolta la missione, lasciò le regioni fertili del mondo

e tornò alla sua squallida dimora, al suo covo di sempre.

Un molle sonno ancora cullava Erisìctone tra le sue morbide

piume, e nel sogno è assalito dal desiderio di mangiare,

muove a vuoto la bocca, tormentando dente contro dente,

stanca la gola delusa con cibi inesistenti

e in luogo di vivande, senza frutto, divora folate d'aria.

Quando poi si desta, la smania di mangiare divampa furiosa

e domina la gola insaziabile, le viscere in fiamme.

Non può attendere: ciò che produce il mare, la terra, il cielo,

tutto esige e davanti a tavole imbandite geme per inedia,

fra le vivande chiede vivande, e ciò che a intere città,

a un popolo intero potrebbe bastare, a lui, un uomo, non basta:

quanto più ingurgita nel ventre, tanto più lui brama.

Come il mare assorbe i fiumi di tutto il mondo, senza mai saziarsi

d'acqua, e assimila anche le correnti dei luoghi più lontani;

come il fuoco nell'ingordigia sua non rifiuta alimento alcuno,

bruciando un'infinità di tronchi, e più gliene danno,

più ne vuole, reso ancor più vorace dalla quantità;

così la bocca dell'empio Erisìctone inghiotte vivande a iosa

e altre ancora ne reclama; per lui il cibo chiama

cibo: mangia, mangia, ma in lui sempre un vuoto si forma.

Ormai con la sua fame e con l'abisso senza fondo del suo ventre

aveva assottigliato il patrimonio paterno, ma neanche allora

la mostruosa fame s'era attenuata, e la gola implacabile

seguitava a spasimare. Alla fine, divorate le sostanze,

gli restava solo la figlia, che non meritava un padre simile.

In miseria, la vendette; ma lei, nobile, rifiuta un padrone

e in riva al mare, tendendo le mani alle sue onde:

"Liberami dalla servitù," dice, "tu che hai avuto l'onore

di rapirmi la verginità!". Era Nettuno ad averlo avuto.

E lui non resta sordo alla preghiera: benché il padrone, tenendola

sott'occhio, la segua, ne mutò l'aspetto in quello di un uomo,

abbigliandola come si conviene a un pescatore. A quella vista,

il suo padrone l'interpella: "O tu, che sotto un po' di cibo

celi un amo appeso e manovri la tua lenza, t'auguro

che il mare sia calmo, che il pesce sott'acqua sia tanto ingenuo

da accorgersi dell'amo solo quando ha abboccato;

ma dimmi: quella che, mal vestita e coi capelli scomposti,

si trovava su questa spiaggia (ed io l'ho vista che vi si trovava),

dov'è finita? Oltre qui non se ne vedono più le impronte".

Lei capì allora che la grazia del nume aveva avuto effetto

e felice che le chiedesse di sé stessa, così gli rispose:

"Chiunque tu sia, perdonami: non ho mai distolto i miei occhi

da quest'acqua, voltandomi, intento com'ero al mio lavoro.

E se hai dei dubbi, lo giuro sul dio del mare, che m'assista

in questo mestiere: nessuno, eccetto me, da tempo

ha messo piede su questa spiaggia, e tanto meno una donna".

Quello le credette e tornato sui suoi passi, calcando la rena

se ne andò gabbato; e lei riacquistò la forma primitiva.

Ma quando suo padre si rese conto d'avere una figlia

col dono della metamorfosi, la vendette ad altri padroni.

E lei se ne liberava di volta in volta come uccello, vacca,

cavalla o cervo, procurando all'ingordo padre cibi immeritati.

Alla fine, però, quando la violenza del male ebbe bruciato

tutte le risorse, fornendo nuovo alimento alla sua molestia,

Erisìctone, lacerandole a morsi, cominciò a divorarsi

le membra e, con strazio, a nutrirsi rosicando il proprio corpo.

Ma perché mi soffermo sugli altri? Anch'io ho il potere,

o giovani, di mutare il mio corpo, sebbene non più di tanto.

A volte sono come mi vedete, altre mi attorco in serpente;

altre ancora, a capo dell'armento, prendo forza dalle mie corna:

dalle corna, finché ho potuto! Metà della mia fronte ora è priva,

come vedi, di un'arma». E alle parole seguirono i suoi sospiri.

LIBRO NONO

 

 

Teseo, l'eroe caro a Nettuno, chiese ad Achelòo di Calidone

perché gemesse e avesse un corno rotto. E il dio, con i capelli,

semplicemente incoronati d'erbe, così prese a dire:

«Triste grazia mi chiedi. Chi racconta volentieri

le battaglie perdute? Ma te le narrerò punto per punto,

e del resto, più che un'onta la sconfitta, fu un onore combattere

e di grande conforto mi è l'autorità di chi mi vinse.

Forse per sentito dire è giunto alle tue orecchie il nome

di Deianira: era una fanciulla di bellezza senza pari,

desiderata e contesa da molti pretendenti.

Entrato insieme a loro nella dimora del vagheggiato suocero,

così gli dissi: "Scegli me come genero, o figlio di Partàone".

E così disse Alcide. Di fronte a noi gli altri cedettero il campo.

Per sé lui vantava di offrire Giove come suocero e la gloria

delle fatiche che, impostegli da Giunone, aveva superato.

Io ribattei: "Mai sia detto che un dio ceda a un mortale."

(Ercole nume non era ancora.) "In me tu vedi il sovrano

del fiume che, serpeggiando, scorre lungo il tuo regno.

E con me non avrai uno straniero venuto d'oltre confine

come tuo genero, ma uno della tua terra, uno dei tuoi.

Unica cosa, e spero non mi nuoccia: la regina degli dei

non mi odia e nessuno per castigo mi ha imposto fatiche.

In più, figlio di Alcmena, tu che vanti la tua discendenza,

Giove non è tuo padre o lo è per via di una colpa:

per averlo come tale accusi tua madre d'adulterio. Scegli:

preferisci che non lo sia o l'esser nato con vergogna?".

Mentre parlavo, già da un pezzo lui mi fissava con occhi torvi

e acceso d'ira si dominava a stento, finché di botto

mi rispose: "Ho il braccio migliore della lingua:

vincimi pure a chiacchiere, a me basta superarti nella lotta!".

E mi si avventò contro inferocito. Dopo l'arroganza mia,

non potevo più ritirarmi: strappai dal corpo la veste verde,

mettendomi in guardia, le braccia tese, i pugni stretti

davanti al petto, e mi preparai al combattimento.

Lui, raccolta una manciata di polvere, me la getta negli occhi,

e a sua volta, coperto di sabbia d'oro, diviene tutto biondo.

Ora cerca d'afferrarmi il collo, ora le gambe che via gli sfuggono,

o finge d'afferrarmi, e dove gli è possibile m'attacca.

La mia solidità mi protegge e vani riescono i suoi assalti;

come accade a una roccia, che con gran fragore i flutti

investono: immobile resta lì, difesa dal suo stesso peso.

Ci stacchiamo per un attimo, poi di nuovo ci scontriamo in lotta,

saldi nella nostra posizione, decisi a non cedere, piede

puntato contro piede, ed io, curvato in avanti con tutto il petto,

incalzo, dita contro dita, fronte contro fronte.

Allo stesso modo ho visto scontrarsi tori immani,

quando la posta del combattimento è la più bella femmina

di tutto il pascolo: l'armento intorno guarda spaurito,

chiedendosi a chi andrà la vittoria di così vasto dominio.

Tre volte, senza esito, Ercole tentò di respingere

da sé il mio petto che gli resisteva, ma alla quarta

si svincolò, sciolse l'intrico delle braccia intorno a sé

e, dandomi uno strappo con le mani (ho promesso di dire il vero),

d'un tratto mi girò, avvinghiandomi le spalle con tutto il suo peso.

Dovete credermi (sì, non cerco gloria esagerando le cose),

mi sentivo oppresso come se addosso avessi avuto una montagna.

Con gran fatica riuscii infine a insinuare le braccia, grondanti

di sudore, e a sciogliermi dal corpo quella morsa d'acciaio;

ansimavo, ma lui non cedeva, impedendomi di prender fiato;

e mi agguantò alla nuca, costringendomi a toccare il suolo

con le ginocchia, finché, faccia a terra, non morsi la rena.

Battuto sul piano della forza bruta, ricorsi alle mie arti

e gli sgusciai via mutandomi in un lungo serpente.

L'eroe di Tirinto, vedendomi flettere il corpo in spire

sinuose e vibrare con sibili selvaggi la lingua a due punte,

scoppiò in una risata e, beffandosi dei miei trucchi:

"Vincere i serpenti è un gioco che facevo già nella culla,"

disse; "e se anche tu, Achelòo, superassi qualsiasi drago,

cosa potresti essere, da solo, in confronto al mostro di Lerna?

Dalle sue stesse ferite si riformava e, delle cento teste

che aveva, non ce n'era una che si potesse mozzare

senza che sul collo, più sano di prima, due gliene rispuntassero.

E quel mostro, che mutilato si ramificava in nuove serpi

e dalle piaghe ricresceva, io lo domai e, vinto, lo bruciai.

Cosa credi di fare, tu che mutato in finto serpente

sfoggi armi non tue, tu che ti celi sotto una forma illusoria?".

Così disse, e le sue dita si chiusero in alto intorno al mio collo,

come un cappio: soffocavo, come se mi stringesse una tenaglia,

e a viva forza cercavo di sottrarre la gola a quelle mani.

Sconfitto anche così, non mi restava che la foggia minacciosa

di un toro: mutatomi in quello, riprendo la lotta.

Lui dal fianco sinistro mi circonda con le braccia la giogaia

e seguendo il mio slancio mi trascina, m'inginocchia conficcando

le corna nella dura terra e m'abbatte in mezzo alla polvere.

E non basta: mentre m'afferra inferocito un corno, rigido

com'era, lui me lo spezza e lo strappa, mutilandomi la fronte.

Le Naiadi colmano il mio corno di frutti e fiori profumati,

rendendolo sacro, corno prodigioso dell'Abbondanza».

Qui tacque. Una ninfa, che fungeva da ancella, nella veste

succinta di Diana, con i capelli sciolti sulle spalle,

fece il suo ingresso, recando al termine del pranzo il corno

traboccante di tutti i frutti deliziosi dell'autunno.

E spunta l'aurora: appena il primo sole lambisce i monti,

i giovani si congedano. Non attendono che il fiume

ritrovi pace, il suo placido fluire, e che le acque

calino del tutto. L'Achelòo immerge nei flutti

il suo rustico volto e il capo dal corno divelto.

Anche se avvilito per il guasto che gli ha sciupato il volto, lui,

però, è incolume; e lo sfregio sul capo si può sempre celare

con fronde di salice o corone di canne.

Ma a te, feroce Nesso, la passione per quella fanciulla

è costata la vita, trafitto alla schiena da una freccia in volo.

Il figlio di Giove stava tornando alle mura della sua patria

con la giovane sposa, quando giunse alle rapide dell'Eveno.

Il fiume, cresciuto per le bufere invernali, era più del solito

gonfio, pieno di vortici e quasi impossibile da attraversare.

Ad Ercole, che per sé non temeva, ma era in ansia per la moglie,

si accosta Nesso, muscoloso e pratico di guadi:

«Provvedo io, Alcide, a deporre costei sull'altra sponda,»

gli dice. «Tu, con la tua forza, puoi passare a nuoto».

E l'eroe dell'Aonia gli affida la fanciulla sgomenta,

che, pallida in volto, guarda con lo stesso timore il fiume e Nesso.

Poi, così com'era, con addosso faretra e pelle di leone

(clava ed arco allentato li aveva scagliati sulla riva opposta),

dice: «Giunto sin qui, si superi anche questo fiume».

E senza esitazione alcuna, senza cercare il punto più calmo,

rifiutando d'abbandonarsi al flusso della corrente, si tuffa.

Già sull'altra sponda, mentre raccoglie l'arco che aveva scagliato,

sente la moglie che l'invoca e vede Nesso che s'appresta

a sottrargli chi gli aveva affidato: «Dove t'illudi», gli grida,

«di poter fuggire, insolente? Dico a te, mostro biforme!

Ascoltami, non osare strapparmi ciò che m'appartiene!

Se non ti frena il minimo riguardo nei miei confronti, da un coito

illecito dovrebbe almeno distoglierti il supplizio paterno.

Anche se confidi nelle risorse equine, non mi sfuggirai:

non con i piedi, ma con un colpo ti raggiungerò!». Detto questo,

lo prova: scaglia una freccia che trafigge la schiena

al fuggiasco. Con la punta gli esce il ferro dal petto

e quando se lo strappa, da entrambi gli squarci, col pus velenoso

del mostro di Lerna, sgorga a fiotti il suo sangue.

Nesso ne afferra il valore, mormorando fra sé: «Non morirò

senza vendicarmi!», e a colei che voleva rapire, come sprone

all'amore, dona la propria veste intrisa di sangue bollente.

Passò molto tempo, durante il quale il grande Ercole

riempì il mondo delle sue gesta, saziando l'odio della matrigna.

Tornato vittorioso da Ecàlia, lui stava per rendere grazie

a Giove Cenèo: la Fama, che gode con le sue calunnie

a confondere vero e falso, e che dal nulla si dilata

per forza di menzogna, lo precorse, recando alle tue orecchie,

Deianira, una voce: Ercole si è invaghito di Iole.

L'innamorata ci crede e, atterrita da questa rivelazione,

all'inizio si abbandona al pianto e sfoga avvilita il suo dolore

in un mare di lacrime; ma poi: «Perché mai piango?» si domanda.

«Queste lacrime faranno soltanto piacere alla mia rivale.

E poiché si farà viva, devo sbrigarmi a inventare qualcosa,

finché sono in tempo e l'intrusa ancora non dispone del mio letto.

Dolermi o tacere? Tornare a Calidone o restarmene qui?

Andarmene di casa o, se non c'è di meglio, accettare la sfida?

E se invece, ricordando d'essere tua sorella, Meleagro,

preparassi una vendetta esemplare e, sgozzando la mia rivale,

dimostrassi cosa può il rancore di una donna oltraggiata?».

Fra un pensiero e l'altro vacilla la sua mente, ma fra tutti

sceglie di mandare ad Ercole la veste intrisa del sangue

di Nesso, perché ridia forza all'amore che langue,

e all'oscuro della propria rovina, l'affida a Lica, che ignora

cosa reca, incaricandolo con le sue blandizie, sventurata,

di consegnare quel dono al marito. Ercole prende la veste

e senza saperlo indossa il veleno dell'idra di Lerna.

Mentre pregando spargeva incenso sul fuoco appena acceso

e dal calice versava vino sugli altari di marmo,

il veleno, sciolto al calore delle fiamme, prese forza

e colandogli sul corpo si disperse per tutte le sue membra.

Finché poté, col suo solito coraggio represse i gemiti;

ma quando intollerabili divennero le sofferenze,

rovesciò gli altari e con le sue urla riempì le selve dell'Eta.

Senza indugio tenta di strapparsi di dosso la veste mortale:

dove la tira, tira anche la pelle e, orribile a dirsi, la veste

resta incollata al corpo malgrado gli sforzi per staccarla,

o gli lacera le carni mettendo a nudo le sue ossa enormi.

E il sangue stride, come lama incandescente immersa

in acqua gelida, e si secca al fuoco del veleno.

Non c'è rimedio: avide le fiamme divorano il petto,

un sudore livido scorre su tutto il suo corpo,

combusti stridono i tendini, e lui, con le midolla sfatte

da quella peste occulta, levando le mani al cielo:

«Nùtriti della mia sventura, figlia di Saturno!» grida;

«nùtriti e, contemplando dall'alto, malvagia, questo strazio,

sazia il tuo cuore feroce! Ma se anche a un nemico strappo pietà

(e dico a te!), troncami questa vita in preda ai tormenti più atroci,

una vita odiosa, nata solo per i travagli.

Un dono mi sarà la morte, un dono che s'addice a una matrigna!

Non fui io a domare Busìride che lordava i templi

col sangue degli stranieri? a privare il malvagio Anteo delle forze

che gli infondeva sua madre? a fronteggiare i tre corpi

del pastore d'Iberia o i tuoi tre corpi, Cerbero?

Non ho con voi, mani mie, piegato le corna di quel toro immane?

con voi compiuto le imprese dell'Elide, della gora di Stìnfalo,

dei boschi del Partenio? in virtù vostra non fu conquistata

la cintura scolpita nell'oro del Termodonte,

non furono conquistati i pomi custoditi dal drago insonne?

Non è a me che non poterono resistere i Centauri

o il cinghiale che devastava l'Arcadia? Non è per me che all'idra

non servì ricrescere dalle ferite, raddoppiando le forze?

E che dire di quando vidi i cavalli del re di Tracia

gonfi di sangue umano e le greppie colme di corpi fatti a pezzi?

a quella vista le distrussi e uccisi padrone e cavalli.

Da queste braccia giace soffocata la belva immane di Nemea,

su queste spalle ho sostenuto il cielo. Stancata si è d'intimare

l'implacabile Giunone: mai io mi son stancato d'eseguire.

Ma una peste inaudita ora m'assale, a cui non si resiste

con valore o armi: nel profondo del mio petto serpeggia un fuoco

che tutto divora e di tutte le membra si nutre.

Eppure Euristeo è vivo e vegeto! E c'è chi crede all'esistenza

degli dei!». Così dice, e piagato si trascina sui gioghi

dell'Eta, come un toro che porti confitta in corpo

una picca, mentre chi l'ha colpito è corso a rifugiarsi.

Gemere l'avresti visto, gridare il proprio sdegno,

tentare di strapparsi ancora una volta la veste,

sradicare tronchi, sfogare la sua rabbia

contro le rocce o tendere le braccia verso il cielo di suo padre.

Ed ecco che scorge Lica nascondersi sconvolto nell'anfratto

d'una rupe; con tutta la collera accumulata dal dolore:

«Lica,» gli grida, «a te dunque devo questo dono mortale?

A te dovrò imputare la mia morte?». Quello, pallido, atterrito,

trema, balbettando attenuanti in sua difesa.

Mentre balbetta e cerca di abbracciargli le ginocchia,

Ercole l'afferra, lo fa roteare tre, quattro volte

e, con più violenza di una fionda, lo scaglia nel mare d'Eubea.

Sospeso nello spazio Lica si congela: come ai venti gelidi

vedi rapprendersi la pioggia, trasformarsi in neve,

e poi in un turbinio condensare i suoi morbidi fiocchi,

che ispessendosi si addensano in grandine, così,

scagliato nel vuoto dalle braccia possenti di Ercole,

esangue per il terrore, senza più una goccia di umore,

Lica, come racconta la leggenda, si trasforma in dura roccia.

Ancor oggi sopra i gorghi profondi del mare d'Eubea affiora

un piccolo scoglio che serba il profilo di forma umana:

i marinai, quasi fosse sensibile, esitano a porvi piede

e lo chiamano Lica. Intanto tu, illustre virgulto di Giove,

tagliati gli alberi, dei quali s'ammantava in vetta l'Eta,

per costruire il rogo, disponi che il figlio di Peante

si prenda l'arco, la capace faretra e le frecce, destinate

a rivedere ancora una volta il regno di Troia, e gli ordini

d'appiccare il fuoco. E mentre le fiamme inghiottono la pira,

sulla sua cima tu stendi la pelle del leone di Nemea

e, appoggiato il capo sulla clava, ti sdrai supino,

con lo stesso volto che avresti se ti adagiassi a banchetto

tra coppe colme di vino e inghirlandato di fiori.

E già impetuosa, divampando tutt'intorno e lambendo il suo corpo,

crepitava la fiamma tra la quieta indifferenza dell'eroe:

sgomento provarono gli dei per il difensore della terra.

E allora, rendendosene conto, Giove Saturnio, lieto in volto,

così a loro si rivolse: «Questo vostro timore mi rallegra,

celesti, e dal profondo del cuore mi congratulo con me stesso

d'esser chiamato signore e padre di una stirpe riconoscente

e perché la mia progenie può contare sul vostro affetto.

E anche se lui se l'è guadagnato con le sue gesta immani,

ve ne sono grato ugualmente. Ma il vostro cuore fedele

non si sgomenti inutilmente, non temete queste fiamme!

Colui che tutto vinse, vincerà anche il fuoco che vedete,

e non subirà il potere di Vulcano, se non per ciò che è nato

da sua madre; ciò che da me gli viene è eterno, invulnerabile,

non conosce la morte e non c'è fiamma che possa distruggerlo.

Questa essenza, al termine della vita, io l'accoglierò in cielo

e confido che questa mia decisione a tutti gli dei

tornerà gradita. Se tuttavia qualcuno dovesse dolersi

che Ercole divenga un nume, per quanto il premio gli dispiaccia,

dovrà riconoscere che è meritato e suo malgrado approvarlo».

Gli dei assentirono; e anche la regale consorte di Giove

parve non contrariata a quel discorso, salvo alle ultime parole,

che accolse, sentendosi colpita, con volto duro.

Intanto, tutto ciò che era devastabile dalle fiamme,

Vulcano l'aveva distrutto: impossibile riconoscerlo;

di ciò che aveva preso dalla madre il suo aspetto

non conservava più nulla; solo l'impronta di Giove serbava.

Come il serpente, abbandonata con la pelle la vecchiaia,

prende nuovo vigore nello sfavillio delle sue fresche squame,

così l'eroe di Tirinto, lasciate le spoglie mortali,

rinasce con la parte migliore di sé, sembra farsi più grande,

assumendo un'aria sacra e solenne, degna di venerazione.

Il padre, che tutto può, lo nasconde nelle spire di una nube

e con un cocchio a quattro cavalli lo porta fra gli astri radiosi.

Ne avvertì il peso Atlante. Ma il figlio di Stènelo, Euristeo,

ancora in preda all'ira, l'odio che portava ad Ercole, implacabile

lo rivolse contro i suoi figli. E Alcmena d'Argo, tormentata

da tutti quegli assilli, non aveva che Iole per lamentarsi

come fan le vecchie, per raccontare (testimone il mondo)

le imprese del figlio e le proprie croci. Per volontà di Ercole

Illo aveva accolto nel proprio cuore Iole come sposa

e l'aveva fecondata col suo nobile seme.

Alcmena così le parla: «Che almeno a te gli dei siano propizi

e ti abbrevino le doglie, quando al parto invocherai Ilitìa,

la dea delle trepide partorienti, che con me

fu così disumana per far piacere a Giunone.

Nell'imminenza del parto, quando il sole incombeva

sul decimo segno, un gran peso tendeva il mio ventre

e il fardello che dentro vi portavo era tale, da non potersi

dubitare che il padre di Ercole, destinato a tante fatiche,

fosse Giove. Ormai più non resistevo alle doglie del parto

e, anche ora che te ne parlo, un brivido di gelo

percorre il mio corpo, e averne memoria è un po' come soffrire.

Straziata per sette notti e altrettanti giorni,

sfinita dal male, tendendo al cielo le braccia, non feci

che invocare a gran voce Lucina e le dee che agevolano i parti.

Lucina venne, sì, ma, istigata in precedenza contro di me,

con la mira d'immolare la mia vita alla crudele Giunone.

E come udì i miei gemiti, si sistemò su quell'altare,

lì davanti alla porta e, accavallando le gambe, la destra

sulla sinistra, intrecciando le dita a mo' di pettine,

differì il mio parto; poi, pronunciando a mezza voce

formule magiche, con quelle ne bloccò del tutto il corso.

Io mi sforzo e fuor di senno accuso senza ragione Giove

d'essere un ingrato, supplico di morire e mi lamento

con accenti da far piangere i sassi. Le donne di Cadmo

m'assistono, fanno voti e mi rincuorano nella sofferenza.

Mi assisteva anche un'ancella, una ragazza del popolo, Galanti,

bionda di capelli, infaticabile ad eseguire gli ordini,

e che per il suo zelo mi era cara. Lei intuì che per colpa

di Giunone qualcosa stava accadendo, e nel suo andirivieni,

dentro e fuori della porta, vide la dea appostata sull'ara,

che con le dita intrecciate teneva le braccia intorno ai ginocchi,

e le disse: "Chiunque tu sia, rallegrati con la mia padrona;

Alcmena d'Argo ha partorito: esaudito ha la puerpera i suoi voti".

Balzò in piedi la dea dei parti sbigottita

e disgiunse le mani: sciolto il nodo, io partorisco.

Pare che Galanti scoppiasse a ridere per questa beffa,

ma la dea incattivita al suo riso l'afferrò per i capelli

gettandola a terra, e mentre lei cercava di alzarsi,

le inarcò il corpo e le mutò le braccia in zampe.

La sveltezza originaria le rimase qual era e il dorso

non perse il suo colore: è l'aspetto che non è più lo stesso.

Per aver con bocca mendace recato aiuto a una partoriente,

si sgrava dalla bocca e, come prima, frequenta le nostre case».

Tacque e, commossa al ricordo di quell'ancella,

sospirò. A lei, vedendola in pena, così si rivolse la nuora:

«A turbarti è la metamorfosi, madre mia, di una donna

estranea alla nostra famiglia. Ma se ti narrassi l'incredibile

storia di mia sorella, che diresti? Anche se lacrime e dolore

m'intrigano impedendomi di parlare. Drìope era figlia unica

(nostro padre mi ebbe da un'altra donna) ed era per bellezza

la donna più famosa d'Ecàlia. Perduta la verginità

per la violenza subita dal dio che regna su Delfi e su Delo,

fu presa in moglie da Andrèmone, che, dicono, ne fosse felice.

C'è un lago la cui sponda in pendio forma una specie di spiaggia

in leggera salita; un mirteto, in cima, gli fa corona.

Qui era venuta Drìope, ignara della sua sorte, per offrire,

cosa più commovente ancora, ghirlande alle ninfe.

In braccio, dolce fardello, portava un bimbo, che nemmeno

aveva compiuto un anno, e lo nutriva col suo tiepido latte.

Non lontano dallo stagno fioriva, promettendo bacche,

con gli stessi colori della porpora di Tiro, un loto d'acqua.

Drìope ne aveva colto i fiori, per donarli al figlio

come trastullo; ed io pensavo di fare lo stesso

(c'ero infatti anch'io): vidi gocce di sangue cadere

dai fiori e i rami palpitare percorsi da un brivido.

Così, ti dico: come apprendemmo troppo tardi dai contadini,

in quella pianta si era nascosta, per sfuggire alle voglie oscene

di Priàpo, la ninfa Loti, mutando aspetto ma non il nome.

Mia sorella l'ignorava e, mentre atterrita voleva tornarsene

indietro e allontanarsi dalle ninfe che adorava,

i piedi misero radici. Cerca, sì, di svellerli,

ma ne muove solo la parte in alto. Dal suolo, poi, cresce

una corteccia tenera, che a poco a poco avvolge tutto il ventre.

Come se ne accorge, tenta di strapparsi con le mani i capelli,

ma se le ritrova piene di foglie: tutto il capo ne era invaso.

E Anfisso, il bambino (questo era il nome che gli aveva dato

il nonno Èurito), sente il seno della madre indurirsi

e il flusso del latte esaurirsi, malgrado si sforzi di succhiare.

Io assistevo alla tua fine atroce, senza nulla poter fare

per recarti aiuto, sorella mia; cercavo con tutte le forze

di ritardare, abbracciandoti, la crescita del tronco e dei rami:

lo confesso, avrei voluto sparire sotto la stessa corteccia.

Ed ecco qui giungere il marito Andrèmone e il padre in lacrime:

cercano Drìope, Drìope cercano ed io a loro non posso

che mostrare quel loto. Prostrati baciano il legno ancora tiepido,

si aggrappano alle radici di quella pianta che è parte di loro.

E tu, sorella cara, nulla avevi che non fosse albero,

se non il viso: lacrime rigano le foglie spuntate

da quel corpo sventurato; e finché è possibile, finché la bocca

permette un varco alla voce, Drìope sparge nell'aria i suoi lamenti:

"Se anche gli sventurati son degni di fede, giuro sugli dei

di non aver meritato questa infamia: senza colpa ne soffro.

Nell'innocenza sono vissuta; se mento, ch'io mi secchi e perda

tutte le foglie che ho e, tagliata con la scure, mi si bruci.

Ma almeno strappate questo bambino ai rami di sua madre,

affidatelo a una nutrice e fate in modo che sotto il mio albero

beva il suo latte tutti i giorni e sotto il mio albero giochi.

E quando saprà parlare, fate che venga a salutarmi,

mormorando accorato: 'In questo tronco si cela mia madre'.

Ma si guardi dagli stagni e non colga fiori dalle piante:

ricordi che in ogni arbusto può nascondersi il corpo di una dea.

Addio marito mio, addio sorella, padre addio.

Se avete un po' d'affetto, difendete le mie fronde

dai colpi taglienti della falce, dai morsi delle mandrie.

E poiché sino a voi non mi è consentito chinarmi,

tendetevi sino a me per ricevere i miei baci,

finché è possibile baciarci, e sollevate il mio bambino.

Non posso più parlare: una membrana sottile serpeggia

lungo il mio candido collo, serrandomi fin sopra il capo.

Toglietemi dagli occhi le mani: lasciate che sia la corteccia,

non la vostra pietà, a velarmi in punto di morte la luce".

Le labbra smisero di parlare e di esistere: per lungo tempo,

dopo la metamorfosi, i germogli ne serbarono il tepore».

Mentre Iole narrava il prodigioso evento e mentre Alcmena,

accostando le dita, asciugava le lacrime alla figlia di Èurito

(ma anche lei piangeva), un avvenimento inatteso fugò

la loro tristezza. Nell'ampio vano della porta apparve,

quasi fanciullo, con le guance coperte da un'ombra di peluria,

Iolao, restituito alle fattezze dei suoi anni giovanili.

Questo dono glielo aveva concesso Ebe, figlia di Giunone,

vinta dalle preghiere del marito. E stava per giurare

che a nessun altro avrebbe accordato favore uguale,

quando Temi, protestando, le disse: «A Tebe si prepara

una guerra intestina, e Capaneo non potrà esser vinto

che da Giove; pari saranno due fratelli nel darsi la morte;

un indovino, inghiottito dal suolo, vedrà ancora vivo

le ombre dei morti; un figlio con atto insieme virtuoso e criminale,

punirà la madre per vendicare il padre

e, oppresso dal rimorso, fuori di senno, esiliato dalla patria,

sarà braccato dal volto delle Furie e dall'ombra della madre,

finché la moglie non gli chiederà la collana fatale

e la spada di Fegeo non s'immergerà nel corpo del congiunto.

E allora Callìroe, figlia di Achelòo, pregherà l'eccelso Giove

di concedere ai propri figli ancora imberbi un'età più matura,

perché la morte del vendicatore non restasse invendicata.

Commosso, Giove accorderà per primo i doni tuoi, Ebe, figliola

e nuora sua, rendendoli adulti nell'età dell'infanzia».

Quando Temi, che conosce il futuro, giunse al termine

del suo presagio, gli dei in subbuglio si misero a disputare,

chiedendosi irritati perché mai non fosse lecito concedere

ad altri lo stesso dono. La figlia di Pallante si lamenta

che troppo vecchio è suo marito, la mite Cerere che Iasione

incanutisce; Vulcano pretende che Erictonio

torni a vivere da capo; e anche Venere, angustiata dal futuro,

si mette a patteggiare perché ad Anchise si calassero gli anni.

Ogni nume ha qualcuno da proteggere, così il tumulto cresce

in disputa di favori, finché Giove non apre bocca e dice:

«Abbiate un po' di rispetto per me! Siete impazziti?

Qualcuno di voi crede forse di essere così potente

da poter vincere il destino? Per volere del fato è tornato

Iolao a rivivere i suoi anni; per volere del fato i figli

di Callìroe diventeranno adulti, non con intrighi o conflitti.

Anche voi dipendete dal destino, e anch'io, se ciò

può consolarvi. Se avessi il potere di mutarlo,

il mio Èaco non sarebbe ingobbito dal progredire degli anni

e Radamanto avrebbe il dono dell'eterna giovinezza,

come il mio Minosse, che per l'amaro peso della sua vecchiaia

ora è disprezzato e non governa più come un tempo».

Le parole di Giove convinsero gli dei e nessuno

osò lamentarsi, vedendo Radamanto, Èaco e Minosse

stremati dagli anni. E Minosse, finché era stato in pieno vigore,

aveva fatto tremare interi popoli col solo suo nome;

ora, infiacchito, tremava davanti al figlio di Deione,

Mileto, che vantava prestanza giovanile e sangue di Febo;

e pur essendo convinto che costui tramasse un colpo di stato

contro la sua corona, non osava intimargli l'esilio.

Ma fosti tu, Mileto, a decidere la fuga, solcando

il mare dell'Egeo a forza di remi, e a fondare in terra d'Asia

una città che da te, costruttore delle mura, prende il nome.

E qui incontrasti, mentre seguiva le anse della riva paterna,

la figlia del Meandro, che continuamente torna su sé stesso:

Ciànea, una fanciulla dalle forme stupende,

che ti partorì due gemelli, Bibli e Càuno.

Monito è Bibli a voi, fanciulle: amate solo chi è lecito amare.

Bibli, travolta da passione per l'apollineo fratello,

l'amò non come una sorella, ma come non avrebbe dovuto.

In verità, all'inizio lei non comprende il senso di quella fiamma,

non pensa di peccare quando troppo spesso bacia suo fratello,

quando gli getta le braccia intorno al collo, e per lungo tempo

inganna sé stessa col velo artificioso di un semplice affetto.

Ma a poco a poco l'amore si fa strada: per vedere il fratello

si agghinda tutta, troppo brama d'apparirgli bella,

e se al suo fianco ve n'è un'altra più bella, la guarda di mal occhio.

Non ne è consapevole ancora e, oppressa da quel fuoco,

ancora non formula voti, anche se dentro arde tutta.

Comincia, sì, a chiamarlo signore, a odiare i nomi che ne svelano

il sangue, a preferire che lui la chiami Bibli anziché sorella;

però, quando è sveglia, non lascia che il cuore si abbassi

a speranze lascive; quando invece cade in braccio al sonno,

sogna l'oggetto del suo amore, immagina d'unire il suo corpo

a quello del fratello e si fa rossa, benché giaccia addormentata.

Svanito il sonno, a lungo tace, rivive il suo sogno

e col cuore tormentato dai dubbi, mormora fra sé:

«Ahimè, che vuol dire questa visione nel silenzio della notte,

e che vorrei non si avverasse? Perché mai ho fatto questo sogno?

Certo lui, anche ad occhi malevoli, sì, i più malevoli, è bello

e mi piace; se non fosse mio fratello, potrei amarlo,

e di me sarebbe degno; ma il guaio è che sono sua sorella.

Purché io non tenti di commettere simili cose da sveglia,

torni, torni pure la stessa immagine a visitarmi nei sogni!

Non ha testimoni il sonno e il piacere non è lontano dal vero.

O Venere, o Cupido, che voli intorno alla tua tenera madre,

che godimento ho provato, che voluttà autentica m'ha pervaso,

abbandonata al languore, sfibrata sino all'anima.

Che ricordo delizioso, anche se il piacere è stato breve

e fugace la notte per invidia dei nostri disegni.

Oh, se fosse possibile unirsi cambiando nome,

che nuora ideale potrei essere, Càuno, per tuo padre!

e che genero ideale potresti essere tu per il mio!

Volessero gli dei che tutto avessimo in comune,

tranne i nostri vecchi! Io vorrei che tu fossi più nobile di me.

Così invece, splendore mio, renderai madre non so chi,

e per me che, maledetta, ho avuto in sorte i tuoi stessi genitori,

tu non sarai che un fratello: in comune abbiamo soltanto divieti.

Che senso hanno allora le mie visioni? Che peso per me

possiedono i sogni? Ma possiedono un peso i sogni?

Fortunati gli dei! loro possono unirsi alle sorelle.

Saturno sposò Opi, del suo stesso sangue;

Oceano Teti e il re dell'Olimpo Giunone.

Ma gli dei hanno leggi proprie: perché pretendo di uniformare

i costumi umani alle norme del cielo, che son diverse?

O questa passione illecita sarà sradicata dal mio cuore,

o, se non vi riesco, ch'io possa qui morire e, morta,

composta sul letto, lì distesa, venga a baciarmi mio fratello!

Ma è un'unione, questa, che richiede il consenso d'entrambi.

Metti che a me sia gradita: a lui potrà sembrare un'infamia.

Eppure i figli di Eolo non sdegnarono il letto delle sorelle.

Ma dove l'ho appreso? Perché sono ricorsa a questo esempio?

Dove son spinta? Via, lontano da me, fuoco immondo:

solo nel modo concesso a una sorella sia amato il fratello!

Ma se fosse stato lui a innamorarsi di me per primo,

chissà, forse avrei potuto abbandonarmi alla sua passione.

E poiché non l'avrei respinto, se fosse stato lui a cercarmi,

sarò io a cercarlo? Potrai parlargli? potrai aprirti a lui?

Per amore, sì che potrò! o, se il pudore mi chiuderà la bocca,

sarà in segreto una lettera a rivelare il fuoco che nascondo!».

Questa idea le piace e prevale sui dubbi della sua mente.

Si solleva sul fianco e, appoggiata sul gomito sinistro:

«Giudichi lui,» si dice; «confessiamo questo folle amore.

Ahimè, dove rovino? Quali deliri genera la mia mente?».

E, studiando le parole, con mano tremante si mette a scrivere;

la destra stringe lo stilo, l'altra regge la tavoletta vergine.

Comincia ed esita; scrive e si pente di quello che ha scritto;

segna e cancella; corregge, rifiuta e approva;

prende la tavoletta e la depone; la depone e la riprende.

Non sa ciò che vuole, e ciò che ha in mente di fare non le piace;

sul suo volto è dipinta un'audacia mista a vergogna.

Aveva scritto 'sorella'; decide di cancellare 'sorella'

e di incidere sulla cera spianata queste parole:

«Quel bene che, se non sarai tu a darglielo, lei non avrà mai,

a te l'augura chi t'ama. Arrossisco, arrossisco a dire il mio nome!

Se mi chiedi ciò che bramo, avrei voluto trattare la mia causa

senza rivelare il nome ed esser conosciuta come Bibli,

finché certa non fosse l'attuazione dei miei voti.

Ma che il mio cuore fosse ferito potevano indicarteli

il pallore, lo sfinimento, l'espressione e gli occhi, così spesso

velati di pianto, i sospiri emessi senza ragione apparente,

i continui abbracci e i baci che (forse l'hai notato)

non era possibile confondere con quelli d'una sorella.

Io però, pur avendo in cuore una ferita insopportabile,

pur avendo dentro una passione di fuoco, tutto ho fatto

(gli dei mi son testimoni) per giungere a guarire;

a lungo, disperata, ho lottato per sottrarmi alle armi tremende

di Cupido; e ho sofferto pene maggiori di quelle che, a tua mente,

potrebbe sopportare una fanciulla. Ma vinta devo purtroppo

confessarmi e chiedere il tuo aiuto, osando appena confidarvi:

tu sei l'unico che possa salvare o perdere colei che t'ama.

Scegli tu cosa vuoi fare. Non è certo una nemica a pregarti,

ma una donna che, pur legatissima a te, spasima d'esserlo

ancor di più e d'unirsi a te con vincolo ancora più stretto.

Lasciamo agli anziani il verdetto su ciò che è permesso,

su ciò che è lecito o no, indagando e pesando a fondo la legge:

in amore alla nostra età convien essere temerari.

Del resto cosa è lecito? non lo sappiamo: crediamo che tutto

sia permesso, seguendo l'esempio che ci danno gli dei dal cielo.

Non ci fermeranno severità paterna, scrupoli

di buon nome o paura. Ma poi paura di che?

Ai dolci convegni farà da schermo il nome che ci lega:

io sono pur libera di appartarmi con te per parlarti,

stringendoti fra le braccia e baciandoti di fronte a tutti.

E poi che manca? Abbi pietà di chi confessa il suo amore:

non lo confesserebbe se non l'obbligasse una passione estrema.

Non far sì che per la mia morte ti si accusi d'esserne la causa».

Mentre vergava questo vaniloquio, vennero a mancare

le tavolette ormai colme e l'ultima riga fu tracciata in margine.

Subito firma la sua condanna imprimendovi il sigillo

inumidito con le lacrime (la lingua le si era seccata);

e tutta vergognosa chiama uno dei suoi servi; rincuorando

quel tremebondo, gli dice: «Per la fede che mi porti, consegna

questa lettera a mio...» e solo dopo una vita aggiunge: «fratello».

Ma nel dargliele, le tavolette le sfuggono, cadendo a terra.

Pur turbata dal presagio, le manda ugualmente; e l'araldo, colta

l'occasione, avvicina Càuno, porgendogli il messaggio segreto.

Sconvolto, il giovane nipote di Meandro s'infiamma di collera,

getta le tavolette appena ricevute, senza quasi leggerle,

e trattenendosi a stento dallo schiaffeggiare il servo atterrito:

«Finché puoi, sciagurato mezzano d'una lussuria spudorata,

sparisci!» gli grida. «Se la tua fine non trascinasse nel fango

il mio buon nome, me la pagheresti con la vita».

Quello fugge sgomento e riferisce alla padrona la rabbiosa

risposta. Sentendo che Càuno ti respinge, tu, Bibli, allibisci

e il tuo corpo s'impietrisce, invaso da un brivido glaciale.

Ma quando torna la ragione, tornano anche le smanie

e con voce che appena risuona nell'aria, mormora:

«È giusto! perché son stata tanto temeraria da rivelargli

le mie piaghe? perché con tanta fretta ho affidato a una lettera

avventata parole che dovevano restar segrete?

Prima dovevo sondare il suo animo, parlandogli

con frasi ambigue. Per evitare che non mi secondasse,

dovevo controllare che vento spirava, almeno

con qualche vela, e mettermi a navigare solo con mare buono,

mentre ho spiegato tutte le vele al vento, senza averlo saggiato.

Così son sbattuta contro gli scogli e il mare intero mi travolge

rovinandomi addosso, senza aver modo d'invertire la rotta.

Del resto un presagio inequivocabile non mi vietava

d'indulgere al mio amore, quando le tavolette, all'ordine

di portarle, mi caddero, annunciando il crollo delle mie speranze?

Non avrei dovuto mutare giorno o addirittura tutto il piano?

No, no, meglio il giorno: proprio una divinità m'ammoniva,

mi dava segni certi, se cieca non fosse stata la mia mente.

E comunque non dovevo affidarmi a una lettera, ma parlargli

io stessa e di persona rivelargli i miei deliri.

Avrebbe visto le mie lacrime, il volto di chi l'adora;

avrei potuto dirgli più cose di quelle entrate nella lettera.

Potevo gettargli le braccia al collo, anche se non voleva,

e, se m'avesse respinto, far finta d'essere in punto di morte,

abbracciargli le ginocchia e, stesa ai suoi piedi, implorargli la vita.

Tutti i mezzi avrei usato e, se ognuno in sé non avesse potuto

vincere il suo puntiglio, tutti insieme vi sarebbero riusciti.

E forse un po' di colpa ce l'ha pure il servitore che ho mandato:

non deve averlo avvicinato bene, aver scelto il momento

adatto, suppongo, o atteso un'ora in cui avesse la mente sgombra.

Ecco cosa mi ha nuociuto: lui non è nato da una tigre,

il suo cuore non ha l'asprezza d'una pietra, la tempra del ferro

o dell'acciaio, lui non ha succhiato il latte d'una leonessa.

Lo vincerò; tornerò all'attacco e mai avrò posa

di provare e riprovare, finché mi rimarrà un soffio di vita.

Per primo, se mai potessi annullare ciò che ho fatto, non avrei

dovuto cominciare; ma a questo punto devo portarlo a termine.

Del resto neppure lui, anche se rinunciassi alle mie speranze,

potrà mai dimenticare ciò che ho avuto l'impudenza di fare;

e se desisterò, sembrerà che abbia agito da sventata

o che abbia voluto metterlo alla prova tendendogli un'insidia;

comunque penserà ch'io non sia stata vinta dalla tirannia

del nume, che strazia e brucia il mio cuore, ma dalla lussuria.

Infine non posso negare d'aver commesso un'infamia:

gli ho scritto e l'ho supplicato, mostrando intenzioni perverse;

anche se ora mi fermassi, non potrei più dirmi innocente.

Lunga la strada che si frappone ai miei voti, ma breve alla colpa».

Così dice, e tanta confusione e incertezza v'è nella sua mente,

che, pur pentita d'aver tentato, vuol tentare di nuovo, e perde

il senso della misura, esponendosi, ahimè, a continui rifiuti.

Infine Càuno, poiché lei non gli dà tregua, fugge dalla patria

e da quell'abominio e fonda una nuova città in terra straniera.

Allora, sì, la figlia di Mileto perde per l'angoscia

del tutto la ragione, allora, sì, come una furia

si strappa dal petto la veste e si percuote, si dice, le braccia.

Ormai è pazza, non c'è dubbio; parla a tutti della sua speranza

d'amore ed essendole vietata, lascia la patria e i suoi penati

fattisi odiosi, e parte alla ricerca del fratello fuggitivo.

La vedono correre urlando per la distesa dei campi

le donne di Bùbaso, come quando, ossessionate dal tuo tirso,

figlio di Sèmele, le baccanti di Tracia celebrano

ogni tre anni i tuoi riti. Lasciata Bùbaso,

vaga tra i Cari, tra i Lèlegi e per la Licia.

Già s'è lasciata il Crago e il Lìmire alle spalle, i flutti dello Xanto

e l'altura sulla quale abitò Chimera, che dal ventre spira

fiamme e ha petto e muso di leonessa, coda di serpente.

Si diradano i boschi, quando tu, sfinita a forza d'inseguirlo,

cadi e rimani distesa con i capelli sparsi, Bibli,

sulla dura terra e col viso che preme le foglie morte.

Più volte, è vero, con dolcezza le ninfe della terra dei Lèlegi

tentano di sollevarla; più volte, per guarirla dall'amore,

l'incoraggiano, ma a una mente spenta non serve il loro conforto.

Muta giace Bibli, tra le unghie stringe l'erba verde

e inonda tutto il prato d'un mare di lacrime.

Da quelle, si racconta, le Naiadi fecero sgorgare

una polla, che mai si potesse seccare: c'è dono migliore?

Subito, come la resina gocciola dalla corteccia incisa,

o come vischioso trasuda il bitume dal grembo della terra,

o come ai primi lievi soffi del Favonio, l'acqua,

cristallizzata dal gelo, si scioglie al sole,

così struggendosi in lacrime, Bibli, nipote di Febo,

si trasforma in fonte, che ancor oggi in quelle vallate

porta il nome della sua signora e sgorga ai piedi di un leccio scuro.

La notizia di quel prodigio avrebbe forse sconcertato

tutte e cento le città di Creta, se proprio a Creta poco prima

non ne fosse accaduto un altro: la metamorfosi d'Ifi.

Nella regione di Festo, che è vicina al regno di Cnosso,

viveva un certo Ligdo, un plebeo d'oscura famiglia,

ma libero. Non era più ricco di quanto fosse nobile,

ma era sempre vissuto onestamente e senza macchia.

Alla moglie, incinta e ormai vicina al giorno del parto,

costui rivolse questo ammonimento: «M'auguro

due cose sole: che tu partorisca soffrendo il meno possibile

e metta al mondo un maschio. In caso contrario sarebbe un guaio,

perché purtroppo abbiamo pochi mezzi. Perciò, se per malasorte

(e spero non avvenga) tu partorissi una femmina, benché

mi ripugni, ingiungo (il cielo mi perdoni) che venga uccisa».

Questo disse, e fiumi di lacrime rigarono il volto di chi

proferiva l'ordine, come di lei che lo riceveva.

Invano Teletusa pregò e ripregò il marito

di non porre limitazioni al sospirato evento.

Ligdo fu irremovibile. E ormai lei a stento

reggeva il peso del ventre maturo, quando

nel cuore della notte, mentre dormiva, le apparve

davanti al letto, o sognò che le apparisse, la figlia di Ínaco,

accompagnata da tutto il suo séguito. Sulla fronte portava

le corna lunari, con spighe sfavillanti d'oro puro,

e le insegne regali. Al suo fianco latrava Anubi

e c'erano la santa Bubasti, Api dal manto a chiazze,

e il nume che spegne la voce e invita col dito al silenzio.

E poi i sistri, Osiride così a lungo cercato,

e il serpente esotico gonfio di veleno che procura il sonno.

E a Teletusa, che netto tutto vedeva, quasi fosse sveglia,

la dea così parlò: «O tu, che mi sei devota,

smetti di preoccuparti ed eludi l'ordine di tuo marito.

Quando Lucina t'avrà sgravato, non esitare: accogli

come tuo chi nascerà. Io sono una dea pietosa e a chi m'invoca

vengo in aiuto: non potrai dire d'aver pregato

una divinità ingrata». Dato questo consiglio, uscì di camera.

Felice la donna cretese si alzò dal letto e, levando agli astri

le mani senza macchia, pregò che la sua visione s'avverasse.

Poi le doglie crebbero e il feto venne alla luce senza fatica:

era una femmina, ma il padre non lo seppe, e la madre ordinò

che fosse allevata dicendo che era un maschio. Fu creduta

e nessuno fu edotto dell'inganno, se non la nutrice.

Il padre ringraziò gli dei e le impose il nome del nonno:

Ifi, come il nonno appunto. La madre si rallegrò di quel nome

che s'adattava a maschio e femmina, senza creare inganni.

Grazie a questo dolce artificio, la menzogna rimase nascosta:

l'abbigliamento era di un fanciullo; i lineamenti, che li assegnassi

a una femmina oppure a un ragazzo, erano belli in entrambi i casi.

Passarono così tredici anni, quando tuo padre

ti promise in moglie, Ifi, la bionda Iante, figlia

di Teleste del Dicte, ch'era fra quelle di Festo

la vergine più ammirata in virtù della bellezza sua.

Pari d'età e di bellezza, dagli stessi maestri

apprendevano i primi rudimenti della loro educazione.

Fu così che un reciproco amore sbocciò nei loro cuori ingenui

ferendoli entrambi; ma gli auspici erano diversi:

Iante non vede l'ora che venga il tempo delle nozze promesse,

convinta che colei che crede un uomo sarà suo marito;

Ifi spasima per una che sa di non poter mai possedere e

questo aggrava la passione, ardendo lei, vergine, per una vergine.

E trattenendo a stento le lacrime: «Che fine mai farò,» dice,

«presa come sono da una passione, così mostruosa e inaudita,

che mai nessuno ha provato? Se gli dei volevano risparmiarmi,

risparmiarmi dovevano; altrimenti se volevano distruggermi,

m'avessero almeno dato una pena giusta secondo natura!

Non spasima giovenca per giovenca, né cavalla per cavalla;

ma pecora per l'ariete, cerva per il suo cervo.

Così s'accoppiano anche gli uccelli, e fra tutti gli animali

non v'è femmina che sia travolta da delirio per altra femmina.

Vorrei non esistere! È vero che le mostruosità più incredibili

accadono a Creta: la figlia del Sole s'innamorò di un toro,

ma erano pur sempre femmina e maschio. Il mio amore, a dire

il vero, è assai più insensato. E tuttavia lei poté appagare

la sua smania amorosa: con l'inganno, dentro una forma di vacca,

in sé accolse il toro, ed era un amante che veniva ingannato.

Ma anche ammesso che qui si riunissero gli ingegni del mondo intero,

che qui, volando con le sue ali di cera, Dedalo tornasse,

che potrebbe fare? Trasformarmi forse da vergine in ragazzo

con arti occulte? o forse mutare te, Iante?

Perché allora non ti fai coraggio, Ifi, e non torni in te,

liberandoti di questa fiamma sconsiderata e stolta?

Donna sei nata: convinciti, se non vuoi ingannare te stessa,

e aspira a ciò che è lecito, ama quel che deve amare una donna.

È la speranza che affascina, è la speranza a nutrire l'amore.

Ma a te la realtà la nega. Non è un guardiano a impedirti

l'amplesso che brami, non è il controllo di un marito sospettoso

o la severità di un padre; né al tuo desiderio lei si nega,

ma tu non puoi possederla, e anche se tutto andasse come deve,

tu non puoi essere felice, per quanto uomini e dei s'ingegnino.

Fino ad ora non c'è mio desiderio che sia caduto nel vuoto,

e gli dei, benevoli, m'hanno dato tutto quello che han potuto,

e ciò ch'io voglio, lo vuole mio padre, lei stessa e il futuro suocero.

Ma non lo vuole la natura: più potente di tutti costoro,

è la mia sola nemica! Il momento sospirato si avvicina,

arriva il giorno delle nozze, e Iante finalmente sarà mia,

ma averla non potrò: moriremo di sete in mezzo all'acqua.

Perché, Giunone, dea delle nozze, perché, Imeneo, venite

a questa festa? Qui non c'è lo sposo, ma solo due spose».

E spense la sua voce. Ma l'altra vergine non è meno

smaniosa e supplica che tu venga presto, Imeneo.

E Teletusa, temendo ciò che Iante agogna, rinvia la data,

prende tempo fingendo un malore, adducendo presagi e visioni

a pretesto. Ma alla fine non rimangono scuse

da inventare: la data delle nozze, rinviata,

è di nuovo imminente, non resta che un giorno. E allora

a sé e alla figliola lei toglie dal capo la benda che annoda

i capelli, e con le chiome sparse, abbracciata all'ara:

«Iside, che vivi a Paretonio, nei campi di Màrea, di Faro

e in quelli del Nilo, che si dirama in sette foci,

aiutaci, ti prego,» dice, «liberaci dai nostri timori!

Io ti ho vista, o dea, ti ho vista e riconosciuta con le tue insegne

e tutto il resto, il tuo séguito, le fiaccole e il suono

dei sistri, e porto impressi nella mente i tuoi precetti.

Se mia figlia è in vita ed io non sono punita,

è per consiglio e dono tuo. Abbi pietà di entrambe

e portaci soccorso!». Poi in pianto si sciolsero le parole.

Parve che la dea scuotesse il proprio altare (e l'aveva scosso);

tremarono le porte del tempio, sfavillarono corna

simili a falce di luna e risuonò il crepitio dei sistri.

Non ancora tranquilla, ma allietata da quel fausto auspicio,

la madre uscì dal tempio. Al suo fianco Ifi la segue,

ma con passo più lungo di prima; il suo viso non ha più il colore

candido d'un tempo, il corpo si è irrobustito, ed ora i lineamenti

sono più duri e più corta è la chioma sparsa al vento.

C'è più vigore nella sua persona, di quand'era femmina:

tu ch'eri tale, sei ora un maschio. Recate doni ai templi,

esultate con tutta la vostra fede! Portano doni ai templi

e aggiungono un'epigrafe: contiene un solo verso:

'Scioglie un uomo con questi doni il voto, che fece Ifi da femmina'.

Il giorno dopo, quando i raggi del sole illuminarono il mondo,

Venere, Giunone e Imeneo si unirono alla cerimonia

nuziale ed Ifi, il giovane Ifi, conquistò la sua Iante.

LIBRO DECIMO

 

 

Di lì, avvolto nel suo mantello dorato, se ne andò Imeneo

per l'etere infinito, dirigendosi verso la terra

dei Cìconi, dove la voce di Orfeo lo invocava invano.

Invano, sì, perché il dio venne, ma senza le parole di rito,

senza letizia in volto, senza presagi propizi.

Persino la fiaccola che impugnava sprigionò soltanto fumo,

provocando lacrime, e, per quanto agitata, non levò mai fiamme.

Presagio infausto di peggiore evento: la giovane sposa,

mentre tra i prati vagava in compagnia d'uno stuolo

di Naiadi, morì, morsa al tallone da un serpente.

A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta

del Ròdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti,

non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro:

tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse

alla presenza di Persefone e del signore che regge

lo squallido regno dei morti. Intonando al canto le corde

della lira, così disse: «O dei, che vivete nel mondo degl'Inferi,

dove noi tutti, esseri mortali, dobbiamo finire,

se è lecito e consentite che dica il vero, senza i sotterfugi

di un parlare ambiguo, io qui non sono sceso per visitare

le tenebre del Tartaro o per stringere in catene le tre gole,

irte di serpenti, del mostro che discende da Medusa.

Causa del viaggio è mia moglie: una vipera, che aveva calpestato,

in corpo le iniettò un veleno, che la vita in fiore le ha reciso.

Avrei voluto poter sopportare, e non nego di aver tentato:

ha vinto Amore! Lassù, sulla terra, è un dio ben noto questo;

se lo sia anche qui, non so, ma almeno io lo spero:

se non è inventata la novella di quell'antico rapimento,

anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi,

per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno,

vi prego, ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice!

Tutto vi dobbiamo, e dopo un breve soggiorno in terra,

presto o tardi tutti precipitiamo in quest'unico luogo.

Qui tutti noi siamo diretti; questa è l'ultima dimora, e qui

sugli esseri umani il vostro dominio non avrà mai fine.

Anche Euridice sarà vostra, quando sino in fondo avrà compiuto

il tempo che gli spetta: in pegno ve la chiedo, non in dono.

Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo è certo:

io non me ne andrò: della morte d'entrambi godrete!».

Mentre così si esprimeva, accompagnato dal suono della lira,

le anime esangui piangevano; Tantalo tralasciò d'afferrare

l'acqua che gli sfuggiva, la ruota d'Issìone s'arrestò stupita,

gli avvoltoi più non rosero il fegato a Tizio, deposero l'urna

le nipoti di Belo e tu, Sisifo, sedesti sul tuo macigno.

Si dice che alle Furie, commosse dal canto, per la prima volta

si bagnassero allora di lacrime le guance. Né ebbero cuore,

regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla sua preghiera,

e chiamarono Euridice. Tra le ombre appena giunte si trovava,

e venne avanti con passo reso lento dalla ferita.

Orfeo del Ròdope, prendendola per mano, ricevette l'ordine

di non volgere indietro lo sguardo, finché non fosse uscito

dalle valli dell'Averno; vano, se no, sarebbe stato il dono.

In un silenzio di tomba s'inerpicano su per un sentiero

scosceso, buio, immerso in una nebbia impenetrabile.

E ormai non erano lontani dalla superficie della terra,

quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla,

l'innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell'Averno;

cercò, sì, tendendo le braccia, d'afferrarlo ed essere afferrata,

ma null'altro strinse, ahimè, che l'aria sfuggente.

Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero

(di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d'essere amata?);

per l'ultima volta gli disse 'addio', un addio che alle sue orecchie

giunse appena, e ripiombò nell'abisso dal quale saliva.

Rimase impietrito Orfeo per la doppia morte della moglie,

così come colui che fu terrorizzato nel vedere Cerbero

con la testa di mezzo incatenata, e il cui terrore non cessò

finché dall'avita natura il suo corpo non fu mutato in pietra;

o come Oleno che si addossò la colpa e volle

passare per reo; o te, sventurata Letea, troppo innamorata

della tua bellezza: cuori indivisi un tempo nell'amore,

ora soltanto rocce che si ergono tra i ruscelli dell'Ida.

Invano Orfeo scongiurò Caronte di traghettarlo un'altra volta:

il nocchiero lo scacciò. Per sette giorni rimase lì

accasciato sulla riva, senza toccare alcun dono di Cerere:

dolore, angoscia e lacrime furono il suo unico cibo.

Poi, dopo aver maledetto la crudeltà dei numi dell'Averno,

si ritirò sull'alto Ròdope e sull'Emo battuto dai venti.

Per tre volte il Sole aveva concluso l'anno, finendo nel segno

acquatico dei Pesci, e per tutto questo tempo Orfeo non aveva

amato altre donne, forse per il dolore provato, forse

per averne fatto voto. Eppure molte erano le donne ansiose

d'unirsi al poeta, ma altrettante piansero d'essere respinte.

Gli uomini della Tracia poi ne trassero pretesto per stornare

l'amore verso i fanciulli, cogliendo i primi fiori

di quella breve primavera della vita che è l'adolescenza.

C'era un colle, e sul colle una radura pianeggiante

che germogli d'erba coprivano di verde.

Non c'era ombra in quel luogo, ma quando il divino poeta

vi venne a sedere e trasse dalla lira un accordo,

l'ombra lì si diffuse: apparve l'albero della Caonia,

e con quello il bosco delle Eliadi, il rovere svettante,

i tigli flessuosi, il faggio, il vergine alloro,

le fragili avellane, il frassino che serve per le lance,

l'abete senza nodi, il leccio appesantito dalle ghiande,

il platano fastoso, l'acero di diversi colori,

e insieme a loro i salici di fiume, il loto d'acqua,

il bosso sempreverde, le tenere tamerici,

il mirto di due colori e il timo con le sue bacche azzurre.

E voi pure veniste, edere dalle radici aggrovigliate,

e le viti piene di pampini, gli olmi avviluppati di viti,

e ornielli, pìcee, corbezzoli carichi di frutti

rosseggianti, tranquille palme che si danno in premio ai vincitori,

e il pino che si erge con la sua chioma arruffata raccolta in cima,

il pino, caro a Cibele, la madre degli dei, se è vero

che per lei Attis si spogliò del suo corpo per fissarsi in quel tronco.

A questa folla si aggiunse il cipresso, che ricorda il sonno eterno,

albero adesso, ma un giorno fanciullo amato da quel dio

che padroneggia la corda dell'arco e quelle della cetra.

Nelle campagne di Cartea, sacro alle ninfe di quel luogo,

viveva un cervo gigantesco, che con le sue corna

smisurate velava d'ombra profonda il suo stesso capo.

D'oro splendevano le corna, e monili di gemme,

appesi al collo tornito, gli scendevano lungo il petto.

Sulla fronte, legata a un laccetto, gli ciondolava

una borchia d'argento, e sin dalla nascita sulle tempie,

pendendo dalle orecchie, luccicavano due perle.

Rinunciando all'innata timidezza, senza alcun timore

entrava nelle case di chiunque, porgendo il suo collo,

per farsi accarezzare, anche alle mani degli sconosciuti.

Ma più che ad altri era caro a te, Ciparisso, a te,

il più bello della gente di Ceo. Tu lo menavi a sempre nuovi

pascoli, agli specchi d'acqua delle fonti più pure;

tu fra le corna gli intessevi ghirlande di fiori variopinti

oppure, salendogli in groppa, lo cavalcavi pieno di gioia

qua e là, frenando la sua bocca compiacente con briglie di porpora.

C'era una grand'afa sul far del mezzogiorno; alla vampa del sole

ardevano le curve chele del Cancro che ama le spiagge.

Stanco, il cervo adagiò il suo corpo sul terreno erboso,

godendosi la frescura che gli veniva dall'ombra degli alberi.

E qui, senza volere, Ciparisso lo trafisse con la punta

del giavellotto: come lo vide morente per l'aspra ferita,

decise di lasciarsi morire. Quante parole di conforto

non gli disse Febo, esortandolo a non disperarsi in questo modo

per l'accaduto! Ma lui non smette di gemere e agli dei,

come dono supremo, mendica di poter piangere in eterno.

Così, esangui ormai per quel pianto dirotto,

le sue membra cominciarono a tingersi di verde

e i capelli, che gli spiovevano sulla candida fronte,

a mutarsi in ispida chioma che, sempre più rigida,

svetta, assottigliandosi in cima, verso il cielo trapunto di stelle.

Mandò un gemito il nume e sconsolato disse: «Da me sarai pianto

e tu, accanto a chi soffre, piangerai gli altri».

Questo era il bosco adunato da Orfeo, che vi sedeva in mezzo,

circondato da una torma d'animali selvatici e d'uccelli.

E quando, pizzicandole col pollice, ebbe accordato le corde

e sentì che le note, pur nella diversità dei suoni,

erano in giusto rapporto fra loro, diede inizio a questo canto:

«Madre Musa, da Giove (tutto alla sua potestà s'inchina),

fai iniziare il mio canto! Già del suo potere più volte

ho detto: con accenti più solenni ho cantato i Giganti

e i fulmini vittoriosi scagliati sui campi Flegrei.

Ma ora più tenue dovrà essere la lira: cantiamo i fanciulli

amati dagli dei e le fanciulle che, stravolte da passioni

proibite, furono punite per la loro lussuria.

Ci fu una volta che il re degli dei, invaghito di Ganimede,

scovò un essere, diverso da quel che lui era,

in cui preferì mutarsi: un uccello. Ma fra tutti

accettò d'essere solo quello in grado di reggere i suoi fulmini.

Detto fatto, battendo l'aria con penne non sue, rapì

il giovinetto della stirpe d'Ilo, che ancora gli riempie i calici

e gli serve il nèttare, malgrado la stizza di Giunone.

Anche tu, figlio di Amicla, saresti stato posto in cielo

da Febo, se l'avverso destino gli avesse permesso di farlo.

Ma eterno sei, questo sì: ogni volta che la primavera

allontana l'inverno e l'Ariete succede alla pioggia dei Pesci,

ogni volta tu in fiore rinasci tra il verde delle zolle.

Nessuno più di te fu amato da mio padre, e Delfi,

posta al centro del mondo, rimase senza il suo nume tutelare,

finché lungo l'Eurota, a Sparta priva di mura, venne a trovarti

Febo. Più nulla gli importava della cetra e delle frecce:

dimentico di sé stesso, non disdegnava di portare reti,

di custodire i cani, di accompagnarti per le balze di monti

impervi, alimentando con la lunga intimità la sua passione.

E già il sole era a mezza strada tra la notte ormai trascorsa

e quella in arrivo, a uguale distanza dall'una e dall'altra:

Febo e Giacinto si spogliano e, tutti luccicanti d'olio,

danno inizio a una gara di lancio col disco.

Per primo Febo, dopo averlo soppesato, lo scaglia nell'aria

e quello, irrompendo nel cielo, squarcia le nubi che incontra.

Solo dopo lungo tempo ricade per il peso sulla crosta

della terra, mostrando quanto può la perizia unita alla forza.

Sùbito, spinto dal gusto del gioco, senza ragionare,

il fanciullo del Tènaro corre a raccoglierlo; ma la durezza

del suolo all'urto fa rimbalzare il disco proprio contro il tuo volto,

Giacinto. Impallidì il ragazzo e accanto a lui il nume,

che sorregge il corpo afflosciato e cerca in qualche modo,

tamponando la brutta ferita, di farti rinvenire,

di trattenere la vita che fugge con impiastri d'erbe.

Ma non c'è arte che giovi, non c'è rimedio per quella ferita.

Come quando qualcuno in un giardino irriguo calpesta papaveri,

viole o gigli sostenuti dai loro fulvi steli,

quei fiori sùbito appassiscono, reclinando languido il capo,

e volgono, incapaci di reggersi, la corolla verso il suolo,

così il volto del morente si piega e il collo, privo di vigore

e ormai per lui un peso insopportabile, gli cade sulla spalla.

"Frodato del fiore di giovinezza, tu, Ebàlide, ti spegni,"

dice Febo, "ed io vedo questa tua ferita che mi accusa.

Specchio del mio dolore, questo sei! Colpevole della tua morte

è questa mano mia, a ucciderti io sono stato!

Ma è una colpa la mia? Sempre che si possa chiamare colpa

l'aver giocato, o chiamare colpa l'averti amato.

Oh, se potessi almeno pagare con la vita e con te

morire! Ma poiché la legge del destino me lo vieta,

sempre nel cuore t'avrò e sempre sulle mie labbra sarai.

Ti celebreranno i miei canti al suono della lira

e in te, rinato fiore, porterai scolpiti i miei lamenti.

Verrà poi un giorno che anche un eroe senz'altri pari

a te si unirà in questo fiore, mostrando sui petali il suo nome."

Mentre aprendo il suo cuore Apollo dice queste cose,

il sangue, che sparso al suolo aveva rigato il prato,

ecco che sangue più non è, e un fiore più splendente della porpora

di Tiro spunta, prendendo la forma che hanno i gigli, solo

che purpureo è il suo colore, mentre argenteo è quello del giglio.

Non ancora contento, Febo, autore di questo onore a Giacinto,

verga sui petali di propria mano il suo lamento: AI AI,

così sul fiore è scritto, lettere che esprimono cordoglio.

Sparta non si vergogna d'aver dato i natali al fanciullo

e ancor oggi l'onora: ogni anno tornano le feste di Giacinto,

che per tradizione si celebrano con solenni processioni.

Ma chiedi ad Amatunte, città ricca di metalli, se sia lieta

d'aver dato i natali alle Propètidi: lo negherebbe,

come d'averli dati un tempo ai Cerasti, così chiamati

perché la loro fronte era guastata da due corna.

Davanti alle loro porte sorgeva l'ara di Giove Ospitale:

il forestiero, che ignaro dello scempio la vedeva macchiata

di sangue, avrebbe potuto credere che vi avessero

sgozzato vitelli di latte o pecore del posto.

Un ospite era invece l'ucciso. Offesa da questi riti infami,

persino la grande Venere stava per lasciare le città

e i campi della sua Ofiusa. "Ma che male hanno mai fatto", disse,

"questi cari luoghi e le mie città? Che colpa ne hanno loro?

Sia piuttosto quest'empia gente a pagarne il fio con l'esilio,

con la morte o con qualcosa che stia tra la morte e l'esilio.

E quale può essere questa pena, se non una metamorfosi?"

Mentre è incerta in cosa mutarli, lo sguardo le cade

sulle corna; pensa che a loro queste possano restare

e trasforma le loro grandi membra in quelle di truci giovenchi.

Ma le dissolute Propètidi giunsero al punto di negare

che Venere fosse una dea. Per l'ira del nume, si dice

che fossero le prime a prostituire il corpo e le grazie loro;

e come persero il pudore e il sangue si seccò nel loro volto,

che fossero mutate, con pochi tratti, in rigide pietre.

Avendole viste condurre vita dissoluta, Pigmalione,

disgustato dei vizi illimitati che natura

ha dato alla donna, viveva celibe, senza sposarsi, e

senza una compagna che dividesse il suo letto a lungo rimase.

Ma un giorno, con arte invidiabile scolpì nel bianco avorio

una statua, infondendole tale bellezza, che nessuna donna

vivente è in grado di vantare; e s'innamorò dell'opera sua.

L'aspetto è quello di fanciulla vera, e diresti che è viva,

che potrebbe muoversi, se non la frenasse ritrosia:

tanta è l'arte che nell'arte si cela. Pigmalione ne è incantato

e in cuore brucia di passione per quel corpo simulato.

Spesso passa la mano sulla statua per sentire

se è carne o avorio, e non vuole ammettere che sia solo avorio.

La bacia e immagina che lei lo baci, le parla, l'abbraccia,

ha l'impressione che le dita affondino nelle membra che tocca

e teme che la pressione lasci lividi sulla carne.

Ora la vezzeggia, ora le porge doni graditi

alle fanciulle: conchiglie, pietruzze levigate,

piccoli uccelli, fiori di mille colori,

gigli, biglie dipinte e lacrime d'ambra stillate

dall'albero delle Eliadi. Le addobba poi il corpo di vesti,

le infila brillanti alle dita e al collo monili preziosi;

piccole perle le pendono dalle orecchie e nastrini sul petto.

Tutto le sta bene, ma nuda non appare meno bella.

L'adagia su tappeti tinti con porpora di Sidone,

la chiama sua compagna e delicatamente,

quasi sentisse, le fa posare il capo su morbidi cuscini.

E venne il giorno della festa di Venere, festa in tutta Cipro

grandissima: già giovenche con le curve corna fasciate d'oro

erano cadute, trafitte sul candido collo,

e fumava l'incenso, quando Pigmalione, deposte le offerte

accanto all'altare, timidamente disse: "O dei, se è vero

che tutto potete concedere, vorrei in moglie" (non osò

dire: la fanciulla d'avorio) "una donna uguale alla mia d'avorio".

L'aurea Venere, presente alla propria festa, coglie il senso

di quella preghiera e, come segno del suo favore, per tre volte

fa palpitare una fiamma, che con la sua punta guizza nell'aria.

Tornato a casa, corre a cercare la statua della sua fanciulla

e chinandosi sul letto la bacia: sembra che emani tepore.

Accosta di nuovo la bocca e con le mani le accarezza il seno:

sotto le dita l'avorio s'ammorbidisce e, perduto il suo gelo,

cede duttile alla pressione, come al sole torna morbida

la cera dell'Imetto e, plasmata dal pollice, si piega

ad assumere varie forme, adattandosi a questo impiego.

Stupito, felice, ma incerto e timoroso d'ingannarsi,

più e più volte l'innamorato tocca con la mano il suo sogno:

è un corpo vero! sotto il pollice pulsano le sue vene.

Allora il giovane di Pafo a Venere rivolge

parole traboccanti di gioia per ringraziarla, e con le labbra

preme labbra che più non sono finte. Sente la fanciulla

quei baci, arrossisce e, levando intimidita gli occhi

alla luce, insieme al cielo vede colui che l'ama.

La dea assiste alle nozze che ha reso possibili. E quando

per nove volte la falce della luna si è chiusa in disco pieno,

la sposa genera Pafo, del quale l'isola conserva il nome.

Da Pafo nacque Cìnira che, se fosse rimasto senza prole,

si sarebbe potuto annoverare fra le persone felici.

Cose orrende canterò. Allontanatevi, figlie, e voi, padri.

Ma se allettati dal mio canto voi restate, voglio

che non mi prestiate fede, che non crediate a ciò che vi racconto,

o, se volete credervi, che anche al castigo voi crediate.

Se poi natura permette che si assista a un tale misfatto,

io mi congratulo con le genti di Tracia e il nostro mondo,

mi congratulo con questa terra per essere distante

dalle contrade che produssero tanta empietà. Sia pure ricca

di amomo la terra di Pancaia, produca, sì, cannella,

profumi, incenso che trasuda dal legno, e tutti i fiori che vuole;

ma la mirra, perché? quest'albero strano non meritava tanto.

Cupido stesso nega, o Mirra, d'averti ferito

con le sue frecce e del tuo crimine scagiona le sue fiaccole.

Con una torcia dello Stige e con serpenti velenosi

fu una Furia ad appestarti. Delitto è odiare il padre,

ma questo amore è delitto peggiore dell'odio. Patrizi e nobili

d'ogni luogo ti desiderano, giovani di tutto l'Oriente

vengono a contendersi la tua mano. Scegline uno fra questi,

Mirra, ma che non sia quell'uno solo che vuoi per marito!

Lei se ne rende conto e cerca di vincere quell'amore infame,

dicendo fra sé: «Dove mi porta l'indole? Cosa sto facendo?

O dei, pietà filiale, vincoli sacri dei parenti, vi supplico:

impedite quest'empietà, opponetevi al mio crimine,

ammesso che sia un crimine. Ma non pare che il rispetto

condanni questa unione. Gli altri animali si accoppiano

senza pensarci e non si ritiene turpe che una giovenca

si faccia montare dal padre; il cavallo sposa la figlia,

il capro si unisce alle capre che ha generato e la stessa femmina

degli uccelli concepisce da chi l'ha concepita.

Felici loro, che possono farlo! Gli scrupoli umani

hanno creato leggi perfide e princìpi astiosi vietano

ciò che natura ammette. Eppure si racconta che vi siano genti

tra cui la madre si accoppia al figlio, la figlia al padre,

e l'affetto tra i congiunti cresce per questo sommarsi d'amore.

Misera me, che non ho avuto in sorte di nascere lì,

ma dove non ho pace. Una continua ossessione, perché?

Via, via, sogni proibiti! Cìnira è degno, sì,

d'essere amato, ma come padre. Se non ne fossi dunque

la figlia, potrei giacere accanto a lui; ora invece,

poiché lui è mio, mio non può essere: nasce da questo legame

di sangue la mia sventura. Se fossi di un altro, sarei più libera.

Vorrei andarmene di qui, lasciare il suolo della patria,

per sottrarmi all'infamia, ma l'ardore del mio male mi trattiene,

perché con tutto il mio amore io possa guardare Cìnira, toccarlo,

parlargli e baciarlo, se altro non mi è concesso.

Perché? oseresti, vergine empia, sperare forse di più?

Ti rendi conto quante leggi e norme tu sovverti?

Vuoi essere rivale di tua madre e amante di tuo padre?

esser chiamata sorella di tuo figlio e madre di tuo fratello?

Non hai timore delle Furie con le chiome nere di serpenti,

che appaiono a chi è in colpa e con torce crudeli si avventano

contro gli occhi e il viso? Ma, visto che il tuo corpo è ancora puro,

non concepire empietà con la mente e non violare

con un amplesso vietato le leggi che ha imposto natura.

Se anche lo volessi, la realtà lo vieta, perché lui è pio,

virtuoso. Oh, come vorrei che il mio stesso furore vibrasse in lui!».

Si era sfogata; ed ecco che Cìnira in dubbio sul da farsi,

tanti sono i pretendenti degni di lei, le chiede,

dopo averle elencato i nomi, di chi vuol essere sposa.

Lei sulle prime tace e, fissando il volto del padre

col cuore in fiamme, gli occhi le si velano di calde lacrime.

Cìnira, credendo che ciò sia dovuto a verginale pudore,

l'esorta a non piangere, le asciuga le guance e s'accosta a baciarla.

Troppo ne gode Mirra, e alla domanda come vorrebbe che fosse

suo marito, "Uguale a te" risponde. Lui l'elogia per ciò che dice,

non comprendendone il senso riposto: "Resta sempre

così rispettosa!". Sentendo nominare il rispetto filiale,

la vergine, sapendosi colpevole, abbassa lo sguardo.

Nel cuore della notte corpi e pensieri sono placati

dal sonno. Ma non dorme la figlia di Cìnira, che, rosa

da un fuoco implacabile, è ripresa dalle sue folli smanie,

e ora si dispera, ora è decisa a tentare, si vergogna

e brama, senza trovar soluzione. Come un grosso tronco

centrato dalla scure, quando non resta che il colpo estremo,

non si sa dove cada, disseminando il terrore,

così la sua mente, fiaccata da tanti tormenti, oscilla

nei dubbi qua e là in balia ora di un senso ora dell'altro.

E altro freno all'amore, altra requie non vede che la morte.

Ecco, la morte: si alza e decide di porre la gola in un laccio.

Dopo aver sistemata la cintura alla sommità dello stipite:

"Addio, amato Cìnira, e chiaro t'appaia perché sono morta!"

dice, e al suo collo esangue adatta il cappio.

Si racconta che il suo mormorio giungesse alle orecchie attente

della nutrice, che sorvegliava la soglia della sua pupilla.

Balza in piedi la vecchia, spalanca la porta, e come vede

quei preparativi di morte, lancia un grido e a un tempo

si percuote, si strappa la veste, sfila il collo dal cappio,

fa a pezzi il laccio. Solo allora si abbandona al pianto,

la stringe fra le braccia, domandandole il motivo di quel cappio.

La fanciulla non fiata, immobile fissa il suolo, angosciata

che per gli indugi il tentativo di darsi la morte sia fallito.

La vecchia insiste e, scoprendosi la canizie e il seno esausto,

la scongiura, per averla nutrita nella culla, di svelarle

la sua pena, qualunque sia. Ma lei elude le domande

girandosi e gemendo. La nutrice però è decisa a sapere

e non si limita a promettere discrezione. "Parla," le dice,

"lascia ch'io t'aiuti. Sono vecchia, è vero, ma non inutile:

se è follia, conosco una donna che la guarisce con erbe e incanti;

se t'hanno fatto il malocchio, un rito magico te l'annullerà;

se collera è dei numi, con sacrifici si può placare.

Cos'altro posso supporre? Nulla ti manca e in casa tua

tutto procede per il meglio, tua madre è viva e così tuo padre."

Mirra, alla parola padre, dal petto emette un profondo sospiro;

eppure la nutrice è ancora lungi dal supporre

un crimine, malgrado intuisca che d'amore si tratta.

Ostinata, la sprona a rivelarle il suo tormento,

qualunque cosa sia, la prende lacrimante in grembo

e stringendola fra le sue deboli vecchie braccia:

"Capisco, sei innamorata," le dice; "ma non temere,

la mia premura ti sarà d'aiuto, e nulla mai saprà

tuo padre". Furibonda insorge Mirra: "Vattene, ti prego, abbi

pietà della vergogna che soffro", le grida, col viso premuto

sui cuscini. Ma lei non le dà tregua. "Vattene," ripete, "o smetti

di chiedere cosa mi strazia! È un'empietà, ciò che tu vuoi sapere."

La vecchia inorridisce, tende le mani tremanti d'anni

e sgomento, si accascia supplice ai piedi della fanciulla,

e ora la blandisce, ora la spaventa perché lei confessi,

minacciando di rivelare il suo tentativo di uccidersi

col cappio, promettendo di aiutarla se le confida chi ama.

Mirra solleva il capo e inonda il petto della sua nutrice

con un mare di lacrime; più volte è sul punto di confessare,

e altrettante si trattiene; poi, nascondendo il volto con la veste

per la vergogna, sospira: "Beata te, mamma, che l'hai sposato!".

Non dice altro e geme. Un brivido di gelo corre per il corpo

della nutrice, che ormai ha capito, fin dentro le ossa, e sul capo

le si rizzano i capelli, arruffando tutta la canizie.

E ora a lungo le parla per scacciare, se può, quella scellerata

passione: la fanciulla sa che quegli ammonimenti sono giusti,

ma è pur decisa a morire, se non può soddisfare quell'amore.

"E vivi allora," le dice, "avrai tuo..." e non osando dire 'padre',

si ammutolisce, ma conferma la promessa con un giuramento.

Le donne del luogo stavano celebrando devote le feste

di Cerere, in cui ogni anno, avvolte in vesti bianche come neve,

offrono alla dea le primizie dei loro raccolti, serti

di spighe, e per nove notti considerano vietato l'amore

e il contatto con l'uomo. Tra la folla vi è Cencrèide,

la moglie del re: anche lei partecipa ai sacri misteri.

Ed ecco che, mentre la legittima consorte diserta il letto,

la nutrice con sciagurato zelo scova Cìnira stordito

dal vino, gli rivela tutto di quell'amore, omettendo il nome, e

vanta la bellezza della fanciulla. Alla domanda di quant'anni

abbia: "L'età di Mirra" risponde, e all'ordine di condurla,

corre da lei esclamando: "Gioisci, figlia mia, abbiamo vinto!".

Non è gioia piena quella che prova l'infelice

vergine: in cuore è presa da un triste presentimento,

ma pur anche gioisce, tanto discordi sono i suoi sentimenti.

Era l'ora in cui tutto tace e, tra le stelle dell'Orsa, Boòte,

volgendo il timone, aveva inclinato il corso del suo carro.

Mirra si avvia al misfatto. Fugge dal cielo la luna dorata,

nuvole plumbee coprono le stelle che dileguano,

priva di luci è la notte. E Icario, con Erìgone immortalata

per l'amor filiale che gli portò, fu il primo a nascondere il volto.

Per tre volte il piede, inciampando, l'ammonisce di ritrarsi,

per tre volte il funebre gufo l'avverte col suo verso di morte.

Ma lei va: le tenebre della notte attenuano la sua vergogna.

Con la sinistra stringe la mano della nutrice, con la destra

esplora a tentoni il buio cammino. E già alla soglia della camera

è giunta, apre la porta, viene introdotta; e a lei tremano

le gambe, mancano le ginocchia, dal volto vita

e sangue si dileguano e, mentre avanza, il coraggio l'abbandona.

Più si avvicina all'infamia, più rabbrividisce, si pente

della sua audacia e vorrebbe non vista potersene fuggire.

Esita, ma la vecchia la tira per la mano e accostandola

al grande letto, nel darla al padre, dice: "Prendila, Cìnira:

ecco, è tua"; e unisce i due corpi nella dannazione.

Lui in quel letto immondo accoglie la carne della sua carne,

e rincuorandola l'aiuta a vincere i suoi timori di vergine.

Forse anche per la sua tenera età, la chiama 'figlia',

e lei 'padre', perché all'incesto nulla mancasse, nemmeno i nomi.

Gravida di suo padre uscì Mirra da quel letto, portandosi

nel ventre maledetto l'empio seme, il frutto della colpa.

La notte successiva l'infamia si ripeté, e ancora, ancora,

finché Cìnira, ansioso di vedere chi fosse l'amante

dopo tanti amplessi, accostò una lampada e insieme scoprì

la figlia e il crimine commesso: ammutolito dal dolore,

dal fodero appeso accanto in un lampo sguainò la spada.

Fuggì Mirra, e col favore delle tenebre a notte fonda

poté sottrarsi alla morte. Vagando in aperta campagna

lasciò l'Arabia ricca di palme e le contrade della Pancaia.

Nove volte riapparve la falce della luna mentre fuggiva,

finché alla fine si fermò sfinita in terra di Saba, reggendo

a stento il peso del suo ventre. E allora non sapendo a chi votarsi,

combattuta tra il timore della morte e il disgusto della vita,

formulò questa preghiera: "Se c'è un dio che ascolta chi ammette

le proprie colpe, questa è, sì, la fine angosciosa che merito,

e non la rifiuto. Ma perché io non profani vivendo i vivi

e morta i trapassati, cacciatemi dal regno di entrambi:

fate di me un'altra cosa, negandomi vita e morte!".

Un dio che ascolta i rei confessi c'è; o almeno un nume che esaudì

l'ultima parte dei suoi voti. Mentre ancora parla,

la terra avvolge le sue gambe, le unghie dei piedi si fendono,

diramandosi in radici contorte, a sostegno di un lungo fusto;

le ossa si mutano in legno e, restando all'interno il midollo,

il sangue diventa linfa, le braccia grandi rami,

le dita ramoscelli; la pelle si fa dura corteccia.

E già, crescendo, la pianta ha fasciato il ventre gravido,

ha sommerso il petto e sta per coprirle il collo:

non tollerando indugi, lei si china incontro al legno

che sale e il suo volto scompare sotto la corteccia.

Ma benché col corpo abbia perduto la sensibilità di un tempo,

continua a piangere e dalla pianta trasudano tiepide gocce.

Lacrime che le rendono onore: la mirra, che stilla dal tronco,

da lei ha nome, un nome che mai il tempo potrà dimenticare.

Ma sotto il legno la creatura mal concepita era cresciuta

e cercava una via per districarsi e lasciare la madre.

A metà del tronco il ventre della madre si gonfia,

tutto teso dal peso del feto. Ma il dolore non ha parole,

la partoriente non ha voce per invocare Lucina.

Tuttavia la pianta sembra avere le doglie, curva su di sé

manda fitti gemiti e tutta è imperlata di stille.

Lucina, impietosita, si ferma davanti a quei rami dolenti,

accosta le sue mani e pronuncia la formula del parto.

Si apre una crepa e dalla corteccia squarciata l'albero fa nascere

un essere vivo, un bimbo che piange: le Naiadi lo depongono

su un letto d'erba e lo ungono con le lacrime della madre.

Persino Invidia ne loderebbe la bellezza: il suo corpo

è come quello dei nudi Amorini dipinti nei quadri;

unica differenza, se volete, la faretra sbarazzina:

ma puoi toglierla a loro, oppure aggiungerla al bambino.

Senza che lo si avverta, vola via come un fulmine il tempo:

niente è più rapido degli anni. Quel bambino, figlio di sorella

e nonno, quello che un attimo fa era racchiuso in un tronco,

che un attimo fa hai visto nascere e farsi bellissimo fanciullo,

ormai è un giovane, un uomo, che già supera sé stesso in bellezza,

che piace persino a Venere e vendica la passione materna.

Mentre baciava sua madre, Cupido le scalfì senza volere

il petto con una freccia che sporgeva dalla faretra:

offesa, Venere scostò con la mano il figlio, ma la ferita,

ingannando persino lei, era profonda, anche se non pareva.

Sedotta dalla bellezza di Adone, delle spiagge di Citera

non le importa più nulla, ignora Pafo cinta dal mare profondo,

la pescosa Cnido e Amatunte piena di metalli;

diserta persino il cielo: al cielo preferisce quel giovane.

Gli sta accanto, l'accompagna ovunque; lei, avvezza a godersi

l'ombra per curare e accrescere la propria bellezza,

ora si aggira per gioghi e selve, tra rocce e cespugli spinosi,

con la veste succinta oltre il ginocchio così come Diana,

e aizza i cani, inseguendo animali di facile preda:

lepri che schizzano via, cervi dalle corna eccelse,

oppure camosci. Si guarda invece dai forti cinghiali,

evita i lupi predatori, gli orsi muniti di artigli

e i leoni che si sfamano facendo strage di armenti.

E invita anche te, Adone, a temerli, sperando che possa

giovarti l'ammonimento: "Sii prode con gli animali che fuggono!"

ti dice. "Il coraggio con quelli coraggiosi è pieno di pericoli.

Non essere temerario, ragazzo, con rischio anche mio;

non sfidare belve a cui natura ha dato armi d'offesa:

la tua gloria mi costerebbe cara! L'età tua,

la bellezza e ciò che ha incantato me, Venere, non incantano

i leoni, i cinghiali irsuti, gli occhi e il cuore delle belve.

I crudeli cinghiali hanno il fulmine nelle zanne adunche;

violenta e smisurata è l'ira dei fulvi leoni:

una razza che detesto." E a lui che le chiede perché mai, risponde:

"Te lo dirò: ti stupirà il prodigio che punì una vecchia colpa.

Ma questa insolita fatica mi ha stancata: guarda,

guarda quel pioppo: con la sua ombra ci invita a rilassarci

e l'erba ci offre un giaciglio. Qui voglio con te riposarmi".

E a terra, sull'erba, si adagia, stringendosi al giovane;

poi col capo posato sul petto di Adone, che è steso supino,

alternando baci alle parole, così racconta:

"Avrai forse sentito dire di una donna che vinceva

nelle gare di corsa gli uomini più veloci. Non è una favola:

li vinceva davvero. E non avresti saputo dire se fosse

più ammirevole per la sua destrezza o il dono della sua beltà.

A lei, che lo consultava sulle nozze, l'oracolo rispose:

'Tu non hai alcun bisogno di un marito, Atalanta. Evitalo!

Ma purtroppo non vi sfuggirai e, viva, non sarai più te stessa'.

Atterrita da quel responso, va a vivere sola nell'intrico

dei boschi e si sbarazza della petulanza dei suoi pretendenti

con questa dura condizione: 'Nessuno potrà avermi, se prima

non m'avrà vinto nella corsa. Misuratevi con me:

chi sarà veloce abbastanza, avrà in premio me come sposa;

i lenti pagheranno con la morte. Questo è il patto della gara'.

Spietata, certo; ma, tale è lo stimolo della bellezza,

che una folla è quella che accetta di affrontare il patto per averla.

Fra questa, spettatore di quella folle corsa, sedeva Ippòmene,

che aveva detto: 'Possibile rischiare tanto per una moglie?'

e aveva biasimato il fanatismo dei giovani spasimanti.

Ma quando lei, sciogliendo la veste, mostrò il suo corpo splendido

(come il mio o il tuo, se tu divenissi femmina),

rimase sbalordito e levando le mani esclamò: 'Perdonatemi,

voi che un istante fa rimproveravo! Non sapevo a quale premio

aspiravate!'. E mentre l'ammira, s'infiamma di passione,

si augura che nessuno sia più veloce di lei

e teme per invidia. 'Ma perché non tento la fortuna

e non partecipo anch'io a questa gara?' rimugina.

'Gli dei aiutano gli audaci'. Mentre Ippòmene tra sé

così ragiona, la vergine corre come se avesse le ali.

E lui, giovane dell'Aonia, per quanto stupito di vederla

filare come una freccia degli Sciti, ancor più ne ammira

l'avvenenza, che quella corsa rende ancor maggiore.

Resa alata dall'impeto dei piedi, porta sandali dorati;

fluttuano i suoi capelli sulle spalle d'avorio, come le bende,

con i bordi ricamati, che fasciano le sue ginocchia;

di rosa è soffuso il candore verginale del suo corpo:

così una tenda di porpora, in un atrio di marmo,

trasmette, come un velo d'ombra, al bianco il suo colore.

Mentre l'ospite l'osserva, Atalanta taglia vittoriosa

il traguardo e viene incoronata con un serto festoso.

Gemono gli sconfitti, subendo la pena convenuta.

Ippòmene però non è distolto dalla loro sorte;

si fa avanti e, fissando la vergine in volto, dice:

'Perché cerchi facile gloria vincendo gente incapace?

Gareggia con me e, se la fortuna mi assisterà,

non ti lamenterai d'essere stata vinta da un mio pari.

Mio padre è Megareo di Onchesto, e suo nonno è Nettuno:

perciò io sono pronipote del re degli oceani e il mio valore

non smentisce la stirpe. Se sarò sconfitto, il fatto d'aver vinto

Ippòmene ti procurerà fama grande e imperitura'.

Mentre parla, la figlia di Scheneo lo guarda illanguidita

e più non sa cosa preferire, se vincere o essere vinta.

E pensa: 'Quale dio, nemico della bellezza, vuol perdere

costui, spingendolo a chiedere la mia mano, a rischio

della sua vita preziosa? Non penso di valere tanto!

E non è la sua bellezza a toccarmi (anche se toccarmi potrebbe),

ma il fatto che è ancora un ragazzo. Non mi turba lui, ma l'età sua.

Ma poi, è tanto prode da non tremare al pensiero della morte?

è veramente il quarto nella discendenza dal nume del mare?

e ancora, mi ama e brama di sposarmi sino al punto

di morire, se una sorte crudele dovesse negarmi a lui?

Vattene, straniero, finché puoi; rinuncia a queste nozze di sangue.

Matrimonio crudele è il mio. Nessuna rifiuterà di sposarti,

troverai sicuramente una fanciulla saggia che ti desideri.

Ma perché per te mi angoscio, dopo averne mandati a morte tanti?

Vedrà lui! Che muoia dunque, se la strage di tanti pretendenti

non gli è servita di lezione e in tale disgusto tiene la vita.

Ma allora morirà, perché con me voleva vivere,

e sconterà con una morte ingiusta la colpa d'avermi amato?

La mia vittoria non sarà certo tale da suscitare invidia.

Ma non è colpa mia. Avessi tu almeno il senno di rinunciare!

o, visto che non ragioni più, fossi almeno più veloce!

Oh, che sguardo virgineo in quel suo viso di fanciullo!

Povero Ippòmene, come vorrei che tu non m'avessi mai visto!

Meritavi di vivere; e se più fortunata io fossi,

se un destino inesorabile non m'impedisse le nozze,

tu eri l'unico, che avrei voluto avere accanto nel mio letto'.

Così ragiona, e inesperta com'è, toccata dal suo primo amore,

non sapendo che cosa sia, ama e non si rende conto d'amare.

Già il popolo e suo padre reclamano la gara di rito,

quando con voce concitata il discendente di Nettuno,

Ippòmene, m'invoca dicendo: 'Che Venere mi assista

in questa impresa, assecondando la passione che m'ha infuso!'.

Il vento benigno mi recò quella toccante preghiera

ed io mi commossi, lo confesso: non c'era tempo per gli indugi.

Vi è un campo (Tàmaso lo chiama la gente del luogo),

che è la parte più bella dell'isola di Cipro e che a me

è stato consacrato dagli antichi, i quali vollero

che al mio tempio fosse donato. In mezzo al campo spicca

un albero dalla fulva chioma e dai rami crepitanti d'oro.

Io per caso da lì venivo, portando in mano tre mele d'oro

che avevo colto. Invisibile a tutti fuorché a lui,

mi avvicinai a Ippòmene, addestrandolo all'uso di quelle mele.

Squilli di tromba danno il via: protesi in avanti scattano entrambi

dalla barriera e i loro piedi sfiorano appena la sabbia.

Diresti che potrebbero lambire il mare a piedi asciutti,

correre su un campo giallo di grano senza piegare le spighe.

Urla e applausi incoraggiano il giovane, con gli incitamenti

di chi grida: 'Forza, forza, questo è il momento di attaccare,

Ippòmene! Corri! Mettici tutta la tua forza!

Non esitare, avanti! Vincerai!'. E non si sa se queste grida

facciano più piacere all'eroico Ippòmene oppure ad Atalanta.

Oh, quante volte lei, potendo sorpassarlo, rallentò

e, dopo aver contemplato il suo viso, a malincuore lo lasciò!

Dalla bocca affannata usciva secco il suo respiro

e il traguardo era ancora lontano. Allora l'erede di Nettuno

decise di lasciar cadere uno dei tre frutti.

Si stupì la vergine e, incantata dallo splendore di quel pomo,

deviò dal tracciato e raccolse la sfera d'oro in corsa.

Ippòmene la sorpassa: dalle tribune si leva un applauso.

Lei, correndo veloce, rimedia all'indugio, al tempo

perduto, e di nuovo si lascia il giovane alle spalle.

Rimasta indietro un'altra volta al lancio di un secondo pomo,

lo insegue ancora e lo sorpassa. Non restava che l'ultimo tratto.

'O dea che m'hai offerto il dono', disse, 'd'assistermi è tempo!'

e con tutto il suo vigore lanciò di fianco, al bordo della pista,

quell'oro splendente, perché lei impiegasse più tempo a tornare.

La vergine parve incerta se raccoglierlo o no. Io la costrinsi

a farlo e, quando l'ebbe raccolto, ne accrebbi il peso,

ostacolandola così, oltre che con la sosta, anche col carico.

Ma perché il mio racconto non sia più lungo di quella corsa:

la vergine fu battuta e il vincitore si prese il premio in palio.

Non meritavo, Adone, che lui mi ringraziasse, che mi onorasse

con l'incenso? Scordatosi di me, non solo non mi ringraziò,

ma nemmeno mi offerse incenso. M'assale allora un accesso d'ira:

ferita da quello spregio, per non farmi in futuro ancora offendere,

decido di dare un esempio, aizzando me stessa contro entrambi.

Mentre passavano davanti al tempio, che il nobile Echìone

aveva, nel folto di un bosco, eretto per voto alla Madre

degli dei, il lungo cammino li invogliò a riposarsi.

Lì, ispirata dal mio potere divino, una voglia

inopportuna di accoppiarsi invade all'improvviso Ippòmene.

Vicino al tempio vi era un antro dove la luce filtrava appena,

simile a una grotta con la volta di pietra viva,

consacrato da devozione antica: il sacerdote

aveva lì radunato le statue in legno degli antichi dei.

Ippòmene vi entra, profanando con atto infame il luogo sacro.

Le icone volsero altrove lo sguardo e la Madre turrita

fu sul punto d'affogare i colpevoli nell'onda dello Stige.

Ma la pena le parve irrisoria: così fulve criniere velano

i loro colli un tempo glabri, le dita s'incurvano in artigli,

le braccia si mutano in zampe, il centro di equilibrio

si sposta verso il petto, e con la coda sferzano la sabbia.

Il volto s'inferocisce; non parlano, ma emettono ruggiti;

si accoppiano nelle foreste e, spaventosi per chiunque,

leoni, aggiogati ormai, serrano tra i denti il morso di Cibele.

Tu, amore mio, cerca di evitarli e con loro tutte quelle belve

che non offrono le spalle in fuga, ma il petto per combattere,

perché il tuo ardimento non sia di danno ad entrambi".

Venere l'aveva dunque ammonito e, aggiogati i suoi cigni, in cielo

si era involata. Ma l'ardire non accetta moniti.

Per caso i cani, seguendone col loro fiuto la traccia,

avevano stanato un cinghiale, e il figlio di Cìnira,

mentre stava uscendo dal bosco, lo trafisse al fianco con un colpo.

Fulmineo il truce cinghiale, rotando il grugno, si strappò la picca

intrisa del proprio sangue e, inseguendo Adone, che disorientato

cercava scampo, nell'inguine gli cacciò tutte le zanne,

facendolo stramazzare ormai moribondo sulla bionda rena.

Portata lungo il cielo, sul suo cocchio leggero, dalle ali

dei cigni, Venere non era ancora giunta a Cipro:

da lontano riconobbe il gemito del morente e invertì il volo

dei bianchi uccelli. E come dall'alto intravide il corpo

che in fin di vita si torceva nel suo stesso sangue,

si precipitò giù, strappandosi veste e capelli,

percotendosi il petto con le mani, come non le era costume.

Lamentandosi poi col fato, disse: "No, non potrà la tua legge

disporre d'ogni cosa. Imperituro rimarrà il ricordo,

Adone, del mio lutto: ripetuta ogni anno, la scena

della tua morte testimonierà in eterno il mio dolore.

Ma il tuo sangue si muterà in un fiore. Se a te fu permesso,

Persefone, di trasformare il corpo di una donna in una pianta

di menta profumata, perché mi si dovrebbe rimproverare,

se muto l'eroico figlio di Cìnira?". Detto questo, nel sangue

versò nèttare odoroso e il sangue al contatto cominciò

a fermentare, così come nel fango, sotto la pioggia,

si formano bolle iridescenti. Nemmeno un'ora

era passata: dal sangue spuntò un fiore del suo stesso colore;

un fiore, come quello del melograno, i cui frutti celano

sotto la buccia sottile i suoi semi. Ma è fiore di vita breve:

fissato male al suolo e fragile per troppa leggerezza,

deve il suo nome al vento, e proprio il vento ne disperde i petali».

LIBRO UNDICESIMO

 

 

Mentre con questo canto il poeta di Tracia ammaliava le selve,

l'animo delle fiere, e a sé attirava le pietre,

ecco che le donne dei Cìconi in delirio, col petto coperto

di pelli selvatiche, scorgono Orfeo, dall'alto di un colle,

che accompagnava il suo canto col suono delle corde.

E una di loro, scuotendo i capelli alla brezza leggera,

gridò: «Eccolo, eccolo, colui che ci disprezza!» e scagliò il tirso

contro la bocca melodiosa del cantore di Apollo, ma il tirso,

fasciato di frasche, gli fece appena un livido, senza ferirlo.

Un'altra lancia una pietra, ma questa, mentre ancora vola,

è vinta dall'armonia della voce e della lira,

e gli cade davanti ai piedi, quasi a implorare perdono

per quel suo forsennato ardire. Ma ormai la guerra si fa furibonda,

divampa sfrenata e su tutto regna una furia insensata.

Il canto avrebbe potuto ammansire le armi, ma il clamore

smisurato, i flauti di Frigia uniti al corno grave,

i timpani, gli strepiti e l'urlo delle Baccanti

sommersero il suono della cetra. E così alla fine i sassi

si arrossarono del sangue del poeta, che non si udiva più.

Per prima cosa le Mènadi fecero strage di tutti

gli innumerevoli uccelli, ancora incantati dal canto di Orfeo,

e dei serpenti, delle fiere che erano vanto del suo trionfo.

Poi con le mani grondanti di sangue, contro lui si volsero,

accalcandosi come uccelli che avvistano un rapace notturno

disorientato dalla luce; e il poeta pareva il cervo

condannato a morire all'alba nell'arena, preda

dei cani che l'assediano sul campo. Nel loro assalto gli scagliano

contro i tirsi, virgulti di foglie non certo creati per questo.

Alcune lanciano zolle, altre rami divelti dagli alberi,

altre ancora pietre. E perché armi al loro furore non mancassero,

alcuni buoi, col vomere affondato, aravano lì quella terra,

e non lontano, preparandosi con molto sudore il raccolto,

muscolosi contadini vangavano le dure zolle;

alla vista di quell'orda, costoro fuggirono abbandonando

i loro attrezzi: disseminati sui campi deserti rimasero

così sarchielli, rastrelli pesanti e lunghe zappe.

Quelle forsennate se ne impossessarono e, fatti a pezzi i buoi,

che le minacciavano con le corna, si gettarono a finire

il poeta che, tendendo le braccia, per la prima volta

parlava al vento e nulla, nulla più ammaliava con la sua voce:

come scellerate lo massacrarono, e da quella bocca, o Giove,

ascoltata persino dai sassi e intesa dai sensi delle fiere,

con l'ultimo respiro, l'anima si disperse nel vento.

Ti piansero afflitti gli uccelli, Orfeo, ti piansero branchi di belve,

le rocce immobili e le selve che un tempo seguivano il tuo canto:

senza più foglie, spogli, con la chioma rasa, gli alberi

espressero il loro lutto; e si dice che anche i fiumi crebbero

a furia di piangere, e che Naiadi e Driadi indossarono manti

velati di nero, lasciando spiovere sciolti i loro capelli.

Disperse intorno giacciono le membra: capo e lira li accogliesti

tu, Ebro; è un prodigio: mentre fluttuano in mezzo alla corrente,

la lira, non so come, flebile si lamenta, la lingua esanime

mormora un flebile gemito e flebili rispondono le rive.

Trasportati sino al mare, lasciano il fiume della loro patria

per arenarsi a Metimna sulle coste di Lesbo:

qui un feroce serpente si avventa contro il capo che, gettato

su quella spiaggia straniera, è ancora intriso di gocce fra i capelli.

Ma a quel punto Febo interviene e lo blocca mentre si appresta

a mordere, immobilizzando in roccia quelle fauci

spalancate, pietrificandolo, così com'è, a bocca aperta.

Sottoterra scende l'ombra di Orfeo, e tutti riconosce i luoghi

che aveva visto prima; poi, cercandola nei campi dei beati,

ritrova Euridice e la stringe in un abbraccio appassionato.

Qui ora passeggiano insieme: a volte accanto, a volte lei davanti

e lui dietro; altre volte ancora è invece Orfeo che la precede

e, ormai senza paura, si volge a guardare la sua Euridice.

Bacco però non permise che lo scempio rimanesse impunito:

addolorato per la perdita del cantore dei suoi misteri,

sùbito con grovigli di radici inchiodò nelle selve tutte

le donne di Tracia che avevano partecipato al sacrilegio.

Ad ognuna allungò, là dov'era al termine dell'inseguimento,

le dita dei piedi e ne conficcò le punte nella dura terra.

Come un uccello che posa le zampe sulla rete, con astuzia

occultata dal cacciatore, sentendosi preso si dibatte

e agitandosi convulsamente non fa che stringere le maglie,

così ognuna di loro, quando confitta al suolo vi aderì,

atterrita cercava invano di fuggire, ma tenace

la tratteneva la radice, impedendole i movimenti.

Mentre si chiede dove siano le dita, dove i piedi e le unghie,

vede ognuna salire il legno lungo le sue gambe affusolate,

e nel tentativo di battersi la coscia in segno di dolore,

picchia sul legno: e in legno si trasforma pure il petto,

in legno le spalle, e se tu avessi scambiato le braccia protese

per rami veri, non avresti sbagliato nel giudicare.

Non contento di ciò, Bacco abbandonò anche quelle contrade

e con seguaci più miti si recò nei vigneti del suo Tmolo,

vicino al Pactolo, fiume che a quel tempo non era ancora aurifero

e non era fonte di cupidigia per la sua sabbia preziosa.

Lì si radunò il suo solito séguito di Satiri e Baccanti;

mancava solo Sileno. Barcollante per gli anni e il vino,

l'avevano sorpreso i contadini della Frigia e inghirlandato

l'avevano condotto dal re Mida, che dal tracio Orfeo

e dall'ateniese Eumolpo era stato iniziato ai riti di Bacco.

Riconosciuto il vecchio amico e compagno di culto, Mida,

per la felicità del suo arrivo, aveva indetto una gran festa,

in onore dell'ospite, di dieci giorni e dieci notti.

E già in cielo per l'undicesima volta aveva Lucifero

disperso le stelle, quando, raggiante, nelle campagne di Lidia

giunse il re per riconsegnare Sileno al suo giovane pupillo.

Felice d'aver ritrovato il suo maestro, Bacco invitò Mida

a scegliersi un premio: facoltà lusinghiera, ma pericolosa,

perché il re non se ne avvalse con saggezza, dicendo: «Fa'

che tutto quello che tocco col mio corpo si converta in oro fulvo».

Bacco esaudì il desiderio, sdebitandosi con quel dono, presto

fonte di guai, ma si rammaricò che non avesse scelto meglio.

Lieto, godendo a suo danno, se ne andò via l'eroe di Frigia

e prese a toccare ogni cosa per saggiare la parola data.

Quasi non credendo a se stesso, staccò dal ramo di un basso leccio

una frasca verdeggiante, e quella diventò d'oro.

Da terra raccolse un sasso e anche quello prese il colore dell'oro.

Tocca allora una zolla: al suo magico tocco la zolla diventa

una pepita d'oro; coglie aride spighe di grano:

un raccolto d'oro; stringe un frutto colto da un albero:

lo si direbbe un dono delle Espèridi; se poi accosta

le dita in cima a uno stipite, quello appare tutto sfolgorante.

Persino quando si lava le mani in acqua limpida,

quell'acqua, fluendo dalle sue mani, potrebbe ingannare Dànae.

Immaginando d'oro ogni cosa, non riesce più a nascondere

le sue speranze. E mentre esulta, i servi gli apparecchiano

la tavola, imbandendola di vivande e pane tostato.

Ma, ahimè, ora, come tocca i doni di Cerere

con la mano, quei doni diventano rigidi; se poi

avidamente cerca di lacerare coi denti una vivanda,

appena l'addenta una lamina d'oro ricopre la pietanza;

mischia ad acqua pura il vino del suo benefattore Bacco:

oro liquido gli avresti visto colare in bocca.

Sgomento per quell'inattesa sciagura, ricco e povero insieme,

vuol sottrarsi all'opulenza e odia ciò che aveva un tempo sognato.

Tanta abbondanza non può sedargli la fame, arida di sete

gli arde la gola e, come è giusto, è tormentato dall'odio per l'oro.

E allora, levando al cielo le mani e le braccia brillanti, esclama:

«Perdonami, padre Bacco, ho peccato, ma abbi compassione,

ti scongiuro, liberami da questa fastosa indigenza!».

Mite è il verdetto divino: poiché riconosce d'aver sbagliato,

Bacco lo rende com'era, annullando il dono concesso per obbligo.

E gli dice: «Perché tu non rimanga invischiato nell'oro

mal desiderato, rècati al fiume vicino alla grande Sardi

e cammina in senso contrario alla corrente, verso i gioghi

del monte, finché tu non giunga alla sorgente, e lì,

dove sgorga più intensa, poni il capo sotto gli zampilli

della fonte e lava insieme al corpo la colpa».

Il re ubbidì andando sotto l'acqua: l'aurifera facoltà

colorò la corrente e dal corpo umano passò al fiume.

Ancor oggi le rive, assorbito il germe di quell'antica vena,

si ergono dure e pallide con le loro zolle impregnate d'oro.

Tediato dalla ricchezza, Mida viveva in campagna e tra i boschi,

onorando Pan, che ha la sua dimora negli antri dei monti.

Ma era sempre un essere grossolano e per la testa gli passavano

tali sciocchezze che, come innanzi, gli avrebbero attirato guai.

Dominando dall'alto la vastità del mare, ripido si erge

in altezza il monte Tmolo e con le sue pendici estese, da un lato

si spinge sino a Sardi, dall'altro sino alla minuscola Ipepe.

Qui Pan, un giorno che, vantando alle tenere ninfe i propri carmi,

modulava sulle canne della zampogna un'aria di canzone,

osò spregiare, a suo paragone, la musica di Apollo,

e così giunse (Tmolo come giudice) a una sfida, ahimè, rischiosa.

Assiso sulla sua montagna, il vecchio giudice scostò

gli alberi dalle orecchie; cinse la sua chioma cerulea soltanto

di quercia e con qualche ghianda che pendeva intorno alle tempie;

quindi, rivolto al dio delle greggi, disse: «Il giudice è pronto:

si cominci». E Pan si mise a suonare la sua rustica zampogna,

incantando col suo canto selvaggio Mida, che per caso

gli era accanto. Quand'ebbe finito, il sacro Tmolo rivolse il volto

verso quello di Febo e tutto il bosco ne seguì lo sguardo.

Febo, col capo biondo cinto dall'alloro del Parnaso,

sfiorava il suolo con un mantello sfolgorante di porpora,

e con la sinistra reggeva la cetra tempestata di gemme

e intarsiata d'avorio; nell'altra mano teneva il plettro.

La sua posa rivelava l'artista. E allora col pollice esperto

fece vibrare le corde con tanta dolcezza che, affascinato,

Tmolo invitò Pan a dare vinta dalla lira la sua zampogna.

Il verdetto del venerato monte fu approvato

da tutti; eppure Mida, lui solo, lo biasimò,

definendolo ingiusto. Il dio di Delo non si rassegnò

che quelle stolide orecchie conservassero forma umana,

e così gliele allungò, ricoprendole di peli grigi,

e le rese mobili alla base, perché potessero agitarsi.

Umano rimase il resto: in quell'unica parte fu lui punito,

ritrovandosi con le orecchie di un pigro asinello.

Nel tentativo di nascondere quella vergogna,

Mida cercò di coprire le tempie con una tiara purpurea.

Ma il servo, che era solito tagliargli con la lama i capelli

troppo lunghi, le vide, e smanioso di divulgare la notizia,

non osando rivelare la deformità che aveva scoperto,

eppure non riuscendo a tacere, si appartò e, scavata una buca,

con un filo di voce, mormorando, riferì alle viscere

della terra che razza di orecchie aveva visto al padrone.

Poi seppellì il segreto rivelato, coprendo com'era prima

il terreno, e occultata quella buca, se ne andò alla chetichella.

Ma in quel luogo cominciò a spuntare una fitta macchia

di canne tremule, che in capo a un anno fu tutto un rigoglio

e tradì il seminatore: agitata dalla brezza, riferiva

le parole sepolte, divulgando che orecchie aveva il padrone.

Vendicatosi così, il figlio di Latona lasciò il monte Tmolo

e, volando nell'aria limpida, si fermò prima dello stretto

di Elle, la figlia di Nèfele, nella terra di Laomedonte.

A destra del Sigeo e a sinistra del profondo mare Reteo

c'è un antico altare consacrato al tonante nume degli oracoli.

Da lì Febo vede Laomedonte che sta erigendo le mura

di Troia, appena fondata, e vede che la grande impresa procede

con sovrumana fatica e richiede non poche risorse.

E allora, col nume del tridente e delle profondità marine,

assume sembianze umane e, pattuito un compenso in oro,

edifica le mura per il monarca di Frigia.

L'opera è finita: ma il re nega d'aver concordato un compenso e,

per colmo di perfidia, alla menzogna aggiunge lo spergiuro.

«La sconterai!», gridò il nume del mare e scatenò

cumuli d'acqua contro le spiagge di quell'avara Troia,

inondò la regione come fosse un mare, e ai contadini

tolse ogni loro avere, seppellendo i campi sotto i flutti.

E questa pena non fu sufficiente: pretese anche che la figlia

del re fosse data a un mostro marino. Legata a uno scoglio, Esìone

fu salvata da Ercole, che poi pretese i cavalli promessigli

in premio. Ma come gli venne negato il compenso per l'impresa,

assalì ed espugnò le mura di Troia, due volte spergiura.

E fra i guerrieri, Telamone non ritornò senza onori:

ottenne che sua fosse Esìone. Peleo invece era già famoso

per aver sposato una dea, e se era fiero di suo nonno,

non meno lo era del suocero, poiché se non era il solo ad essere

nipote di Giove, il solo era ad avere in moglie una dea.

A Teti infatti l'anziano Pròteo aveva predetto: «O dea dell'onda,

spòsati: sarai madre di un giovane, che nel pieno delle forze

supererà le gesta del padre e di lui sarà detto più grande».

Allora Giove, perché il mondo nulla avesse più grande di sé,

sebbene in petto covasse una fiamma tutt'altro che tiepida

per la marina Teti, evitò d'accoppiarsi a lei,

e dispose che suo nipote, il figlio di Èaco, lo sostituisse

come amante e si unisse in matrimonio con la vergine del mare.

C'è, nell'Emonia, un'insenatura che s'incurva in forma di falce;

due bracci si stendono avanti e lì, se più profondo fosse il mare,

vi sarebbe un porto; ma l'acqua copre appena il fondo della rena.

La spiaggia è compatta, così che tracce non vi restano,

e non ritarda la marcia o la rende incerta per alghe celate.

A ridosso c'è una macchia di mirti, piena di bacche cangianti,

e al centro una grotta, che non si sa se sia opera di natura

o scavata ad arte (ma è più probabile questo). Qui tu venivi

spesso, Teti, tutta nuda, guidando in groppa il tuo delfino.

Fu qui che Peleo, mentre giacevi vinta dal sonno,

ti sorprese e, poiché tu non cedesti alle sue preghiere, tentò

di violentarti, avvinghiandosi con entrambe le braccia al tuo collo.

E sarebbe riuscito nell'intento, se tu, ricorrendo

alle tue arti, non ti fossi trasformata di continuo;

ma ora tu eri un uccello, e un uccello lui stringeva;

ora eri un albero robusto, e lui a un albero stava aggrappato.

La terza forma che tu assumesti fu quella di tigre striata:

questa volta, atterrito, Peleo sciolse dal corpo le braccia.

E allora si mise a pregare gli dei del mare, spargendo vino

sui flutti, offrendo visceri d'agnello e vapori d'incenso,

finché Pròteo, l'indovino di Càrpato, in mezzo ai gorghi gli disse:

«Figlio di Èaco, l'amplesso che desideri tu l'otterrai;

basta solo che, quando riposa in quell'antro tenebroso,

tu l'avvinca, senza che se ne accorga, con funi ben strette.

E non sorprenderti, se assume l'apparenza di cento figure:

stringila, qual che sia, finché non riassuma il suo vero aspetto».

Così disse Pròteo, nascondendo il volto nell'acqua

e lasciando che i flutti coprissero le sue ultime parole.

Il sole era al tramonto e col suo carro inclinato sfiorava ormai

il mare d'Esperia, quando la bella Nereide, lasciati

gli abissi dell'oceano, entrò nel suo consueto rifugio.

Appena Peleo aggredì il suo corpo immacolato,

lei mutò forma e forma, finché non sentì le membra

immobilizzate e le braccia divaricate ai suoi lati.

Gemendo, allora disse: «Non è senza l'aiuto di un dio che vinci»,

tornò ad essere Teti e a lui si arrese. L'eroe l'abbracciò,

esaudì le sue brame e la rese madre del grande Achille.

Padre felice, felice marito, se tu, Peleo, non avessi

commesso il delitto di sgozzare Foco, d'ogni favore

avresti goduto. Ma per esserti macchiato di sangue

fraterno, fosti cacciato di casa e trovasti rifugio in terra

Trachinia. Qui senza violenza, senza stragi, regnava Ceìce,

che, nato da Lucifero, recava in volto tutto lo splendore

di suo padre; ma in quell'epoca, irriconoscibile e triste,

piangeva la perdita del proprio fratello. Il figlio di Èaco,

quando arrivò, stanco per il proprio travaglio e il lungo viaggio,

lasciati non lontano dalle mura, in una valle ombrosa,

gli armenti e le greggi che portava con sé, entrò in città

seguito da pochi compagni. Poi, non appena fu ammesso

alla presenza del sovrano, offrendo supplichevole

un ramoscello d'ulivo fasciato di bende, spiegò chi era

e di chi fosse figlio. Nascose solo la propria colpa,

mentendo sulla causa dell'esilio, e chiese di trovare asilo

in città o in campagna. E il re di Trachine con voce affabile

così gli rispose: «Anche la gente comune può godersi i beni

che offre il paese, Peleo: il nostro regno non è inospitale.

A questa disponibilità aggiungi i tuoi meriti: sei famoso

e discendi da Giove. Non dilungarti in preghiere:

avrai tutto ciò che vuoi e qualunque cosa vedi,

puoi dirla in parte tua. Volesse il cielo che tu vedessi di meglio!».

E piangeva. Peleo e i suoi compagni chiesero

quale fosse la causa di tanto dolore e lui così rispose:

«Forse quell'uccello, che vive di rapina e tutti gli altri uccelli

atterrisce, voi credete che abbia avuto sempre le penne:

era un uomo un tempo e, tanto è stabile l'indole, già allora

era intrepido, fiero in guerra e pronto alla violenza;

si chiamava Dedalione, nato come me da colui

che desta l'aurora ed esce per ultimo dal cielo.

Io ho il culto della pace e sempre ho cercato d'averla per me

e mia moglie; a mio fratello invece piaceva il rischio della guerra.

Col suo valore sottomise re e popoli;

ora, mutato com'è, sgomina le colombe di Tisbe.

Aveva una figlia, Chìone, che per la sua bellezza eccezionale

aveva già da ragazza, a quattordici anni, mille pretendenti.

Tornando per caso Febo dalla sua Delfi,

e il figlio di Maia, Mercurio, dalla cima del Cillene,

insieme la videro e insieme se ne accesero.

Febo rimanda alle ore della notte il progetto di possederla,

ma l'altro non tollera indugi e tocca le labbra della fanciulla

con la bacchetta ipnotica. A quella magia lei si addormenta

e subisce la violenza del nume. La notte cosparge il cielo

di stelle: Febo si trasforma in vecchia e coglie piaceri già colti.

Quando la gestazione ebbe compiuto il suo dovuto corso,

dal seme del dio alato nacque un fanciullo astuto,

Autòlico, in grado di commettere qualsiasi furfanteria,

sempre pronto a mutare il nero in bianco e il bianco

in nero, degno erede della furbizia paterna.

Da Febo invece (Chìone infatti mise al mondo due gemelli)

nacque Filammone, un genio nel canto e nella cetra.

Ma a Chìone che giovò aver partorito due gemelli, esser piaciuta

a due numi, aver per padre un guerriero e come nonno

un astro lucente? Non nuoce molte volte anche la gloria?

A lei nocque di certo, visto che pretese d'anteporsi a Diana,

criticandone la bellezza. E quella, inferocita

e sconvolta dall'ira, le gridò: "Ti piacerò coi fatti!".

In un lampo curvò l'arco, scoccò con la corda una freccia

e con la sua punta trapassò quella lingua criminale.

Tacque la lingua: più non consentiva voce o impulsi di parole;

lei cercava di parlare, ma col suo sangue si perse la vita.

Ahimè, che strazio, angosciato, provai nel mio cuore di zio

e quante parole di conforto non dissi a mio fratello!

Ma lui le accoglieva come uno scoglio accoglie il mormorio

del mare, piangendo senza respiro la perdita della figlia.

Quando poi ardere la vide sul rogo, quattro volte cercò

di gettarsi tra le fiamme; quattro volte fu trattenuto,

e allora sconvolto si diede alla fuga, precipitandosi

a testa bassa, come un giovenco punzecchiato dai calabroni,

nel deserto dei campi. E già sembrava che corresse più veloce

di un essere umano, come se ai piedi avesse le ali.

Nessuno poté raggiungerlo e, per smania d'uccidersi,

in un lampo salì sulla vetta del Parnaso. Quando dall'alto

di una rupe si gettò giù, Apollo ne ebbe compassione:

lo mutò in uccello e con ali, apparse all'improvviso, lo sostenne

in volo; gli diede becco adunco e curvi artigli per unghie,

e, col coraggio antico, una forza eccezionale rispetto al corpo.

Ora è uno sparviero, a nessuno bene accetto, che infierisce

contro tutti gli uccelli e, come soffre, fa soffrire gli altri».

Mentre il figlio di Lucifero, Ceìce, narra la storia

prodigiosa di suo fratello, ecco che arriva di corsa e ansimante

Onètore, un guardiano delle mandrie di Peleo, e grida:

«Peleo, Peleo, sciagura immensa devo riferirti!».

Peleo gli intima di parlare, qualunque sia la notizia,

e anche Ceìce pende impaurito da quelle labbra tremanti.

E lui racconta: «Avevo spinto i buoi stanchi in seno alla riva,

quando il sole, a metà del suo corso, giunto altissimo in cielo,

vedeva dietro di sé tanta strada quanta ne vedeva avanti.

E gli animali in parte si erano accosciati sulla bionda rena

guardando coricati l'ampia distesa del mare,

in parte a passi lenti si aggiravano vagando per la spiaggia;

altri nuotavano tenendo il collo levato fuori dell'acqua.

Vicino al mare c'è un tempio che non risplende d'oro e marmi,

ma sorge in mezzo all'ombra dei fitti tronchi di un bosco antico.

È sacro a Nèreo e alle Nereidi. Che si tratti di dei del mare

me l'ha detto un marinaio, mentre sul lido stendeva le reti.

Accanto c'è una palude, chiusa intorno da fitti salici,

una palude formata d'acqua marina che ristagna.

Lì con grande fragore e strepito, terrorizzando tutto il luogo,

balza fuori dalla macchia palustre una belva mostruosa, un lupo

con le fauci micidiali coperte di bava e imbrattate

di sangue, con gli occhi iniettati di fiamme corrusche.

Per rabbia e fame si sfrena come una furia, ma è per rabbia

che si fa più feroce. Non si cura solo del proprio digiuno,

di placare la sua spaventosa fame uccidendo qualche bue,

ma colpisce tutta la mandria e tutta, implacabile, la distrugge.

E anche qualcuno di noi, ferito dal suo morso mortale,

rimane ucciso mentre cerca di difendersi. Spiaggia, battigia

e palude rimbombano di muggiti e sono rossi di sangue.

Ma un delitto è perdere tempo, non sono permesse indecisioni:

prima che tutto sia perduto, tutti quanti insieme, avanti,

le armi prendiamo, le armi, e tutti insieme diamogli la caccia».

Così dice il mandriano, ma Peleo non si turba per la perdita:

memore del suo delitto, intuisce che questa disgrazia

è un omaggio reso all'ombra di Foco dalla Nereide sua madre.

Il re dell'Eta ordina ai suoi d'indossare le armature e di prendere

armi d'assalto, e si accinge a partire insieme a loro.

Ma, richiamata dal trambusto, ecco che accorre Alcione,

sua moglie, così com'è, con i capelli ancora in disordine,

ed anzi lì li scompiglia, si getta al collo del marito

e con parole e lacrime lo scongiura d'inviare soccorsi

senza parteciparvi e di salvare insieme la vita d'entrambi.

E a lei il figlio di Èaco: «Giusta e commovente paura, o regina,

ma non temere: la vostra offerta mi basta per esservi grato;

non voglio che si prendano le armi contro un mostro inaudito:

pregare la divinità del mare intendo». C'era un'alta torre

con in cima un fuoco, àncora di salvezza per le navi in pericolo.

Salgono lassù, e da lì vedono con sgomento

la spiaggia disseminata di buoi morti e la belva

micidiale lorda di sangue sul muso e sul lungo pelo.

Allora Peleo, tendendo le mani dalla riva al mare aperto,

prega la cerulea Psàmate di placare la sua ira

e d'essergli propizia. Ma lei non si piega alla voce implorante

del figlio di Èaco; è Teti che, intercedendo per il marito,

ne ottiene il perdono. Il lupo però, eccitato dal gusto

del sangue, benché richiamato, insiste in quell'orribile massacro,

finché, mentre azzanna il collo di una giovenca dilaniata,

lei non lo muta in marmo. Eccetto il colore, conserva

l'aspetto che aveva: ed è proprio il colore di pietra che rivela

come ormai non sia più un lupo e non si debba più temerlo.

Tuttavia il destino non permette che il profugo Peleo

si fermi in questa terra: vagando, l'esule giunge fra i Magneti

e solo qui, grazie ad Acasto d'Emonia, si purga del delitto.

Intanto Ceìce, turbato e col cuore sgomento

per i prodigi subiti dal fratello e che al fratello seguirono,

volendo, come un mortale, per conforto consultare un oracolo,

si accinge a partire per il santuario di Claro: inaccessibile,

per colpa dell'empio Forba e dei Flegi, era infatti quello di Delfi.

Prima, però, confida a te il suo progetto, o fedelissima

Alcione: subito un gelo ti penetra nelle ossa

e un pallore quasi identico a quello del legno di bosso

ti sbianca il volto, diluvi di lacrime ti bagnano le guance.

Tre volte tenta di parlare, tre volte il pianto riga il suo viso,

finché con voce rotta dai singhiozzi, così, spinta dall'affetto,

geme: «Quale mia colpa ha stravolto, amore mio, la tua mente?

Dove mai è finito il bene che prima tu mi volevi?

Puoi dunque andartene tranquillamente abbandonando Alcione?

Desideri darti a lunghi viaggi? Lontana ti sarei più cara?

M'auguro che per terra sia la strada: almeno proverò dolore,

sì, ma non paura; soffrirò, certo, ma senza troppo timore.

È il mare che mi sgomenta, la vista delle sue tristi distese:

anche poco fa ho visto sulla spiaggia rottami di naufragi

e quante volte ho letto nomi su tombe prive di corpo!

E non lasciarti sedurre da folle fiducia al pensiero che Eolo,

il figlio di Ippota è tuo suocero, in grado di imprigionare

la violenza dei venti e di placare il mare quando vuole.

Una volta che, scatenati, i venti s'impossessano del mare,

nulla più gli è vietato, e non c'è terra o uno specchio di mare

che rimanga affidabile: sconvolgono in cielo le stesse nubi

e con mischie selvagge ne sprigionano fuochi abbaglianti.

Quanto più li conosco (e li conosco bene, perché li vedevo

bambina in casa di mio padre), più li ritengo temibili.

Ma se non c'è preghiera, marito mio, che possa distoglierti

dal tuo proposito e sei proprio deciso a partire,

portami con te! Almeno saremo travagliati insieme

e non dovrò temere che la sofferenza; insieme subiremo

ciò che vorrà il destino, insieme solcheremo il vasto mare!».

A questo sfogo e pianto della figlia di Eolo, si commuove

il suo celeste marito: non nutriva per lei minor passione.

Ma non volendo rinunciare all'idea del viaggio per mare

e allo stesso tempo esporre anche Alcione ai suoi pericoli,

si sforza in mille modi di confortare quel cuore impaurito.

Non riesce però a convincerla e allora aggiunge per calmarla

queste parole, le uniche alle quali il suo amore si rassegna:

«Certo per noi eterna è qualsiasi assenza, ma io ti giuro

sul fuoco di mio padre, che se il fato m'accorderà di tornare,

farò ritorno prima che la luna colmi due volte il suo disco».

Quando con questa promessa le accese la speranza del rimpatrio,

ordina che una nave sia tratta dall'arsenale, spinta in mare

e armata senza indugio di tutto punto per la navigazione.

A quella vista, quasi presagendo il futuro, di nuovo

Alcione rabbrividisce, scoppiando in un pianto dirotto,

lo stringe fra le braccia e, disperata, con voce afflitta, alla fine

'Addio' gli dice e con tutto il corpo si accascia al suolo.

E ora, mentre Ceìce vorrebbe indugiare, i marinai

in doppia fila traggono i remi verso il petto robusto,

fendendo i flutti con ritmo uniforme. Alcione leva gli occhi

umidi di pianto e vede il marito, che in piedi sul bordo

della poppa le fa per primo dei segni agitando

la mano, e risponde a quei cenni. Quando dalla riva s'allontana

e l'occhio non riesce più a distinguere i volti, lei,

finché può, segue con lo sguardo lo scafo che fugge. E quando

anche questo, ormai troppo distante, non si distingue più,

fissa ancora la vela che ondeggia sulla cima dell'albero.

Quando poi svanisce anche questa, corre angosciata a gettarsi

sul letto vuoto della sua stanza. Ma letto e stanza le rinnovano

il pianto, rammentandole quanta parte di sé le manchi.

La nave era ormai uscita dal porto e il vento agitava le sàrtie:

i marinai ritirano i remi sospendendoli alle murate,

issano i pennoni in cima all'albero e spiegano

tutte le vele perché accolgano le folate del vento.

Solcando i flutti, la nave era giunta più o meno

a metà della rotta e la terra delle due sponde era lontana,

quando sul far della notte il mare cominciò a biancheggiare

di gonfi cavalloni e l'Euro impetuoso a soffiare più violento.

«Ammainate i pennoni, ammainateli in fretta» grida

il comandante, «e avvolgete intorno all'asta tutta la vela.»

Così comanda, ma la tempesta incombente rende vano l'ordine:

il frastuono del mare non permette d'udirne la voce.

E tuttavia alcuni da sé si affrettano a ritirare i remi,

altri a rinforzare le paratie o a sottrarre le vele al vento;

e v'è chi scarica l'acqua imbarcata, rigettando il mare in mare,

chi abbassa in fretta i pennoni. Ma mentre senz'ordine si lavora,

minaccioso cresce il fortunale e da ogni parte impetuosa

si scatena la furia dei venti, sconvolgendo il mare in burrasca.

Anche il comandante ha paura e ammette lui stesso di non sapere

quale sia la situazione, cosa si debba ordinare o vietare:

tanto grande è il pericolo che supera persino la perizia.

Senza uguali è il frastuono: urla di uomini, stridio di sàrtie,

scrosci di onde che si abbattono su altre onde, tuoni in cielo.

Il mare si gonfia di flutti, sembra raggiungere il cielo

e investire di schizzi persino la cappa delle nubi,

ed ora sollevando dal fondo la bionda rena

prende il suo colore, ora è più nero dell'acqua dello Stige,

poi a volte si distende e biancheggia in un fruscio di spuma.

Anche la nave di Trachine è coinvolta in questa sorte

e ora, portata in alto, sembra che dalla vetta di un monte

guardi giù nelle valli sino in fondo all'Acheronte,

ora, caduta sul fondo con l'arco del mare che la circonda,

sembra dai gorghi infernali guardare in alto il cielo.

Spesso investita al fianco dai marosi manda un gran fragore,

e percossa rimbomba cupa come una rocca squassata

e smantellata da un ariete di ferro o da una balestra.

E come, con violenza accresciuta dallo slancio, contro le lance

e le armi protese si avventano inferociti i leoni,

così i marosi, spinti dalla furia delle raffiche, si avventano

contro l'ossatura della nave e in altezza tutta la sovrastano.

Ormai cedono i cunei e, spogliate del rivestimento di pece,

si allargano le commessure, offrendo un varco ai flutti micidiali.

Ecco che dalle nubi squarciate scrosciano diluvi di pioggia,

e si direbbe che il cielo intero crolli nel mare

e che il mare gonfiandosi salga sino a invadere il cielo.

Sotto gli scrosci grondano le vele e con l'acqua che cade

dal cielo si mischia quella del mare. Non brilla una stella;

tempesta e tenebre raddoppiano la foschia della notte.

Ma la squarciano i fulmini, incendiandola di luci

coi loro bagliori, e le onde divampano ai lampi di quelle fiamme.

Ormai i flutti irrompono dentro lo scafo della nave

e come il soldato più prode dell'intero suo reparto,

dopo avere assalito invano e più volte i bastioni che difendono

una città, alla fine vi riesce e infiammato d'amore di gloria

solo tra mille balza sulle mura e le conquista,

così, dopo che nove volte ondate hanno percosso le fiancate,

la decima, ergendosi ancora più immane, avventa la sua furia

e assalta senza tregua la nave allo stremo, finché, scavalcate

le paratie, si abbatte entrobordo e l'espugna.

E mentre ancora una parte di mare tenta d'assalirla,

un'altra è già dentro. I marinai, tutti, sono in preda al panico,

come in preda al panico è la città, quando una parte del nemico

scalza le mura dall'esterno, mentre un'altra occupa già l'interno.

La maestria non serve, il coraggio vien meno ed ogni flutto

che arriva sembra irrompere scavando morte.

Chi piange, chi è inebetito, chi chiama beati coloro

che avranno sepoltura, chi supplica, fa voti agli dei

e implora aiuto tendendo invano le braccia al cielo

che non si vede. Quello si sovviene di fratelli e genitori,

questo della casa e dei figli, ognuno di ciò che ha lasciato.

Si angoscia Ceìce per Alcione, sulle labbra di Ceìce

non c'è che Alcione, solo lei vorrebbe avere accanto, ma è felice

che sia lontana. Vorrebbe girarsi verso i lidi della patria,

volgere un ultimo sguardo verso la propria casa,

ma dove sia, l'ignora: tanto vertiginosamente ribolle

il mare e tanto è nascosto il cielo dall'ombra che diffondono

le nubi, al punto che la notte appare doppiamente fonda.

Sotto l'assalto impetuoso della bufera l'albero si spezza,

si spezza anche il timone, e l'onda si solleva tronfia, vittoriosa

sulla sua preda, e ricadendo guarda dall'alto le onde ai suoi piedi,

poi piomba giù di schianto, violentissima, come se uno svellesse

dalla base e rovesciasse in mare aperto l'intero Pindo

o tutto l'Ato, e con l'urto e il suo peso sommerge sul fondo

la nave, e con lei quasi tutto l'equipaggio, che, travolto

e coperto dai gorghi, più non torna a galla

e perde, ahimè, la vita. Gli altri si aggrappano ai resti,

ai relitti della nave. Ceìce stesso si regge a un rottame

con la mano che stringeva lo scettro, e invoca, ahimè invano,

suocero e padre. Ma il naufrago, più di tutti, ha sulla bocca

Alcione, la sua sposa: la rivede, pensa a lei,

spera che i flutti sospingano il suo corpo davanti agli occhi suoi,

che il suo cadavere sia tumulato dalle sue mani amorose.

Mentre nuota, ogni volta che i flutti gli permettono d'aprir bocca,

chiama Alcione lontana e ne mormora il nome anche sott'acqua.

Ed ecco che fra i marosi s'inarca un picco d'acqua nera,

si frange e schiantandosi gli sommerge il capo e lo travolge.

Rimase buio Lucifero, senza che si potesse distinguerlo,

quel mattino: poiché dal cielo non gli era permesso

d'assentarsi, aveva velato il suo volto di fitte nubi.

Intanto la figlia di Eolo, all'oscuro di quella immane sciagura,

contava le notti e già preparava con impazienza le vesti

che Ceìce avrebbe indossato e quelle che lei avrebbe portato

al suo ritorno, nel quale, vanamente ahimè, confidava.

E a tutti gli dei offriva devota il suo incenso,

ma più di tutti onorava Giunone, andando davanti all'altare

del suo tempio a pregare per il marito, che più non era,

perché stesse bene, perché tornasse sano e salvo,

perché non s'innamorasse di nessun'altra. E di tante preghiere

quest'ultima era la sola che potesse avverarsi.

Ma la dea non sopportò a lungo d'esser pregata per un morto

e, per allontanare dal suo altare quelle mani luttuose:

«Iride,» disse, «fedelissima mia messaggera,

rècati immediatamente alla reggia soporifera del Sonno

e digli di mandare ad Alcione un sogno, che con l'immagine

di Ceìce morto le riveli ciò che è accaduto in realtà».

Così disse, e Iride, indossato il suo manto di mille colori,

descrivendo un arco nel cielo, andò come le era stato ordinato

alla dimora del re, che è nascosta sotto una coltre di nubi.

Dove stanno i Cimmeri c'è una spelonca dai profondi recessi,

una montagna cava, dimora occulta del pigro Sonno,

nella quale con i suoi raggi, all'alba, al culmine o al tramonto,

mai può penetrare il sole: dal suolo, in un chiarore incerto

di crepuscolo, salgono senza posa nebbie e foschie.

Qui non c'è uccello dal capo crestato che vegli e chiami

col suo canto l'aurora; e non rompono, col loro richiamo,

il silenzio cani all'erta od oche più sagaci dei cani.

Non si ode suono di fiere o di armenti, non di rami mossi

da un alito di vento, non si ode alterco di voci umane.

Vi domina silenzio e quiete. Solo da un anfratto della roccia

sgorga un rivolo del Lete, la cui acqua scivola via

mormorando tra un fruscio di sassolini e concilia il sonno.

Davanti all'ingresso dell'antro fiorisce un mare di papaveri

e un'infinità di erbe, dalla cui linfa l'umida Notte attinge

il sopore per spargerlo sulle terre immerse nel buio.

In tutta la casa non v'è una porta, perché i cardini girando

non stridano; nessuno sta di guardia sulla soglia.

Al centro della grotta si alza un letto d'ebano imbottito

di piume del medesimo colore e coperto di un drappo scuro,

dove con le membra languidamente abbandonate dorme il nume.

Tutto intorno giacciono alla rinfusa, negli aspetti più diversi,

le chimere dei Sogni, tante quante sono le spighe nei campi,

le fronde nei boschi, o quanti i granelli di sabbia spinti sul lido.

Quando la vergine vi entrò, scostando con le mani i Sogni

per poter passare, al fulgore della sua veste s'illuminò

la sacra dimora, e il nume, schiudendo a malapena gli occhi

appesantiti dalla sonnolenza, e ancora ancora ricadendo,

con il mento che ciondoloni gli sbatteva in alto contro il petto,

riuscì finalmente a scuotersi e, sollevandosi sul gomito,

le chiese, avendola riconosciuta, perché mai fosse venuta.

E lei: «Sonno, quiete d'ogni cosa, Sonno, dolcissimo fra i numi,

pace dell'animo, che disperdi gli affanni e rianimi

i corpi oppressi dal lavoro e li ritempri per nuove fatiche,

ordina a un Sogno, che sappia imitare forme vere,

di recarsi a Trachine, la città di Ercole, e presentarsi

ad Alcione con le sembianze di Ceìce, come appare un naufrago.

Lo comanda Giunone». E appena ebbe assolto la missione,

Iride se ne andò, perché più non resisteva al potere

soporifero del luogo: come sentì la sonnolenza invaderle

le membra, fuggì via risalendo l'arco dal quale era venuta.

Allora il Sonno dalla marea dei suoi mille figli

destò Morfeo, un talento nell'assumere qualsiasi sembianza.

Nessun altro più abilmente di lui è in grado d'imitare

l'incedere che gli si chiede, l'espressione e il timbro della voce;

in più vi aggiunge il modo di vestire e le parole che distinguono

quell'individuo. Ma imita soltanto le persone, mentre invece

c'è un altro figlio che diventa fiera, uccello o lunghissima serpe:

gli dei lo chiamano Ícelo, Fobètore i comuni mortali.

Ve n'è poi un terzo, Fàntaso, che si distingue per valentia

diversa: si trasforma con l'inganno in terra, roccia,

acqua o tronco, insomma in qualsiasi cosa inanimata.

Alcuni appaiono di notte a re e condottieri,

altri si aggirano tra la gente del popolo.

Il venerando Sonno tralasciò tutti questi e fra tanti figli

scelse appunto il solo Morfeo per eseguire gli ordini recati

dalla figlia di Taumante. Poi, risciogliendosi in molle languore,

reclinò il capo, sprofondando nelle coltri del suo letto.

Senza fare con le sue ali il minimo brusio, Morfeo volò

attraverso le tenebre e in breve tempo giunse nella città

dell'Emonia; qui, spogliato il suo corpo delle penne,

si trasformò in Ceìce e, assuntone l'aspetto,

livido, cadaverico, senza uno straccio addosso,

si mise davanti al letto dell'infelice Alcione. Madida

sembrava la sua barba e fradici, grondanti d'acqua i suoi capelli.

Poi, chinandosi sul letto, col viso inondato di lacrime,

così disse: «Riconosci Ceìce, moglie mia infelicissima?

O forse la morte mi ha sfigurato? Guardami: mi vedrai, sì,

ma in luogo di tuo marito ne troverai soltanto l'ombra.

A nulla sono valse, Alcione mia, le tue preghiere:

morto sono. Non illuderti ch'io possa tornare: è un'utopia.

Gravido di nubi, l'Austro ha sorpreso la mia nave

sul mare Egeo e soffiando violento l'ha investita e poi distrutta.

I flutti hanno riempito la mia bocca che invano gridava

il tuo nome. Non ti annuncia questa sciagura un messaggero

ambiguo, queste che senti non sono vaghe voci:

sono io, proprio io, morto annegato, a rivelarti la mia sorte.

Suvvia, àlzati, versa le tue lacrime, vèstiti a lutto,

non lasciarmi andare, senza compianto, nel vuoto del Tartaro!».

E Morfeo impiegava una voce che lei non poteva non prendere

per quella del marito; e anche le parve che versasse

lacrime vere e che la mano avesse di Ceìce il gesto.

Nel sonno Alcione si mise a gemere, a lacrimare,

agitò le braccia e, cercando di abbracciare quel corpo, abbracciò

l'aria ed esclamò: «Aspetta! Dove mai fuggi? Andremo insieme!».

Turbata dalla propria voce e dal fantasma del marito,

si riscosse dal sonno, guardandosi intorno se chi le era apparso

fosse ancora lì. Richiamati dalle grida, i servitori

erano accorsi con un lume. Lei non trovandolo in nessuno luogo,

si percosse il viso con le mani, dal petto si stracciò la veste

e se lo ferì. Senza nemmeno scioglierli, si strappò i capelli,

e alla nutrice che le chiedeva il perché di tutto quel dolore:

«Alcione non è più, no, non è più!» gridò. «È morta

col suo Ceìce. Risparmiate le parole di conforto!

È perito in un naufragio! L'ho visto, l'ho riconosciuto,

e, mentre si allontanava, gli ho teso la mano per trattenerlo.

Era un'ombra, ma un'ombra inconfondibile, quella di mio marito!

No, non aveva, se proprio vuoi saperlo, il suo solito

volto, e il suo incarnato non aveva più lo splendore di un tempo.

Pallido e nudo, così l'ho visto, ahimè, e coi capelli

ancora bagnati: strappando lacrime qui stava, qui,

proprio qui!», e si mise a cercare se ne fosse rimasta traccia.

«Questo, questo temevo, quasi lo sentisse il cuore,

per questo ti pregai di non lasciarmi, di non affidarti ai venti!

Ma poiché verso la morte partivi, come vorrei che con te

m'avessi portato! Un bene per me sarebbe stato se con te

fossi venuta! Non un solo istante della vita

avrei passato senza di te e non saremmo morti separati.

Ora lontano sono morta, lontano son travolta dai flutti

e senza esserci il mare m'inghiotte. Avrei davvero un cuore

più spietato del mare, se cercassi di protrarre ancora

la mia vita e lottassi per sopravvivere a così gran dolore!

Ma io non lotterò, non ti lascerò solo, sventurato,

e almeno ora ti accompagnerò. Se non un'urna, nel sepolcro

ci unirà almeno un epitaffio; se non toccherò con le mie ossa

le tue, toccherò almeno il nome tuo col mio!».

Altro non le permise il dolore; in ogni parola s'insinuava

il pianto e dal suo cuore sbigottito uscivano profondi i gemiti.

Era il mattino. Uscì di casa per recarsi alla spiaggia e riandò

mesta al luogo da dove aveva assistito alla sua partenza.

Mentre lì indugiava, dicendo: «Qui sciolse gli ormeggi,

qui, su questa spiaggia, mi baciò prima di partire»,

e mentre, al richiamo dei luoghi, ricordava ogni singolo evento

e scrutava il mare, vide fluttuare in lontananza a filo d'acqua

qualcosa che sembrava un corpo. All'inizio non si capiva bene

che cosa fosse, ma quando l'onda l'ebbe sospinto più vicino e,

malgrado la distanza, apparve chiaro che si trattava di un corpo,

lei, pur non sapendo chi fosse, davanti al naufrago si commosse

e come se piangesse uno sconosciuto: «Ahimè, chiunque tu sia,

misero te e tua moglie, se ne hai una», disse. Spinto dai flutti

quel corpo si avvicinò ancora, e quanto più lo guardava

tanto più la sua mente si smarriva. E ormai così vicino

è alla riva che, osservandolo, lei può riconoscerlo:

era il marito. «È lui!» grida e a un tempo si lacera

viso chioma e veste, e tendendo le mani tremanti

verso Ceìce, mormora: «Così, carissimo marito mio,

così a me, sventurato, ritorni?». Sul mare si ergeva un molo:

costruito dall'uomo, frangeva i flutti in arrivo,

fiaccando in anticipo l'impeto dell'acqua.

Lei vi balzò sopra. Fu un prodigio che vi riuscisse; ma volava,

e battendo l'aria leggera con ali appena spuntate,

sfiorava, patetico uccello, la superficie del mare,

e volando, la sua bocca, ormai ridotta a un becco sottile,

stridendo emise un suono lamentoso che sembrava pianto.

Quando poi raggiunse il corpo muto ed esangue,

abbracciando quelle care membra con le sue nuove ali,

vanamente col duro becco le coprì di freddi baci.

Sentì Ceìce quei baci o fu solo per l'ondeggiare del mare

se parve che sollevasse il viso? La gente non sa dirlo.

Ma lui li sentì, e alla fine, per pietosa grazia degli dei,

si mutarono entrambi in uccelli. Il loro amore rimase,

legandoli al medesimo destino, e il patto nuziale fra loro,

ormai uccelli, non si sciolse. Si accoppiano, generano,

e per sette sereni giorni, nella stagione invernale,

Alcione cova in un nido a picco sull'acqua.

Allora si placa l'onda del mare: Eolo rinchiude i suoi venti

e non li lascia uscire, per offrire bonaccia ai nipoti.

Un vecchio, guardandoli volare insieme sulla distesa

del mare, loda quell'amore serbato sino alla fine.

Un suo vicino, o forse lui stesso, chissà, dice: «Anche questo,

che vedi staccarsi dall'acqua, spinto da due zampe

rattrappite» e indicava uno smergo dal lungo collo,

«è di stirpe regale. I suoi ascendenti, se vuoi

dalle sue origini scendere man mano sino a lui,

sono Ilo, Assàraco, Ganimede che fu rapito da Giove,

l'antico Laomedonte e Priamo che ebbe in sorte gli anni estremi

del regno di Troia. Fratello di Ettore, costui,

se non gli fosse capitato un fatto singolare in giovinezza,

forse sarebbe diventato non meno famoso di Ettore,

sebbene questo fosse nato dalla figlia di Dimante,

mentre si dice che Èsaco fu partorito di nascosto ai piedi

dell'ombroso Ida da Alessìroe, figlia del fiume Granico.

Odiando le città, viveva appartato, lontano dallo sfarzo

della reggia, sui monti, in campagne senza pretese,

e solo di rado veniva a Troia per qualche assemblea.

Ma certo non aveva un cuore rozzo e inaccessibile all'amore:

dopo averla spesso intravista nel folto dei boschi, un giorno

colse la figlia di Cebrene, Esperie, che sulla riva paterna

faceva asciugare al sole i capelli sciolti sulle spalle.

Appena se ne accorse, la ninfa fuggì, come fugge atterrita

una cerva il fulvo lupo o un'anatra di fiume il rapace

che lontano dallo stagno l'ha sorpresa. L'eroe troiano

l'insegue e l'incalza, un fulmine lui per amore, lei per paura.

Ma ecco che un serpente, nascosto tra l'erba, morde alla fuggitiva

un piede col dente adunco, lasciandole nel corpo il suo veleno.

Con la vita si spegne anche la fuga. Disperato, lui abbraccia

quel corpo esanime: "Oh, come mi pento d'averti inseguita!

Ma non prevedevo il rischio e non volevo vincere a questo prezzo.

In due ti abbiamo ucciso, sventurata: il serpente con la ferita,

io creando l'occasione", grida. "Ma il più colpevole sono io,

e per confortarti della tua morte, la mia morte ti offrirò!".

Disse e da una rupe corrosa ai piedi dallo scrosciare dei flutti,

si gettò in mare. Ne ebbe pietà Teti, che lo sostenne attenuando

la caduta e, mentre ancora galleggiava lo rivestì di piume;

così la morte tanto sospirata non gli fu concessa.

S'indignò l'innamorato d'esser costretto contro voglia a vivere,

che s'impedisse all'anima di uscire dalla sua misera sede

come bramava; e con le nuove ali spuntategli sulle spalle,

si alzò in volo, per lasciarsi cadere nuovamente in acqua.

Le penne attutiscono la caduta. Infuriato Èsaco si tuffa

a capofitto in profondità, cercando e cercando di morire.

L'amore l'ha smagrito: sottili fra le giunture

sono le sue zampe, sottile il collo, e distante dal corpo è il capo.

Ama l'acqua, e il suo nome, smergo, è tale perché vi si immerge».

LIBRO DODICESIMO

 

 

Non sapendo che Èsaco, preso il volo, era ancora vivo, suo padre

Priamo lo piangeva per morto. Ettore e gli altri fratelli poi

avevano reso le esequie a un tumulo con il suo nome.

Alla mesta cerimonia mancava Paride, che in séguito,

tornando in patria con la sposa rapita, portò

una guerra sterminata: lo inseguivano migliaia di navi

con le forze coalizzate di tutte le genti greche.

E se immediata non fu la vendetta, causa ne fu la bufera

che aveva reso impervio il mare, bloccando in terra beota,

nel pescoso porto di Aulide, la flotta in procinto di salpare.

Qui si accingevano i Dànai, secondo l'uso loro, a un sacrificio

in onore di Giove e incandescente, avvolto ormai di fiamme,

era l'antico altare, quando videro strisciare sopra un platano,

che si ergeva accanto al luogo del rito, un drago iridescente.

In cima all'albero c'era un nido di otto uccellini:

il serpente li ghermì insieme alla madre, che disperata

svolazzava intorno, e li inghiottì nell'avida bocca.

Tutti allibirono, ma il figlio di Tèstore, veritiero

come indovino, gridò: «Evviva, Pelasgi, vinceremo!

Troia cadrà, ma la nostra sarà un'impresa lunga e faticosa».

E interpretò i nove uccelli come altrettanti anni di guerra.

Il serpente, attorcigliato com'era ai fiorenti rami dell'albero,

diventò di pietra. E la pietra a forma di serpente esiste ancora.

Nèreo però continua a sconvolgere le acque dell'Aonia,

impedendo all'armata di salpare; e alcuni cominciano a credere

che Nettuno, avendone eretto le mura, voglia salvare Troia.

Ma non il figlio di Tèstore: lui non ignora e non tace

che bisogna placare l'ira della vergine Diana col sangue

di una vergine. Ma quando il comune interesse prevalse

sugli affetti e il re sul padre, quando tra gli officianti in lacrime

Ifigenia si accostò all'altare per offrire il suo casto sangue,

la dea si placò, stese una nube davanti agli occhi loro,

e al culmine del rito, tra la folla e le voci di chi pregava,

sostituì, si dice, la fanciulla micenea con una cerva.

Placata Diana con una vittima più consona a lei,

con l'ira della dea si spense anche quella del mare,

e col vento in poppa salparono le mille navi,

per approdare, dopo molti travagli, in terra di Frigia.

Al centro del mondo c'è un luogo che sta fra la terra, il mare

e le regioni del cielo, al confine di questi tre regni.

Da lì si scorge tutto ciò che accade in qualsiasi luogo del mondo,

anche nel più remoto, e lì giunge, a chi ascolta, qualsiasi voce.

Vi abita la Fama: ha eretto la casa nel punto più alto,

una casa nella quale ha posto infinite entrate e mille fori,

senza che una porta ne impedisca l'accesso.

È aperta notte e giorno; tutta di bronzo sonante,

vibra tutta, riporta le voci e ripete ciò che sente.

Non vi è pace all'interno e in nessun angolo silenzio,

ma pure non vi è frastuono, solo un brusio sommesso,

come quello che fanno le onde del mare se le si ascolta

di lontano o come l'ultimo brontolio dei tuoni,

quando Giove fa rimbombare lugubri le nubi.

L'atrio è sempre affollato: gente d'ogni risma che va e viene.

Mescolate a voci vere ne vagano qua e là migliaia

di false, che spargono intorno chiacchiere e parole equivoche.

Di queste alcune riempiono le orecchie sfaccendate di calunnie,

altre riportano il sentito dire, e la dose delle invenzioni

cresce a dismisura, perché ognuno vi aggiunge qualcosa di suo.

Lì trovi la Credulità, l'incauto Errore,

la Gioia immotivata e i Timori sfibranti,

la Sedizione improvvisa e i Sussurri d'origine incerta.

Così la Fama vede tutto ciò che accade in cielo,

in mare e in terra, indagando sull'universo intero.

Fu lei a render noto che le navi greche, cariche di truppe,

stavano arrivando. Perciò, quando il nemico in armi sbarca,

non sbarca inatteso. I Troiani gli sbarrano il passo difendendo

il lido, e tu per primo, Protesilao, cadi per fatalità

sotto la lancia di Ettore. I primi scontri costano cari

ai Dànai ed Ettore con le sue stragi si rivela un prode.

Ma anche i Frigi con molto sangue sperimentano quanto potente

si mostri il braccio degli Achei: già rosseggiavano di sangue

le spiagge del Sigeo; già Cigno, figlio di Nettuno, mille uomini

aveva ucciso; già Achille, imperversando sul suo carro,

stendeva a colpi di lancia (la lancia del Pelio) intere milizie,

e mentre cercava fra le schiere nemiche Cigno od Ettore,

in Cigno s'imbatté (per Ettore doveva attendere

ben dieci anni). Allora, incitando i cavalli, che su candidi

colli reggono il freno, diresse il carro contro il nemico

e, brandendo col braccio muscoloso una lancia tutta vibrante,

gridò: «Chiunque tu sia, o giovane, consòlati:

tu muori, ma chi ti uccide è Achille d'Emonia!».

Così il nipote di Èaco, e alle parole seguì il tonfo della lancia.

Ma benché scagliata con precisione e senza alcun errore,

l'asta non produsse danno con la sua punta acuminata:

contuse appena il petto di Cigno come fosse spuntata.

Allora Cigno: «Figlio di una dea (ti conosco di fama),

perché ti meravigli ch'io non sia ferito?»

(e meravigliato lo era). «Non quest'elmo che vedi, col suo fulvo

pennacchio equino, né il concavo scudo appeso al braccio

mi servono a qualcosa: li porto solo per farne sfoggio.

Anche Marte non porta armi per altro. Toglimi queste armature

di difesa: ne uscirei ugualmente illeso.

Conta pur qualcosa l'essere nato non da una Nereide,

ma da chi domina su Nèreo, le sue figlie e il mare intero».

E qui scagliò contro il nipote di Èaco una lancia, che andò

a conficcarsi al centro dello scudo, trapassando il bronzo

e nove pelli di bue, ma fu fermata dall'ultima.

L'eroe l'estrasse e a sua volta scagliò con tutta la sua forza

una lancia fremente: di nuovo il corpo rimase illeso,

senza una ferita. E neppure una terza lancia valse a scalfire

Cigno, che nulla faceva per ripararsi ed anzi si esponeva.

S'infuriò Achille, come un toro che in piena arena

con le sue corna terrificanti si avventa contro il drappo rosso

sventolato per irritarlo e si accorge di dar cornate a vuoto.

Controllò tuttavia se dalla lancia fosse caduta la punta:

no, era ben salda sul legno. «È la mia mano che è debole allora»

si disse, «e ha perso in una volta tutta la forza che aveva?

Perché prima era salda, certo, sia quando davanti a tutti

abbattei le mura di Lirnesso o quando sommersi

nel sangue loro Tènedo e Tebe, la città di Eezione,

sia quando purpureo fluì il Caìco per la strage del suo popolo

e Tèlefo due volte sperimentò l'effetto della mia lancia.

E anche qui, con tutta questa caterva di morti che ho fatto

e vedo sulla spiaggia, la mia destra è stata ed è, certo, possente.»

Detto questo, quasi non volendo credere a ciò che era accaduto,

scagliò una lancia contro Menete, un semplice soldato di Licia,

e gli squarciò la corazza trapassandogli il petto. Mentre quello,

stramazzando, batteva il capo al suolo in fin di vita,

Achille gli estrasse l'arma dalla calda ferita, urlando:

«Con questa mano, con questa lancia ho vinto; me ne varrò

contro costui, pregando che abbiano lo stesso effetto».

Così esclama e assale Cigno: l'asta di frassino corre dritta

e, non schivata, rimbomba contro la sua spalla sinistra,

ma poi viene respinta come da un muro o da una roccia compatta.

Achille vede che Cigno ha una chiazza di sangue nel punto

in cui è stato colpito, e gioisce. Vana gioia:

di ferita nemmeno l'ombra; il sangue è quello di Menete.

E allora fremente di rabbia con un balzo salta giù dal carro

e aggredisce corpo a corpo con la fulgida spada quel nemico

imperturbabile: vede, sì, che la lancia sfonda scudo

ed elmo, ma poi si ottunde contro il suo corpo duro.

Più non resiste: stringendo al petto lo scudo, sferra a Cigno

con l'elsa tre quattro colpi sul viso e sull'incavo delle tempie

e, mentre si ritira, l'incalza, lo sconcerta, gli balza addosso,

e lo intontisce senza dargli tregua. Cigno è invaso dal terrore,

la vista gli si appanna e, mentre arretra con le spalle,

inciampa contro una pietra che sporge in mezzo al campo.

Su quella Achille lo costringe, con violenza lo rovescia

lungo disteso sul dorso e l'inchioda a terra.

Poi, premendogli il petto con lo scudo e le dure ginocchia,

tira i lacci dell'elmo, che passano sotto il mento,

li stringe sino a strangolarlo e col respiro

gli porta via la vita. Si accinge allora a spogliare lo sconfitto:

scopre un'armatura vuota. Nettuno ha trasformato il corpo

in un uccello bianco: quello stesso di cui Cigno aveva il nome.

Questa impresa, questa battaglia comportò una tregua

di parecchi giorni; entrambe le parti, deposte le armi, sospesero

gli attacchi. E mentre all'erta una scolta vegliava sulle mura

dei Frigi, e all'erta un'altra vegliava nelle trincee argive,

venne il giorno solenne in cui Achille, dopo aver sconfitto Cigno,

cercò, immolando una giovenca, di placare Pallade

con quel sangue. Posta la carne a pezzi sull'altare ardente,

quando il profumo fu salito al cielo deliziando i numi,

una parte fu usata per il rito, il resto per la mensa.

Sdraiati sui divani i condottieri saziarono il corpo

di carne arrosto e col vino scacciarono pensieri e sete.

Non si dilettano al suono di cetre, canti

o di lunghi flauti di bosso con i loro numerosi fori,

ma passano la notte a conversare e tema dei discorsi sono

gli atti di valore. Raccontano le proprie gesta, quelle

del nemico e con passione ricordano a turno i pericoli

corsi e superati. Di cosa infatti potrebbe parlare Achille,

di che altro si potrebbe parlare in presenza del grande Achille?

Si discute soprattutto dell'ultima impresa, la sua vittoria

su Cigno: a tutti sembra prodigioso il fatto che da un'arma

il corpo del giovane non potesse essere trafitto, che uscisse

indenne da qualsiasi scontro e ottundesse persino il ferro.

Stupefacente lo trovava Achille, stupefacente gli Achei.

E allora Nèstore: «In questa vostra epoca, Cigno

è stato l'unico a non temere un'arma, ad essere invulnerabile

a qualsiasi colpo. Ma un tempo io stesso vidi Cèneo di Perrèbia

subire mille colpi senza riportare sul corpo ferita,

Cèneo di Perrèbia, che, famoso per le sue gesta,

viveva sull'Otri. E la cosa era tanto più prodigiosa,

perché era nato femmina». A sentire di quel portento, i presenti,

incuriositi, lo pregano di raccontare. E fra questi Achille:

«Avanti, narra, siamo tutti ansiosi di ascoltarti,

vecchio eloquente, saggezza del nostro tempo:

chi era questo Cèneo, perché cambiò natura,

in quale spedizione, in quale battaglia lo conoscesti,

e da chi fu vinto, se vi fu mai qualcuno che lo vinse?».

E allora il vecchio: «Benché la vecchiaia inoltrata mi faccia velo

e parecchi avvenimenti a cui ho assistito in gioventù mi sfuggano,

tuttavia ne ricordo ancora molti; e nessun fatto più di questo,

fra i tanti che ho vissuto in pace e in guerra, mi si è impresso

nella mente. E se una lunga vecchiaia poté rendere qualcuno

testimone di così numerosi eventi, ebbene, son vissuto

duecento anni ed ora io sto vivendo la mia terza età.

Figlia di Èlato, Ceni, la più bella fanciulla della Tessaglia,

era così nota per il suo fascino, che molti pretendenti

delle città vicine e delle tue (era infatti della tua terra,

Achille) la desideravano e la sognavano invano.

Anche Peleo avrebbe forse cercato di averla in moglie,

se non gli fosse già toccata in sorte, o almeno già promessa,

la mano di tua madre. Ceni non volle sposare

nessuno, è vero, ma mentre vagava lungo una spiaggia deserta

fu violentata dal dio del mare: così si raccontava.

Nettuno, colte le gioie di quell'avventura amorosa,

le disse: "Qualunque tuo desiderio, stai tranquilla,

sarà esaudito: scegli cosa vuoi". Anche questo si raccontava.

E Ceni: "L'oltraggio che ho patito mi fa scegliere il massimo:

che mai più debba subire tale affronto. Fa' che non sia più femmina

e mi avrai dato tutto". Le ultime parole lei le pronunciò

con un tono grave, con voce che poteva sembrare d'uomo,

come ormai era. Il dio degli abissi marini aveva acconsentito

al suo desiderio, e in più le aveva concesso d'esser uomo immune

da ferita e che mai potesse soccombere a un'arma.

Lieto del dono l'Atràcide se ne va e trascorre l'esistenza

in attività virili, aggirandosi dove scorre il Peneo.

Pirìtoo, figlio del temerario Issìone, aveva sposato Ippòdame

e, dopo aver ben disposto le mense, aveva invitato i feroci

figli della Nuvola a banchetto in un antro nascosto nel bosco.

Erano presenti i notabili dell'Emonia e fra loro anch'io:

la reggia in festa risonava di folla eccitata.

Ecco: si canta l'inno nuziale, fuochi e fumi invadono l'atrio,

e appare, splendida in volto, la sposa circondata da uno stuolo

di madri e giovani donne. Ci rallegrammo con Pirìtoo

per la sposa, ma per poco non dovemmo pentirci dell'augurio.

E infatti tu, Èurito, il più feroce di quei feroci Centauri,

già infiammato dal vino, più t'infiammi vedendo la vergine,

e l'ebbrezza aggiunta alla libidine ha il sopravvento.

Rovesciate le tavole, in un attimo il banchetto va in rovina,

e la giovane, afferrata per i capelli, è trascinata via.

Èurito rapisce Ippòdame; gli altri ognuno la donna che più

gli piace o quella che può: una scena da città conquistata.

In tutta la casa echeggiano grida di donne. Tutti balziamo

in piedi e Teseo per primo urla: "Quale pazzia

ti travolge, Èurito, che con me presente osi sfidare

Pirìtoo e offendere, senza saperlo, due uomini in uno?".

E per mostrare che non parla a vuoto, il magnanimo eroe

si fa largo tra la calca e strappa la donna a quegli scalmanati.

Èurito non risponde: non potrebbe in nessun modo

giustificare il suo gesto; così con protervia si avventa

contro il viso del valoroso e gli tempesta il generoso petto.

V'era lì accanto per caso un antico cratere istoriato

di figure in rilievo: Teseo, ergendosi enorme sopra questo,

lo solleva e lo scaglia in faccia all'avversario.

Quello, vomitando dalla bocca e dalle ferite grumi

di sangue, di cervello e vino, stramazza al suolo scalciando

la rena madida. Allo scempio del fratello, gli esseri biformi

si scatenano e come un sol uomo gridano "All'armi, all'armi!".

Il vino accresce l'impeto e la mischia inizia con un fitto lancio

di bicchieri, di fragili orci e di grossi recipienti,

oggetti per la mensa, ma ora usati per far guerra e strage.

Per primo Amico, figlio di Ofìone, non si sgomenta a spogliare

la cella sacra dei doni votivi, per primo ne strappa via

un candelabro carico di torce sfavillanti,

e sollevandolo in alto, come chi si accinge a spezzare

con la scure sacrificale il collo candido di un toro,

lo scaglia sulla fronte del Làpita Celadonte,

frantumandogli il cranio e rendendogli irriconoscibile il viso:

fuori ne schizzano gli occhi e, a causa delle ossa fratturate,

il naso è respinto indietro piantandosi in mezzo al palato.

Strappato un piede a un tavolo di acero, Pèlate di Pella

atterra Amico, incastrandogli il mento nel petto,

e mentre quello sputa denti e sangue nero,

con un'altra mazzata lo spedisce tra le ombre del Tartaro.

Grineo, che era lì vicino, guardando con occhio feroce

l'altare fumante: "Perché non ci serviamo anche di questo?",

strepita e sollevato l'immenso blocco avvolto di fiamme,

lo scaglia in mezzo alla schiera dei Làpiti

schiacciandone due, Bròtea ed Orìo. Orìo era figlio

di Mìcale, che, a quanto si diceva, aveva con formule magiche

trascinato al suolo la falce riluttante della luna.

"Aspetta ch'io trovi un'arma e la pagherai!"

urla Essàdio e impugna come arma un corno di cervo,

appeso per voto sulla cima di un pino.

La punta forcuta del corno trafigge le orbite di Grineo,

gli cava gli occhi e di questi una parte resta infilzata nell'arma,

l'altra gli cola sulla barba e pende in un coagulo di sangue.

Ed ecco che Reto afferra dal centro dell'altare

un tizzone ardente e fracassa con un colpo dritto

la tempia coperta di biondi capelli a Carasso.

Avvolti dalle fiamme, in un baleno, come stoppie secche,

s'incendiano i capelli e il sangue bruciato nella ferita

sfrigola con tremendo crepitio; così fa il ferro

arroventato dal fuoco, quando il fabbro con le ganasce

della tenaglia l'estrae e l'immerge nel tino: affondato

nell'acqua che si intiepidisce, stride e sibila.

Scaccia il ferito le fiamme che gli divorano i capelli

arruffati e, divelta dal suolo una trave, onerosa persino

per un carro, l'alza sulle spalle. La pesantezza gli impedisce

di scagliarla contro l'avversario, ma l'enorme pietra travolge

un suo compagno, Comete, che gli stava troppo vicino.

Reto non trattiene la gioia: "Spero che anche il resto

di tutta la tua masnada sia forte così!" gli urla

e ricaccia a Carasso nella piaga il tizzone semibruciato;

poi con tre o quattro colpi gli fa saltare le suture

del cranio e le ossa s'infossano nel cervello spappolato.

Trionfante si volge ad assalire Evagro, Còrito e Driante.

Quando Còrito, che ha le guance appena velate di barba,

crolla a terra, Evagro grida: "Che gloria credi d'avere ottenuto

atterrando un ragazzo?". Ma Reto non gli permette

di dire altro: spietato gli caccia nella bocca aperta

per parlare il bagliore delle fiamme e dalla bocca dentro il petto.

Poi insegue anche te, fiero Driante, roteandoti il tizzone

intorno al capo, ma l'esito questa volta non trova successo:

mentre esulta per la strage che va seminando, tu lo trafiggi

con un palo temprato al fuoco, dove il collo si congiunge

all'omero. Reto manda un gemito, a stento svelle il palo infisso

nell'osso, ed ora è lui a fuggire immerso nel proprio sangue.

Fuggono con lui Orneo, Licabante e Medonte, ferito

alla spalla destra, e ancora Pisènore, Taumante,

e Mèrmero, che aveva appena vinto una gara di corsa,

ma che ora, riportata una ferita, correva più piano;

e Folo, Melaneo e Abante, gran sterminatore di cinghiali;

ed Astilo, l'indovino, che aveva invano sconsigliato ai suoi

la battaglia. A Nesso, che temeva di rimaner ferito, aveva

anche detto: "Non fuggire: all'arco di Ercole sei tu destinato!".

Ma alla morte non si sottrassero né Eurìnomo né Lìcida,

Areo e Imbreo: tutti li colpì di fronte la destra

di Driante; ma anche tu, Creneo, di fronte fosti colpito,

benché per fuggire avessi voltato le spalle: mentre guardavi

indietro, ricevesti infatti un ferro immane

fra gli occhi, dove il naso si unisce alla fronte.

In mezzo a tutto quel frastuono, Afida giaceva assopito

in un sonno senza fine, senza che nulla lo svegliasse;

lungo disteso sulla pelle irsuta di un'orsa dell'Ossa,

teneva nella languida mano una coppa di vino allungato.

Malgrado non brandisse armi, Forbas, appena lo vide,

impugnò un giavellotto, dicendo: "Vatti a bere vino

allungato con acqua dello Stige!", e senza porre indugi

lo scagliò contro il giovane e, poiché per caso giaceva supino,

l'asta con la sua punta di ferro si conficcò nel collo.

Non si accorse di morire: dalla sua gola a fiotti

il sangue nero colò sul giaciglio e fin dentro la coppa.

E con i miei occhi vidi Petreo che cercava di sradicare

una quercia carica di ghiande: mentre la stringe fra le braccia

e la scuote da ogni parte squassandone il tronco ormai vacillante,

la lancia di Pirìtoo gli si pianta tra le costole

inchiodandogli al duro legno il petto impegnato in quella fatica.

Per mano di Pirìtoo si dice che sia caduto Lico,

per mano di Pirìtoo Cromi; ma nessun dei due

gli procurò tanta gloria quanta vincere Dicti ed Èlope.

Èlope fu trafitto da una lancia che, aprendosi un varco

nella tempia, da destra penetrò sino all'orecchio di sinistra.

Dicti, mentre si gettava giù dallo sperone opposto del monte

per sfuggire affannosamente al figlio d'Issìone che l'incalzava,

precipitò in un dirupo e col peso del corpo spezzò

un orno immenso, ricoprendone di viscere i frammenti.

Per vendicarlo accorre Afareo che, divelto dal monte un macigno,

tenta di scagliarlo; ma mentre tenta, Teseo, il figlio di Egeo,

l'investe con una mazza di quercia e gli fracassa l'osso grosso

del gomito; poi, senza aver voglia e tempo di finire quel corpo

ormai ridotto all'impotenza, salta in groppa al gigantesco

Biènore, che in groppa solo sé stesso era avvezzo a portare;

con le ginocchia gli stringe i fianchi, gli afferra in una morsa

i capelli con la sinistra e col nodoso randello gli spacca

la faccia, la bocca che impreca e le tempie durissime.

E con quel randello abbatte Nedimno, l'arciere Licope,

Íppaso che aveva il petto protetto da una barba

fluente, Rifeo che sovrastava la cima delle selve,

e infine Tereo che si portava nella tana, vivi e righianti,

gli orsi catturati sui monti dell'Emonia.

Demoleonte non tollerò più che Teseo di vittoria

passasse in vittoria: già da un pezzo tentava con gran sforzo

di sradicare dal suolo compatto un vecchio pino;

non riuscendovi, lo spezzò scagliandolo contro il nemico.

Ma Teseo, messo in guardia da Pallade, schivò l'arma

in arrivo scostandosi: così lui voleva che si credesse.

Tuttavia il tronco non cadde a vuoto: dal collo staccò

lo sterno e la spalla sinistra dello smisurato Cràntore.

Costui era stato scudiero di tuo padre, Achille:

il re dei Dòlopi, Amintore, sconfitto in guerra, l'aveva dato

al figlio di Èaco come pegno di pace e prova di lealtà.

Come Peleo lo vide devastato da quell'orrenda ferita:

"Cràntore, fra tutti diletto, accetta almeno queste esequie!"

gridò e con tutta la forza del braccio, e in più con quella

della rabbia, scagliò contro Demoleonte una lancia di frassino,

che gli sfondò torace, costole e s'infisse tra le ossa vibrando.

Lui con la mano riesce ad estrarne il legno, ma non la punta,

e anche quello a fatica: la punta resta bloccata nel polmone.

Ma è proprio il dolore ad accrescergli il coraggio:

soffrendo s'impenna sul nemico e lo calpesta con i suoi zoccoli.

Peleo sostiene quella scarica di colpi con l'elmo e lo scudo,

si protegge le spalle, tende le armi verso l'alto

e con un sol colpo trafigge l'uno e l'altro petto del centauro.

Ma prima da lontano aveva già ucciso Flegreo

ed Ile, e in scontri corpo a corpo Ifìnoo e Clani.

A questi va aggiunto Dòrila, che portava a scudo delle tempie

una pelle di lupo e, spaventose come armi d'offesa,

corna ricurve di toro, tutte rosse di sangue.

A costui io gridai (il furore mi accresceva le forze):

"Vedrai quanto inferiori siano le tue corna al ferro mio!",

e scagliai il giavellotto. Lui, non potendolo evitare,

si parò con la destra la fronte in procinto d'essere colpita:

inchiodata alla fronte gli restò la mano. Si levò un clamore

e, mentre quello, stravolto dal dolore, era impietrito, Peleo,

che gli era più vicino, con la spada lo trafisse in mezzo al ventre.

Dòrila fece un balzo e nell'impeto trascinò a terra le viscere,

e nel trascinarle le calpestò, nel calpestarle le squarciò,

v'impigliò le zampe e crollò sul ventre ormai svuotato.

Né in battaglia ti salvò, Cìllaro, la tua bellezza,

se bellezza si può riconoscere in esseri siffatti.

Barba incipiente, barba color d'oro, e d'oro

la chioma che dalle spalle gli spioveva giù sino ai fianchi;

volto forte e attraente; collo, spalle, mani

e torace come quelli delle statue più celebrate,

e così ogni parte umana; ma, sotto queste, anche le forme equine

sono perfette e per nulla inferiori: dagli collo e testa equina,

sarebbe degno di Castore, tanto il suo dorso è adatto alla sella

e turgido di muscoli il petto. È tutto nero, più della pece,

ma candida è la coda e bianco anche il colore degli stinchi.

Molte della sua razza lo desiderarono, ma solo Ilònome,

la femmina più graziosa che nel folto dei boschi tra quegli esseri

per metà animali sia mai vissuta, se lo prese.

Solo lei a sé tien legato Cìllaro con le carezze, amandolo,

giurandogli amore, e anche, sì, curando la propria persona,

nei limiti concessi a quelle membra: rende soffici i capelli,

ora li inghirlanda di rosmarino, ora di viole,

ora di rose; ogni tanto porta con sé candidi gigli;

due volte al giorno si lava il viso ai ruscelli che nella foresta

di Pàgase scendono dal monte, due volte s'immerge nel fiume,

e dalla spalla o sul fianco sinistro lascia pendere

solo pelli eleganti di bestie pregiate. Uguale amore

li lega; vagano per i monti insieme, insieme s'annidano

negli antri; ed anche allora entrati fianco a fianco

nella reggia dei Làpiti, fianco a fianco guerreggiavano a morte.

Chi l'avesse scagliato non si sa, ma un giavellotto, Cìllaro,

arrivò da sinistra e ti trafisse un po' più in basso

di dove il petto si congiunge al collo. Estratta l'arma, il cuore,

pur appena sfiorato, si gelò con tutto il corpo.

Ilònome si precipita a sostenere quel corpo morente,

applicando la mano lenisce la ferita, e accosta la bocca

alla bocca tentando di fermare l'anima che fugge.

Come lo vede spento, con parole che il frastuono m'impedì

di udire, si getta su quell'arma che l'ha trafitto

e, spirando, stringe in un abbraccio il marito suo.

E ho ancora davanti agli occhi Feòcome, che aveva avvinto

con un intrico di nodi sei pelli di leone per proteggere

la parte umana e quella equina allo stesso tempo. Scagliando

un tronco, che a stento avrebbero smosso due coppie di buoi,

costui fracassò da capo a piedi Tèctafo, figlio di Oleno.

[Frantumata l'enorme scatola del cranio, dalla bocca,

dalla cavità delle narici, degli occhi e delle orecchie

gli colò a rivoli il cervello, come fa il latte rappreso

da graticci di quercia o come stilla un liquido sotto pressione

dalle maglie di un setaccio, gocciolando denso dai fitti fori.]

Ma io, mentre quel predatore si accingeva a spogliare

delle armi il caduto (tuo padre lo sa), gli affondai la spada

nel basso ventre. Anche Ctonio e Telebas caddero

sotto la mia spada: il primo brandiva un ramo a corna,

l'altro un giavellotto con cui m'inferse una ferita.

Puoi vederne il segno: la vecchia cicatrice si distingue ancora.

Allora avrebbero dovuto mandarmi alla conquista di Troia;

allora avrei potuto, se non vincere, almeno arginare le armi

del grande Ettore con le mie. Ma a quel tempo Ettore

non esisteva oppure era bambino; ora l'età mi ha indebolito.

Perché narrarti di Perifante che vinse il duplice Pireto?

o di Ampice che piantò un'asta di corniolo

senza punta in pieno volto allo scalpitante Echeclo?

Con una spranga scagliata nel petto Macareo di Peletronio

atterrò Erigdupo; e anche ricordo che una picca

fu piantata dalla mano di Nesso nell'inguine di Cimelo.

E non credere che Mopso, il figlio di Ampice, rivelasse

soltanto il futuro: per un suo giavellotto stramazzò

il biforme Odite, mentre tentava invano di parlare

con la lingua inchiodata al mento e il mento inchiodato alla gola.

Cèneo aveva ucciso cinque nemici: Stìfelo, Bromo,

Antìmaco, Èlimo e Piracte che brandiva una scure;

non ricordo come li ferì: ho in mente solo il numero e i nomi.

Contro gli si lancia, armato delle armi di Aleso d'Emazia

che aveva ucciso, Latreo, di statura e membra smisurate:

era di un'età di mezzo, tra gioventù e vecchiaia;

di un giovane aveva il vigore, ma le tempie brizzolate.

Imponente, con scudo, spada e picca

macedone, col viso rivolto alle opposte schiere,

squassò le armi e al galoppo descrisse giri su giri,

riversando tutt'intorno nell'aria queste focose parole:

"Anche te, Ceni, dovrò sopportare? Donna per me sarai sempre,

sarai sempre Ceni. Ti sei scordata la natura

in cui sei nata, non ti torna a mente perché sei stata premiata,

a quale prezzo ti sei acquistata questo falso aspetto d'uomo?

Ripensa come sei nata o cosa hai dovuto subire, e vai, prendi

conocchia e cestino, fila col pollice la lana,

e lascia la guerra agli uomini!". Mentre così si vantava,

Ceneo scaglia una lancia e gli trapassa il fianco teso nella corsa,

dove l'uomo si congiunge al cavallo. Folle di dolore,

Latreo colpisce con la picca il viso indifeso del giovane.

La picca rimbalza, come la grandine sulla cima di un tetto

o come un sassolino lanciato contro la pelle di un tamburo.

Allora ingaggia un corpo a corpo, cercando d'affondargli la spada

nel fianco acerbo; ma per quella non esiste un varco.

"Eppure non mi sfuggirai, no!" grida. "Ti sgozzerò a fil di spada,

visto che la punta si smussa." E, volta la spada di taglio,

gli allunga da destra un gran fendente attraverso il ventre.

L'impatto sul corpo sprigiona un gemito, come colpo sul marmo,

e battendo sul callo della pelle, la lama va in mille pezzi.

Stanco infine di offrire il fianco illeso all'avversario attonito,

Ceneo: "Avanti," disse, "mettiamo ora alla prova il tuo corpo

col ferro mio!", e immerse sino all'elsa la spada omicida

nel petto di Latreo, gliela girò e rigirò alla cieca

nelle viscere, producendogli squarci su squarci.

Allora con immenso strepito i Centauri furibondi

si scatenano e solo contro lui rivolgono e scagliano le armi.

Ma queste cadono spuntate e Cèneo, figlio di Èlato,

sotto tutti quei colpi resta indenne, senza una macchia di sangue.

Quel prodigio lascia tutti interdetti. "Oh, vergogna infinita!"

esclama Mònico. "Da un uomo solo, un uomo?, noi, un popolo,

siam vinti. Ma lui, sì, che è un uomo; noi, per viltà nostra

siamo come era lui un tempo! A che servono queste membra

immani e la forza di due creature, il fatto che la natura

abbia in noi combinato due tra gli esseri più forti?

Non sembra davvero che nostra madre sia una dea e Issìone,

ch'era tanto grande da concepire speranze sulla divina

Giunone, nostro padre: ci lasciamo battere da un mezzo uomo.

Rovesciategli addosso rocce, tronchi e monti interi,

soffocategli quell'anima tenace sotto un cumulo di alberi.

Che una foresta gli schiacci la gola: a ucciderlo penserà il peso!"

E urlando, trovato un tronco abbattuto dalle raffiche furiose

dell'Austro, lo scagliò contro quel nemico invincibile.

Fu come un segnale: in pochi istanti l'Otri si ritrovò

privo di piante e il Pelio non ebbe più un filo d'ombra.

Sepolto sotto quel cumulo immane, Cèneo, oppresso dal peso,

smania e, facendo forza con le sue spalle, sostiene i tronchi

che si ammucchiano. Ma poi quando sul capo e il viso gli cresce

la mole e il suo respiro non trova più aria per nutrirsi,

comincia un poco a cedere e invano ora cerca di drizzarsi

per raggiungere l'aria e scrollarsi di dosso la foresta;

e un poco la smuove, ecco, come se l'alto Ida,

che da qui vediamo, fosse scosso da un terremoto.

L'esito è incerto: alcuni dicevano che il peso dei tronchi avesse

schiacciato il corpo spingendolo fin dentro al Tartaro senza vita.

Per il figlio di Ampice no: da sotto la catasta aveva visto

uscire nel cielo limpido un uccello dalle ali fulve,

un uccello che anch'io vidi allora per la prima e l'ultima volta.

Come lo scorse che con lento volo volteggiava

sulle sue schiere, diffondendo intorno grandi strida, Mopso,

seguendolo insieme con lo sguardo e col cuore, disse:

"Salute a te, gloria del popolo dei Làpiti,

eroe grandissimo, Cèneo, finora ed ora uccello unico!".

Per la sua autorità fu creduto. E il dolore accrebbe la furia,

sdegnati che i nemici avessero in tanti annientato un uomo solo.

E non cessammo di sfogare in armi il nostro dolore, fin quando

parte di loro non fu uccisa e l'altra posta in fuga nella notte».

Mentre l'eroe di Pilo raccontava la lotta tra i Làpiti

e i Centauri per metà uomini, Tlepòlemo non tollerò

che avesse taciuto del nipote di Alceo e addolorato

disse: «Mi stupisce, vegliardo, il tuo silenzio sulle gesta

gloriose di Ercole. In verità mio padre era solito

raccontarmi d'aver domato i figli della Nuvola».

Gli rispose afflitto Nèstore: «Perché mi costringi a ricordare

le mie sofferenze, a riaprire piaghe rimarginate dagli anni,

a confessare che nutro odio e risentimento verso tuo padre?

Egli ha compiuto imprese, mio dio, incredibili, ha riempito

dei suoi meriti il mondo, cosa che vorrei poter negare.

Ma noi non tessiamo l'elogio di Deìfobo o Polidamante,

nemmeno di Ettore: chi infatti farebbe le lodi di un nemico?

Proprio tuo padre distrusse un giorno le mura dei Messeni,

diroccò Elide e Pilo, città innocenti,

irrompendo col ferro e col fuoco nella mia casa.

Per non parlare di tutti gli altri che uccise;

noi figli di Neleo eravamo dodici, dodici bei giovani:

tutti quanti caddero, tranne me solo, abbattuti dalla mano

di Ercole. E che gli altri potessero soccombere si può capire;

ma la morte di Periclìmene, al quale Nettuno, capostipite

della stirpe di Neleo, aveva concesso di assumere tutte

le forme che voleva e di deporle una volta assunte, è incredibile.

Dopo avere inutilmente assunto i più vari aspetti, Periclìmene

si era mutato nell'uccello che, carissimo al re degli dei,

suole portare i fulmini serrati tra gli artigli.

Usando la forza di quest'uccello, aveva con le ali, col becco

adunco e con le grinfie dilaniato il volto all'eroe di Tirinto:

Ercole allora tese l'arco, sin troppo preciso, contro l'aquila

e, mentre questa si librava a grande altezza fra le nubi,

la colpì dove l'ala s'innesta nel fianco.

Ferita non grave, ma i tendini lacerati dal colpo cedono

e non offrono più l'energia necessaria per volare.

Così cadde al suolo, perché le ali fiaccate non prendevano

più l'aria, e la freccia sottile conficcata nell'ala affondava,

spinta dalla pressione, nel corpo trafitto,

uscendo attraverso la cima del fianco a sinistra della gola.

Ti sembra dunque ch'io debba decantare il tuo Ercole,

o glorioso capo della flotta di Rodi?

Mi limito solo, per vendicare i miei fratelli, a non parlare

delle sue grandi gesta; ma la mia amicizia per te resta salda».

Dopo che il vecchio figlio di Neleo ebbe narrato questi eventi,

al termine del suo racconto, si tornò a gustare il vino

e ci si alzò dai divani. Il resto della notte fu dato al sonno.

Ma il dio, che col tridente governa le onde del mare, piange

nella sua mente di padre la metamorfosi del figlio Cigno

nell'uccello caro a Fetonte e, detestando lo spietato Achille,

cova un'ira implacabile, più di quanto sia lecito e civile.

La guerra ormai si trascinava da quasi un decennio;

si rivolge ad Apollo, il dio di Sminta dai lunghi capelli:

«O tu che tra tutti i figli di mio fratello mi sei il più caro,

tu che con me hai costruito inutilmente le mura di Troia,

non ti affliggi guardando questa rocca ormai sul punto di crollare?

non ti addolorano le migliaia di guerrieri caduti

per difenderne i bastioni? o, per non ricordarteli tutti,

hai davanti solo l'ombra di Ettore, trascinato intorno a Pergamo?

E intanto il terribile Achille, più cruento della guerra stessa,

devastatore dell'opera nostra, Achille vive ancora!

Datelo a me: gli farò sentire cosa è in grado di fare

il mio tridente. Ma poiché non posso scontrarmi con lui

faccia a faccia, annientalo tu di sorpresa con una freccia occulta!».

Il nume di Delo acconsentì e, indulgendo al proprio impulso

e a quello dello zio, si recò avvolto di nebbia

tra le schiere troiane e, in mezzo alla carneficina,

scorse Paride che ogni tanto tirava una freccia contro Achei

senza nome. Fattosi riconoscere: «Perché», gli disse, «sprechi

i tuoi dardi con gente plebea? Se ti stanno a cuore i tuoi,

rivolgiti contro il nipote di Èaco e vendica i fratelli uccisi».

Così disse e, indicandogli il figlio di Peleo che faceva strage

di Troiani con la spada, gli girò l'arco contro e con la destra

micidiale gli fece scoccare un dardo che fu infallibile.

Se mai dopo la morte di Ettore il vecchio Priamo poté gioire,

quello fu il momento. E così tu, vincitore di tanti guerrieri,

sei vinto, Achille, dal pavido rapitore di una sposa greca!

Ma se era destino che dovessi cadere per mano femminea,

sotto la scure del Termodonte avresti preferito morire.

Ormai il terrore dei Frigi, vanto e difesa del nome greco,

il discendente di Èaco, capo invincibile in guerra, dalle fiamme

è stato arso: il nume che l'ha armato, quello ha acceso il fuoco.

Ormai è cenere; e di quell'Achille che fu tanto grande

resta un'inezia, che nemmeno basta a riempire un'urna minuscola.

Ma la gloria, quella è ben viva e tale da riempire il mondo intero.

Una dimensione degna dell'uomo; in lei il figlio di Peleo

è pari a sé stesso e non avverte il vuoto del Tartaro. Persino

il suo scudo, perché tu possa comprendere a chi appartenne,

scatena battaglie e per le sue armi si prendono le armi.

Non osano reclamarle né il figlio di Tideo o Aiace,

figlio di Oileo, il minore degli Atridi o il maggiore per età

e imprese, e nessun altro: soltanto il figlio di Telamone

e quello di Laerte hanno l'ardire di aspirare a tanto onore.

Ma il discendente di Tantalo rifiuta l'onere odioso

di dirimere la contesa e, radunati i capi argivi al centro

dell'accampamento, rimette la sentenza al giudizio di tutti.

LIBRO TREDICESIMO

 

 

Sedutisi i capi, mentre la truppa in piedi faceva corona,

si levò a parlare Aiace, il principe dello scudo a sette strati,

e stravolto dall'ira, volgendosi con occhio torvo a guardare

il lido Sigeo e la flotta in secco sulla spiaggia,

tese le mani dicendo: «In nome di Giove, si dibatte

la causa davanti alle navi e proprio Ulisse con me si confronta!

Lui che non esitò a fuggire di fronte agli incendi accesi da Ettore,

mentre io, sostenendo l'assalto, allontanai le fiamme dalla flotta.

Certo è più sicuro battersi con parole ipocrite, che a mano

armata affrontarsi! Ma io non sono portato all'eloquenza,

come costui non lo è all'azione; quanto io valgo in campo,

nella mischia spietata, altrettanto vale lui nel parlare.

Non credo tuttavia di dovervi ricordare, Pelasgi,

le mie gesta: le avete sotto gli occhi. Racconti Ulisse le sue,

quelle che compie senza testimoni, complice solo la notte.

Grande il premio a cui miro, l'ammetto; ma l'onore è svilito

dal mio avversario: Aiace non può vantarsi d'ottenere premio

sia pur grandissimo, al quale anche Ulisse ambisca.

Del resto da questa contesa lui ha già tratto vantaggio,

perché perderà, sì, ma potrà dire d'essersi con me battuto.

E se per assurdo si potesse dubitare del mio valore,

io maggiore sarei per nobiltà: nato sono da Telamone,

che agli ordini di Ercole espugnò le mura di Troia

e con la nave di Pàgase raggiunse le rive della Còlchide.

Èaco è suo padre, che rende giustizia alle ombre silenziose

laggiù dove un pesante macigno opprime Sisifo, il figlio di Eolo.

E il sommo Giove riconosce e addita Èaco come suo figliolo,

per cui io, Aiace, sono in linea di discendenza il terzo.

Ma questa successione non favorirebbe la mia causa, Achei,

se non l'avessi in comune col grande Achille: cugino paterno

mi era. Chiedo ciò che fu di un cugino. Come si permette Ulisse,

che è del sangue di Sisifo e in tutto per astuzia e perfidia

simile a lui, di intromettersi nella stirpe di Èaco che gli è estranea?

Perché io scesi in armi prima e senza che nessuno mi costringesse,

mi si dovrebbero negare le armi? E si giudicherà migliore

lui che le impugnò per ultimo e cercò di sottrarsi al suo dovere

fingendosi pazzo, finché il figlio di Nàuplio, più furbo di lui,

ma nocendo a sé stesso, non scoprì il trucco che aveva escogitato

quel vigliacco e lo trascinò sotto le armi che voleva evitare?

E dopo averle tanto sfuggite, si prenderà le armi migliori?

mentre io, disonorato, resterò senza i doni di mio cugino,

io che, sì, mi sono esposto ai pericoli sin dall'inizio?

Oh, fosse stata vera o creduta vera quella follia

e mai sotto la rocca dei Frigi con noi fosse venuto

questo istigatore di misfatti! Tu, figlio di Peante,

non ti troveresti, con nostra infamia, abbandonato a Lemno,

tu che ora, a quanto raccontano, nascosto in antri silvestri

commuovi i sassi con i tuoi lamenti e imprechi contro Ulisse

come merita: e non imprechi invano, se esistono i numi. Invece,

ahimè, quell'eroe, che ha prestato giuramento insieme a noi,

che è uno dei nostri capi, l'unico a poter usare l'arco

ereditato da Ercole, oggi, stroncato dal male e dall'inedia,

si nutre di uccelli, si copre delle loro piume, e nella caccia

spreca le frecce destinate all'eccidio di Troia.

Ma almeno lui è vivo, perché non ebbe Ulisse compagno.

Essere abbandonato, questo avrebbe preferito Palamede;

l'infelice vivrebbe ancora e non sarebbe morto con infamia.

Memore dell'onta subita col diniego della sua pazzia,

Ulisse l'accusò di tradimento e riuscì a far credere vera

l'accusa ai Greci, mostrando l'oro che aveva lui stesso nascosto.

Dunque, Ulisse ha sottratto forze ai Greci mandandole a morte

o esiliandole: così combatte, così ispira terrore Ulisse!

Vinca pure in eloquenza il leale Nèstore:

niente mi convincerà che non sia stato un delitto

l'averlo abbandonato. Lento per il cavallo ferito

e stanco per l'età senile, Nèstore implorava Ulisse,

ma lui, suo compagno, lo tradì. Non è accusa che m'invento;

ben lo sa il figlio di Tideo, che lo ingiuriò chiamandolo per nome

più e più volte, rinfacciando al pavido amico d'essere fuggito.

Con occhi giusti gli dei osservano le vicende dei mortali,

ed ecco che chi non concesse aiuto, ne ha bisogno; chi abbandona,

dev'essere abbandonato: è la legge da Ulisse stesso sancita.

Chiama in aiuto i compagni: io accorro e lo vedo tremante,

pallido di paura, sconvolto al pensiero di dover morire.

Lo riparo con la mole del mio scudo, proteggendolo a terra,

e gli salvo (ben poco merito in questo) quell'anima vigliacca.

Se tu insisti a competere con me, torniamo in quello stesso luogo:

di fronte al nemico, con la tua ferita e la tua viltà di sempre,

cèlati dietro il mio scudo e al suo riparo misurati con me!

Ma appena lo salvai, quell'uomo che non poteva reggersi in piedi

per le ferite, fuggì via senza che una ferita l'impacciasse.

Arriva Ettore, portando con sé nella mischia i numi suoi,

e dove irrompe, non sei tu solo, Ulisse, a tremare,

ma anche i più coraggiosi: tanto è il terrore che incute.

Ettore esultava per il successo della sua cruenta strage,

ed io da lontano lo stesi supino con un macigno immane;

e quando lui chiese un avversario con cui battersi, solo io

gli tenni fronte: voi, Achei, pregaste che indicasse me la sorte

e la vostra preghiera fu esaudita. Se chiedete l'esito

di quel duello, no, da Ettore non fui io sconfitto. Ed ecco

che i Troiani col ferro, il fuoco e l'arma di Giove si avventano

contro la flotta dei Dànai: dov'è mai sparito il facondo Ulisse?

Io col mio petto protessi migliaia di navi, protessi

la speranza del vostro ritorno: assegnatemi per questo le armi!

E a dire il vero, se mi è lecito, più alle armi si concederebbe

onore che a me: la gloria loro è unita alla mia

e sono le armi a reclamare Aiace, non Aiace le armi.

Porti a confronto lui l'eccidio di Reso, dell'imbelle Dolone,

il rapimento di Èleno, figlio di Priamo, o del Palladio:

niente fatto alla luce del sole, niente senza Diomede al fianco.

Dunque, se gli assegnate queste armi per meriti così mediocri,

dividete il premio e la parte maggiore vada a Diomede.

Ma perché darle a Ulisse, a lui che agisce sempre di nascosto,

senz'armi in mano e inganna l'incauto nemico con la frode?

Proprio quest'elmo d'oro scintillante con i suoi riflessi

svelerà le sue insidie mostrando dove si nasconde.

E la testa di lui, signore di Dulìchio, infilato quest'elmo,

non riuscirebbe a sostenerne il peso, come la lancia del Pelio

potrebbe essere troppo massiccia, pesante per un braccio imbelle,

e lo scudo, scolpito con le immagini del vasto mondo,

male si adatterebbe a una sinistra vile e nata per l'inganno.

Perché, impudente, chiedi un dono che ti lascerebbe senza fiato?

Se un abbaglio del popolo greco te lo concederà,

il nemico penserà solo a spogliarti, non a temerti,

e la tua fuga, l'unica azione in cui, codardo, noi tutti vinci,

sarà lenta se dovrai trascinarti dietro tutto questo peso.

E aggiungi che il tuo attuale scudo, così raramente esposto

ai rischi della guerra, è intatto, mentre il mio, a furia di parare

colpi, presenta mille squarci e ha bisogno che un altro gli succeda.

Ma a che giova discutere? Guardateci all'azione!

Si gettino le armi del grande eroe fra le schiere nemiche,

mandateci a riprenderle e assegnatele a chi le riporta!».

Il figlio di Telamone aveva finito: alle ultime parole

seguì un brusio generale. Si alzò allora l'eroe

figlio di Laerte. Stette un po' con gli occhi abbassati a terra,

poi li levò sui condottieri e rompendo il silenzio diede inizio

al suo atteso discorso: né mancava fascino alla sua facondia.

«Se avessero avuto efficacia i miei e i vostri voti, Achei,

non ci sarebbe dubbio sull'erede di armi così prodigiose:

tu avresti ancora le tue armi e noi avremmo te, Achille.

Ma poiché un destino iniquo ha privato tutti noi

di questo eroe,» e così dicendo, come se piangesse, fece il gesto

di asciugarsi gli occhi, «chi meglio di me può succedere

ad Achille, di me che convinsi il grande Achille a seguire i Greci?

Non vorrei che ad Aiace giovasse l'apparire ottuso, com'è,

e a me nocesse l'ingegno, che a voi sempre ha giovato,

Achei. E anche questa mia facondia, se veramente esiste,

che ora interviene per me, come spesso intervenne per voi,

non mi attiri rancore. Non vi sia chi rinuncia alle proprie doti.

La stirpe, gli antenati e ciò che ognuno non deve a sé stesso,

esito a definirli pregi. Ma poiché Aiace va dicendo

d'essere pronipote di Giove, anche il fondatore del mio sangue

è Giove e da lui io disto altrettanti gradi.

Mio padre infatti è Laerte, quello di Laerte è Arcesio e di Arcesio

Giove; ma nessuno di loro è mai stato condannato all'esilio.

Per parte di madre poi altra nobiltà a me si aggiunge:

Mercurio. Un dio è all'origine di entrambi i miei genitori.

Ma non perché son più nobile dal lato materno

o perché mio padre non si è macchiato del sangue di suo fratello,

pretendo le armi in palio. Valutate solo in base ai meriti,

purché non si ascriva a merito di Aiace il fatto che Telamone

e Peleo furono fratelli, e purché non valga in questa contesa

delle armi la discendenza, ma il peso del valore.

Se invece si cercano più stretta parentela e l'erede vero,

bene, Achille ha un padre, Peleo, e pure un figlio, Pirro:

che c'entra Aiace? Si mandino le armi a Ftia o a Sciro.

E poi c'è Teucro, che a rigore è cugino di Achille come Aiace:

forse pretende le armi? o se le pretendesse, le otterrebbe?

Poiché dunque la contesa si restringe alle sole imprese,

ebbene io ne ho compiute più di quante possa riferire

in un breve discorso: cercherò tuttavia di andare per ordine.

Sapendo che suo figlio Achille doveva morire, la Nereide

Teti l'aveva travestito, e tutti, sì, compreso Aiace,

si erano lasciati ingannare dagli abiti che indossava.

Per ridestare in lui gli istinti bellicosi allora, tra gli oggetti

femminili, io infilai le sue armi. L'eroe non si era strappato

le vesti di fanciulla ancora, che, mentre afferrava scudo e lancia,

io gli dissi: "Figlio di una dea, tu sei destinato a Pergamo,

perché cada. Che aspetti ad annientare il prestigio di Troia?".

E imponendomi a lui, spinsi quel prode a prodi imprese.

Perciò mie sono le sue gesta: a domare in combattimento Tèlefo

e a risparmiarlo, mentre vinto implorava, io sono stato.

Opera mia la caduta di Tebe; dovete ammetterlo: Lesbo,

Tènedo, Crise e Cilla, la città di Apollo, e ancora Sciro,

le ho conquistate io; per merito del mio braccio, non lo scordate,

le mura di Lirnesso furono sconnesse e crollarono al suolo.

Per tacere d'altri, fui io a dirvi chi era in grado d'annientare

il crudele Ettore: per merito mio giace il famoso Ettore!

Io chiedo queste armi per quelle armi con le quali scoprii

Achille: gliele diedi ch'era vivo, ora che è morto le rivoglio.

Quando l'offesa fatta a un uomo solo coinvolse tutti i Greci

e mille navi riempirono Aulide nei pressi dell'Eubea,

a lungo si attese il vento: non ne spirava un soffio o, se spirava,

era contrario. Una crudele predizione impose ad Agamennone

d'immolare la sua innocente figliola alla spietata Diana.

Il genitore si rifiuta, s'adira contro gli stessi dei:

è un re, ma pur sempre un padre. Con l'arte della mia parola

io converto la sua tenerezza paterna al bene pubblico.

Oggi, sì, posso confessarlo, e il figlio di Atreo mi perdoni:

vinsi una causa difficile davanti a un giudice maldisposto.

Ma poi, per il bene comune, per il fratello e per ciò che spetta

al comando supremo, accetta di pagare la gloria col sangue.

E mi mandano dalla madre: questa non devo esortarla,

ma ingannarla con l'astuzia. Se per caso ci fosse andato Aiace,

le vele sarebbero ancora in attesa d'un vento favorevole.

Poi mi mandano, ambasciatore temerario, nella rocca d'Ilio

e lì vidi entrandovi l'assemblea della possente Troia:

era ancora stipata di guerrieri. Imperterrito svolgo

la missione affidatami da tutta la Grecia coalizzata:

accuso Paride, reclamo in restituzione il tesoro ed Elena,

e riesco a scuotere Priamo e Antènore a lui molto vicino.

Ma Paride, i fratelli suoi e chi aveva partecipato al ratto

a stento (tu lo sai, Menelao!) trattennero l'empie loro mani:

quello fu il primo giorno che condividemmo un rischio insieme.

Troppo lungo sarebbe riferire tutto quanto feci

di utile con l'ingegno e il braccio nel corso di questa eterna guerra.

Dopo i primi scontri il nemico si arroccò per lungo tempo

dentro le mura e non vi fu più modo di combattere

in campo aperto: solo al decimo anno è ripresa la battaglia.

E tu che hai fatto intanto, tu che altro non sai se non combattere?

servivi a qualcosa? Se invece vuoi sapere cosa ho fatto io:

bene, tesi insidie ai nemici, cinsi di difese le trincee,

esortai i compagni a sopportare con serenità la noia

del lungo assedio, li istruii sul modo di approvvigionarsi

di armi e viveri, fui mandato in missione dov'era necessario.

Ecco che su consiglio di Giove, Agamennone, ingannato

da un sogno, ordina di abbandonare la guerra intrapresa.

E può giustificare il suo volere con l'autorità divina.

Ma Aiace dovrebbe opporsi, esigere che Troia venga distrutta

e combattere come sa fare. Perché non ferma i fuggitivi?

Perché non prende le armi e dà l'esempio alla truppa disorientata?

Non era troppo pretendere questo da chi tanto si glorifica.

E invece non fugge anche lui? Ti vidi, e mi vergognai di vederti,

quando voltasti le spalle apprestandoti a salpare come un vile.

Senza esitare allora: "Che fate?" io dissi. "Quale pazzia vi spinge,

o compagni, a lasciare Troia ormai già conquistata?

Che mai porterete in patria dopo dieci anni, se non disonore?".

Con questi ed altri argomenti (la rabbia mi rendeva più eloquente)

riportai indietro i fuggiaschi dalla flotta già pronta a salpare.

L'Atride raduna i compagni annichiliti dal terrore;

ma nemmeno allora il figlio di Telamone osa aprir bocca.

Eppure persino Tersite osò parlare e insolentire i re,

anche se a quel protervo gliela feci pagare io, proprio io.

E mi levo a parlare incitando contro il nemico quei codardi

e con la mia parola gli restituisco il coraggio perduto.

Da quel momento qualsiasi prodezza Aiace può sembrare

che abbia compiuto è opera mia, che lo trattenni mentre fuggiva.

Ma poi tra i Dànai chi ti elogia, chi ti cerca?

Diomede invece mi fa partecipe delle sue imprese,

mi apprezza e sempre confida nell'aiuto di Ulisse.

Vuol dire pur qualcosa essere scelto dal figlio di Tideo, unico

fra migliaia di Greci. Non me l'imponeva la sorte di andare,

eppure, disprezzando i pericoli della notte e dei nemici,

uccido Dolone, un frigio che stava tentando un'azione simile

alla nostra, non senza averlo prima costretto a svelare tutto

e venendo così a sapere cosa tramava l'infida Troia.

Avendo appreso tutto, non avevo altro da scoprire

e potevo tornarmene indietro a cogliere gli onori promessi.

Invece non contento mi diressi alle tende di Reso

e trucidai lui e i suoi nel suo stesso accampamento.

E così, vincitore e soddisfatto, con un cocchio

sottratto al nemico, rientro assaporando la gioia del trionfo.

Se ora mi negate le armi di Achille, i cui cavalli aveva chiesto

Dolone in premio per la sua sortita, più equo di voi fu Aiace.

Perché ricordarvi le schiere del licio Sarpedonte distrutte

dalla mia spada? In un lago di sangue stesi a terra

Cèrano, figlio di Ífito, Alàstore e Cromio,

Alcandro, Alio, Noèmone e Prìtani,

a morte mandai Toone, Chersidamante, Càrope

ed Ènnomo, capitatomi davanti per sua disgrazia,

e altri ancora, meno famosi, caddero sotto le mura

della città per mano mia. E di ferite si fregia il mio petto,

o cittadini. Non pretendo che vi fidiate sulla parola:

ecco, guardate!» e con la mano si scostò la veste.

«Per la vostra causa, sì, per voi, si è battuto questo petto!

Invece in tanti anni Aiace per i suoi non ha versato

una sola goccia di sangue e in corpo non reca ferita.

Che importa poi se, come dice, con le armi ha difeso

la flotta dei Greci contro i Troiani e contro Giove?

L'ha difesa, l'ammetto: non è mio costume sminuire a torto

i meriti altrui. Ma non spacci per suo, solo per suo, ciò

che appartiene a tutti, e lasci anche a voi una parte di onore:

fu Patroclo, nelle vesti di Achille, a respingere con baldanza

i Troiani dalle navi, un rogo, se no, col loro difensore.

Aiace afferma inoltre che ebbe lui solo il coraggio di affrontare

le armi di Ettore, ma dimentica il re, gli altri condottieri e me:

nono per questo compito, se fu scelto lui, lo deve alla sorte.

Comunque, grandissimo guerriero, quale fu l'esito del vostro

duello? Ettore ne uscì intatto, senza una ferita.

Ahimè, con quanto dolore sono costretto a ricordare

il giorno in cui Achille, il baluardo di noi Greci,

è caduto! Né lacrime, timore o strazio

m'hanno impedito di riportarne, sollevato da terra, il corpo.

Su queste spalle, sì, su queste spalle ho portato il corpo di Achille

con le sue armi: armi che mi batto per poter portare ancora.

Ho la forza che serve a sostenerne il peso

e ho l'animo giusto per apprezzare l'onore che mi fareste.

Per questo forse la cerulea Teti carezzò tante ambizioni

per suo figlio, perché queste armi, dono degli dei,

opera d'arte così preziosa, le indossasse un soldato rozzo

e senza ingegno? Non sarebbe in grado di distinguere i rilievi

dello scudo: l'oceano, la terraferma e il cielo con le sue stelle,

le Pleiadi, le Íadi e l'Orsa che mai s'immerge nel mare,

le diverse città e la spada fulgente di Orìone.

Insiste per ottenere armi di cui non comprende il valore.

E m'accusa d'essermi aggregato tardi all'impresa in corso,

cercando di evitare i pesanti doveri della guerra,

senza accorgersi che così sparla del magnanino Achille?

Se chiami colpa l'aver simulato, abbiamo simulato entrambi;

se un crimine è il ritardo, io qui venni prima di Achille.

L'affetto di mia moglie trattenne me, quello di sua madre Achille:

a loro dedicammo i primi tempi della guerra, a voi il resto.

Non temo, anche se non potessi respingerla, un'accusa in comune

con un uomo così grande: in ogni caso Achille fu rintracciato

dall'acume di Ulisse, ma non Ulisse dall'acume di Aiace!

Non dobbiamo però stupirci se con parole insensate

lui mi copre d'insolenze: anche a voi rinfaccia cose vergognose.

Se ho commesso un'infamia accusando con falsità

Palamede, voi che lo condannaste ne traete onore?

Ma in verità il figlio di Nàuplio non fu in grado di scolparsi,

tanto palese era il misfatto, e voi non giudicaste il crimine

per sentito dire: l'accertaste, il denaro provava l'accusa.

E se il figlio di Peante si trova a Lemno, che è cara a Vulcano,

io non ne ho colpa. Scagionatevi voi, è opera vostra:

voi deste il consenso. Non negherò, no, d'averlo convinto

a sottrarsi alle fatiche della guerra e del viaggio,

per tentare di lenire col riposo i suoi atroci dolori.

Mi ubbidì e si è salvato. Il mio consiglio non fu soltanto leale,

ma felice, quando la lealtà già sarebbe bastata.

Se ora gli indovini chiedono che torni per distruggere Pergamo,

non affidate l'incarico a me. Meglio mandare Aiace:

col suo eloquio saprà certo ammansire quell'uomo folle d'ira

e malanni, o, astuto com'è, lo porterà qui con qualche espediente.

Ma il Simoenta scorrerà a ritroso, l'Ida si ergerà

senza foreste e l'Acaia prometterà soccorso a Troia,

prima che lo stolido Aiace, se col mio ingegno smetto

d'aiutarvi, sia di qualche utilità ai Greci con la sua sagacia.

Detesta pure i tuoi compagni, il re e me stesso,

spietato Filottete, maledicimi, maledicimi e impreca

sul mio capo senza fine, desidera nella tua sofferenza

ch'io ti sia consegnato per saziarti del mio sangue,

e che tu m'abbia in potere, come io ebbi in potere te:

ma io ti ritroverò, cercherò di riportarti con me

e m'impadronirò, se la fortuna mi assiste, delle tue frecce,

come m'impadronii, catturandolo, dell'indovino dei Dàrdani,

come scoprii i responsi degli dei e il destino di Troia,

come rapii dal santuario la statua della frigia Minerva

in mezzo ai nemici. E Aiace vuole paragonarsi a me?

Il fato non permetteva di prendere Troia senza il Palladio.

Ebbene, dov'è il forte Aiace? Dove le tracotanti parole

del gran guerriero? Cosa teme? Perché invece Ulisse

osa passare tra le sentinelle, avventurarsi nella notte

e fra spade feroci penetrare non solo dentro le mura

di Troia, ma persino in cima alla rocca e strappare

la dea al suo tempio per portarla fra noi attraverso i nemici?

Se non avessi fatto questo, invano il rampollo di Telamone

avrebbe imbracciato uno scudo di sette pelli taurine.

Quella notte da me fu determinata la sconfitta di Troia,

e l'ho vinta mettendola in condizione d'essere vinta.

Smettila di indicare a tutti con occhiate e mormorii

il mio Diomede: una parte di merito è certo anche sua.

Ma neppure tu eri solo quando brandivi lo scudo

per difendere la flotta: avevi con te una folla, io solo un uomo.

Se non si rendesse conto che un guerriero è inferiore a chi ragiona

e che qui non si tratta di premiare la forza bruta del braccio,

chiederebbe le armi anche Diomede, e l'altro Aiace più assennato,

il fiero Eurìpilo, il figlio dell'incomparabile Andrèmone,

e così pure Idomeneo, il conterraneo Merìone,

le chiederebbe Menelao, fratello del più grande Atride:

anche loro sono forti di braccio e non secondi a te sul campo,

ma si sono arresi alla mia saggezza. Tu hai una destra utile

in battaglia, ma la tua mente ha bisogno della mia guida;

tu possiedi la forza bruta, io penso all'avvenire;

tu sai combattere, sì, ma Agamennone consulta me per scegliere

il tempo di combattere; tu servi solo col tuo corpo,

io con la mente, e come chi comanda la nave precede il ruolo

del rematore, come il generale è più importante dei soldati,

così io supero te: nella mia persona migliore è la mente

della mano, anzi tutta la mia forza è nella mente.

Premiate dunque, condottieri, chi vigila su di voi,

e per l'opera che con sollecitudine ho svolto in tanti anni,

concedetemi questo onore come compenso per i miei meriti.

Al termine è ormai la fatica: io ho rimosso i divieti del destino

e, dandovi modo di prendere la rocca di Troia, l'ho presa.

Ora in nome delle speranze comuni, dell'imminente crollo

di Troia, degli dei che poco fa ho sottratto al nemico,

di quel poco che ancora si può fare agendo con l'ingegno,

se ancora si deve escogitare un intervento audace e rischioso,

se ritenete che a Troia rimanga ancora un po' di vita,

vi prego, ricordatevi di me! E se non date le armi a me,

datele a lei!». E indicò la fatidica statua di Pallade.

Scosso ne fu il consiglio degli eletti e chiaro quanto possa

nei fatti la parola: le armi del grande eroe le ebbe il più facondo.

Ma chi tante volte da solo aveva retto ad Ettore,

al ferro, al fuoco e a Giove, a un'unica cosa non resse: l'ira.

L'angoscia vinse quell'invitto eroe. Sguainata la spada:

«Questa almeno è mia» disse. «O Ulisse pretende anche questa?

Contro me stesso devo usarla: lei che grondò tante volte

del sangue dei Frigi, ora del sangue del suo padrone gronderà,

perché nessuno possa battere Aiace se non Aiace!».

Così disse e nel petto, che solo allora subì ferita,

là dove cedette al ferro, s'immerse la spada mortale.

Le mani non riuscirono a riestrarre l'arma, tanto era confitta:

fu lo stesso sangue ad espellerla; e la terra arrossata dal sangue

generò da un germoglio appena spuntato un fiore purpureo,

quel fiore che era già nato dalla ferita di Giacinto.

Sui petali si leggono lettere che accomunano il fanciullo

al guerriero: per l'uno il nome, per l'altro il lamento.

Vittorioso, Ulisse fece vela verso Lemno, patria di Ipsìpile

e dell'illustre Toante, terra infamata dall'antica strage

dei suoi uomini, per riavere le frecce dell'eroe di Tirinto.

Quando le riportò tra i Greci, insieme al loro proprietario,

si poté dare l'ultimo colpo a quell'interminabile guerra.

Cadde Troia e Priamo con lei; sua moglie, sventurata,

dopo aver perso tutto, perse anche l'aspetto umano,

atterrendo con inauditi latrati un cielo straniero,

là dove la distesa dell'Ellesponto si chiude negli stretti.

Ilio bruciava, ancora in preda alla violenza delle fiamme,

e l'altare di Giove si era imbevuto del poco sangue

del vecchio Priamo; tirata per i capelli, la sacerdotessa

di Febo tendeva al cielo inutilmente le mani.

I Greci vincitori trascinano via, come bottino odioso,

le donne troiane che, asserragliate nei templi incendiati,

sino all'ultimo istante abbracciano le statue degli dei.

Astianatte viene gettato giù da quella torre, dalla quale

tante volte, mostratogli dalla madre, aveva guardato il padre

che combatteva per lui e per difendere il regno avito.

E ormai Borea invita a partire, schioccano le vele gonfie

di brezza in favore; i marinai esortano a sfruttare quel vento.

«Addio, Troia!» gridano le Troiane, «ci portano via!»

e baciando la terra, lasciano la patria, le case fumanti.

Rintracciata fra i sepolcri dei suoi figli (spettacolo

straziante), per ultima sale sulla nave Ecuba;

aggrappata alle tombe, dava baci alle ossa: Ulisse a forza

la trascinò via. Ma di un figlio almeno, del suo Ettore, riuscì

a prendere le ceneri e le portò con sé stringendole al seno:

sulla tomba lasciò qualche ciocca bianca strappata dal capo,

patetica offerta funebre: qualche ciocca di capelli e lacrime.

Di fronte alla Frigia, là dov'era Troia, c'è una terra abitata

dal popolo dei Bìstoni. Vi sorgeva la magnifica reggia

di Polimèstore, al quale tuo padre Priamo t'aveva affidato

di nascosto, Polidoro, per sottrarti alla guerra in corso in Frigia.

Saggia idea, se non gli avesse affidato anche un grande tesoro,

un'esca per la sua avidità, il premio di un delitto.

Quando precipitò la fortuna dei Frigi, l'empio re dei Traci

prese una spada e l'immerse nella gola del suo pupillo,

e come se occultando il corpo si potesse cancellare il crimine,

dall'alto di una rupe gettò il cadavere in fondo al mare.

La flotta di Agamennone attraccò sulla costa dei Traci,

in attesa che il mare si placasse e più propizio fosse il vento.

E qui all'improvviso, imponente come quando era in vita,

da un largo squarcio del suolo uscì Achille, con l'aria minacciosa

e lo sguardo feroce del giorno in cui aveva aggredito

senza ragione alcuna Agamennone con la spada:

«Immemori di me,» disse, «Achei, ve ne andate?

Sepolta è con me la gratitudine per il mio valore?

Non fatelo! E perché il mio sepolcro non resti senza onori,

placate l'ombra di Achille immolando Polissena!».

Per ubbidire alle parole di quell'ombra crudele, i compagni

strapparono dal seno della madre il solo suo conforto ormai,

e quella vergine infelice, impavida più d'ogni femmina,

fu spinta davanti al tumulo in olocausto al barbaro defunto.

Cosciente del suo rango, quando a quell'infame altare

fu accostata e capì che per lei era allestito l'orrendo rito,

quando vide accando a sé Neoptòlemo che, impugnando

l'arma del sacrificio, la guardava fisso in volto:

«Prenditi pure il mio nobile sangue» disse.

«Io sono pronta: affondami il ferro in gola o nel petto!»

e con un unico gesto si scoprì gola e petto.

«Credete forse che Polissena accetti d'essere schiava?

o forse di placare qualche nume con un tale sacrificio?

Vorrei solo che la mia morte a mia madre si potesse celare:

è mia madre che mi angoscia e attenua la gioia di morire,

benché la vita sua dovrebbe farla piangere, non la mia morte!

Voi per pietà, perché io scenda libera tra le ombre dello Stige,

state lontani, se giusto è ciò che chiedo, non toccate una vergine

con le vostre mani virili. Più gradito sarà il sangue

di una fanciulla libera a colui che vi accingete, chiunque sia,

a placare uccidendomi. Se poi le ultime mie parole

hanno commosso qualcuno (vi prega la figlia di un re, di Priamo,

non una schiava), rendete il mio corpo senza riscatto alla madre,

perché col pianto, non con l'oro, ottenga il diritto straziante

di darmi sepoltura. Prima l'avrebbe ottenuto anche con l'oro».

La gente a queste parole non trattenne le lacrime,

che lei tratteneva, e persino il sacerdote, mentre con la spada

le squarciava il petto proteso, senza volerlo piangeva.

Lei, stramazzando al suolo con le ginocchia piegate,

serbò un atteggiamento intrepido sino all'ultimo istante;

ed anzi, mentre cadeva, ebbe cura di velarsi quelle parti

che vanno nascoste, per salvare decoro al suo casto pudore.

Raccogliendo la salma, le Troiane ricordano tutti i figli

di Priamo che hanno pianto, il sangue donato da quella stirpe.

E piangono la tua sorte, vergine, e la tua, Ecuba, regina,

madre di re un tempo, simbolo della potenza asiatica,

e ora sgradita anche come preda, tanto che Ulisse, che t'ha avuto

in sorte, non ti vorrebbe, se non avessi partorito Ettore.

Ed Ettore stesso solo a stento trovò un padrone per sua madre!

Abbracciando quel corpo intrepido privo di vita, Ecuba,

le lacrime che aveva tante volte versato per figli, patria

e marito, le versa anche per lei; ne colma la ferita,

copre di baci la bocca, si batte il petto ormai rotto a quei colpi

e sfiorando con i suoi bianchi capelli il sangue rappreso,

fra innumerevoli lamenti, col cuore straziato, così dice:

«Figliola mia, ultimo dolore di tua madre (che altro mi resta?),

figliola, tu sei morta e io vedo la tua piaga, la piaga mia.

Ecco, perché nessuno dei miei io possa perdere senza sangue,

anche tu sei piagata. Eppure, come donna, ti credevo

al sicuro dalle spade: anche tu, donna, sì, sei morta di spada.

Lui, che ha ucciso tanti tuoi fratelli, lui ha ucciso anche te,

lui, rovina di Troia, distruttore della mia famiglia, Achille.

Quando cadde sotto le frecce di Paride e Febo,

ora almeno lui, mi dissi, Achille, non dovrò più temerlo.

E invece dovevo temerlo ancora! Persino sepolto, in cenere,

infuria contro questa famiglia; anche morto l'abbiamo nemico.

Feconda per Achille sono stata! Distrutta è la grande Troia,

e la strage di un popolo è finita con un'immane catastrofe,

ma almeno è finita. Solo per me Pergamo esiste ancora:

le mie pene proseguono ancora. Io ch'ero al culmine del prestigio,

fiera di tanti figli, generi, nuore e marito,

qui son tratta in esilio, indigente, strappata alle tombe dei miei,

offerta a Penelope, che mi farà filare la lana

e, mostrandomi alle donne di Itaca, dirà: "Questa

è la famosa madre di Ettore, la consorte di Priamo!".

Dopo tanti cari perduti, tu, che eri la sola ad alleviare

i miei strazi di madre, all'ombra di un nemico sei stata immolata.

Offerte funebri per il nemico ho partorito. A che resisto?

Cosa attendo impietrita? Cosa ancora mi serbi, annosa vecchiaia?

Perché, numi crudeli, tenete così a lungo in vita una vecchia,

se non per farmi vedere altri lutti? Chi mai avrebbe supposto

che, distrutta Pergamo, Priamo si potesse dire fortunato?

Fortunato perché è morto; e uccisa non può vederti, figlia mia:

ha perso la vita e il regno nello stesso momento!

Ma, penso, tu avrai onoranze funebri regali, principessa,

il tuo corpo sarà inumato nella tomba di famiglia;

no, non abbiamo questa fortuna! Le sole onoranze che avrai

saranno il pianto di tua madre e un pugno di terra straniera.

Tutto ho perduto, e perché accetti di vivere ancora un po',

un figlio carissimo solo mi rimane, un figlio

unico, il più piccolo dei miei figli maschi,

Polidoro, affidato in queste terre a un re di Tracia.

Ma intanto, che aspetto a lavare questa crudele ferita

con acqua pura, questo volto orrendamente cosparso di sangue?».

E si diresse col suo passo di vecchia verso la spiaggia,

strappandosi gli argentei capelli. «Datemi un'anfora, Troiane»,

aveva chiesto l'infelice per attingere acqua limpida:

ed ecco che qui scorge, gettato sulla riva, il cadavere

di Polidoro, con le orrende ferite infertegli dal re trace.

Le Troiane lanciano un urlo. Lei ammutolisce dal dolore,

il dolore le soffoca parole e lacrime che affiorano

dal profondo del cuore; irrigidita come un blocco

di marmo, un attimo fissa con gli occhi la terra ai suoi piedi,

l'attimo dopo leva uno sguardo furente verso il cielo,

ora osserva il viso, ora le ferite del figlio disteso,

soprattutto le ferite, e intanto si gonfia e si arma d'ira.

Poi, quando ne arde tutta, come se ancora fosse regina,

decide di vendicarsi e altro non pensa che alla vendetta.

Come infuria la leonessa privata del cucciolo che allatta

e, trovate le orme, insegue il nemico, anche senza vederlo,

così Ecuba, unendo in sé dolore e rabbia,

non dimenticando il suo spirito, ma dimenticando i suoi anni,

si reca da Polimèstore, autore dell'efferato delitto,

e gli chiede un colloquio: dice che vuole mostrargli

un tesoro rimasto nascosto, perché lui lo consegni al figlio.

Il re trace abbocca e, incalzato dalla sua ben nota avidità,

si apparta con lei; qui con tono falsamente blando:

«Non esitare, Ecuba» le dice. «Dammi il dono per tuo figlio.

Ti giuro sugli dei che tutto quello che mi dai, come già quello

che mi desti, tuo figlio l'avrà». Lei lo guarda torva mentre parla

e giura il falso; tutta accesa e gonfia d'ira,

di colpo l'afferra, chiama a sé le altre prigioniere

(sono schiere) e in quegli occhi infidi gli affonda le dita,

dalle orbite gli cava i bulbi (l'ira la rende indomabile),

vi immerge le mani e, imbrattata del sangue del criminale,

devasta, non gli occhi, che più non ci sono, ma la cavità loro.

Il popolo, sdegnato dello scempio fatto al proprio re,

incominciò ad assalire la donna lanciando armi e pietre;

ma lei correva con un ringhio sordo dietro ai sassi,

cercando a morsi di afferrarli; aveva la bocca pronta a parlare,

ma quando tentò di farlo abbaiò. Il luogo che ricorda il fatto

esiste ancora. Per lungo tempo, memore delle sue sventure,

lei ululò disperata per le campagne della Tracia.

La sua sorte commosse non solo i Troiani, ma persino i Greci,

i nemici, e tutti quanti gli dei; commosse tutti,

tanto che la stessa moglie e sorella di Giove, Giunone,

riconobbe che Ecuba non meritava una fine simile.

Pur avendo protetto le armi di Troia, Aurora non pianse

più di tanto la fine sventurata di Ecuba e della città.

Un più intimo affanno, un lutto di famiglia angosciava la dea:

la perdita di Mèmnone, che la dorata madre aveva visto

cadere sui campi di Frigia sotto la lancia di Achille;

l'aveva visto, e il rosso colore, che incendia le ore del mattino,

era impallidito; le nubi avevano oscurato il cielo.

Quando poi la salma fu deposta sul rogo,

la madre non resse a quella vista e, così com'era,

con i capelli sciolti, non ebbe ritegno di gettarsi ai piedi

del grande Giove e di unire alle lacrime queste parole:

«Inferiore a tutte le dee che vivono nell'etere dorato

(pochissimi in tutto il mondo sono i templi a me consacrati),

ma come dea vengo, non perché tu mi conceda sacrari, giorni

di sacrifici o altari che si accendano di fuochi

(eppure, se tu considerassi quali servigi, benché femmina,

ti rendo, quando all'alba limito i confini della notte,

mi riconosceresti un premio); ma non pensa a questo Aurora,

né ora è nello spirito di pretendere gli onori che le spettano.

Perché ho perso il mio Mèmnone, che per essersi con valore

battuto in favore di suo zio Priamo, è morto nel fiore degli anni,

ucciso (voi l'avete voluto) dal forte Achille, qui, qui, vengo.

A lui, ti prego, concedi qualche onore a conforto della morte,

o supremo signore degli dei, e allevia il mio strazio di madre!».

Giove accondiscese, e nello stesso istante l'alto rogo di Mèmnone

crollò distrutto dalle fiamme e nere volute di fumo

oscurarono il giorno, come quando salgono dai fiumi

e s'addensano nebbie, che neppure il sole riesce a penetrare.

Ceneri grige si sollevano e si condensano unendosi

in un sol corpo, assumono l'aspetto di una figura, traendo

dal fuoco calore e vita. La sua leggerezza la rende alata:

all'inizio è solo un fantasma di uccello, poi un uccello vero

manda uno strepito di penne, infine di innumerevoli uccelli,

nati tutti insieme nello stesso modo, è un frastuono.

Tre volte volano intorno al rogo, tre volte nell'aria all'unisono

echeggia uno strido; alla quarta in volo si dividono in due stormi.

Allora, su fronti opposti, due popoli feroci

si muovono guerra, sfogano col becco e gli artigli adunchi

la loro furia, si fiaccano ali e petti negli scontri,

e cadono offrendosi in olocausto alle ceneri del defunto

da cui sono sorti, memori d'esser nati da un grande guerriero.

Gli uccelli, apparsi all'improvviso, hanno nome dal capostipite:

da lui son detti Memnònidi, e ogni volta che il sole ha ripercorso

lo Zodiaco, riprendono il funebre combattimento e a morire.

Così, se ad altri parve penoso il latrare di Ecuba,

Aurora si chiuse nel suo lutto, e ancor oggi versa lacrime

per il suo figliolo, spargendo rugiada su tutto il mondo.

Non permette tuttavia il destino che con le mura di Troia

crollino le sue speranze. Il figlio di Venere si pone in spalla

gli oggetti sacri e, più sacro ancora, il padre, venerabile peso.

Fra tante ricchezze solo queste sceglie quell'uomo pio,

e il suo Ascanio; poi salpa da Antandro fuggendo sul mare

con la sua flotta; oltrepassa le rive scellerate della Tracia,

terra che trasuda il sangue di Polidoro,

e col favore del vento e delle correnti, approda,

insieme ai suoi compagni, a Delo, l'isola di Apollo.

Qui l'accoglie nel tempio e nella reggia Anio, provvido sovrano

del suo popolo, ossequente sacerdote di Febo,

e gli mostra la città, i famosi luoghi di culto e le due piante

alle quali si era aggrappata un tempo Latona durante il parto.

Gettato incenso sul fuoco, versato vino sull'incenso

e arse, secondo il rito, viscere di giovenche offerte agli dei,

rientrano nel palazzo reale e, distesi su folti tappeti,

mangiano i doni di Cerere e bevono il succo di Bacco.

Allora il pio Anchise: «O eletto ministro di Febo,

m'inganno o, quando vidi per la prima volta queste mura,

tu non avevi, se ben ricordo, un figliolo e quattro figlie?».

E Anio, scotendo il capo avvolto da bende color di neve,

con aria triste risponde: «Non t'inganni, o grandissimo

eroe, allora mi vedesti padre di cinque figlioli,

ora (tanta è l'instabilità degli eventi che travaglia l'uomo)

me ne vedi quasi privo. Di quale aiuto può essermi infatti

il figlio, che vive lontano in terra d'Andro, un'isola

che da lui ha preso il nome, e lì regna in luogo di suo padre?

A lui il dio di Delo ha dato facoltà divinatorie;

alle femmine Bacco fece un altro dono, più grande dei voti,

incredibile: ogni cosa da loro toccata si trasformava

infatti in grano, in vino puro o nelle olive di Minerva,

una facoltà preziosissima per loro.

Come venne a saperlo, il figlio di Atreo, il distruttore di Troia

(non credere che in qualche modo non si sia sentita anche da noi

la vostra bufera), con la forza delle armi le strappò

di prepotenza dal petto paterno e ingiunse loro

di sostentare con quel dono celeste la flotta di Argo.

Ciascuna fuggì dove poté: due si rifugiarono

in Eubea, le altre due ad Andro, dal fratello.

Giunge il nemico e minaccia guerra se non le avesse consegnate.

Sull'affetto prevalse la paura: alla vendetta abbandonò

le sorelle, ma bisogna scusare la sua debolezza.

A difendere Andro non c'era Enea, e non c'era Ettore,

grazie al quale avete potuto resistere per quasi dieci anni.

Le prigioniere stavano ormai per essere incatenate,

quando loro, alzando le braccia ancora libere

al cielo, esclamarono: "Aiutaci tu, padre Bacco!" e il dio,

che a loro aveva fatto quel dono, le aiutò, se annientare un essere

con un prodigio si può dire aiuto. In che modo perdessero

il loro aspetto, non lo compresi allora né potrei dirlo ora.

Solo si sa come si chiuse il dramma: si coprirono di penne,

mutandosi in candide colombe, gli uccelli cari alla tua sposa».

Dopo il banchetto allietato da simili e altri racconti,

levate le mense, si concessero al sonno.

All'alba si alzano e vanno a consultare l'oracolo di Febo,

che li invita a ritrovare l'antica madre, i lidi delle origini.

Il re li accompagna e offre doni ai partenti:

ad Anchise uno scettro, al nipote una faretra e un mantello,

a Enea un vaso che Terse, un amico nato sulle rive

dell'Ismeno, gli aveva inviato dalle contrade dell'Aonia.

Glielo aveva mandato Terse, ma l'artefice era Alcone d'Ile,

che vi aveva cesellato intorno una lunga storia.

Vi appariva una città, in cui si distinguevano sette porte:

queste ne indicavano il nome, rivelando quale città fosse.

Davanti alla città, riti funebri, tombe, fuochi e roghi,

donne col petto scoperto e i capelli sciolti esprimono

cordoglio. Anche le ninfe sembra che piangano e gemano

sulle fonti disseccate; spogli, senza una foglia,

si ergono gli alberi; caprette brucano brulle pietraie.

Dentro le mura di Tebe l'artista ritrae le figlie di Orìone:

l'una eroicamente offre il collo scoperto alle ferite,

l'altra, con l'arma infitta nella gola, non oppone resistenza;

muoiono per salvare il loro popolo e con magnifiche esequie

son portate per la città e cremate in un luogo pieno di folla.

Poi dalla brace delle vergini, perché la stirpe non si estingua,

balzano fuori due giovani, detti dalla leggenda 'Corone',

che guidano un corteo in onore delle ceneri da cui son nati.

Sin qui l'antico bronzo scintillava di figure;

l'orlo del vaso era cesellato con foglie d'acanto dorate.

I Troiani ricambiano con doni pari a quelli ricevuti:

al sacerdote donano un turìbolo per mettervi l'incenso

e ancora un calice e una corona sfavillante d'oro e di gemme.

Poi, rammentando che i Teucri discendono da Teucro,

si dirigono a Creta e vi sbarcano, ma, non sopportandone

a lungo il clima, abbandonano l'isola dalle cento città,

e si augurano di toccare un porto dell'Ausonia.

Travolti dalla bufera, si rifugiano nelle rade infide

delle Stròfadi, dove l'alata Aello li riempie di sgomento.

Ormai avevano oltrepassato anche i porti di Dulìchio,

Itaca, Same e Nèrito con le sue case, regno

dell'astuto Ulisse: vedono Ambracia, oggetto di contesa

fra gli dei, con la rupe che serba le fattezze dell'arbitro

loro, Ambracia rimasta famosa per il tempio di Apollo ad Azio,

e vedono la terra di Dodona con la sua quercia parlante,

e il golfo di Caonia, dove i figli del re dei Molossi

sfuggirono a un empio incendio mettendo le ali.

Vanno poi nel vicino paese dei Feaci, tutto campagne

colme di splendidi frutteti. Sbarcano quindi in Epiro,

a Butroto, copia di Troia, dove regna un indovino frigio.

Da lì, conoscendo ormai il loro futuro (Èleno,

figlio di Priamo, aveva a loro predetto puntualmente ogni cosa),

approdano in Sicilia. L'isola protende nel mare tre punte:

una, Pachino, è rivolta verso gli Austri che portano le piogge;

Lilibeo è esposta al tepore dello Zefiro, mentre Peloro

guarda verso le Orse che mai s'immergono nel mare e verso Borea.

Qui si dirigono i Teucri e, sul far della notte, a forza di remi

e col mare a favore, la flotta attracca sulle spiagge di Zancle.

La sponda destra è infestata da Scilla, la manca dall'irrequieta

Cariddi: questa inghiotte e rivomita le navi travolte,

quell'altra ha un ventre nero circondato di cani feroci,

ma viso di fanciulla e, se non sono tutte invenzioni le cose

che ci tramandano i poeti, un giorno fu davvero una fanciulla.

Molti la chiesero in moglie, ma non c'era chi lei non respingesse

e, carissima alle ninfe del mare, andava da loro a narrare

come eludesse le profferte dei giovani innamorati.

Un giorno Galatea, mentre le offriva la chioma da pettinare,

sospirando dal profondo del cuore, le fece questo discorso:

«Tu almeno, fanciulla, sei desiderata da uomini civili

e puoi negarti a loro, come fai, senza timore.

Ma io, che pure sono figlia di Nèreo, partorita

dalla cerulea Dòride, che ho alle spalle uno stuolo di sorelle,

solo a prezzo di grandi sofferenze ho potuto sottrarmi

alla passione del Ciclope». E il pianto le impedì di continuare.

La fanciulla glielo deterse con le dita bianche come il marmo

e, dopo averla consolata: «Racconta, carissima,» le disse

«e non celarmi (di me puoi fidarti) la causa del tuo dolore».

Allora la Nereide così rispose alla figlia di Cratèide:

«Aci era figlio di Fauno e di una ninfa nata in riva al Simeto:

delizia grande di suo padre e di sua madre,

ma ancor più grande per me; l'unico che a sé mi abbia legata.

Bello, aveva appena compiuto sedici anni

e un'ombra di peluria gli ombreggiava le tenere guance.

Senza fine io spasimavo per lui, il Ciclope per me.

Se tu mi chiedessi cosa prevaleva in me, l'odio

per il Ciclope o l'amore per Aci, non saprei rispondere:

non c'era differenza. Oh, quanto è il potere del tuo dominio,

divina Venere! Quell'essere crudele, ripugnante

persino alle selve, che solo a rischio della propria vita

può un estraneo avvicinare, che spregia l'Olimpo e i suoi numi,

ecco che prova cosa sia l'amore e, preso da violenta smania,

brucia, dimenticandosi delle sue greggi e delle sue caverne.

E ti preoccupi del tuo aspetto, di piacere,

Polifemo, di pettinarti i ruvidi capelli;

pensi che sia giusto tagliarti l'ispida barba con un falcetto

e specchiare nell'acqua il viso per studiare un'aria meno truce.

Il gusto della strage, la ferocia e la sete immensa di sangue

svaniscono; le navi vanno e vengono sicure.

Un giorno Tèlemo, sospinto fin sotto l'Etna in Sicilia,

Tèlemo, figlio di Èurimo, che mai fallì un presagio,

va dal terribile Polifemo e gli dice: "Quest'unico occhio

che porti in mezzo alla fronte, te lo caverà Ulisse".

Lui ride. "O stupidissimo indovino, ti sbagli" risponde, "un'altra

creatura mi ha già accecato". Così disprezza chi invano lo avverte

svelandogli la verità, e a passi enormi camminando

preme la spiaggia o torna, quando è stanco, nel suo antro buio.

C'è un colle che si protende nel mare come un cuneo aguzzo;

su entrambi i suoi lunghi lati s'infrangono le onde marine.

Il feroce Ciclope vi sale e s'adagia sulla cima;

pur lasciato a sé stesso, lo segue un gregge di pecore.

Quando ai propri piedi ebbe posato il pino che gli serviva

da bastone, un pino che avrebbe ben potuto reggere pennoni,

prese una zampogna composta da un centinaio di canne,

e tutti i monti allora risonarono di note pastorali,

ne risonò persino il mare. Io nascosta dietro una rupe,

rannicchiata sul seno del mio Aci, colsi di lontano

il suo canto, di cui ricordo ancora le parole:

"O Galatea, più candida di un candido petalo di ligustro,

più in fiore di un prato, più slanciata di un ontano svettante,

più splendente del cristallo, più gaia di un capretto appena nato,

più liscia di conchiglie levigate dal flusso del mare,

più gradevole del sole in inverno, dell'ombra d'estate,

più amabile dei frutti, più attraente di un platano eccelso,

più luminosa del ghiaccio, più dolce dell'uva matura,

più morbida di una piuma di cigno e del latte cagliato,

e, se tu non fuggissi, più bella di un orto irriguo;

ma ancora, Galatea, più impetuosa di un giovenco selvaggio,

più dura di una vecchia quercia, più infida dell'onda,

più sgusciante dei virgulti del salice e della vitalba,

più insensibile di questi scogli, più violenta di un fiume,

più superba del pavone che si gonfia, più furiosa del fuoco,

più aspra delle spine, più ringhiosa dell'orsa che allatta,

più sorda dei marosi, più spietata di un serpente calpestato,

e, cosa che più d'ogni altra vorrei poterti togliere,

più veloce, quando fuggi, non solo del cervo incalzato

dall'urlo dei latrati, ma del vento che soffia impetuoso!

Ma, se mi conoscessi meglio, ti pentiresti d'esser fuggita

e, cercando di trattenermi, condanneresti il tempo perduto.

Posseggo una grotta, in una parte del monte, con la volta

di roccia viva, dove non si soffre il sole in piena estate

o il gelo d'inverno. Ho alberi carichi di frutta

e, sui lunghi tralci del vigneto, un'uva che sembra d'oro,

e un'altra color porpora: per te le serbo entrambe.

Con le tue mani potrai cogliere succose fragole,

nate all'ombra dei boschi, corniole in autunno e prugne,

non solo quelle violacee dal succo scuro,

ma quelle pregiate che sembrano di cera fresca.

Se mi sposerai, non ti mancheranno le castagne,

i frutti del corbezzolo: ogni pianta sarà al tuo servizio.

Tutto questo bestiame è mio; molto altro vaga per le valli,

molto si nasconde nel bosco e molto ancora è chiuso nelle grotte.

Se tu me lo chiedessi, non saprei dirtene il numero.

Solo i poveri contano le bestie. Sulla loro qualità

non pretendo che tu mi creda: vieni sul posto e vedrai da te

come a stento stringano tra le zampe poppe così gonfie.

E aggiungi i piccoli appena nati, agnelli in tiepidi ovili,

capretti della stessa età in altri ovili.

Da me non manca mai il niveo latte: parte è destinato

al bere, parte si fa rapprendere sciogliendovi il caglio.

E i regali che riceverai non saranno i soliti

fatui trastulli, come cerbiatti, lepri o capretti,

una coppia di colombi o un nido tolto dalla cima di un albero.

In vetta alla montagna, perché possano con te giocare,

ho scovato due cuccioli d'orsa villosa,

così simili fra loro, che a stento sarai in grado di distinguerli;

li ho scovati e ho pensato: 'Questi li terrò per la mia donna'.

Avanti, solleva il tuo bel capo dal mare azzurro,

avanti, vieni, Galatea, e non spregiare i miei regali.

Io mi conosco, sai, poco fa in uno specchio d'acqua mi son visto

riflesso e ciò che ho visto del mio aspetto mi ha soddisfatto.

Osserva quanto son grande: neppure Giove in cielo ha un corpo

grande come il mio (voi parlate sempre che lì regna

un non so quale Giove). Una chioma foltissima mi spiove

sul volto truce e mi vela d'ombra le spalle, come un bosco.

E non credere brutto che il mio corpo irto sia tutto di fittissime

e dure setole; brutto è l'albero senza fronde, brutto

il cavallo senza criniera che gli ammanti il biondo collo;

piume ricoprono gli uccelli, beltà delle pecore è la lana:

agli uomini si addicono la barba e il pelo ispido sul corpo.

Ho un occhio solo in mezzo alla fronte, ma a un grande scudo

lui assomiglia. E poi? Dall'alto del cielo il Sole non vede

tutto l'universo? Eppure anche lui ha un occhio solo.

Aggiungi che mio padre è il re del vostro mare:

io te l'offro come suocero. Abbi solo un po' di pietà e ascolta,

ti supplico, le mie preghiere: a te sola mi sono prosternato.

Io che disprezzo Giove, il cielo e il fulmine che tutto penetra,

temo solo te, Nereide: peggiore del fulmine è l'ira tua.

Ma persino il tuo disprezzo potrei io sopportare,

se rifiutassi tutti. Perché invece respingi il Ciclope

e ami Aci? Perché ai miei amplessi preferisci i suoi?

Che lui si compiaccia pure di sé stesso e, cosa che non vorrei,

piaccia anche a te, Galatea; ma se capita l'occasione,

sentirà come corrisponde a questo corpo immenso la mia forza.

Lo squarterò vivo e per i campi, sopra le acque in cui vivi

a brandelli scaglierò le sue membra: e s'unisca a te se gli riesce!

Brucio, brucio, e la mia passione offesa più indomabile divampa,

mi sembra che con tutte le sue forze l'Etna

mi sia entrato in petto: ma tu, Galatea, non ti commuovi!"

Dopo questi vani lamenti (nulla mi sfuggiva)

si alzò e, come il toro furibondo per il ratto della compagna

non può star fermo, si mise a vagare per boschi e forre a lui noti.

Così quell'essere feroce, senza che ce l'aspettassimo,

ci sorprese ignari, me ed Aci, e urlò: "Vi ho colto:

questo, state certi, sarà l'ultimo vostro convegno d'amore!".

E la sua voce fu così assordante, come è giusto che l'avesse

un Ciclope infuriato: un urlo che terrorizzò persino l'Etna.

Io sgomenta mi tuffo sott'acqua, nel mare lì vicino;

il nipote del Simeto, voltate le spalle, fuggiva

gridando: "Aiutami, Galatea, ti prego; aiutatemi, aiutatemi,

genitori miei, ma se mancassi, accoglietemi nel vostro regno!".

Il Ciclope l'insegue e, staccato un pezzo di monte,

glielo scaglia contro: benché soltanto lo spigolo esterno

del masso lo colpisca, Aci ne viene del tutto travolto.

Noi, unica cosa che permetteva il destino, facemmo in modo

che in Aci riaffiorasse la natura avita.

Ai piedi del masso colava un sangue rosso cupo:

non passa molto tempo che il rosso comincia a impallidire,

prima assume il colore di un fiume reso torbido dalla pioggia,

poi lentamente si depura. Infine il macigno si fende

e dalle fessure spuntano canne fresche ed alte,

mentre la bocca apertasi nel masso risuona d'acqua a zampilli.

È un prodigio: all'improvviso ne uscì sino alla vita

un giovane con due corna nuovissime inghirlandate di canne,

che, se non fosse stato così grande e col volto ceruleo,

Aci sarebbe stato. Ma anche così era Aci mutato in fiume,

un fiume che conservò il suo antico nome».

Galatea aveva finito il suo racconto. Le Nereidi,

sciolto il convegno, si allontanano nuotando nelle onde tranquille.

Se ne va anche Scilla, ma non osando avventurarsi in mare aperto,

vaga senza vesti addosso sulla spiaggia assolata

e alla fine, ormai stanca, trovata una caletta appartata,

si rinfresca le membra nell'acqua che lì ristagna.

Ed ecco che fendendo i flutti, arriva Glauco che, mutate

le membra ad Antèdone in faccia all'Eubea, solo da poco viveva

nell'oceano; vede la vergine e per il desiderio si arresta,

le rivolge tutte le frasi che pensa possano trattenerla.

Ma lei, resa veloce dal timore, fugge, fugge

e raggiunge la cima di un monte che sorge vicino alla spiaggia.

È una grande altura che, salendo con un lungo pendio dall'acqua

verso il cielo, culmina in un'unica punta di fronte al mare.

Qui lei si ferma e, da quel luogo sicuro, indecisa se quell'essere

sia un mostro oppure un dio, ne guarda stupita il colore,

i capelli che gli coprono le spalle giù sino al dorso

e si meraviglia che dall'inguine si affusoli come un pesce.

Glauco se ne accorge e, aggrappandosi a uno scoglio lì vicino:

«Non sono un mostro, vergine, né una belva feroce,

ma un dio dell'acqua» dice. «E di me non hanno sul mare

più potere Pròteo, Tritone o Palèmone, il figlio di Atamante.

Prima però ero un mortale, ma a dire il vero già allora

il mondo mio era il mare profondo e già allora lo dominavo.

A volte trascinavo reti ricolme di pesci,

altre, seduto su uno scoglio, pescavo con canna e lenza.

Al margine di un prato verde c'è una spiaggia:

su questa si riversa il mare, il prato è coperto di un'erba

che nessuna giovenca selvatica ha mai violato coi suoi morsi,

che voi, placide pecore o irsute caprette, avete mai brucato.

Mai lì, col loro zelo, le api colsero dai fiori il polline,

mai lì si son fatte ghirlande per le feste, mai una mano armata

di falce vi è passata. Io fui il primo a sedermi

su quelle zolle, mentre facevo asciugare le reti bagnate,

e per contarli in bell'ordine sopra vi disposi

i pesci catturati, quelli che il caso aveva sospinto

nelle reti o la loro ingenuità sugli ami adunchi.

Parrebbe un'invenzione, ma inventare che mi gioverebbe?

a contatto con l'erba, la mia preda cominciò ad agitarsi,

a mutar lato e a guizzare sulla terra come fosse nell'acqua.

E mentre trasecolo impietrito, l'intero branco

si rituffa nel mare abbandonando la spiaggia e il nuovo padrone.

Rimango attonito, a lungo in dubbio e cerco la causa:

se opera sia stata di un nume o del succo di un'erba.

"Ma quale erba può avere questo potere?" mi dico, e con la mano

ne colgo un ciuffo e, quando l'ho colto, lo mordo con i denti.

La gola aveva appena assorbito quel succo misterioso,

che improvvisamente sentii dentro di me un'agitazione

e in petto il desiderio travolgente di un'altra natura.

Non potei resistere a lungo. "Addio, terra, addio!" dissi.

"Mai più ti cercherò!" e con tutto il corpo mi tuffai sott'acqua.

Gli dei del mare mi accolsero, onorandomi come loro pari,

e pregarono Oceano e Teti di togliermi ciò che di mortale

potevo ancora avere. Purificato sono da loro

che, pronunciata la formula contro le impurità nove volte,

ordinano che ponga il mio petto sotto il getto di cento fiumi.

E di colpo fiumi scendono da ogni parte

e mi rovesciano addosso un diluvio d'acqua.

Questo è tutto ciò che posso narrarti di quell'evento incredibile.

Solo questo ricordo: di altro non serbo memoria.

Quando rinvenni, mi sentii diverso in tutto il corpo,

diverso da com'ero, e mutato persino nella mente.

Allora mi accorsi di questa barba color verderame,

di questa chioma che trascino sulle distese del mare,

di queste grandi spalle, delle braccia azzurre

e delle gambe che attorcigliate terminano in pinne di pesce.

Ma che mi serve questo aspetto, l'esser piaciuto agli dei marini,

essere un dio, se tutto ciò ti lascia indifferente?». Stava ancora

parlando, e avrebbe detto di più, se con sdegno Scilla

non l'avesse abbandonato. Lui s'infuriò e irritato dal rifiuto

si diresse verso il palazzo incantato di Circe.

LIBRO QUATTORDICESIMO

 

 

Già Glauco, l'abitante del mare di Eubea, s'era lasciato

alle spalle l'Etna, che al gigante Tifeo schiaccia la gola,

e la terra dei Ciclopi, che ignora l'uso del rastrello,

dell'aratro e nulla deve al lavoro dei buoi sotto il giogo.

E alle spalle s'era lasciato Zancle, le opposte mura di Reggio

e lo stretto che, chiuso tra due sponde, procura tanti naufragi

e segna il confine fra le terre d'Ausonia e di Sicilia.

Da lì, nuotando a grandi bracciate nelle acque del Tirreno,

Glauco arriva ai colli erbosi e al palazzo di Circe, la figlia

del Sole, gremito di bestie d'ogni specie. Appena

la vede, rivolte e ricevute parole di saluto:

«O dea,» le dice, «abbi pietà di un dio, ti prego: tu sei l'unica,

se ti sembro degno, che possa alleviare l'amore mio.

Quale potere abbiano le erbe, o figlia del Titano,

nessuno lo sa meglio di me, che da un'erba fui mutato.

Ma perché tu conosca la ragione della mia passione:

sulla sponda d'Italia, di fronte alle mura di Messina,

mi è apparsa Scilla. Mi vergogno troppo a riferirti le promesse,

le suppliche, le lusinghe e le parole mie: tutto ha disprezzato.

E tu, se qualche efficacia hanno gli incantesimi, pronuncia

un incantesimo magico; o se per vincerla è più adatta un'erba,

serviti di un'erba che abbia poteri di provato effetto.

Non ti chiedo di curare e sanare la ferita mia: non voglio

che tu me ne liberi, ma che Scilla bruci dello stesso fuoco».

E Circe (nessuna è più di lei portata a provare

questi ardori, o perché così è la sua natura o perché così vuole

Venere, offesa dalla denuncia che suo padre le fece)

gli risponde: «Meglio sarebbe che tu vagheggiassi chi ti vuole,

chi ha gli stessi desideri ed è presa da uguale passione.

Tu eri degno d'essere pregato, e potevi esserlo;

se mi concedi fiducia, credi a me, lo sarai.

E perché tu non abbia dubbi sul valore della tua bellezza,

ecco, io, benché sia una dea e figlia del Sole splendente,

benché sia tanto potente con erbe ed incantesimi,

io vorrei essere tua. Disprezza chi ti disprezza, dònati

a chi ti seconda, dando a due donne insieme ciò che meritano».

Circe lo tenta, ma Glauco risponde: «Fronde nasceranno in mare,

alghe sulla cima dei monti, prima che per Scilla

muti questo mio amore, finché lei vive».

La dea si sdegna e, non potendo nuocergli direttamente,

né lo vorrebbe, innamorata com'è, s'adira con la donna

che le è stata preferita. Offesa dal rifiuto del suo amore,

s'affretta a tritare erbe maligne dai succhi spaventosi

e nel tritarle le impregna di formule infernali.

Poi indossa un velo azzurro e, passando tra lo stuolo

servile delle sue fiere, esce dal palazzo.

Diretta a Reggio che sta dirimpetto agli scogli di Zancle,

s'inoltra sul mare che ribolle per le correnti,

posandovi i piedi sopra come se fosse terraferma,

e corre sul filo dell'acqua senza bagnarsi le piante.

C'era una piccola cala dai contorni sinuosi,

dove Scilla amava riposare per ripararsi

dalle burrasche o dalla canicola, quando al culmine del cielo

il sole a picco riduceva le ombre a un filo.

La dea la contamina inquinandola con veleni

pestiferi: vi sparge liquidi spremuti da radici

malefiche, mormorando, nove volte per tre, una cantilena

incantata, groviglio oscuro di misteriose parole.

Scilla arriva e non appena s'immerge con metà del corpo in acqua,

vede i suoi fianchi deformarsi in orribili mostri

ringhianti. Non potendo credere che quei cani appartengano

al suo corpo, tenta terrorizzata di schivarne e di respingerne

le fauci furiose. Ma anche quando fugge li trascina con sé

e quando cerca nel suo corpo cosce, stinchi e piedi,

al loro posto altro non trova che musi di Cerbero.

Si regge su cani rabbiosi e col ventre che sporge

sull'inguine mozzo, schiaccia, sotto, il dorso di quelle fiere.

Pianse Glauco che l'amava, sfuggendo agli amplessi di Circe,

che del potere delle erbe con troppo livore s'era servita.

Bloccata in quel luogo, alla prima occasione Scilla sfogò

il suo odio per Circe privando Ulisse dei suoi compagni.

Poi avrebbe affondato anche le navi dei Troiani,

se prima non fosse stata mutata in scoglio, in una roccia

che ancora sporge sul mare: uno scoglio dai marinai evitato.

Dopo essersi sottratte a forza di remi a Scilla e all'ingorda

Cariddi, le navi troiane, ormai in vista della costa

d'Ausonia, furono respinte dal vento sulle spiagge di Libia.

Qui, donandogli il proprio cuore, Didone accolse nella sua casa

Enea, ma poi non sopportando che il marito frigio

l'abbandonasse, in cima a un rogo eretto col pretesto di una sagra,

si gettò sulla spada e, ingannata com'era stata, ingannò tutti.

Lasciata la città da lei fondata in quella regione sabbiosa,

Enea ritorna nella terra di Èrice, presso il fedele Aceste,

e fa un sacrificio per onorare la tomba del proprio padre.

Quindi salpa con le navi, che Iride, fedele a Giunone,

per poco non ha bruciato, e oltrepassa il regno del figlio di Ippota,

le terre fumanti di zolfo ardente e gli scogli delle Sirene,

figlie dell'Achelòo. Poi, perduto il nocchiero, la flotta costeggia

Pròchite e Inàrime, nell'arcipelago brullo e rupestre

delle Pitecuse, così chiamato dai suoi abitanti.

Il padre degli dei infatti, non tollerando più gli spergiuri

e le frodi dei Cercopi, i misfatti di questa gente intrigante,

li trasformò da uomini in animali, deformandoli in modo

che apparissero insieme diversi e simili all'uomo.

Ridusse le membra, appiattì e rincagnò nella fronte

il naso, solcò il loro viso di rughe senili

e, coperto tutto il loro corpo di pelo fulvo,

li confinò in questa terra. Ma prima tolse loro l'uso

della parola, d'una lingua ferrata nei più turpi spergiuri:

soltanto di lamentarsi con rochi squittii lasciò facoltà.

Oltrepassate queste isole, lasciate le mura di Partenope

sulla destra, verso ponente la tomba del melodioso

Eolide e una contrada piena di paludi, Enea

giunge alle spiagge di Cuma e all'antro dell'antica Sibilla.

La prega di guidarlo nell'Averno sino all'ombra

di suo padre. La Sibilla, rimasta a lungo con lo sguardo a terra,

finalmente invasata dal dio, alza gli occhi e dice:

«Grande cosa chiedi, o eroe grandissimo per le tue imprese,

che in guerra hai brillato col braccio e in mezzo al fuoco

per pietà filiale. Non temere dunque, o Troiano: avrai

quello che chiedi e guidato da me vedrai la sede dell'Eliso,

l'ultimo regno del mondo, e lì l'ombra cara di tuo padre.

Nessuna via è preclusa alla virtù». Così dice e gli indica

un ramo d'oro che brilla nel bosco di Persefone,

la Giunone infernale, e gli ordina di staccarlo dal tronco.

Enea obbedisce e così riesce a vedere la terrificante

maestà dell'Averno, i propri avi e l'ombra del suo vecchio padre,

il magnanimo Anchise; apprende pure le leggi del luogo

e quali pericoli dovrà affrontare in guerre future.

Poi, risalendo il sentiero con passo stanco,

allevia la fatica conversando con la sua guida cumana.

E mentre in un livore d'ombre percorre quell'orrido tratturo:

«Io non so se tu sia una dea o solo diletta agli dei» le dice,

«ma per me sarai sempre un nume e sempre ti sarò riconoscente

per avermi permesso di scendere in questi luoghi della morte

e di sfuggirli dopo aver visto la morte.

Per questi meriti, quando sarò di nuovo all'aria sotto il cielo,

ti erigerò un tempio e ti onorerò con l'incenso».

La profetessa si volge a guardarlo e con un profondo sospiro:

«Non sono una dea» risponde; «non venerare con l'incenso sacro

un essere umano. E perché la cecità non t'induca in errore,

sappi che luce eterna e senza fine avrei potuto ottenere,

se la mia verginità si fosse concessa a Febo, che mi amava.

Nella speranza di ottenerla, corrompendomi con i suoi doni,

Febo mi disse: "Esprimi un desiderio, vergine cumana:

sarà esaudito". Io presi un pugno di sabbia e glielo mostrai,

chiedendo che mi fossero concessi tanti anni di vita

quanti granelli di sabbia c'erano in quel mucchietto.

Sciocca, mi scordai di chiedere che anni fossero di giovinezza.

Eppure anche questo m'avrebbe concesso, un'eterna giovinezza,

se avessi ceduto alle sue voglie. Disprezzato il dono di Febo,

eccomi qui, ancora nubile. Ma ormai l'età più bella

mi ha voltato le spalle, e a passi incerti avanza un'acida vecchiaia,

che a lungo dovrò sopportare. Vedi, sette secoli

son già vissuta: per eguagliare il numero dei granelli,

trecento raccolti e trecento vendemmie devo ancora vedere.

Tempo verrà che la lunga esistenza renderà il mio corpo piccolo

da grande che era, e le mie membra consunte dalla vecchiaia

si ridurranno a niente. E non si potrà credere che m'abbia amata

un dio, che a lui sia piaciuta. E forse persino Febo

non mi riconoscerà o negherà d'avermi mai amata,

tanto sarò mutata. Alla fine nessuno più mi vedrà: solo

la voce mi rivelerà, la voce che il fato vorrà lasciarmi».

Questo raccontava la Sibilla lungo la ripida salita,

quando dalle profondità dello Stige l'eroe troiano emerse

nella città di Cuma. Fatti i sacrifici d'uso, scese

alla spiaggia che ancora non aveva il nome della sua nutrice.

Qui s'era fermato, dopo lunghe e penose avversità,

anche Macareo di Nèrito, compagno dell'ingegnoso Ulisse.

E Macareo riconosce Achemènide, tempo fa abbandonato

fra le rupi dell'Etna; stupito di ritrovarselo davanti

sano e salvo, gli dice: «Quale caso o quale nume ti ha salvato,

Achemènide? E come mai tu, che sei greco, viaggi

su nave straniera? A che terra è diretta la vostra nave?».

A queste domande Achemènide, non più conciato da selvaggio,

ma vestito ammodo, senza più stracci addosso uniti

con le spine, risponde: «Che io torni a vedere Polifemo

e quel suo ceffo grondante di sangue umano,

se questa nave non mi è più cara della mia casa e di Itaca,

se non venero Enea più di mio padre. Per quanto possa donargli,

mai potrei dimostrargli appieno la mia gratitudine.

Se ora parlo e respiro, se contemplo il cielo e la luce del sole,

come potrei essere ingrato e smemorato?

Grazie a lui, quest'anima mia non è finita in bocca

al Ciclope, e se anche ora lasciassi la luce della vita,

sarò sepolto in una tomba e non certo in quel ventre.

Che cosa non provai (ma il terrore m'aveva tolto ogni coscienza

dal cuore), quando vi vidi far vela verso il largo

abbandonandomi! Avrei voluto gridare, ma temetti

di svelarmi al nemico. Anche le grida di Ulisse per poco

non vi fecero naufragare. Io vedevo tutto, quando il Ciclope,

divelta dal monte una roccia immane, la scagliò in mezzo al mare;

vedevo tutto, quando col suo braccio gigantesco e con la forza

di una balestra continuò a lanciare macigni mostruosi

e, dimenticandomi che non ero più a bordo,

temetti che i flutti o i colpi di vento sommergessero la nave.

Quando poi la fuga vi sottrasse a morte precoce,

lui si mise a vagare gemendo per tutto l'Etna,

e tastava con le mani gli alberi, cozzava contro le rupi,

cieco com'era, e tendendo verso il mare le braccia

tutte lorde di sangue, malediceva la razza degli Achei,

urlando: "Oh se la fortuna mi riportasse qui Ulisse

o qualcuno dei suoi compagni, per sfogare la mia rabbia,

per mangiarne le viscere, per dilaniarlo vivo

con queste mani, per saziare la mia gola col suo sangue

e sentirmi palpitare sotto i denti le membra stritolate!

Allora poco o nulla mi peserebbe la perdita dell'occhio!".

Questo ed altro dice inferocito. Io livido inorridisco,

mentre osservo il suo volto ancora fradicio di strage,

le mani spietate, l'orbita vuota del suo occhio,

le sue membra e la barba incrostata di sangue umano.

Avevo la morte davanti agli occhi e pur era il male minore.

Già temevo che mi ghermisse, che ingoiasse nelle sue

le mie viscere. In mente avevo fissa la visione

di quando l'avevo visto sbattere contro il suolo

tre, quattro volte il corpo di due miei compagni

e lui accucciato sopra quei corpi, come un leone selvaggio,

che nel ventre ingordo si cacciava interiora, carni,

ossa col bianco midollo e membra in parte ancora animate.

Mi prese un tremito; abbattuto, esangue stavo lì

a vederlo masticare e sputare cibo

sanguinolento, a vederlo vomitare bocconi insieme al vino,

e immaginavo che avrei fatto la stessa misera fine.

Per molti giorni mi tenni nascosto, ansando al minimo fruscio,

con la paura della morte e insieme augurandomi di morire,

scacciando la fame con le ghiande, con erbe e qualche foglia,

solo, inerme, disperato, lasciato allo strazio di quella fine;

finché dopo lungo tempo scorsi in lontananza una nave, questa,

e a gesti scongiurai che mi salvassero, corsi alla spiaggia:

ebbero pietà e la nave troiana prese a bordo un greco.

Ma ora anche tu, compagno mio carissimo, racconta le vicende

tue, di Ulisse e del gruppo che con te si avventurò sul mare».

E Macareo racconta che sul mare etrusco regna Eolo,

Eolo, figlio di Ippota, che in carcere tiene imbrigliati i venti;

racconta come Ulisse, il re di Dulichio, li ricevesse in dono,

eccezionale dono, chiusi in un otre di cuoio, e al loro soffio

navigasse nove giorni sino in vista della terra agognata;

ma che poi, all'alba della decima aurora, i suoi compagni,

spinti da invidia e avidità, convinti che nell'otre

si trovasse dell'oro, l'aprirono scatenando i venti;

e la nave fu rigettata indietro, in acque appena percorse,

ritrovandosi di nuovo nel porto del signore delle Eolie.

«Da lì», prosegue Macareo, «giungemmo all'antica città

dei Lestrìgoni, fondata da Lamo, in cui regnava Antìfate.

Io fui inviato da lui con la scorta di due compagni:

solo a stento in due ci salvammo con la fuga;

col suo sangue il terzo arrossò la bocca scellerata

del Lestrìgone. Fuggiamo e, scatenandoci dietro una masnada,

Antìfate c'insegue: ci incalzano e, scagliando macigni

e tronchi, sommergono uomini, affondano navi.

Una comunque, solo quella che trasportava Ulisse e me stesso,

si salvò. Affranti per la perdita di tanti compagni,

piangendo la loro sorte, approdammo a quella terra,

che in lontananza laggiù si vede. È un'isola questa, credi a me,

che va guardata solo da lontano. E tu, il più giusto dei Troiani,

Enea, figlio di dea (non ho più motivo di chiamarti nemico

ora che la guerra è finita), attento, evita le spiagge di Circe!

Noi stessi, dopo aver ormeggiato la nave su quel lido,

memori di Antìfate e dello spietato Ciclope,

non volevamo sbarcare e inoltrarci in territori sconosciuti.

Fummo tirati a sorte, e al palazzo di Circe la sorte mandò

me e il fedele Polite, con Eurìloco ed Elpènore,

troppo dedito al vino, e altri diciotto compagni.

Come arrivammo e ci affacciammo alla porta di casa,

migliaia di lupi, mischiati ad orsi e leonesse,

ci atterrirono venendoci incontro. Ma non c'era da temere:

nessuna belva avrebbe fatto un graffio al nostro corpo.

Anzi, si misero a scodinzolare mansuete,

a farci festa, seguendo in corteo i nostri passi, finché ancelle

non ci accolsero e, attraverso un atrio rivestito di marmi,

ci condussero dalla padrona: sedeva su un trono solenne

in una bella stanza appartata, indossava una veste splendente,

sulla quale si avvolgeva un manto dorato.

Attorno a lei Nereidi e Ninfe non filano con le dita

i bioccoli di lana e non ne tramano poi nell'ordito i fili,

ma dividono erbe e dispongono in canestri, secondo i tipi,

fiori ammucchiati alla rinfusa e steli di vario colore.

Lei controlla il lavoro che fanno, perché conosce

l'impiego d'ogni foglia, l'armonia delle combinazioni,

ed esamina con occhio esperto i dosaggi delle varie erbe.

Come ci vide, ricevute e rivolte parole di saluto,

distese il volto e ci accolse nel modo migliore possibile.

E subito ordina di stemperare chicchi d'orzo tostato

in miele, vino robusto e latte appena cagliato; ma vi aggiunge

di nascosto succhi che non si avvertono fra il dolce.

Noi accettiamo le coppe offerte da quella mano maledetta.

Ma appena con la gola secca bevemmo assetati

e con la verga quella dea tremenda ci sfiorò i capelli

(mi vergogno a narrarlo), cominciai a coprirmi d'orrende setole,

a non poter più parlare, a emettere in luogo di parole

sordi grugniti, a cadere carponi con tutta la faccia a terra;

sentii il mio viso incallirsi in un curvo grugno, il collo

gonfiarsi di muscoli, e con le mani, con cui un attimo prima

impugnavo la coppa, impressi in terra le orme di una bestia.

E con le altre vittime della stessa sorte (tanto può quel filtro)

fui rinchiuso in un porcile. Il solo che evitò di mutarsi in porco

fu, come vedemmo, Eurìloco, il solo a non bere la coppa offerta.

Se non l'avesse evitata, farei ancora parte di quel branco

setoloso, perché Ulisse, senza che lui l'informasse di quella

sciagura immane, non sarebbe venuto da Circe a liberarci.

A Ulisse Mercurio, che infonde pace, diede un fiore bianco:

'moly' lo chiamano gli dei, si attacca al suolo con radici nere.

Protetto da quel fiore e grazie ai consigli celesti, Ulisse

entra nella casa di Circe e invitato a bere l'infida

bevanda, quando lei cerca di sfiorargli i capelli con la verga,

la respinge e impugnando la spada l'obbliga a ritrarsi atterrita.

Costretta a giurargli fedeltà, l'accoglie nel letto come amante,

e lui le chiede in dote che renda i suoi compagni com'erano.

Siamo cosparsi di succhi benigni d'una pianta sconosciuta,

con la verga capovolta ci viene percossa la testa,

son pronunciate parole contrarie a quelle dette prima:

man mano che Circe recita la formula, noi ci drizziamo

sempre più da terra, cadono le setole e i piedi biforcuti

perdono la fessura, tornano le spalle e le braccia si allungano

in avambracci. Piange Ulisse, piangiamo noi abbracciandolo;

ci avvinghiamo al collo del nostro capo e le prime parole

che diciamo altro non sono che parole di gratitudine.

Ci trattenemmo lì un anno e in tutto quel tempo con i miei occhi

vidi molte cose e molte altre ancora sentii raccontare.

Fra le tante anche questa, che mi fu confidata in segreto

da una delle quattro ancelle addette a quei sortilegi misteriosi.

Mentre da sola Circe intratteneva Ulisse,

quell'ancella mi mostrò la statua scolpita in marmo bianco

di un giovane, che aveva sulla testa un picchio,

ed era collocata in un sacello e tutta ornata di ghirlande.

Incuriosito le chiesi chi fosse e perché venisse onorato

in un sacello quel giovane, perché avesse sul capo un uccello.

"Ascolta, Macareo," mi rispose, "anche da qui capirai

quanto sia potente la mia signora. Seguimi con attenzione.

In terra d'Ausonia regnava Pico, un figlio di Saturno

appassionato di cavalli addestrati al combattimento.

Il suo aspetto era quello che vedi: tu stesso puoi ammirarne

la bellezza e giudicare da questo ritratto com'era in vita.

Pari all'aspetto era il suo cuore, e non aveva l'età d'aver visto

quattro volte i ludi che ogni quattro anni si svolgono in Grecia,

in Elide. Col suo volto aveva affascinato le Driadi nate

sui monti del Lazio, per lui sospiravano le divinità

delle fonti e le Naiadi tutte, quelle dell'Albula,

del Numicio, dell'Aniene, dell'Almone dal brevissimo corso

o dell'impetuoso Nare, del Fàrfaro dall'onda scura,

quelle che vivono nel regno boscoso di Diana Scìtica

o nel lago vicino. Ma lui tutte le disprezza;

una ninfa sola corteggia, una ninfa che si diceva

partorita da Venilia sul Palatino a Giano, il dio bifronte.

Non appena fu in età da marito, la fanciulla

andò sposa al laurentino Pico, preferito fra tutti.

Di rara bellezza, ma per l'arte ancor più rara con cui cantava,

fu chiamata Canente. Col suo canto riusciva a commuovere

selve e sassi, ad ammansire le belve, riusciva a frenare

le correnti dei fiumi, a trattenere nel volo gli uccelli.

Un giorno, mentre lei con la sua dolce voce di donna cantava,

Pico uscì di casa per andare nelle campagne di Laurento

a caccia di cinghiali; in groppa a un focoso cavallo,

stringeva nella sinistra due giavellotti e indosso aveva

un mantello purpureo fermato da una fulgente borchia d'oro.

In quello stesso bosco si era recata anche la figlia del Sole,

lasciando i campi che Circei son detti dal suo nome,

per raccogliere su quei fiorenti colli erbe rare.

E quando, nascosta in una macchia, vide il giovane Pico,

ne fu colpita: di mano le caddero le erbe che aveva colto

e si sentì percorrere da un fuoco in tutte le sue vene.

Come si riebbe da quella violenta vampata, fu sul punto

di svelargli il suo desiderio, ma la corsa del cavallo

e la scorta stretta intorno a lui le impedirono d'avvicinarlo.

'No, non mi sfuggirai,' proruppe, 'e ti rapisse pure il vento,

se mi conosco, se non è del tutto svanito

il potere delle mie erbe e le mie formule non mi tradiscono.'

Detto questo, evocò il fantasma inconsistente di un cinghiale

e lo fece correre davanti agli occhi del re,

fingendo che andasse a rintanarsi in un bosco fitto d'alberi,

dove la vegetazione è più folta e un cavallo non può addentrarsi.

Subito Pico ignaro si lancia all'inseguimento d'una preda

fantasma, smonta d'un balzo dalla groppa sudata del cavallo

e inseguendo una chimera, s'inoltra a piedi nel cuore del bosco.

Circe recita preghiere, pronuncia parole infernali

e adora dèi misteriosi con una nenia misteriosa,

che usa per annebbiare il volto niveo della luna e stendere

una coltre di nuvole davanti a quello di suo padre.

E anche questa volta a quella nenia il cielo si oscura,

esala nebbie la terra e i compagni di Pico si perdono

in un intrico di sentieri, finché nessuno scorta più il re.

Trovato luogo e momento adatto: 'Per questi tuoi occhi,' gli dice,

'che hanno ammaliato i miei, per la tua bellezza, delizia mia,

che mi spinge a supplicarti anche se son dea, prenditi a cuore

la mia passione e accetta come suocero il Sole, che tutto penetra

con lo sguardo: non disprezzare, ingrato, Circe, figlia del Titano!'.

Ma lui, sprezzante, la respinge, respinge le sue preghiere:

'Chiunque tu sia, non sono tuo. Un'altra, sì, un'altra mi lega a sé

e prego il cielo che mi leghi per quanto è lunga la vita!

Finché il destino mi conserverà la figlia di Giano, Canente,

mai violerò per un altro amore il patto che a lei mi lega'.

Dopo avere invano tentato e ritentato di commuoverlo:

'Me la pagherai' esclamò; 'non rivedrai mai più Canente;

imparerai coi fatti di cosa sia capace una donna offesa

nel suo amore, e Circe è donna, e innamorata e offesa'.

Due volte allora si girò verso ponente, due verso levante;

tre volte lo toccò con la verga e tre volte recitò una formula.

Il giovane fugge, ma con stupore si accorge di correre

più veloce del solito; si scopre addosso delle penne

e, sdegnato di dover vivere d'un tratto nei boschi del Lazio

mutato in uccello, trafigge le querce selvatiche

col duro becco e furioso infligge ferite lungo i rami.

Le penne assumono il color purpureo del mantello;

la borchia d'oro, che prima fermava la sua veste,

diventa una piuma e di riflessi d'oro si cinge il collo;

di ciò che appartenne a Pico l'unica cosa che rimane è il nome.

Intanto i compagni, sgolatisi a chiamarlo

per la campagna, senza riuscire a trovarlo,

scoprono Circe (ormai lei aveva attenuato la foschia

lasciando squarciare le nebbie dal vento e dal sole),

la investono di giuste accuse, reclamano il loro re e, passando

ai fatti, si accingono ad assalirla minacciandola con le armi.

Lei allora sparge veleni di morte e succhi malefici,

dall'Èrebo e dal Caos chiama a raccolta la Notte e gli dei

della Notte, invoca Ecate con lunghe grida selvagge.

Sussultarono (incredibile a dirsi) le foreste,

gemette il suolo, impallidirono gli alberi accanto,

trasudarono i pascoli intorno gocce di sangue,

sembrò che le pietre emettessero sordi muggiti,

che latrassero i cani, che il suolo brulicasse di neri

serpenti e in volo si librassero gli spiriti dei morti.

Inorridito dai prodigi, il gruppo trema e lei con la bacchetta

magica tocca il loro volto istupidito dal terrore,

e a quel tocco i giovani mutano il loro aspetto in quello mostruoso

di svariati animali: nessuno conservò la propria natura.

Sulle spiagge di Tartesso si spegneva il tramonto del sole

e invano gli occhi e il cuore di Canente avevano atteso il ritorno

del marito. Servitori e popolo al lume delle torce

perlustrano in ogni luogo tutte le selve.

E la ninfa non si accontenta di piangere, di strapparsi

i capelli, di percuotersi il petto; fa, sì, tutto questo,

ma poi corre fuori e vaga impazzita per le campagne del Lazio.

Per sei notti e per sei giorni, quando tornava a splendere

il sole, fu vista vagare senza dormire e senza cibarsi

per monti e valli, dove la guidava il caso.

L'ultimo a vederla fu il Tevere: stanca per il dolore

e il cammino, ormai accasciata lungo la sua riva.

Lì afflitta sussurrava fra le lacrime fievoli parole

che pur nel dolore si scioglievano in melodia,

come il funebre canto che il cigno intona in punto di morte.

Poi, struggendosi per lo strazio, sin nell'intimo del cuore,

si dissolse e a poco a poco svanì nella leggerezza dell'aria.

Il luogo, però, serba il suo ricordo: le antiche Camene

dal nome della ninfa lo chiamarono per rispetto Canente".

Molte altre cose mi furono narrate in quell'anno senza fine

o le vidi. Impigriti e infiacchiti dall'inattività,

ci fu poi imposto di riprendere il mare spiegando le vele.

Circe ci aveva detto dell'incertezza e lunghezza del percorso,

e dei pericoli che ci attendevano sul mare ostile.

Mi spaventai, lo confesso: trovata questa terra, vi rimasi».

Macareo aveva finito. E ormai la nutrice di Enea, sepolta

in un'urna di marmo, aveva un tumulo con un breve epitaffio:

«Qui riposa Caieta: il mio figlioccio, noto per la sua pietà,

sottrattami alle fiamme argive, per rito, qui mi ha cremato».

I Troiani sciolgono dal terrapieno erboso le gómene

e, fuggendo lontano dalle insidie e dal palazzo

di quell'infame dea, si dirigono verso i boschi, dove il Tevere,

incupito dall'ombra, si getta in mare con la sua rena bionda.

Dal figlio di Fauno, Latino, Enea ottiene asilo e figlia in moglie;

ma non senza combattere: una gente feroce gli muove guerra

e per non perdere la sposa promessa si scatena anche Turno.

Tutta l'Etruria si lancia all'assalto del Lazio e per lungo tempo

si cerca col martirio delle armi una vittoria impossibile.

Entrambe le parti si rafforzano con alleati stranieri;

molti appoggiano i Rùtuli, molti il campo troiano.

Con buon esito Enea s'era recato nel territorio di Evandro,

senza fortuna Vènulo nella città che il profugo Diomede

aveva fondato nella Iapigia, quando vi regnava Dàuno,

città grandissima che controllava anche le terre avute in dote.

Dopo che Vènulo gli ebbe infatti esposto l'ambasciata di Turno,

chiedendo aiuti, l'eroe dell'Etolia rifiutò,

adducendo a discarico di non voler coinvolgere in guerra

i popoli di suo suocero e di non aver d'altra parte gente

propria da potere armare: «E perché non pensiate che siano fole,

anche se ricordare un lutto ne rinnova l'amarezza,

mi sforzerò di narrare. Dopo l'incendio della grande Troia,

dopo che Pergamo divenne preda delle fiamme greche

e l'eroe di Nàrice, strappando vergine a Vergine,

ebbe attirato su tutti disgrazie che meritava lui solo,

fummo dispersi e noi Dànai, trascinati dai venti

sui flutti ostili, subimmo fulmini, tenebra, diluvi e l'ira

di cielo e mare, sino al disastro finale di capo Cafàreo.

Ma per non stancarvi narrando ad una ad una quelle traversie,

dirò che allora la Grecia avrebbe fatto pena persino a Priamo.

Io, grazie all'aiuto della bellicosa Minerva, mi salvai,

scampando ai flutti; ma ancora una volta fui bandito dalla patria,

e l'alma Venere, pensando alla ferita che un giorno le infersi,

volle vendetta: così, tanti furono i travagli che soffersi

in mare aperto e tanti quelli che soffersi in battaglie terrestri,

da sorprendermi spesso a chiamare fortunati i compagni

affogati tra i flutti della tempesta o davanti al tragico

Cafàreo: sì, essere uno di loro, questo avrei voluto.

Ridotti ormai allo stremo dai flutti e dalle guerre, i miei compagni

cedettero e chiesero che si smettesse di navigare. Ma Acmone,

d'indole impetuosa, inasprita in più dalle sventure, esplose:

"Qualcosa ancora esiste che voi prodi non possiate sopportare?

Che potrebbe mai fare, più di quel che ha fatto, la dea di Citera,

anche se volesse? Finché si teme il peggio,

si è esposti ai colpi, ma quando la sorte è la peggiore che ci sia,

non c'è paura che valga: al colmo della sventura si sta in pace.

Che Venere mi senta pure e detesti, come fa, tutti gli uomini

al seguito di Diomede: del suo odio a noi non importa niente,

per quanto cara possa costarci la nostra presunzione!".

Con questo beffardo discorso Acmone di Pleurone

provoca Venere e ne rinfocola l'antico rancore.

A pochi piacciono le sue parole. Noi, la maggioranza

dei suoi amici, lo rimproveriamo, e quando lui ci vuol rispondere,

la voce, e con lei la sua via, si assottiglia, le chiome

finiscono in piume e piume gli ricoprono un collo tutto nuovo,

e il petto e il dorso; sulle braccia spuntano penne più lunghe

e i gomiti s'incurvano in ali leggere;

nei piedi si allarga una membrana che ingloba le dita; la bocca

s'irrigidisce in duro corno e termina alla fine in una punta.

Lico lo guarda inorridito, inorriditi lo guardano Ida,

Nicteo, Ressènore e Abante, e mentre lo guardano

assumono lo stesso aspetto. Gran parte di loro poi

si leva in volo e, sbattendo le ali, volteggia intorno ai remi.

Se mi chiedi la forma di questi uccelli apparsi improvvisamente,

non era quella dei bianchi cigni, ma molto simile alla loro.

Ed ora, genero di Dàuno, qui nella Iapigia reggo a stento,

con pochissimi dei miei, questa città e quest'arida terra».

Così il nipote di Eneo. Vènulo lascia il regno di Calidone,

il golfo di Peucezi e la contrada dei Messapi.

Qui aveva visto, tra l'ondeggiare di canne leggere,

le grotte immerse nell'ombra fitta di un bosco, dove vive Pan,

un dio mezzo caprone, ma dove un tempo vivevano le ninfe.

Un pastore d'Apulia le atterrì facendole fuggire:

prima le aveva sconvolte spaventandole all'improvviso,

ma poi loro si riebbero, sprezzando l'inseguitore,

e muovendo a ritmo i piedi, intrecciarono le loro danze.

Allora il pastore le derise e, mimando il loro movimento

con goffi salti, le coprì di sarcasmo e di insulti osceni,

né tacque, prima che una corteccia gli serrasse la gola.

Ora infatti è un albero, l'oleastro, che dal succo delle bacche

rivela quale fosse il suo carattere: nel loro gusto amaro

è il marchio di quella lingua, l'asprezza impressa dal linguaggio.

Quando da lì ritornarono gli ambasciatori con la notizia

che Diomede si rifiutava d'aiutarli, i Rùtuli da soli

proseguirono la guerra iniziata: molto sangue fu versato

da entrambe le parti. Ed ecco Turno che contro gli scafi di pino

getta torce in fiamme: risparmiati dai flutti, ora temono il fuoco.

Il fuoco ormai bruciava pece, cera e tutto ciò che l'alimenta,

le fiamme salivano lungo gli alberi sino alle vele

e i banchi nel fondo della chiglia erano avvolti dal fumo,

quando la santa Madre degli dei, ricordando che sulla vetta

dell'Ida quei pini erano stati tagliati, riempì il cielo

col rombo metallico dei suoi bronzi, col lamento dei suoi flauti

e, calando dall'etere trasportata da docili leoni,

disse: «Inutilmente, Turno, con mano sacrilega appicchi incendi!

Io salverò queste parti e membra dei boschi miei

e non permetterò che la voracità del fuoco le distrugga».

Mentre la dea parlava, rimbombò un tuono e subito dopo

scrosciarono a dirotto piogge e cascate di grandine;

confluendo all'improvviso e azzuffandosi fra loro,

i fratelli Astrei sconvolsero il cielo e le profondità del mare.

Avvalendosi delle raffiche di uno dei venti, l'alma Madre

spezzò le funi che tenevano ormeggiata la flotta dei Frigi,

spinse le navi inclinate in avanti e le sommerse in alto mare.

S'imbeve d'acqua il legno e si trasforma in corpi umani,

le curve poppe prendono le fattezze del viso,

i remi diventano dita e gambe in grado di nuotare,

quelle che erano le fiancate sono i fianchi, la chiglia che corre

sotto e lungo gli scafi assume la funzione di spina dorsale,

i cordami si mutano in morbidi capelli, i pennoni in braccia.

Come prima, azzurro è il loro colore. Naiadi marine,

con allegria di fanciulle, ora solcano quel mare

che un tempo temevano. Nate sulle dure rocce di montagna,

ora si fanno cullare dai flutti, incuranti di dove vengono.

Ma non avendo scordato i tanti pericoli patiti

sul mare in tempesta, spesso sorreggono con le mani le navi

che rischiano d'affondare, purché non trasportino Achei.

Memori delle distruzioni operate in Frigia, odiano i Pelasgi,

ed è con volto lieto che vedono sfasciarsi la nave

di Nèrito, è con volto lieto che vedono la nave di Alcìnoo

immobilizzarsi e il suo legno trasformarsi in pietra.

Animata la flotta in ninfe marine, era lecito sperare

che i Rùtuli, atterriti dal prodigio, cessassero di combattere;

ma loro insistono, e ogni parte ha propri dei o, cosa che equivale

a un nume, ha coraggio. Ormai non si battono più per un regno,

né per lo scettro del suocero o per te, vergine Lavinia,

ma per vincere, e guerreggiano per non affrontare il disonore

di deporre le armi. Alla fine Venere vede suo figlio

trionfare, e Turno cade. Cade anche Ardea, stimata invincibile

finché Turno era vivo. Ma dopo che il fuoco dei Troiani

la rase al suolo coprendo di ceneri calde le case,

un uccello mai visto si levò in volo dalle macerie,

sferzando col battito delle sue ali la cenere.

Grido, magrezza e pallore, tutto s'addice

a una città distrutta, e della città gli rimane il nome:

Ardea piange la propria sorte con quel suo battito d'ali.

Ormai il valore di Enea aveva costretto tutti gli dei

e la stessa Giunone a seppellire gli antichi rancori.

Posto su solide basi il potere del fiorente Iulo,

l'eroe era maturo per il cielo: Venere, la dea

di Citera, aveva lusingato gli dei, poi, abbracciata al collo

del proprio genitore, disse: «Padre mio, che mai

sei stato con me severo, ora sii ancora più buono, ti prego,

e al mio Enea, che essendo del mio sangue, nonno

ti ha reso, concedi rango divino, anche se piccolo,

ma concediglielo. Già una volta ha visto l'odioso regno

dei morti, già una volta ha solcato i fiumi infernali: può bastare».

Acconsentirono gli dei e anche la consorte di Giove

non restò impassibile, assentendo col volto rabbonito.

Allora il padre disse: «Siete entrambi degni di un dono celeste,

tu che chiedi, lui per il quale chiedi: sia come desideri».

Questo disse. Esultante la dea rende grazie al genitore,

e trasportata da una coppia di colombe nello spazio aperto,

scende sulla costa laurentina, dove nascosto fra i canneti

si snoda verso il mare vicino il Numicio con la sua corrente.

Al fiume lei ordina di mondare e di disperdere nel mare

col suo tacito corso tutto ciò che in Enea è soggetto a morte.

Il nume del fiume esegue l'ordine della dea: purifica

col flusso delle sue acque Enea di tutto quanto era in lui

mortale, lasciandogli solo la parte più pura.

Unse allora la madre con unguento divino il suo corpo

purificato, gli sfiorò la bocca con dolce nèttare e ambrosia,

e lo rese un dio; un dio che il popolo dei Quiriti

chiama Indìgete e onora con templi e con altari.

Alba e il regno latino passarono poi sotto il dominio

di Ascanio o Iulo che dir si voglia. A lui succedette Silvio,

quindi fu il figlio di questi, Latino, ad avere l'antico scettro

con lo stesso nome dell'avo. A Latino subentrò Alba il grande,

a lui il figlio Èpito. Vennero poi Càpeto e Capi,

ma Capi per primo. Da loro il regno passò a Tiberino,

che, travolto dalla rotta del fiume etrusco,

a questo diede il nome. Da Tiberino nacquero Rèmolo

e il fiero Acrota: Rèmolo, più maturo d'anni,

perì colpito da un fulmine nello sforzo d'imitarlo;

Acrota, più prudente del fratello, trasmise lo scettro

al forte Aventino, che giace sepolto nel colle

sul quale aveva regnato, lasciandogli il suo nome.

E già a governare il popolo del Palatino era Proca.

Sotto il suo regno visse Pomona, che pari non ebbe nessuna

fra le Amadriadi latine a coltivare giardini,

nessuna più appassionata delle piante da frutto:

da qui viene il suo nome. E non sono boschi o fiumi a piacerle,

quanto la campagna e i rami carichi di frutti maturi.

La sua destra non stringe un giavellotto, ma una falce adunca

con cui sfoltisce la vegetazione che trabocca e pota i rami

che s'intrecciano fra loro o incide una corteccia per innestarvi

una marza e offrire linfa al tralcio di un'altra pianta.

E non tollerando che soffrano la sete, irriga

con rivoli d'acqua le fibre contorte delle avide radici.

Questo è l'amor suo, il suo impegno, e di amplessi non ha brama.

Ma temendo la violenza dei contadini, recinge i frutteti

ed evita l'intrusione dei maschi vietando loro l'accesso.

Cosa non fecero per possederla i Satiri, giovani dediti

alle danze, e i Pan con le corna inghirlandate d'aghi

di pino, e Silvano, sempre più giovanile

dei suoi anni, e quel dio che spaventa i ladruncoli

con la falce e il pene! Ma chi l'amava più di tutti

era Vertumno, anche se non con fortuna migliore.

Oh, quante volte camuffato da robusto mietitore

portò spighe in una cesta, e del mietitore era il vero ritratto!

Cingendosi a volte le tempie di fieno fresco, poteva

sembrare che avesse rivoltato l'erba falciata.

A volte nella mano rigida portava un pungolo,

sì da giurare che avesse appena tolto il giogo ai giovenchi stanchi.

Con una falce in mano era un colono che sfronda e pota le viti;

con una scala in spalla pensavi che andasse a cogliere la frutta;

con la spada era un soldato, presa la canna un pescatore.

Insomma sotto gli aspetti più diversi trovava sempre il modo

di godersi lo spettacolo di Pomona, della sua bellezza.

Un giorno poi, avvolto il capo in una cuffia colorata

e imbiancatisi i capelli sulle tempie, appoggiandosi a un bastone,

si camuffò da vecchia, penetrò nelle sue piantagioni

e ammirandone i frutti, esclamò: «Quanto sei brava, Pomona!».

E alle lodi aggiunse una quantità di baci, come mai

una vecchia vera ne avrebbe dati. Poi sedette tutta curva

su una zolla, ammirando i rami incurvati dai frutti dell'autunno.

C'era di fronte un olmo avvolto da un rigoglio d'uva luccicante.

Elogiato l'olmo insieme alla vite che l'accompagnava, disse:

«Però se questo tronco se ne stesse lì celibe, senza tralci,

non avrebbe nulla di attraente se non le proprie fronde.

E anche la vite, che si abbandona abbracciata all'olmo,

se non gli fosse unita, per terra giacerebbe afflosciata.

Ma a te l'esempio di questa pianta non dice nulla

ed eviti l'accoppiamento, non ti curi di congiungerti.

Oh, se tu lo volessi! Più numerosi spasimanti dei tuoi

non avrebbero afflitto Elena, colei che scatenò la guerra

dei Làpiti e la moglie del pavido o, se vuoi, coraggioso Ulisse.

E anche ora, ora che fuggi e respingi chi ti vorrebbe,

migliaia d'uomini ti bramano e dei, semidei

e tutte le divinità che vivono sui monti Albani.

Ma se vuoi essere saggia, se vuoi maritarti bene e ascoltare

questa vecchia che ti ama più di tutti questi, e più di quanto

tu creda, non accettare nozze banali e scegli

come compagno di letto Vertumno. Sul suo conto

posso garantirti io: lui non si conosce più di quanto

lo conosca io. Non vaga qua e là frivolo per il mondo,

mondanità niente, e non fa come tanti che s'innamorano

d'ogni donna che vedono: tu sarai la sua prima e ultima

fiamma e a te sola dedicherà tutta la sua vita.

Considera poi che è giovane e da natura ha il dono

della bellezza, che ha l'abilità di trasformarsi in ogni aspetto:

ordinagli l'impossibile, all'ordine diverrà ciò che vuoi.

E poi non avete gli stessi gusti? Non è il primo a prendersi

i frutti che ti stanno a cuore, a stringere lieto in mano i tuoi doni?

Ma ora non desidera i frutti spiccati dall'albero

o le succose verdure che crescono nel tuo giardino:

non desidera che te. Abbi pietà del suo fuoco e ciò

che implora, pensa che sia lui stesso per bocca mia a chiederlo.

Non temi il castigo degli dei, di Venere che detesta

gli animi duri, l'ira di Nèmesi che nulla dimentica?

E perché cresca il tuo timore (molte cose la vecchiaia

mi ha permesso di sapere), ti narrerò un episodio notissimo

in tutta Cipro, che credo possa piegarti e renderti più mite.

Ifi, uomo d'umili natali, aveva visto Anassàrete,

una nobile fanciulla dell'antica stirpe di Teucro;

l'aveva vista e in tutte le sue ossa aveva avvertito una vampa.

Dopo aver lottato a lungo, non riuscendo a vincere col giudizio

quella folle passione, andò a spasimare davanti alla sua porta.

E lì, confessato il suo infelice amore alla nutrice,

la scongiura, per il bene della fanciulla, d'essergli propizio;

oppure, blandendo questo o quello dei numerosi servitori,

si raccomanda angosciato che gli conceda il proprio appoggio.

Ma spesso affidava le sue parole a teneri biglietti,

e a volte appendeva alla sua porta ghirlande intrise

d'un fiume di lacrime o stendeva il suo corpo delicato

davanti alla soglia sbarrata, inveendo in pianto contro la spranga.

Lei, più spietata del mare che si gonfia al tramonto dei Capretti,

più dura del ferro temprato nelle fucine del Nòrico

e della roccia viva che si abbarbica alla terra,

lo sprezza e lo deride, aggiungendo con perfidia alla crudeltà

dei suoi atti parole arroganti e privandolo d'ogni speranza.

Dopo tanto penare Ifi non resse più al dolore

e davanti alla porta pronunciò queste estreme parole:

"Hai vinto, Anassàrete: smetterò d'infastidirti

coi miei lamenti. Prepara in letizia il tuo trionfo,

inneggia alla vittoria e incoronati di splendido alloro.

Hai vinto e io muoio senza rimpianti. Gioisci, donna di ferro!

Una volta almeno sarai costretta a lodare una mia azione:

ti faccio cosa gradita e dovrai riconoscermi qualche merito.

Sappi però che la mia passione per te si spegnerà

solo con la morte e sarà per me come se morissi due volte.

Non saranno voci a recarti notizia della mia morte.

Io ti comparirò davanti, non dubitare, potrai vedermi,

perché tu possa saziare i tuoi occhi crudeli col mio cadavere.

E se è vero che voi, numi, vedete le vicende dei mortali,

ricordatevi di me (la mia lingua non ha più la forza

di pregarvi), fate che per secoli si parli ancora di me:

il tempo che m'avete tolto in vita, assegnatelo al mio ricordo".

Questo disse e, levando gli occhi in lacrime e le braccia pallide

verso quella porta che tante volte aveva ornato di ghirlande,

nell'atto di fissare un cappio all'architrave, urlò: "È questo,

dimmi, il serto che ti piace, donna crudele e scellerata?".

V'infilò il capo, ma sempre rivolto verso di lei,

e come peso morto penzolò strozzato.

Urtata dallo scalciare dei piedi, la porta, con cigolii

che parevano d'angoscia e sgomento, si aprì e rivelò

l'accaduto. Levano un urlo i servitori e staccato (ormai tardi)

il corpo, lo riportano (morto il padre) alla casa della madre.

Lo strinse a sé la madre, abbracciò la salma fredda del figliolo

e, dopo aver levato i lamenti resi dai genitori in lutto,

dopo avere adempiuto ai rituali di tutte le madri in lutto,

guidò piangente il funerale per le vie della città,

portando smorta la salma sul feretro destinato alle fiamme.

Volle il fato che il dolente corteo passasse vicino alla casa

di Anassàrete e che l'eco del pianto giungesse sino alle orecchie

di quella barbara, ormai incalzata dalla vendetta divina.

Turbata, mormorò: "Guardiamo questo triste funerale",

e salì in cima alla casa affacciandosi a un'ampia finestra.

Ma non appena scorse Ifi disteso sul feretro,

le s'irrigidirono gli occhi, dal corpo velato di pallore

dileguò il tepore del sangue e, quando tentò di ritrarsi,

rimase inchiodata dov'era, quando tentò di girare il viso,

neppure questo poté; e a poco a poco quella pietra che da tempo

aveva nel suo duro cuore, le invase tutte le membra.

Non mento, credimi: a Salamina esiste ancora la statua

che serba la sua immagine e un tempio dedicato

a Venere lungimirante. Memore di ciò, ninfa mia cara,

tronca, ti prego, la tua cruda ritrosia e unisciti a chi t'ama.

E io t'auguro che una gelata primaverile non danneggi

i frutti nascenti e che venti impetuosi non strappino i tuoi fiori».

Dopo aver parlato inutilmente come s'addiceva a una vecchia,

Vertumno riprese l'aspetto giovanile, abbandonando

gli abiti senili, e apparve a Pomona in tutto il suo splendore,

come quando il disco del sole, squarciando la coltre

delle nubi, senza che nulla l'offuschi, rifulge luminoso.

E si apprestava a prenderla con la forza, ma questa non servì:

sedotta dalla bellezza del nume, anche lei fu vinta da amore.

Poi resse il regno di Ausonia il governo militare

dell'iniquo Amulio, finché il vecchio Numitore, grazie ai nipoti,

non riprese il trono perduto. Nel corso delle feste Palilie

fu fondata la città di Roma. Tazio e i capi sabini

mossero guerra e Tarpea, che aveva aperto la strada della rocca,

rese l'anima, per giusta punizione, sotto un cumulo d'armi.

Poi i giovani di Curi, in silenzio come lupi,

soffocando la propria voce, aggredirono le vedette vinte

dal sonno, arrivando alle porte che il figlio d'Ilia aveva sprangato

con solide travi. Ma fu la stessa figlia di Saturno

ad aprirne una, che girò sui cardini senza far rumore.

Soltanto Venere si accorse che le sbarre avevano ceduto,

e l'avrebbe richiusa, se a un dio fosse permesso disfare ciò

che un dio ha fatto. Accanto al tempio di Giano, dove scorreva

una fonte freschissima, vivevano le Naiadi d'Ausonia.

A queste Venere chiese aiuto e le ninfe non ebbero cuore

di respingere la sua giusta richiesta: schiusero della fonte

tutte le vene e i getti. Tuttavia l'entrata del tempio di Giano,

allora aperta, era ancora accessibile, e l'acqua non la sbarrava.

Versarono allora nelle acque della sorgente livido zolfo,

incendiando con fumante bitume la cavità delle vene.

Con questi e altri accorgimenti il vapore penetrò fin nelle falde

più profonde, e voi, acque, che poco prima competere osavate

col gelo delle Alpi, ora non cedete in calore neppure al fuoco.

Fumano entrambi i battenti sotto quella pioggia di fiamme

e la porta, vanamente promessa ai severi Sabini,

fu sbarrata da quell'insolita fiumana per dare ai Romani

il tempo di prendere le armi. E dopo che Romolo scese in campo,

il suolo di Roma si coprì di cadaveri sabini,

ma anche dei propri: empiamente le spade mescolarono

sangue di generi e sangue di suoceri. Alla fine

si ritenne opportuno porre fine alla guerra, senza combattere

all'ultimo sangue, e fare pace associando Tazio al potere.

Poi Tazio morì e tu, Romolo, rimanesti a governare

su entrambi i popoli, fin quando Marte, riposto il suo elmo,

con queste parole si rivolse al padre di uomini e dei:

«Ormai è tempo, padre mio, ora che la potenza dei Romani

poggia su solide basi e dipende da un unico capo,

di concedere il premio promesso a me e al tuo valoroso nipote:

sì, di rapire Romolo alla terra e collocarlo in cielo.

Un giorno tu, di fronte agli dei riuniti a concilio, mi dicesti

(ricordo ancora la tua predizione e la porto scolpita in cuore):

"Un uomo vi sarà, che tu porterai negli spazi azzurri

del cielo". Quanto dicesti dunque si compia».

Annuì l'onnipotente, ottenebrò d'impenetrabili nubi

il cielo e atterrì il mondo con folgori e tuoni.

Marte avvertì in quei segni la conferma dell'assunzione promessa

e, appoggiandosi alla lancia, salì sul suo carro, incitò

con la frusta gli impavidi cavalli aggiogati al timone

insanguinato e, tuffandosi attraverso lo spazio,

si fermò sulla cima erbosa del colle Palatino:

qui rapì il figlio d'Ilia che governava da re

i suoi Quiriti. Penetrando negli strati sottili dell'aria,

il corpo di Romolo si dissolse, come una palla di piombo,

scagliata da una balestra, si strugge volando nel cielo.

E apparve una figura di grande bellezza, più degna dei sogli

divini: l'immagine di Quirino avvolto nel suo manto.

La moglie Ersilia piangeva Romolo per morto; e allora Giunone,

la regina degli dei, ordinò a Iride di scendere

lungo il suo arco e di riferire alla vedova questo messaggio:

«Signora, che del Lazio e della gente sabina sei vanto sommo,

degnissima consorte sinora di un eroe così grande

e degnissima d'essere d'ora in poi sposa di Quirino,

non piangere più, e se hai desiderio di rivedere il tuo uomo,

seguimi sino al bosco che verdeggia sul colle Quirino

e che avvolge d'ombra il tempio del re romano».

Iride obbedisce, scende sulla terra lungo il suo arco

variopinto e parla a Ersilia come le era stato ordinato.

E lei, nella sua deferente modestia, levando appena il viso:

«O dea, anche se non saprei dire quale tu sia,

ma che sei dea lo so, conducimi», risponde, «e mostrami

il volto del mio sposo. Se il destino anche una sola volta

mi concederà di rivederlo, dirò d'aver toccato il cielo».

E senza indugio, insieme alla vergine figlia di Taumante,

sale sul colle di Romolo. Lì, staccatasi dall'etere,

una stella cade sulla terra e la chioma di Ersilia, incendiata

dal suo fulgore, svanisce con la stella nell'aria.

Il fondatore di Roma la moglie accoglie con affetto

tra le braccia e col corpo le muta il nome che aveva:

la chiama Ora, una dea che oggi è associata a Quirino.

LIBRO QUINDICESIMO

 

 

Si cerca intanto qualcuno che sia in grado di sostenere

un onere così grave e succedere a un re così grande.

L'opinione pubblica, che è misura del vero, designa

l'illustre Numa: non solo conosce usi e costumi della gente

sabina; non contento, con la sua mente fervida aspira a cose

più grandi, dedicandosi a studiare la natura.

Proprio questa passione l'indusse a lasciare Curi e la sua patria

per spingersi sino alla città che aveva ospitato Ercole.

E quando chiese chi fosse stato a fondare in terra italica

quella città greca, uno degli anziani che vivevano in quel luogo,

non digiuno di storia antica, così gli rispose:

«Si dice che, con una moltitudine di buoi spagnoli, Ercole,

dopo un viaggio felice, giungesse dall'Oceano al capo Lacinio

e che, lasciata la mandria a vagare sui teneri prati,

entrasse nella casa ospitale del famoso Crotone,

placando col riposo sotto quel tetto l'immane sua fatica;

e che poi partendo dicesse: "Al tempo dei nostri nipoti,

qui sorgerà una città". E la promessa si avverò.

Nell'Argolide, infatti, nacque da Alèmone un certo Mìscelo,

che fu in quel tempo la persona più cara agli dei.

Una notte, mentre era immerso in un sonno profondo, Ercole,

chinandosi su lui, gli disse: "Lascia la tua patria, via,

e cerca del remoto Èsare la corrente ghiaiosa!".

E gli minaccia sciagure tremende se non avesse obbedito.

Dopo di che, sonno e dio armato di clava svaniscono insieme.

Il figlio di Alèmone si alza e ripensa in silenzio alla visione

appena avuta, combattuto a lungo dall'indecisione:

un nume gli ordina di andare, ma la legge vieta di partire

e per chi vuole cambiare patria vi è la pena di morte.

Nel mare aveva il sole immacolato nascosto il capo splendente

e una notte fittissima aveva levato il suo capo stellato:

riappare a Mìscelo lo stesso dio che gli ordina la stessa cosa

e rincara la quantità delle minacce, se non obbedisce.

Sgomento, si accinge a trasferire in un'altra terra

la casa avita: un mormorio si diffonde per la città.

L'accusa: disprezza la legge. E quando al termine dell'istruttoria,

senza bisogno di testimoni, viene accertato il crimine,

l'imputato in gramaglie, levando viso e mani agli dei, esclama:

"O tu, che con le dodici fatiche ti sei meritato il cielo,

aiutami, ti prego: se sono colpevole lo devo a te!".

Era costume antico usare sassolini bianchi e neri,

questi per condannare gli imputati, quelli per assolverli.

Anche allora la penosa sentenza fu emessa con questa regola,

e tutti i sassolini immessi nell'urna atroce furono neri.

Ma quando l'urna, capovolta, sparse i sassolini per il computo,

il colore di tutti si mutò da nero in bianco,

e la sentenza, resa favorevole per provvidenza di Ercole,

mandò assolto il figlio di Alèmone. Ringraziato l'Anfitrionìade,

suo difensore, Mìscelo col favore del vento

solca il mare Ionio e oltrepassa Taranto, fondata

dagli Spartani, Sibari, Vereto, città salentina,

il golfo di Turi, Crìmisa e le piane della Iapigia;

dopo aver percorso le terre che si affacciano sul litorale,

trova per volontà del fato la foce del fiume Èsare

e da lì, non lontano, il tumulo, sotto il quale riposano

le venerate ossa di Crotone. In quel luogo, come ordinato,

erige le mura della città che trae il nome dal sepolto».

Queste le origini, come attesta sicura tradizione,

di quel luogo e di quella città posta in territorio italico.

Qui viveva in volontario esilio, per odio verso la tirannide,

un uomo nativo di Samo, ma che era fuggito da quest'isola

e dai suoi despoti. Costui si alzò con la mente sino agli dei,

pur così remoti negli spazi celesti, e ciò che la natura

nega alla vista umana, lo comprese con l'occhio dell'intelletto.

E dopo aver sviscerato ogni cosa col pensiero e attento studio,

insegnava alla gente, e a schiere di discepoli, che silenziosi

pendevano dalle sue labbra, spiegava i princìpi

dell'universo, il senso delle cose e l'essenza della natura,

di dio, come si forma la neve, qual è l'origine dei fulmini,

se è Giove o il vento a provocare i tuoni squarciando le nubi,

che cosa scuote la terra, per quale legge vagano le stelle,

e ogni altro mistero. Per primo biasimò che s'imbandissero

animali sulle mense; per primo, ma rimase inascoltato,

schiuse la sua bocca a questo discorso pieno di saggezza:

«Evitate, mortali, di contaminare il corpo con vivande

nefande. Ci sono i cereali, i frutti che piegano

col loro peso i rami e i turgidi grappoli d'uva sulle viti.

Ci sono erbe saporite ed altre che si possono rendere

più gradevoli e tènere con la cottura. E poi non vi si nega

il latte o il miele che conserva il profumo del timo.

La terra vi fornisce a profusione ogni ben di dio per nutrirvi

e vi offre banchetti senza bisogno d'uccisioni e sangue.

Con la carne placano la fame gli animali e neppure tutti:

cavalli, greggi e armenti vivono d'erba.

Solo quelli d'indole feroce e selvatica,

le tigri d'Armenia, i collerici leoni

e i lupi, gli orsi gustano cibi lordi di sangue.

Ahimè, che delitto infame è ficcare visceri nei visceri,

impinguare un corpo ingordo rimpinzandolo con un altro corpo,

mantenersi in vita con la morte di un altro essere vivente!

Fra tutte le risorse che partorisce la terra, la migliore

d'ogni madre, altro davvero non ti piace se non sbranare

con ferocia carni straziate, rinnovando gli usi dei Ciclopi?

Solo uccidendo un altro essere potrai forse placare

il languore del tuo ventre vorace e sregolato?

Eppure quell'antica età, che abbiamo chiamata dell'oro,

era felice dei frutti degli alberi e delle erbe che produce

la terra, e non contaminava la bocca col sangue.

Gli uccelli allora battevano le ali tranquilli nell'aria,

senza timore la lepre vagava in mezzo ai campi

e il pesce, per sua ingenuità, non si ritrovava appeso all'amo:

il mondo, senza insidie, senza alcun inganno da temere,

era pervaso di pace. Ma poi un individuo sciagurato,

chiunque sia stato, invidioso del vitto dei leoni,

cominciò a inghiottire nell'avido ventre cibi di carne

e aprì la strada al crimine. All'inizio, credo, il ferro

si macchiò e s'intiepidì del sangue d'animali feroci;

doveva bastare: uccidere bestie che cercavano

di sbranarci non è, lo riconosco, un'empietà.

Ma se era giusto ucciderle, non dovevamo poi nutrircene.

Da lì lo scempio si spinse ben oltre: la vittima che per prima

meritò di morire pare fosse il maiale, perché col grugno

sconvolgeva i seminati annullando la speranza di un'annata;

poi, perché brucava le viti, fu immolato sull'ara di Bacco

per punizione il capro: a entrambi nocque il loro fallo.

Ma voi che male fate, pecore, placide bestie nate

per servire l'uomo, che nèttare portate nelle gonfie poppe,

che donate la vostra lana per le nostre morbide

vesti, che più utili ci siete vive che morte?

Che male ci ha fatto il bue, animale incapace di frode e inganni,

innocuo, semplice, nato solo per lavorare?

Un bell'ingrato, indegno persino del dono delle messi,

chi ha il coraggio d'uccidere il suo aiutante appena liberato

dal peso del curvo aratro, chi tronca con la scure

quel collo corroso dalla fatica, grazie al quale tante volte

ha rianimato il duro suolo e immagazzinato raccolti.

E non bastò che si accettasse un tale scempio: nel misfatto

si coinvolsero persino i numi, con l'idea che gli esseri

celesti godessero per la morte del laborioso giovenco.

La vittima senza macchia e bellissima d'aspetto

(guai essere troppo belli!), ornata tutta di bende e d'oro,

e posta di fronte all'altare, ascolta ignara le preghiere,

si vede collocare in fronte, fra le corna, il farro

che lei stessa ha fatto crescere, e colpita tinge di sangue

la lama, che forse ha intravisto in uno specchio d'acqua.

E subito vengono esaminati i visceri, estratti dal petto

ancora palpitante, per scrutarvi le intenzioni degli dei.

E voi (tanta è nell'uomo la bramosia di cibi vietati)

osate cibarvene, genia di mortali? No, non fatelo,

vi supplico, ascoltate attentamente i miei ammonimenti,

e quando al vostro palato offrite membra di buoi sgozzati,

sappiate e abbiate coscienza che state mangiando i vostri coloni.

E poiché è un dio a muovere le mie labbra, questo dio che muove

le mie labbra io lo seguirò devotamente, e aprirò la mia Delfi

e il cielo stesso, svelerò i responsi della sapienza divina.

Grandi cose canterò, cose mai indagate dall'intelletto

degli avi e rimaste nell'ombra. Giusto è spaziare fra gli astri

sublimi, giusto sollevarsi da terra, da questi luoghi inerti,

e portati dalle nubi, posarsi sul dorso forte di Atlante,

guardando di lassù gli uomini che in lontananza, senza ragione,

vagano inquieti, intimoriti dalla morte,

e cercare di esortarli, spiegando le regole del destino.

O stirpe sbigottita dal terrore di una morte gelida,

perché temete lo Stige, le tenebre, nomi privi di senso,

nutrimento di poeti, pericoli di un mondo immaginario?

I corpi, dissolti dalle fiamme del rogo o dai guasti del tempo,

non sono più in grado di soffrire, questo è certo.

Le anime invece non muoiono e sempre, lasciata l'antica sede

e accolte in un nuovo corpo, vi si insediano e continuano a vivere.

Io stesso, ricordo, al tempo della guerra di Troia

ero il figlio di Panto, l'Euforbo che un giorno fu trafitto

in pieno petto dall'asta violenta del minore degli Atridi:

nel tempio di Giunone ad Argo, dove regna Abante, tempo fa

ho riconosciuto lo scudo che allora armava il mio braccio.

Tutto si evolve, nulla si distrugge. Lo spirito vaga

dall'uno all'altro e viceversa, impossessandosi del corpo

che capita, e dagli animali passa in corpi umani,

da noi negli animali, senza mai deperire nel tempo.

Come la cera duttile si plasma in nuovi aspetti,

non rimanendo qual era e senza conservare la stessa forma,

ma sempre cera è, così, vi dico, l'anima

è sempre la stessa, ma trasmigra in varie figure.

Dunque, perché la pietà non sia vinta dall'ingordigia del ventre,

vi ammonisco, evitate d'esiliare con strage nefanda l'anima

di chi può esservi parente, e che di sangue si alimenti il sangue.

E poiché ormai mi sono inoltrato su questo vasto mare e al vento

ho spiegato le vele: in tutto il mondo non v'è nulla che persista.

Tutto scorre, ogni apparizione ha forma effimera.

Lo stesso tempo fugge con moto incessante,

non altrimenti del fiume: come il fiume infatti neppure l'ora

può fermarsi nella fuga, ma come dall'onda è sospinta l'onda

e quella che giunge è incalzata e incalza l'onda precedente,

così svanisce e nello stesso istante ricompare il tempo,

rinnovandosi di continuo: ciò che è stato si dissolve,

ciò che non esisteva avviene, e ogni momento si ricrea.

Tu vedi come al termine le notti tendano verso la luce

e come lo splendore del sole succeda al buio della notte.

Anche il colore del cielo non è il medesimo, quando ogni cosa

giace stanca nel sonno e quando sorge splendente Lucifero

sul suo bianco destriero; ed altro è ancora quando, all'alba,

l'Aurora tinge il mondo prima d'affidarlo al Sole.

E anche il disco di questo dio, quando al mattino sorge

rosseggia e rosseggia quando tramonta all'orizzonte;

ma al suo culmine è candido, perché lì più pura è la qualità

dell'aria e lontano può sottrarsi alle esalazioni della terra.

Né mai uguale a sé stessa può essere di notte

la luna: sempre più piccola è oggi di domani

se è in fase crescente, più grande se è in quella calante.

E poi non vedi che l'anno si snoda in quattro stagioni diverse,

come se cercasse d'imitare la nostra vita?

Tenero, come un bambino che succhi ancora il latte,

è l'anno a primavera: allora l'erba fresca e ancora elastica

è turgida, morbida, e incanta di speranze i contadini;

allora tutto fiorisce e del colore dei fiori sorride

la campagna in sboccio, ma nelle fronde ancora non c'è forza.

Dopo primavera, l'anno invigorito si trasforma in estate

crescendo in baldo giovane: non c'è infatti stagione più robusta,

stagione più feconda o ardente dell'estate.

E viene l'autunno che, perduto il fervore della giovinezza,

è maturo e mite, giusto in equilibrio fra un giovane

e un vecchio, con qualche capello bianco sparso sulle tempie.

Infine con passo incerto, senile e squallido, giunge l'inverno,

spoglio dei suoi capelli o, se qualcuno gliene rimane, canuto.

Anche il nostro corpo si modifica senza sosta,

continuamente, e domani più non saremo ciò che siamo stati

o che siamo. Passato è il tempo in cui, come semplice seme,

germe di nuova vita, alloggiavamo nel grembo materno.

La natura intervenne con mani sapienti: non permise

che il corpo racchiuso nel ventre teso della madre

soffocasse e da quella dimora lo fece uscire all'aria aperta.

Venuto alla luce, il bambino giace senza forze;

poi, come un animale, trascina il suo corpo a quattro zampe;

e a poco a poco, barcollando sulle gambe ancora un po' malferme,

riesce a drizzarsi, aiutando i muscoli con qualche sostegno.

Diventato agile e vigoroso, trascorre la giovinezza,

e quindi, passati anche gli anni della mezza età,

si avvia al tramonto lungo il cammino in declino della vecchiaia.

Questa corrode e distrugge il vigore dell'età

precedente: e Milone invecchiato piange al vedere flaccide

e cadenti le proprie braccia, che un tempo per la solidità

della massa muscolare assomigliavano a quelle d'Ercole.

E piange Elena, quando nello specchio scorge i segni del tempo,

chiedendosi come abbiano potuto rapirla due volte.

O tempo divoratore e tu, vecchiaia invidiosa,

tutto distruggete: dopo averla intaccata coi morsi degli anni,

a poco a poco ogni cosa consumate di morte lenta.

Neppure quelli che chiamiamo elementi rimangono immutati:

prestatemi attenzione, vi insegnerò per quali vicende passino.

Di quattro sostanze generatrici consta l'universo eterno:

di queste, due sono pesanti, terra ed acqua,

e per il loro peso sono trascinate in basso;

le altre due sono prive di peso e, se nulla le tiene premute,

tendono ad elevarsi, l'aria e, più puro dell'aria, il fuoco.

Questi elementi sono separati nello spazio, e tuttavia

da loro nasce ogni cosa e in loro ritorna. La terra fondendosi

si liquefa in acqua, il liquido al tepore del vento

evapora in aria, e l'aria a sua volta, privata del peso,

balza verso l'alto e, rarefatta com'è, sprigiona fiamme.

Poi il percorso s'inverte e il processo si ripete in senso opposto:

il fuoco condensandosi si muta nell'aria che è più compatta,

questa in acqua, e l'acqua coagulandosi forma la terra.

Nulla conserva il proprio aspetto e la natura,

che tutto rinnova, forgia da una struttura altre strutture;

e nulla, credetemi, in tutto l'universo si dissolve,

ma cambia assumendo nuovo aspetto; e noi nascere chiamiamo

l'avvio ad essere ciò che non si era e morire

cessare d'esserlo. E malgrado questo si trasformi in quello

e quello in questo, l'insieme rimane sempre uguale.

Ed io propendo a credere che nulla conservi lo stesso aspetto

a lungo. E come dall'età dell'oro a quella del ferro è passato

il tempo, così dei luoghi è mutato più volte il destino.

Io ho visto farsi mare ciò che un tempo era terraferma,

ho visto terre nascere dal mare, ho visto che lontano

dai flutti vengono alla luce conchiglie marine

e che si trovano antiche àncore in cima ai monti.

Cascate d'acqua hanno trasformato pianure in valli,

alluvioni hanno trascinato monti al mare,

e luoghi prima paludosi sono deserti di sabbia,

altri un tempo riarsi sono bagnati dal ristagno di paludi.

Qui la natura ha fatto scaturire nuove fonti,

là le ha chiuse, e quanti terremoti scotendo il cuore della terra

han fatto sgorgare fiumi, altrettanti li hanno interrati seccandoli.

Così il Lico, inghiottito da una voragine del terreno,

rispunta più lontano, rinascendo da un'altra sorgente;

così il grande Erasino che, risucchiato dal suolo,

scorre impetuoso sottoterra, riappare poi nella piana d'Argo.

E in Misia il Caìco, pentitosi, sembra, della sua fonte

e delle sponde che aveva, oggi segue diverso percorso.

E l'Amenano, che trascina sabbie di Sicilia,

a volte scorre, a volte, inaridita la sorgente, si prosciuga.

L'Anigro, un tempo potabile, oggi riversa un'acqua

che farai bene a non toccare, da quando i Centauri

(se non si deve negare fede ai poeti) in quel fiume lavarono

le ferite a loro inferte dall'arco di Ercole, armato di clava.

E ancora: l'Ípani, che nasce dai monti di Scizia,

ora dal sale amaro non ha forse guaste le sue acque dolci?

Antissa, Faro e Tiro in Fenicia erano un tempo lambite

tutte intorno dai flutti: di queste nessuna è oggi un'isola.

Gli abitanti di Leucade vivevano sul continente,

ora son circondati dal mare. Anche Zancle era unita all'Italia,

si dice, finché il mare non ne invase i margini

e, insinuandosi coi flutti, non ne isolò la terra.

Se tu cercassi le città dell'Acaia Èlice e Buri,

le troveresti sott'acqua: ancor oggi i marinai

sogliono mostrare le città diroccate e le mura sommerse.

Vicino a Trezene, città di Pitteo, si leva altissimo un colle

senza neppure un albero, un tempo pianura di campagna

e ora appunto colle: questo perché (e incute terrore raccontarlo)

la violenza selvaggia dei venti, chiusa in cieche caverne,

volendo erompere da qualche parte, dopo aver lottato invano

per godere di maggior libertà nel cielo, visto che non c'era

in tutti quei sotterranei una fessura per dar sfogo alle raffiche,

tendendola gonfiò la terra, come il fiato della bocca

gonfia una vescica o un sacco fatto con pelle

di caprone: gonfiato è rimasto questo luogo e ha l'aspetto

di un'alta collina consolidatasi col passare del tempo.

Benché moltissimi esempi visti o sentiti mi vengano in mente,

ne citerò solo qualcuno. Che forse anche l'acqua

non mostra e assume nuovi aspetti? A mezzogiorno, Ammone,

la tua corrente è gelida, all'alba e al tramonto invece si riscalda.

Gli Atamani si racconta che accendano la legna fradicia

d'acqua, quando il disco della luna è ridotto al minimo.

I Cìconi hanno un fiume che, attinto per bere, rende i visceri

di sasso, e riveste di marmo le cose con cui viene a contatto.

Il Crati e il Sibari, che delimita i nostri campi,

rendono i capelli simili all'ambra e all'oro.

E, cosa ancor più stupefacente, vi sono acque in grado

di trasformare non soltanto i corpi, ma persino gli animi.

Chi non ha udito parlare della sinistra fonte di Salmàcide

e dei laghi d'Etiopia? Se qualcuno vi si abbevera,

o impazzisce o cade in un sonno incredibilmente profondo.

Chiunque si disseti alla fonte di Clitorio,

detesta il vino e, fattosi astemio, apprezza soltanto l'acqua pura:

o perché in quella fonte v'è un potere opposto al calore del vino

o perché, come dice la gente del luogo, il figlio di Amitàone,

dopo aver sottratto alla pazzia con formule ed erbe

le figlie di Preto, gettò in quell'acqua gli ingredienti adatti

a purgare le menti e nei flutti rimase l'avversione al vino.

Di effetto opposto è il fiume che scorre nelle contrade

dei Lincesti: chiunque ne gusti sorsate troppo abbondanti

vacilla sulle gambe come se avesse bevuto vino puro.

In Arcadia c'è un lago infido, chiamato dagli antichi Feneo,

che di notte è bene temere per l'ambiguità dell'acqua sua:

bevuta di notte fa male, di giorno si beve senza danno.

Laghi e fiumi possono infatti avere proprietà

diversissime. Ci fu un tempo in cui Ortigia vagava sul mare;

ora è ferma. La nave Argo temette a suo tempo le Simplègadi

che si scontravano fra loro squassate dalla furia dei flutti,

mentre ora restano immobili e resistono ai venti.

E l'Etna, che erutta fuoco dalle sue fornaci di zolfo,

non sarà sempre in fiamme, né infatti lo fu sempre in passato.

Perché, se la terra è animata e vive avendo

in diversi luoghi spiragli che esalano fiamme,

può ben mutare queste vie di sfogo e, ogni volta che s'agita,

chiudere queste caverne ed aprirne altre.

Se poi vi sono venti imprigionati nei recessi della terra

e questa s'infoca sotto il loro assalto che scaglia sassi

contro sassi e materia con in sé i germi del fuoco,

quegli stessi recessi torneranno freddi al placarsi dei venti.

Se infine è la proprietà del bitume a scatenare incendi,

o è lo zolfo giallo ad ardere con un filo di fumo,

è chiaro che quando la terra, consumate nel corso dei secoli

queste energie, non fornirà più cibo e alimenti grassi alle fiamme,

l'ingorda natura, venendole a mancare il nutrimento,

non reggerà alla fame ed esaurita lascerà esaurire i fuochi.

Corre voce che a Pallene, nel paese degli Iperbòrei,

la gente si ritrovi col corpo velato di leggere piume,

se nove volte s'immerge nella palude di Tritone.

Io però non ci credo. Si racconta che anche le donne di Scizia

ottengano lo stesso effetto ungendosi con liquidi incantati.

Ma se si deve dar fede a fenomeni provati,

non vedi come i corpi, che si decompongono col tempo

o si dissolvono al calore, poi si trasformino in tanti insetti?

Abbatti a scelta qualche toro e sotterralo in una fossa:

è risaputo, dai visceri imputriditi dappertutto nascono

le api, che amando i fiori si diffondono per la campagna,

come chi le ha generate, e operose pensano al futuro.

Dal bellicoso cavallo, sepolto in terra, nasce il calabrone.

Se al granchio dei litorali strappi le curve chele

e lo ricopri di terra, dalla parte sepolta

sbuca uno scorpione, che ti minaccia con l'uncino della coda.

E i bruchi campagnoli, che tessono bianchi filamenti

tra le frasche, come ben sanno i contadini,

mutano il loro aspetto in quello di farfalle mortuarie.

Il fango contiene germi che danno origine a verdi ranocchi,

e li genera mozzi, senza piedi; poi li fornisce di zampe

adatte al nuoto e, perché siano in grado di spiccare lunghi salti,

le zampe posteriori sono più lunghe delle anteriori.

Un cucciolo non è quello appena partorito dall'orsa,

ma carne a stento viva: è la madre che gli plasma le membra

leccandolo e gli dona l'aspetto che lei stessa possiede.

Non vedi come le larve delle api che ci danno il miele,

celate in celle esagonali, nascono prive di estremità

e solo in seguito acquistano prima le zampe e poi le ali?

Se non lo sapessimo, chi potrebbe immaginare che dal tuorlo

dell'uovo nascono l'uccello di Giunone con un firmamento

di stelle sulla coda, quello che fa da armigero a Giove,

le colombe di Venere e ogni altra specie di uccello?

E v'è chi crede che dentro il sepolcro, quando la spina dorsale

imputridisce, l'umano midollo si muti in serpente.

Tutti gli esseri viventi, comunque, traggono origine da altri;

l'unico a nascere riproducendosi da sé è un uccello

che gli Assiri chiamano fenice. Non di erbe o di frumento vive,

ma di lacrime d'incenso e stille d'amomo,

e quando giunge a cinque secoli di vita,

se ne va in cima a una tremula palma e con gli artigli,

col suo becco immacolato si costruisce un nido tra il fogliame.

E non appena sul fondo ha steso foglie di cassia, spighe

di nardo fragrante, cannella sminuzzata e bionda mirra,

vi si adagia e conclude la sua vita fra gli aromi.

Allora, si dice, dal corpo paterno rinasce un piccolo

di fenice, che è destinato a vivere altrettanti anni.

E quando l'età gli ha dato le forze per reggere alla fatica,

libera i rami sulla cima della pianta dal peso del nido,

religiosamente prende con sé la culla, sepolcro del padre,

e, giunto sull'alito dell'aria alla città di Iperione,

davanti alle porte sacre del suo tempio la posa.

Ma se in questi fenomeni c'è qualcosa di strano, che stupisce,

anche della iena dobbiamo stupirci, che alterna i ruoli:

ora è femmina e si fa montare dal maschio, ora è maschio.

Così pure di quell'animale, che si nutre d'aria e di vento,

e che qualunque cosa tocchi, in un attimo ne assume il colore.

L'India, vinta da Bacco, il dio dei pampini, gli donò delle linci:

tutto ciò che spurga dalle loro vesciche, si racconta,

si muta in pietre e si congela al contatto dell'aria.

Così pure s'indurisce il corallo nell'istante in cui

viene toccato dall'aria: prima, sott'acqua, era un'alga flessuosa.

Finirà il giorno e Febo immergerà nelle profondità del mare

i suoi cavalli anelanti, prima ch'io possa parlando elencare

tutto ciò che assume un nuovo aspetto. Mutano i tempi,

lo vediamo: così in un luogo popoli diventano potenti,

in un altro decadono. Così Troia fu grande per ricchezze

e uomini, e per un decennio poté versare un fiume di sangue:

ora, rasa al suolo, non mostra che antiche rovine

e, come uniche ricchezze, le tombe degli avi.

Famosa fu Sparta, potente la grande Micene,

e così la rocca di Cècrope e quella di Anfìone.

Sparta è terra desolata, l'altera Micene è caduta;

Tebe, la città di Edipo, oltre il mito, che cos'è?

e di Atene, la città di Pandìone, oltre il ricordo, cosa resta?

Ora, come è noto, fondata dai Troiani, sta sorgendo Roma,

che sulle rive del Tevere, nato in Appennino,

getta le fondamenta di un impero senza uguali.

Dunque, mentre cresce, anche Roma muta aspetto e un giorno

sarà capitale del mondo intero. Così affermano indovini

e oracoli, si dice; e a quel che rammento, già Èleno,

figlio di Priamo, quando la sorte di Troia vacillava,

aveva detto a Enea, che piangeva, dubitando di salvarsi:

"Figlio di Venere, se ti son noti i presagi della mia mente,

credi, Troia non finirà del tutto, perché tu ti salverai.

Un varco si aprirà tra ferro e fuoco: partirai, portando in salvo

i Penati di Pergamo, e andrai vagando, finché

non troverai una terra straniera più amica della tua patria.

E anche vedo che i nipoti dei Frigi dovranno fondare

una città, come nessuna esiste, esisterà od è esistita.

Nei secoli, diversi condottieri la renderanno potente,

ma chi la farà signora del mondo sarà un uomo della stirpe

di Iulo; e quando se ne sarà avvalsa la terra, di lui godranno

le dimore celesti, perché il cielo sarà la sua meta".

Ciò che Èleno predisse ad Enea, perché portasse con sé i Penati,

memore lo riporto, e perciò mi rallegro che sorgano mura

della mia gente e che i Pelasgi abbiano vinto a vantaggio dei Frigi.

Ma per non galoppare troppo lontano, dimenticando

la meta: il cielo e tutto ciò che sotto il cielo esiste

cambia aspetto, e così la terra e tutto ciò che sulla terra esiste;

anche noi, come parte del mondo, che non siamo soltanto corpo,

ma anime alate, e possiamo trovar ricetto in animali

selvatici o nasconderci nel corpo di quelli domestici.

Difendiamo e rispettiamo quei corpi che potrebbero ospitare

l'anima di genitori e fratelli, di persone

unite a noi da qualche vincolo, o in ogni caso d'esseri umani;

non imbandiamo carni che ricordino quelle di Tieste.

Che malvagia abitudine contrae, come si dispone a versare

sangue umano, l'infame che col ferro squarcia

la gola a un vitello senza scomporsi ai suoi muggiti!

o che ha il coraggio di sgozzare un capretto che manda

vagiti come un bambino, o di cibarsi di un uccellino

che lui stesso ha imbeccato! Quanto ci vuole ancora

per giungere a un delitto vero? Da qui dove si può arrivare?

Che il bue ari, e se muore sia colpa di vecchiaia;

che la pecora ci fornisca le armi contro i brividi di Borea;

che le caprette ci offrano da mungere le poppe gonfie.

Eliminate reti, cappi, lacci e ogni altra trappola!

Non ingannate gli uccelli con rami spalmati di vischio,

non tendete tranelli ai cervi con spauracchi di piume,

non celate adunchi ami con esche ingannatrici.

Uccidete gli animali nocivi, ma uccideteli soltanto;

astenetevi dal mangiarli e gustate solo cibi incruenti».

Indottrinato da questi ed altri discorsi, si racconta

che Numa tornasse in patria e che, sollecitato da tutti,

prendesse nelle sue mani le redini del popolo laziale.

Felicemente sposato a una ninfa e guidato dalle Camene,

insegnò i riti sacrificali e convertì all'arte

della pace una gente avvezza a combattere con ferocia.

Quando poi, vecchissimo, giunse al termine della vita e del regno,

piansero la sua morte tutte le donne del Lazio,

il popolo e gli anziani. E la moglie, lasciata la città,

andò a nascondersi nelle fitte selve della valle di Aricia,

disturbando con i suoi gemiti e i suoi lamenti il culto di Diana

importato da Oreste. Oh quante volte le ninfe di boschi e laghi

la esortarono a non farlo, pronunciando parole di conforto!

Quante volte l'eroe, figlio di Teseo, le disse, mentre piangeva:

«Trattieniti, la tua sorte non è la sola che si debba piangere.

Guarda quanti casi d'altri sono simili: sopporterai meglio

anche il tuo. Volesse il cielo che l'esempio degli altri

fosse in grado di consolarti! Ma anche il mio va bene.

Se parlando sei venuta a sapere di un Ippolito

che morì per la credulità di suo padre e le menzogne

della scellerata matrigna, ti stupirai (e come provartelo?),

ma quell'Ippolito son io. Un giorno, dopo aver tentato invano

d'indurmi a violare il letto di mio padre, la figlia di Pasìfae,

sovvertendo la colpa, m'accusò, sciagurata, d'aver voluto

ciò che lei voleva (più per timore di un'accusa o per l'offesa

del rifiuto?), e mio padre mi cacciò dalla città senza ragione,

maledicendomi con invettive di fuoco mentre partivo.

Sul mio cocchio fuggivo verso Trezene, la città di Pitteo,

e già stavo percorrendo la costa di Corinto,

quando il mare s'ingrossò e vidi un'enorme quantità d'acqua

incurvarsi e crescere come una montagna,

prorompendo in muggiti e fendendosi sulla cima.

Dallo squarcio dei flutti balzò fuori un toro con le corna,

che ergendosi nell'aria trasparente sino al petto,

vomitò parte del mare dalle narici e dalle fauci aperte.

Ai miei compagni gelò il cuore; io rimasi imperterrito,

preoccupato com'ero dell'esilio. Quand'ecco che d'impeto

i cavalli volgono il muso al mare e, con le orecchie ritte,

s'imbizzarriscono atterriti dal mostro e lanciano a precipizio

il cocchio verso l'alta scogliera. Invano io mi sforzo

di frenarli col morso cosparso di bianca bava

e rovesciato indietro tiro al limite le redini.

La furia dei cavalli si sarebbe smorzata ai miei sforzi,

se una ruota, là dove gira senza fine intorno all'asse,

urtando un tronco, non si fosse sconnessa andando in frantumi.

Fui sbalzato dal carro, e tu allora avresti visto, avvinto com'ero

alle redini, le mie viscere frementi trascinate al suolo,

i muscoli impigliati negli sterpi, le membra in parte travolte,

in parte abbandonate indietro, ed ossa fratturate che emettevano

sordi rumori, l'anima stanca che spirava, non una parte

del corpo che potessi riconoscere, tutto un'unica piaga.

E tu, o ninfa, puoi od osi paragonare la tua sciagura

alla mia? Io poi ho visto i regni privi di luce

e ho risanato il mio corpo straziato nell'onda del Flegetonte.

Se ho riavuto la vita, è stato solo per il potere di un farmaco

del figlio di Apollo. E quando mi fu resa, malgrado le proteste

di Dite, grazie ad erbe portentose e all'arte della medicina,

Diana, perché riapparendo non suscitassi invidia

per un simile dono, mi coprì con una densa nube,

e perché vivessi tranquillo mostrandomi senza noie,

mi accrebbe gli anni e mi diede un volto irriconoscibile.

A lungo fu incerta se mandarmi a vivere a Creta

oppure a Delo; ma scartate sia Delo che Creta,

mi portò qui, e qui m'ingiunse d'abbandonare il mio nome,

che avrebbe potuto ricordare i cavalli, dicendomi: "Tu,

che ti chiamavi Ippolito, d'ora in poi sarai Virbio".

Da allora io vivo in questo bosco; divinità minore, mi celo

all'ombra della mia potente signora e mi annovero fra i suoi».

Le sciagure altrui non valsero tuttavia ad alleviare

il dolore di Egeria. Distesa sulla terra ai piedi di un monte,

lei si sciolse in lacrime, finché la sorella di Febo, commossa

dal cordoglio che l'affliggeva, trasformò il suo corpo in una fresca

sorgente, dissolvendo le sue membra in una corrente perenne.

Quel prodigio impressionò le ninfe, e lo stesso figlio

dell'Amazzone rimase stupito, come quell'etrusco

che arando vide fra i campi una zolla portentosa

prima muoversi da sola, senza che alcuno la spostasse,

poi assumere forma d'uomo, perdendo quella di zolla,

e schiudere le labbra appena nate per rivelare il destino:

gli indigeni lo chiamarono Tagete e fu il primo ad insegnare

il modo di prevedere il futuro alla gente d'Etruria.

O si stupì come Romolo il giorno in cui vide improvvisamente

coprirsi di fronde un'asta infissa sul colle Palatino,

un'asta retta da nuove radici, non da un ferro spinto in terra,

che ormai non più arma, ma pianta dai rami flessibili,

offriva un'ombra inaspettata alla gente allibita.

O come Cipo, quando nell'acqua del fiume vide le sue corna.

E le vide davvero, ma credendo che fosse un inganno

di rifrazione, si portò più volte le dita alla fronte

e toccò ciò che vedeva. Allora smise d'incolpare la vista

e fermatosi (annientato il nemico, ritornava vittorioso),

sollevò gli occhi e le braccia al cielo, esclamando:

«Qualunque evento annunci questo prodigio, o celesti,

se è lieto, lo sia per la mia patria e per il popolo di Quirino,

se è minaccioso, lo sia per me!». E su un altare erboso,

fatto di verdi zolle, bruciò profumi per placare gli dei,

versò vino dalle coppe e, sacrificate alcune pecore,

ne consultò i visceri palpitanti per carpirne il vaticinio.

Un indovino etrusco a sua volta, appena li vide,

vi lesse l'annuncio non ancora ben chiaro

di grandi avvenimenti. Ma quando levò il suo acuto sguardo

dalle fibre degli animali alle corna di Cipo:

«Salve, o re!» esclamò. «A te, proprio a te e alle tue corna,

o Cipo, obbediranno questo luogo e le città del Lazio.

Non indugiare dunque, affréttati a varcare le porte che a te

si spalancano. Così comanda il destino. E accolto in Roma,

sarai re, per tutta la vita senza traumi ne terrai lo scettro».

Cipo arretrò e, distogliendo con aria incupita lo sguardo

dalle mura dell'Urbe, gridò: «Via, via da me, via questi presagi!

Me ne scampino gli dei! Molto più giusto se finirò

la mia vita in esilio, piuttosto che essere re sul Campidoglio».

Subito convocò il popolo e l'austero Senato,

ma nascondendosi prima le corna con fronde d'alloro

in segno di pace, e salito su un terrapieno fortificato

dai soldati, dopo aver invocato per rito gli antichi dei:

«Qui c'è un uomo,» disse, «che, se dalla città non lo bandite,

sarà re. Non vi indicherò chi sia col nome, ma con un dettaglio:

reca corna sulla fronte. L'indovino ci avverte

che se entrerà in Roma, promulgherà leggi di schiavitù.

In verità avrebbe già potuto irrompere per le porte aperte,

ma glielo ho impedito io, benché non vi sia nessuno più di lui

legato a me. Tenetelo lontano voi dalla città, Quiriti;

se poi vi parrà degno, stringetelo in pesanti catene,

o eliminate l'incubo uccidendo il tiranno imposto dal fato».

Dalla folla si levò un mormorio, come quello che nasce

in cima alle pinete, quando dentro vi spira impetuoso l'Euro,

o come quello che fanno i flutti del mare,

se li si ascolta da lontano. Ma fra il confuso vociare

della gente in subbuglio, una voce sovrasta le altre:

«Chi è costui?». E si guardano le fronti, cercando le corna.

E allora Cipo: «Eccovi colui che cercate!»

e toltasi dal capo la corona, contro il parere del popolo,

mostra le tempie su cui spiccano due corna.

Tutti abbassarono gli occhi, mandando un gemito;

con disappunto (chi poteva sospettarlo?) videro quel capo

così degno di rispetto e, non tollerando a lungo che restasse

privo d'onore, di nuovo gli imposero una solenne corona.

E poiché t'era vietato entrare dentro le mura, o Cipo,

i maggiorenti t'assegnarono in premio tanta campagna,

quanta a forza di buoi col solco di un aratro

ne potessi cingere dal sorgere al calare del sole.

E sulle porte di bronzo scolpirono corna che delle tue

hanno il favoloso aspetto, per serbarne nei secoli il ricordo.

Ed ora, o Muse, dee che assistete i poeti, rivelatemi,

voi che sapete e ricordate tutto dei tempi più antichi,

come avvenne che l'isola lambita dal profondo Tevere

associò ai culti della città di Romolo quello di Esculapio.

Tremenda peste aveva un tempo contaminato l'aria del Lazio

e illividiti dal morbo corpi esangui funestavano il luogo.

Quando si vide, allo stremo dei lutti, che a nulla giovavano

i tentativi umani, a nulla l'arte della medicina,

si chiese aiuto al cielo, andando a Delfi, che si trova

al centro del mondo, per pregare l'oracolo di Febo,

affinché rimediasse con responso salutare alla sciagura

e ponesse fine al flagello d'una città così grande.

Il luogo, e il lauro e la faretra che lo stesso nume porta,

tremarono all'unisono e dalle profondità del santuario

il tripode si mise a parlare, riempiendo i cuori di sgomento:

«Ciò che qui cerchi, o Romano, devi cercarlo in luogo più vicino:

cercalo allora in luogo più vicino. Per ridurre i lutti

non avete bisogno di Apollo, ma del figlio di Apollo.

Andate con buoni auspici e chiamate nostro figlio».

Il Senato, quando apprese il responso, con giudizio

indagò per sapere in quale città vivesse il figlio di Apollo;

poi col favore del vento inviò suoi messaggeri ad Epidauro.

E questi, una volta approdati con la nave,

si presentarono al Consiglio della città greca,

pregando gli anziani di concedere il dio, che venendo in Ausonia,

avrebbe posto fine ai loro lutti: così affermava l'oracolo.

Molteplici e discordi furono i pareri: per alcuni

non si doveva negare l'aiuto, ma i più raccomandano

di serbare e di non lasciar partire il loro sostegno divino.

Mentre vige l'incertezza, il crepuscolo spegne l'ultima luce

e l'ombra stende le tenebre sull'orbe terrestre,

quando in sogno, davanti al tuo letto, t'apparve,

o Romano, il benefico dio, ma con l'aspetto che suole avere

nel tempio. Tenendo nella sinistra un rustico bastone,

con la destra si lisciava la lunga e folta barba

e con animo sereno pronunciava queste parole:

«Non temere, verrò, e lascerò la mia immagine.

Osserva attentamente il serpente che si avvolge con le sue spire

sul mio bastone: guarda come è fatto, per poterlo riconoscere.

In lui mi trasformerò, ma sarò più grande e avrò quell'imponenza

che si addice ad una divinità quando si trasforma».

Subito disparve con la voce il dio, con la voce e il dio il sonno,

e alla fuga del sonno seguì il giorno che infonde la vita.

L'aurora aveva volto in fuga i fuochi delle stelle:

i dignitari, incerti sul da farsi, si radunano nel tempio

oracolare e pregano il dio, chiesto dai Romani, d'indicare

lui stesso con un segno divino in quale luogo volesse vivere.

Non hanno ancora finito, che il dio in forma di serpente

irto di grandi creste d'oro, si preannuncia con sibili

e giunto lì fa tremare la propria statua, gli altari e le porte,

il pavimento di marmo e il soffitto rivestito d'oro;

poi si ferma al centro del tempio, sollevandosi con tutto il petto,

e volge intorno gli occhi che lampeggiano di fuoco.

Trema atterrita la folla. Il sacerdote, con la candida chioma

cinta da una benda bianca, riconosce il nume ed esclama:

«Ecco, è il dio, il dio! Pregate compunti e in silenzio, voi tutti

che assistete! Che la tua apparizione, o magnifico,

ci sia di giovamento! Soccorri le genti che ti onorano!».

E tutti i presenti venerano il dio che si è rivelato, tutti

ripetono le parole del sacerdote; ed anche i discendenti

di Enea tributano con voce accorata il loro devoto omaggio.

Acconsente a seguirli il dio e come conferma d'assenso

agita le creste e ripete i suoi sibili vibrando la lingua.

Scivola poi lungo la lucida gradinata e, prima d'andarsene,

si volge indietro a guardare i suoi antichi altari e saluta

il tempio che per tanto tempo è stato la sua sede.

Quindi immenso striscia sul suolo coperto da un lancio

di fiori e snodando le sue spire attraversa la città,

dirigendosi verso il porto protetto dal bastione di un molo.

Qui si arresta e sembra che, sereno in volto, prenda congedo

dalla schiera dei fedeli e ringrazi la folla che l'ha seguito;

poi adagia il suo corpo sulla nave romana: ne avverte questa

il sacro peso e la chiglia si abbassa gravata dal nume.

Felici i discendenti di Enea sacrificano sul lido un toro

e, inghirlandata la nave, ne sciolgono gli ormeggi.

Una brezza leggera sospinge il vascello. Il dio sovrasta tutti

e appoggiando il suo collo all'ansa della poppa, guarda scorrere

l'acqua azzurra. Attraversato con zefiri discreti

il mare Ionio, al sorgere del sesto mattino, la nave

entra in acque italiane, oltrepassa il capo Lacinio, reso noto

dal tempio di Giunone, e il golfo di Squillace;

lascia la Iapigia ed evita a forza di remi gli scogli

di Anfriso sulla sinistra, sulla destra i dirupi di Celenna,

e costeggia Romezio, Caulone e Naricia;

supera il mare siciliano nello stretto del Peloro,

i domini del figlio d'Ippota, le miniere di Tèmesa,

e punta verso Leucosia e i roseti della mite Pesto.

Quindi rasenta Capri, il promontorio di Minerva,

i colli lussureggianti di viti di Sorrento,

la città di Ercole, Stabia e Partenope,

nata per la vita oziosa, e poi Cuma col tempio della Sibilla.

Da lì raggiunge le sorgenti termali e Literno dove abbonda

il lentischio, il Volturno che molta rena trascina

con i suoi gorghi, Sinuessa invasa da bianche colombe,

la malsana Minturno; la città dov'è sepolta la nutrice,

la dimora di Antìfate, Tracante serrata dalla palude,

la terra di Circe ed Anzio col suo lido compatto.

Qui veleggiando i marinai accostano la nave

(il mare era ormai agitato); il dio dispiega le sue spire

e, scivolando con fitte curve e grandi volute,

entra nel tempio del padre, vicino alla spiaggia dorata.

Placatosi il mare, il dio di Epidauro lascia gli altari paterni

e, goduta l'ospitalità del nume a cui è legato,

strisciando con un crepitio di squame, solca la rena del lido,

sale lungo il timone della nave e appoggia il capo

in cima alla poppa, finché non giunge a Castro,

alla sacra dimora di Lavinio e alle foci del Tevere.

Una marea di gente accorre a frotte per riceverlo:

donne, uomini, con le vergini che custodiscono i tuoi fuochi,

Vesta troiana, salutano il nume con grida di giubilo.

E man mano la nave risale veloce la corrente,

da file di altari eretti lungo le sponde

crepita l'incenso e spande nell'aria il suo profumo,

mentre vittime trafitte riscaldano i coltelli immersi in gola.

Entrata la nave nella città di Roma, che è a capo del mondo,

il serpente si drizza e, attorcigliato in cima all'albero,

muove intorno il collo per cercarsi il luogo più adatto.

C'è un punto dove il corso del fiume si biforca in due rami:

Isola è chiamato; la terra è in mezzo e il Tevere

vi protende tutt'intorno due braccia uguali.

Qui il serpente, figlio di Febo, sbarca dalla nave

dei Romani e, riassunto l'aspetto divino, pone fine

ai lutti, risanando con la sua presenza l'Urbe.

Nei nostri templi però questo nume giunse come un dio straniero:

Cesare invece è dio nella propria città. Eccelso in guerra,

eccelso in pace, non tanto per guerre trionfali,

per l'opere compiute in patria o la fulminea gloria che ne ottenne,

ma in grazia della sua progenie fu mutato in nuovo astro,

in stella cometa. Fra le gesta di Cesare nessuna infatti

è maggiore dell'esser stato padre di Ottaviano.

Aver domato i Britanni circondati dal mare,

aver spinto a vittoria le navi nelle sette foci del Nilo

dove cresce il papiro, aver soggiogato al popolo di Quirino

i Nùmidi ribelli, Giuba re del Cìnife e il Ponto arrogante

per la fama dei Mitridati, aver meritato tanti trionfi

e averne celebrati alcuni, tutto ciò vale forse di più

dell'aver generato un uomo così grande? Dandogli il governo

del mondo, o celesti, avete più che favorito il genere umano.

Ma perché Augusto non fosse disceso da stirpe mortale, Cesare

dio doveva essere fatto. Quando l'aurea madre di Enea

se ne rese conto e insieme vide che a Cesare pontefice

si preparava con una congiura armata una tragica morte,

impallidì e, rivolgendosi a tutti gli dei che incontrava:

«Guardate,» diceva, «che insidia tremenda si sta tramando,

con che perfidia si attenta all'unico discendente

di Dàrdano, della stirpe di Iulo, che mi resta!

Possibile che solo io debba essere afflitta da queste angosce?

Ora mi ferisce l'asta del figlio di Tideo, re dell'Etolia,

ora mi sgomentano le mura di Troia lasciata indifesa;

poi devo vedere mio figlio errare senza tregua

in preda al mare, penetrare nel regno silenzioso dei morti,

combattere con Turno o meglio, a dire il vero,

con Giunone. Ma perché ricordare le antiche sciagure

della mia stirpe? Non ha senso, quando una nuova minaccia

incombe. Spade scellerate, vedete, contro di me si appuntano:

arrestatele, vi prego, impedite il misfatto! non estinguete

le fiamme di Vesta, lasciando uccidere il suo sacerdote!».

Di questi lamenti a vuoto disperata Venere il cielo

riempie e commuove gli dei, che, se non possono infrangere

i ferrei decreti delle vetuste sorelle, inviano però

segni premonitori e indubitabili dell'imminente lutto.

Strepito d'armi tra nuvole cupe e terribili squilli

di trombe e di corni in cielo, si dice che abbiano annunciato

l'empio delitto. Anche l'aspetto desolato

del sole non porgeva che livida luce alla terra sgomenta.

Più volte si videro balenare torce in mezzo agli astri,

più volte tra scrosci di pioggia caddero gocce di sangue.

Grigio e col volto macchiato di fosca ruggine

era Lucifero, macchiato di sangue il carro lunare.

In mille luoghi il gufo infernale lanciò il suo grido di sventura,

in mille luoghi lacrimò l'avorio, e si racconta

che nei boschi sacri si udirono canti e parole minacciose.

Nessuna vittima promette bene, i visceri e il lobo del fegato

trovato reciso ammoniscono che incombono gravi tumulti.

E nel Foro, intorno alle case, intorno ai templi degli dei,

si racconta che di notte ululassero i cani e vagassero

le ombre mute dei morti, che l'Urbe fosse scossa da terremoti.

Ma i presagi degli dei non valsero a sventare le insidie,

ad arrestare il corso del destino: con le spade sguainate

viene profanato un tempio; fra tutti i luoghi di Roma, nessuno

sembra più adatto della Curia al delitto, al turpe omicidio.

Allora sì, con entrambe le mani si percuote il petto Venere

e pensa di occultare il discendente di Enea dentro quella nube,

con la quale un tempo Paride fu sottratto al minaccioso Atride

ed Enea poté evitare la spada di Diomede.

Ma suo padre così le parla: «Figlia mia, vorresti tu da sola

mutare l'immutabile destino? Vai pure nella dimora

delle tre sorelle: vi scoprirai l'archivio del mondo, un'immensa

costruzione fatta di bronzo e di solido ferro,

che indistruttibile ed eterna, non teme né le scosse del cielo,

né la collera dei fulmini o qualunque altra rovina.

Lì su metallo inalterabile troverai inciso il destino

della tua stirpe. Io l'ho letto, l'ho in mente ed ora

te lo riferirò, perché tu più non debba ignorare il futuro.

Quest'uomo, Venere, per cui t'angosci, ha compiuto il suo tempo,

ha consumato gli anni che doveva trascorrere sulla terra.

Tu e suo figlio (che ereditando il nome, sosterrà da solo il peso

affidatogli e che, intrepido vendicatore del padre ucciso,

avrà noi al suo fianco in guerra), tu e il figlio suo farete sì

che salga in cielo come nume ed abbia un suo culto nei templi.

Per opera sua diroccate, le mura di Modena assediata

chiederanno la pace; Farsaglia subirà la sua forza,

in Emazia nuovamente sarà bagnata di sangue Filippi

e un grande nome sarà sconfitto nelle acque di Sicilia.

Mal confidando nelle sue nozze, cadrà la consorte egiziana

di un condottiero romano, dopo aver minacciato invano

di asservire alla sua Canopo il nostro Campidoglio.

Ma perché enumerarti i paesi stranieri e i popoli che vivono

ai due estremi dell'Oceano? Ogni luogo abitabile

della terra sarà suo; anche il mare gli sarà soggetto.

Donata la pace al mondo, rivolgerà la mente a regolare

la vita civile, ed emanerà leggi giustissime.

Col suo esempio disciplinerà i costumi e, guardando all'età

futura e alle generazioni che verranno,

disporrà che il figlio avuto dalla augusta consorte

porti il proprio nome, con l'impegno di proseguirne l'opera;

poi, solo quando in vecchiaia avrà raggiunto l'età di Nèstore,

salirà nel cielo stellato fra gli astri dei suoi parenti.

Ma intanto, rapita l'anima da questo corpo trafitto,

fanne una stella, perché dall'alto della sua eccelsa dimora

il divo Giulio contempli in eterno il nostro Campidoglio e il Foro».

Aveva appena terminato di parlare, che la grande Venere,

invisibile a tutti, si ferma in mezzo alla sala del Senato e

dal corpo del suo Cesare sottrae l'anima appena liberata,

perché non si perda nell'aria, e la porta in cielo fra gli astri.

E mentre la portava, avvertendo che s'illuminava di fuoco,

la sciolse dal suo seno. L'anima vola più in alto della luna

e, trascinandosi dietro lungo lo spazio una coda di fiamma,

brilla, sì, come stella, ma, vedendo i meriti del figlio, ammette

che sono maggiori dei suoi e gioisce che lui la vinca.

E sebbene Ottaviano vieti che le sue gesta siano anteposte

a quelle del padre, la fama, che è libera e non accetta ordini,

suo malgrado le antepone, confutandolo almeno in questo.

Così cede di fronte ai meriti del grande Agamennone Atreo,

così Teseo vince Egeo e Achille Peleo.

Insomma, per usare esempi ancor più degni,

così Saturno è inferiore a Giove. Giove controlla

la città celeste e gli altri due regni del mondo triforme;

la terra soggiace ad Augusto: entrambi sono padri e guide.

O dei, compagni di Enea, che impediste al ferro e al fuoco

di prevalere; dèi Indìgeti e tu, Quirino, padre di Roma;

tu, Marte Gradivo, padre dell'invitto Quirino,

e tu, Vesta, venerata tra i Penati dei Cesari;

tu, Febo, nume tutelare dei Cesari insieme a Vesta,

e tu, Giove che domini dall'alto la rupe Tarpea,

e voi, quanti altri dèi al poeta è lecito invocare, vi supplico:

lontano sia quel giorno, e ben oltre il tempo della mia vita,

in cui Augusto, lasciato il mondo che ora governa,

salirà al cielo e anche di lontano esaudirà chi l'invoca.

Ormai ho compiuto un'opera che né l'ira di Giove, né il fuoco

o il ferro e il tempo che tutto corrode, potranno distruggere.

Quando vorrà, venga pure quel giorno, che solo sul corpo

ha potere, e ponga fine al corso della mia vita incerta:

con la parte migliore di me stesso volerò in eterno

ben oltre gli astri e il nome mio indelebile rimarrà.

E ovunque su terre assoggettate si estende il potere di Roma,

la gente mi leggerà e, se qualche verità è nel presentimento

dei poeti, di secolo in secolo per la mia fama vivrò.






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Notes:
 
 

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